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Papa Leone XIV ai seminaristi: servitori di una Chiesa missionaria

“Sono molto contento di incontrarvi e ringrazio tutti, seminaristi e formatori, per la vostra calorosa presenza. Grazie innanzitutto per la vostra gioia e questo vostro entusiasmo. Grazie perché con la vostra energia voi alimentate la fiamma della speranza nella vita della Chiesa!”: oggi nella basilica di san Pietro papa Leone XIV ha incontrato i futuri sacerdoti riuniti per il loro giubileo, invitandoli alla preghiera ed al discernimento per essere ‘testimoni di speranza’ ed evangelizzatori ‘miti e forti’ in un mondo segnato da conflitti, narcisismo e sete di potere.

Destreggiandosi tra l’italiano e lo spagnolo papa Leone XIV li ha invitati ad essere testimoni della speranza con coraggio: “Oggi non siete solo pellegrini, ma anche testimoni di speranza: la testimoniate a me e a tutti, perché vi siete lasciati coinvolgere dall’avventura affascinante della vocazione sacerdotale in un tempo non facile. Avete accolto la chiamata a diventare annunciatori miti e forti della Parola che salva, servitori di una Chiesa aperta e una Chiesa in uscita missionaria.

E dico una parola anche in spagnolo: grazie per aver accettato con coraggio l’invito del Signore a seguirlo, ad essere discepoli, a entrare in Seminario. Bisogna essere coraggiosi e non abbiate paura! A Cristo che chiama voi state dicendo ‘sì’, con umiltà e coraggio; e questo vostro ‘eccomi’, che rivolgete a Lui, germoglia dentro la vita della Chiesa e si lascia accompagnare dal necessario cammino di discernimento e formazione”.

Però l’incontro con Gesù avviene attraverso l’amicizia: “Gesù, lo sapete, vi chiama anzitutto a vivere un’esperienza di amicizia con Lui e con i compagni di cordata; un’esperienza destinata a crescere in modo permanente anche dopo l’Ordinazione e che coinvolge tutti gli aspetti della vita. Non c’è niente di voi, infatti, che debba essere scartato, ma tutto dovrà essere assunto e trasfigurato nella logica del chicco di grano, al fine di diventare persone e preti felici, ‘ponti’ e non ostacoli all’incontro con Cristo per tutti coloro che vi accostano. Sì, Lui deve crescere e noi diminuire, perché possiamo essere pastori secondo il suo Cuore”.

Ed ha chiesto di mettere al centro della lor azione il Cuore di Gesù, riprendendo l’enciclica ‘Dilexit nos’ di papa Francesco: “Oggi in modo particolare, in un contesto sociale e culturale segnato dal conflitto e dal narcisismo, abbiamo bisogno di imparare ad amare e di farlo come Gesù. Come Cristo ha amato con cuore di uomo, voi siete chiamati ad amare con il Cuore di Cristo! Amare con il cuore di Gesù. Ma per apprendere quest’arte bisogna lavorare sulla propria interiorità, dove Dio fa sentire la sua voce e da dove partono le decisioni più profonde; ma che è anche luogo di tensioni e di lotte, da convertire perché tutta la vostra umanità profumi di Vangelo”.

Riprendendo il pensiero di sant’Agostino papa Leone XIV ha invitato a ‘ritornare’ al cuore: “Il primo lavoro dunque va fatto sull’interiorità. Ricordate bene l’invito di Sant’Agostino a ritornare al cuore, perché lì ritroviamo le tracce di Dio. Scendere nel cuore a volte può farci paura, perché in esso ci sono anche delle ferite. Non abbiate paura di prendervene cura, lasciatevi aiutare, perché proprio da quelle ferite nascerà la capacità di stare accanto a coloro che soffrono. Senza la vita interiore non è possibile neanche la vita spirituale, perché Dio ci parla proprio lì, nel cuore”.

Ed in spagnolo ha sottolineato che si deve imparare ad ascoltare Dio che parla al cuore: “Dio ci parla nel cuore, dobbiamo saperlo ascoltare. Di questo lavoro interiore fa parte anche l’allenamento per imparare a riconoscere i movimenti del cuore: non solo le emozioni rapide e immediate che caratterizzano l’animo dei giovani, ma soprattutto i vostri sentimenti, che vi aiutano a scoprire la direzione della vostra vita. Se imparerete a conoscere il vostro cuore, sarete sempre più autentici e non avrete bisogno di mettervi delle maschere”.

Questo ascolto interiore avviene attraverso la preghiera con l’invocazione allo Spirito Santo: “E la strada privilegiata che ci conduce nell’interiorità è la preghiera: in un’epoca in cui siamo iperconnessi, diventa sempre più difficile fare l’esperienza del silenzio e della solitudine. Senza l’incontro con Lui, non riusciamo neanche a conoscere veramente noi stessi.

Vi invito a invocare frequentemente lo Spirito Santo, perché plasmi in voi un cuore docile, capace di cogliere la presenza di Dio, anche ascoltando le voci della natura e dell’arte, della poesia, della letteratura e della musica, come delle scienze umane. Nell’impegno rigoroso dello studio teologico, sappiate altresì ascoltare con mente e cuore aperti le voci della cultura, come le recenti sfide dell’intelligenza artificiale e quelle dei social media. Soprattutto, come faceva Gesù, sappiate ascoltare il grido spesso silenzioso dei piccoli, dei poveri e degli oppressi e di tanti, soprattutto giovani, che cercano un senso per la loro vita”.

Ed attraverso la cura del cuore avviene il discernimento: “Se vi prenderete cura del vostro cuore, con i momenti quotidiani di silenzio, meditazione e preghiera, potrete apprendere l’arte del discernimento. Anche questo è un lavoro importante: imparare a discernere. Quando siamo giovani, ci portiamo dentro tanti desideri, tanti sogni e ambizioni. Il cuore spesso è affollato e capita di sentirsi confusi.

Invece, sul modello della Vergine Maria, la nostra interiorità deve diventare capace di custodire e meditare. Capace di synballein, come scrive l’evangelista Luca: mettere insieme i frammenti. Guardatevi dalla superficialità, e mettete insieme i frammenti della vita nella preghiera e nella meditazione, chiedendovi: quello che sto vivendo cosa mi insegna? Cosa sta dicendo al mio cammino? Dove mi sta guidando il Signore?”

Ed infine si è rivolto a loro con un’esortazione a testimoniare Cristo: “In un mondo dove spesso c’è ingratitudine e sete di potere, dove a volte sembra prevalere la logica dello scarto, voi siete chiamati a testimoniare la gratitudine e la gratuità di Cristo, l’esultanza e la gioia, la tenerezza e la misericordia del suo Cuore. A praticare lo stile di accoglienza e vicinanza, di servizio generoso e disinteressato, lasciando che lo Spirito Santo ‘unga’ la vostra umanità prima ancora dell’ordinazione”.

E’ stato un invito ad avere un cuore ‘compassionevole’ come quello di Gesù: “Il Cuore di Cristo è animato da un’immensa compassione: è il buon Samaritano dell’umanità e ci dice: ‘Va’ e anche tu fa’ così’. Questa compassione lo spinge a spezzare per le folle il pane della Parola e della condivisione, lasciando intravedere il gesto del Cenacolo e della Croce, quando avrebbe dato sé stesso da mangiare, e ci dice: ‘Voi stessi date loro da mangiare’, cioè fate della vostra vita un dono d’amore”.

Augurando un buon cammino il papa li ha invitati ad appassionarsi della vita sacerdotale: “Cari Seminaristi, la saggezza della Madre Chiesa, assistita dallo Spirito Santo, nel corso del tempo cerca sempre le modalità più adatte alla formazione dei ministri ordinati, secondo le esigenze dei luoghi. In questo impegno, qual è il vostro compito?

E’ quello di non giocare mai al ribasso, di non accontentarvi, di non essere solo ricettori passivi, ma appassionarvi alla vita sacerdotale, vivendo il presente e guardando al futuro con cuore profetico. Spero che questo nostro incontro aiuti ciascuno di voi ad approfondire il dialogo personale con il Signore, in cui chiedergli di assimilare sempre più i sentimenti di Cristo, i sentimenti del suo Cuore. Quel Cuore che palpita d’amore per voi e per tutta l’umanità”.

(Foto: Santa Sede)

La fede? Un semplice esistere come racconta il cantautore Juri Camisasca

La musica di Juri Camisasca è quella di un mistico, che è entrato nel mistero e ne è uscito trasformato, come egli stesso racconta in questo libro, ‘Un semplice esistere’, scritto insieme al prof. Paolo Trianni, che arricchisce l’autobiografia con note teologiche: “Può capitare di sentirsi accarezzati da una brezza divina. Lì allora si percepisce una presenza che riconduce a un’altra vita”. Quindi una conversazione biografica che racconta una vita eccezionale, la sua arte e la sua spiritualità; ma diventa un libro perfettamente teologico, non perché esibisce concetti dogmatici, ma perché comunica un’intensa esperienza di Dio.

I temi sono la musica, l’amicizia con Franco Battiato, il monachesimo e la ricerca mistica: la storia del musicista è segnata da una conversione improvvisa al cristianesimo che lo ha condotto a lasciare la ribalta dei concerti pop per abbracciare prima la vita benedettina e poi la solitudine eremitica. Oltre che dalla musica, dallo studio teologico e dalla pittura di icone, il suo cammino è stato arricchito dalla contemplazione silenziosa e dalla meditazione, che egli pratica da più di 40 anni, in virtù di una consonanza con i grandi autori della religiosità cristiana e indiana.

Nell’introduzione del libro, il prof. Paolo Trianni, docente al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo e professore associato alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, ha scritto: “Ad essere sinceri, non saprei dire nemmeno quando ho ascoltato Juri per la prima volta. Forse anch’io, come tanti, l’ho conosciuto nel 1988, quando Franco Battiato ha cantato ‘Nomadi’ nell’album ‘Fisiognomica’.

Di sicuro, nei primi anni Novanta, avevo a casa ‘Il Carmelo di Echt’ e lo custodivo come una reliquia, distillandone gli ascolti. Per qualche motivo, le canzoni che amo di più sono quelle che ascolto di meno. Le riservo per i momenti speciali perché le percepisco come qualcosa di sacro, qualcosa che non dev’essere consumato o sprecato in situazioni banali. Aspetto lo stato d’animo giusto. E questo mi capita soprattutto con le canzoni di Juri”.

Ad Juri Camisasca ci racconta il motivo per cui la sua vita sia ‘un semplice esistere’: “Esistere in maniera semplice non significa vivere in maniera semplicistica; è una conquista, il raggiungimento di una consapevolezza, che richiede un grande lavoro su se stessi. Tagore, il grande poeta indiano, diceva che ‘è molto semplice essere felici, ma è molto difficile essere semplici’. Essere semplici vuol dire essere autentici, al di là delle sovrastrutture mentali, delle maschere che indossiamo nella vita quotidiana.

Abbracciare la semplicità equivale a liberarsi dal peso delle aspettative, dalle dipendenze psicologiche, dalle catene di passioni, invidie, gelosie, rancori, non vivere di imitazioni o con atteggiamenti di superiorità o volontà di dominio sugli altri. In sostanza, il semplice esistere è la via dell’ascolto interiore, che ci offre uno spazio per riflettere, per essere onesti con noi stessi e con gli altri, e ci consente di stare al mondo in un modo più genuino. Se vogliamo intraprendere il cammino spirituale, ci dobbiamo destrutturare. A quel punto le difficoltà si trasformano in opportunità di crescita”.

Esiste un collegamento tra musica, mistica e teologia?

“Sì, esiste un legame molto forte. Questi tre aspetti si collegano spesso come modi diversi di conoscere il sacro e di trasformare se stessi. Nel cristianesimo, la musica è vista come un modo per lodare e pregare, come dice l’adagio di sant’Agostino: ‘Chi canta prega due volte’. Figure come san Giovanni della Croce e santa Teresa d’Avila hanno usato immagini musicali per descrivere l’esperienza mistica. Il canto gregoriano, ad esempio, è sempre stato molto importante nelle funzioni religiose perché aiuta a elevare l’anima. La musica, oltre ad essere un’arte, è un linguaggio universale che può comunicare idee religiose e avvicinare l’uomo al divino.

Anche in altre tradizioni, come il sufismo e l’induismo, la musica e la danza vengono usate per entrare in stati di estasi e di connessione con l’assoluto. La teologia può portare alla mistica, e la mistica può offrire nuove intuizioni sulla fede. Inoltre, c’è anche un legame tra musica e filosofia: secondo Pitagora, l’armonia delle note riflette l’armonia dell’universo, come nella ‘musica delle sfere’, cioè l’idea che i pianeti e le stelle si muovano in modo armonioso nel cielo. Insomma, sono tutti modi diversi di cercare di capire e vivere il sacro!”

Quale è stata la ragione della sua conversione al cristianesimo?

“La mia conversione  è stata un percorso di benedizioni e di scoperte interiori. Un vero capovolgimento dei miei universi soggettivi. Inizialmente, ero affascinato dall’India e dalla sua tradizione spirituale.  Tuttavia, nel corso del mio cammino, alcune esperienze di natura contemplativa mi hanno fatto capire che Dio non è solo in un luogo o in una cultura specifica, ma può essere trovato ovunque. Ho compreso che Cristo è dentro di noi, una presenza che ci rapisce e ci trasforma dall’interno.

E’ stato un intervento della grazia di Dio a guidarmi verso questa fede, un dono che ha portato luce e significato alla mia vita. Molte letture di grandi figure spirituali  come i Padri della Filocalia, Meister Eckhart, Thomas Merton, tanto per fare alcuni nomi, hanno rafforzato le mie convinzioni, arricchendo la mia conoscenza nel campo dello spiritualità. Tuttavia, ciò che ha avuto un ruolo fondamentale è stato il contatto diretto con la coscienza cristica. Attraverso questa connessione profonda ho potuto davvero evolvermi e scoprire la mia appartenenza al totalmente Altro”.

Per quale motivo è ‘ritornato’ a Cristo?

“Posso dire che si è trattato di una vera e propria chiamata. Nessuno si avvicina a Cristo se non è chiamato da Lui. Si tratta di una vocazione, di un invito che nasce dall’orizzonte mistico. Quando il soffio celeste alita su di te, la sua attrazione diventa irresistibile. E’ un invito che ti cambia profondamente e ti porta a ritrovare la tua strada”.

Cosa è per lei la preghiera?

“Per me, la preghiera é un’apertura del cuore e della mente, simile al gesto di spalancare una finestra per lasciare entrare aria fresca e luce solare. E’ un atto che può manifestarsi in molti modi, dalla preghiera vocale, più semplice e immediata, a quella contemplativa, profonda e silenziosa.  La preghiera è uno spazio intimo, un luogo dell’anima dove possiamo fluttuare, esplorando i mondi della nostra interiorità. E’ come un fiume che scorre, che leviga le asperità e nutre la terra lungo il suo cammino. E’ una forza che purifica l’anima, scioglie le resistenze interiori e ci prepara all’unione con l’Assoluto. E’, in fondo un dialogo vivo, che ci connette al mistero e ci rende più autentici”.

Cosa significa essere ‘scrittore’ di Icone?

“Ho appreso la scrittura delle Icone nel periodo della vita monastica. Si dice ‘scrivere’ le Icone, anziché dipingerle, perché le Icone sono immagini rivelatrici della Parola di Dio. Le Icone sono il Vangelo tradotto in immagini. Anticamente aiutavano quelle persone che non erano in grado di leggere la Sacra Scrittura, il Nuovo Testamento in particolare (anche se non mancano nelle Icone elementi dell’Antico Testamento).

Tra la mia attività di scrittore di Icone (quindi la pittura) e l’attività musicale c’è, per me, un profondo rapporto: in fondo, in entrambe le arti, si tratta di realizzare lo svuotamento di me stesso, nel verso della Kenosis cristica. Padre Pavel Florenskij, a proposito della Icone, parlava di un’arte della salita e della discesa: la salita avviene quando si dà una propria interpretazione, la discesa quando ci si svuota e si lascia che sia lo Spirito ad interpretare. L’analogia tra la scrittura delle Icone e la composizione musicale sta proprio in tale ascesa e discesa (o discesa e ascesa): quando, cioè, accade qualcosa (la cosiddetta ispirazione) che lascia spazio all’Altro, che viene da sé. Nel caso dei grandi (penso a J.S. Bach) risulta piuttosto evidente cosa è accaduto: in certa sua musica si percepisce chiaramente qualcosa di ‘non fatto da mani d’uomo’. Lo stesso si prova davanti a certe Icone.

Quanto ha influito l’amicizia con Battiato nella sua ricerca mistica?

“Nonostante la profonda amicizia che ho avuto con Franco, posso dire con sincerità che non è stata questa relazione ad influenzare il mio percorso interiore. Quando si instaura un rapporto con l’Essere Eterno, si scopre che è Lui l’unico maestro, l’unica fonte di ispirazione autentica. Gli esseri umani, anche se amici o guide, possono offrire consigli o condividere esperienze legate al mondo dell’arte, della psiche o dell’etica, ma il vero itinerario spirituale è tracciato da Dio stesso.

Detto ciò, voglio sottolineare che Franco è stato il mio più grande amico in questo viaggio terreno, e anche se le nostre opinioni teologiche non sempre coincidevano, la nostra amicizia ha rappresentato un sostegno importante nel mio percorso. Alla fine, il cammino dell’anima è qualcosa di profondamente personale, guidato dall’Infinito, e non dipende dalle influenze esterne, per quanto sincere e profonde possano essere”.

(Tratto da Aci Stampa)

Domani a Roma serata in ricordo di Pippo Corigliano con Gianni Letta e Costanza Miriano

Domani sera alle ore 18.00, organizzata dall’Associazione Civita, si terrà nel centro di Roma (Terrazza Civita, piazza Venezia 11), in occasione del primo anniversario dalla morte (8 giugno 2024), una serata in ricordo del giornalista e scrittore cattolico Pippo Corigliano (1942-2024), storico direttore dell’Ufficio Informazioni dell’Opus Dei dal 1970 al 2011.

A introdurre l’incontro sarà il presidente onorario del sodalizio promotore Gianni Letta, noto per esser stato direttore del quotidiano “Il Tempo” dal 1973 al 1987 e sottosegretario del Consiglio dei Ministri durante il Governo Berlusconi IV (2008-2011). Fra i relatori la giornalista di Rai Vaticano Costanza Miriano, amica personale di Pippo Corigliano e autrice della Prefazione della nuova edizione del suo primo libro “Un lavoro soprannaturale. La mia vita nell’Opus Dei”, che nella ricorrenza le Edizioni Ares hanno meritoriamente deciso di pubblicare (Milano 2025, pp. 176, € 18).

A conclusione della serata l’attuale direttore dell’Ufficio Comunicazione Opus Dei Italia Raffaele Buscemi presenterà origini e finalità della “Fondazione Pippo Corigliano”, un progetto destinato non solo ad amici ed estimatori del giornalista e scrittore ma anche a chi, come lui, intende «santificare il proprio lavoro, santificarsi nel lavoro e santificare gli altri per mezzo del lavoro» nel mondo della comunicazione e della cultura in generale.

Non a caso nel presentarsi Corigliano diceva in ogni occasione di amare san Josemaría Escrivá (1902-1975), fondatore dell’Opus Dei, san Giovanni Paolo II, Joseph Ratzinger e Papa Francesco. Nello stile di questi grandi testimoni della Fede, come ha ricordato Costanza Miriano nella sua Prefazione, «gran parte del bene che ha fatto lo conosce solo lui e le persone che ne hanno beneficiato».

Pippo Corigliano ha pubblicato nello scorso decennio diversi interessanti libri per Mondadori come Preferisco il Paradiso. La vita eterna com’è e come arrivarci (2012), Quando Dio è contento. Il segreto della felicità (2013), Siamo in missione per conto di Dio. La santificazione del lavoro (2015) e Il cammino di San Josemaría. Il fondatore dell’Opus Dei e i giovani (2019). Con le Edizioni Ares, invece, oltre al volume appena ripubblicato Un lavoro soprannaturale (la prima edizione – ormai fuori catalogo per Mondadori – risaliva al 2008), ha firmato i due volumi delle Cartoline dal Paradiso. La speranza oltre la crisi (2014 e 2017) e la biografia Alfonso Maria de’ Liguori. Il più napoletano dei santi, il più santo dei napoletani (2023).

Il libro-testimonianza che sarà ripresentato domani sera a Roma è il racconto del suo incontro con la Fede attraverso san Josemaría Escrivá e l’Opus Dei ma è anche la cronaca vivace delle amicizie che hanno costellato la sua vita come quelle con Indro Montanelli (1909-2001), Leonardo Mondadori (1946-2002), Ettore Bernabei (1921-2016) e tanti altri. Il tono lieve e pieno di gioia rispecchia perfettamente il carattere dell’autore. «L’intento dell’Opera», spiegava, «è risvegliare nei nostri tempi lo spirito dei primi cristiani. Questi erano gente comune, toccata da un messaggio straordinario che la rendeva capace di cose altrettanto straordinarie: generosità, dinamismo apostolico, fede operosa, amore reciproco, laboriosità, affidabilità. Una fede operativa insomma…».

L’accredito per la serata in ricordo di Pippo Corigliano è obbligatorio e può essere richiesto scrivendo una email a: segreteria@comitatopippocorigliano.it.

Papa Leone XIV invita i giovani ad aprirsi all’amore di Dio

“E’ per me un piacere salutare tutti voi riuniti al White Sox Park per questa grande celebrazione come comunità di fede dell’arcidiocesi di Chicago. Un saluto speciale al cardinale Cupich, ai vescovi ausiliari, a tutti i miei amici che si sono riuniti oggi in occasione della solennità della Santissima Trinità”: in un videomessaggio per la celebrazione organizzata dall’arcidiocesi di Chicago nello stadio di baseball dei White Sox in suo onore, papa Leone XIV ha invitato a rivolgersi all’amore di Dio.

Nel videomessaggio il papa ha invitato i giovani a prendere come ‘modello’ la Trinità: “Ed inizio da qui perché la Trinità è il modello dell’amore di Dio per noi. Dio: Padre, Figlio e Spirito. Tre persone in un solo Dio vivono unite nella profondità dell’amore, in comunità, condividendo quella comunione con tutti noi. Perciò, mentre oggi vi siete riuniti per questa grande celebrazione, desidero esprimervi la mia gratitudine e al tempo stesso incoraggiarvi a continuare a costruire comunità, amicizia, come fratelli e sorelle nella vostra vita quotidiana, nelle vostre famiglie, nelle vostre parrocchie, nell’arcidiocesi e in tutto il mondo”.

Anche se le circostanze non sono molto favorevoli il papa ha invitato i giovani a vivere l’opportunità della fede: “A volte può essere che le circostanze della vostra vita non vi hanno dato l’opportunità di vivere la fede, di vivere come membri di una comunità di fede, e io vorrei cogliere questa occasione per invitare ognuno di voi a guardare nel proprio cuore, a riconoscere che Dio è presente e che, forse in molti modi diversi, Dio vi sta cercando, vi sta chiamando, vi sta invitando a conoscere suo Figlio Gesù Cristo, attraverso le Scritture, forse attraverso un amico o un parente…, un nonno o una nonna, che potrebbe essere una persona di fede.

A scoprire quanto è importante per ognuno di noi prestare attenzione alla presenza di Dio nel nostro cuore, a quel desiderio di amore nella nostra vita, per cercare, per cercare veramente, e per trovare i modi in cui possiamo fare qualcosa con la nostra vita per servire gli altri”.

Quindi attraverso l’amicizia si può scoprire l’amore di Dio: “E in quel servizio agli altri possiamo scoprire che, unendoci in amicizia, costruendo comunità, anche noi possiamo trovare il vero significato della nostra vita. Momenti di ansia, di solitudine….

Tante persone che soffrono a causa di diverse esperienze di depressione o tristezza, possono scoprire che l’amore di Dio è veramente capace di guarire, che porta speranza, e che in realtà, ritrovarsi come amici, come fratelli e sorelle, in una comunità, in una parrocchia, in un’esperienza di vita vissuta insieme nella fede, possiamo scoprire che la grazia del Signore, l’amore di Dio, può veramente guarirci, può darci la forza di cui abbiamo bisogno, può essere la fonte di quella speranza di cui tutti abbiamo bisogno nella nostra vita”.

Ecco che la condivisione della fede è un segno di speranza: “Condividere questo messaggio di speranza gli uni con gli altri (sensibilizzando, servendo, cercando modi per rendere il nostro mondo un posto migliore) dà la vera vita a tutti noi ed è un segno di speranza per il mondo intero”.

Ed i giovani possono essere promessa, come afferma sant’Agostino: “Ai giovani qui riuniti desidero dire, ancora una volta, che siete la promessa di speranza per molti di noi. Il mondo guarda a voi mentre voi vi guardate attorno e dite: abbiamo bisogno di voi, vi vogliamo con noi per condividere con voi questa missione (come Chiesa e nella società) di annunciare un messaggio di vera speranza e di promuovere pace, di promuovere l’armonia tra tutti i popoli”.

Ma la promessa si realizza superando gli egoismi: “Dobbiamo guardare al di là dei nostri (se così possiamo definirli) modi egoistici. Dobbiamo cercare modi per unirci e promuovere un messaggio di speranza. Sant’Agostino ci dice che se vogliamo che il mondo sia un posto migliore, dobbiamo iniziare da noi stessi, dobbiamo iniziare dalla nostra vita, dal nostro cuore”.

Quindi possono diventare ‘fari di speranza’, come ha affermato sant’Agostino: “Quella luce, che forse all’orizzonte non è facile scorgere; eppure, man mano che cresciamo nella nostra unità, ma mano che ci riuniamo in comunione, scopriamo che quella luce diventa sempre più luminosa. Quella luce che, in realtà, è la nostra fede in Gesù Cristo. E noi possiamo diventare quel messaggio di speranza, per promuovere pace e unità nel mondo intero.

Tutti viviamo con tante domande nel nostro cuore. Sant’Agostino parla così spesso del nostro cuore ‘che non ha posa’ e dice: ‘il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te Signore’. Questa inquietudine non è una cosa negativa, e noi non dovremmo cercare modi per estinguere il fuoco, per eliminare o addirittura anestetizzarci alle tensioni che sentiamo, alle difficoltà che sperimentiamo. Dovremmo piuttosto entrare in contatto con il nostro cuore e riconoscere che Dio può operare nella nostra vita, mediante la nostra vita e, attraverso di noi, raggiungere altre persone”.

Il videomessaggio si conclude con l’invito ad aprirsi all’amore di Dio: “Vorrei quindi invitarvi tutti a prendervi un momento, ad aprire il vostro cuore a Dio, all’amore di Dio, a quella pace che solo il Signore può donarci. A sentire quanto è profondamente bello, quanto è forte, quanto è significativo l’amore di Dio nella nostra vita. E a riconoscere che, sebbene non facciamo nulla per meritarci l’amore di Dio, Dio, nella sua generosità, continua a riversare il suo amore su di noi.

E mentre ci dona il suo amore, ci chiede soltanto di essere generosi e di condividere con gli altri ciò che ci ha donato. Che possiate essere davvero benedetti mentre vi riunite per questa celebrazione. Che l’amore e la pace del Signore scendano su ognuno di voi, sulle vostre famiglie, e che Dio vi benedica tutti, affinché possiate essere sempre fari di speranza, un segno di speranza e di pace nel mondo intero”.

L’amicizia ha tutti i colori del mondo

In ‘Il colore dell’amicizia’, film del 2000 diretto da Kevin Hooks, Piper Dellum, un’adoloscente afro-americana che vive in America, nel 1979 chiede ai suoi genitori di ospitare una studentessa africana  per uno scambio culturale. Suo padre, un membro del Congresso che si batte contro l’apartheid, acconsente e a loro viene assegnata Mahree Bok.

Appena giunta in America, Mahree conosce la famiglia ospitante e sia lei che i Dellum rimangono molto sorpresi: lei non si aspettava che si trattasse di una famiglia afro-americana e loro non si aspettavano che arrivasse una sudafricana bianca.

Mahree è molto confusa e non sa cosa fare. Preconcetti e giudizi affrettati minacciano di rovinare lo scambio prima ancora che incominci. A Mahree infatti è stato insegnato a considerare i neri nel suo paese come inferiori, mentre i Dellum hanno finito per vedere tutti i bianchi sud-africani come oppressori. All’inizio le due si parlano a malapena ma poi, dopo una giornata trascorsa insieme, diventano amiche. Passano le settimane e Piper e Mahree diventano inseparabili.

Tuttavia, un giorno, alcuni uomini bianchi dell’ambasciata sudafricana portano via Mahree dalla casa dei Dellum. La povera ragazza resta sconcertata perché non capisce le ragioni di quest’allontanamento e del forzato rimpatrio. Nonostante chieda ripetutamente delle delucidazioni, nessuno le dà una spiegazione valida. Riceve invece l’ordine di prenotare telefonicamente un volo per il Sudafrica e di partire il prima possibile.

Mentre Mahree si trova all’ambasciata, comincia a seguire un notiziario che parla del suicidio dell’attivista sudafricano di colore Stephen Biko, considerato un criminale dal governo sudafricano.  Nel frattempo, a casa dei Dellum, Piper è molto triste per via della partenza della sua amica e decide di chiamare suo padre per fermarla e farla tornare da loro. Il senatore riesce a far proseguire lo scambio.

Appena tornata dai Delium, Mahree va subito da Piper e le racconta tutto, compreso il notiziario che aveva visto, aggiungendo il dettaglio che Biko era un criminale. Questa informazione le era stata fornita dal padre, molto soddisfatto di averlo arrestato. Piper però ribatte che, in realtà, l’uomo lottava per i diritti della popolazione di colore in modo non-violento. La verità era che la polizia sudafricana lo aveva picchiato a sangue, dichiarando poi che Biko si era suicidato. Fra le due ragazze scoppia un litigio, calmato dall’intervento del senatore Dellum.

Dopo il semestre a casa dei Dellum, Mahree capisce quali sono i diritti dei sudafricani neri. E’ ancora più convinta che la sua migliore amica sudafricana sia Flora, la loro domestica di colore, che aveva nascosto la bandiera dei ribelli trovata dal fratellino di Mahree in modo da non farlo sgridare dai genitori. Così, appena tornata a casa, Mahree le mostra quella stessa bandiera cucita dentro la sua giacca e poi libera l’uccellino che suo fratello aveva catturato e messo in gabbia, perché capisce che la libertà è un diritto importante e deve essere concesso a tutti gli esseri viventi.

Analizzando la trama, si possono riscontrare alcuni temi fondamentali sparsi lungo tutta la storia e ben riassunti nel finale. Essi sono: l’uguaglianza al di là della diversità, l’ascolto aperto alla fiducia, il credo religioso, la libertà, le paure e i pregiudizi.

Flora spiega a Mahree e a suo fratello che gli uccelli tessitori, come quello che lui ha catturato, creano tanti nidi e vivono in comunità senza curarsi dei diversi colori delle loro piume, tra cui anche il nero. Inizialmente, Mahree non comprende la conclusione del discorso, ovvero sarebbe bello che anche gli umani si comportassero così. Grazie allo scambio, scoprirà la verità e sarà proprio lei a raccontarla al senatore.

Durante la permanenza negli Stati Uniti, Mahree accetta di confrontarsi con idee diverse dalle sue, leggendo libri proibiti in Sudafrica in quanto denunciavano i maltrattamenti subiti dai neri e dialogando su questi argomenti con il senatore. Lui ha punti di vista differenti dai suoi, ma riesce a colmare le lacune lasciate dai genitori di lei nella loro versione dei fatti, non sempre corretta.

Durante la festa che la comunità nera del luogo dà in onore del Sudafrica prima della partenza di Mahree alla conclusione dello scambio, il senatore riprende un discorso di Lincoln, nel quale egli auspicava che nel futuro ci fosse la possibilità per ognuno di credere “nel Dio che si è scelto”. Si tratta di un aspetto della libertà individuale, che nel film è strettamente collegata con quello dell’uguaglianza.

Sempre durante quella festa si fa riferimento anche alla libertà dalla paura. Il film mette in luce come molto spesso i timori siano generati dai pregiudizi. E’ bello vedere come la storia riesca a rappresentare i preconcetti di entrambe le parti in causa. Sottolinea efficacemente le lacune che tutti i personaggi hanno a causa delle idee scorrette che si sono fatti col tempo.. Nonostante questo, riescono a superare le paure e le diffidenze, scoprendo le verità che erano state loro nascoste.

In conclusione, qual è il colore dell’amicizia? Tutti i colori del mondo.

(Foto: Disney Plus)

Papa Francesco, il pontefice del popolo che ha cambiato il volto della Chiesa

“In questa maestosa piazza di san Pietro, nella quale papa Francesco tante volte ha celebrato l’Eucarestia e presieduto grandi incontri nel corso di questi 12 anni, siamo raccolti in preghiera attorno alle sue spoglie mortali col cuore triste, ma sorretti dalle certezze della fede, che ci assicura che l’esistenza umana non termina nella tomba, ma nella casa del Padre in una vita di felicità che non conoscerà tramonto”: alla presenza di oltre 250.000 persone, a cui si sono aggiunte altre 150.000 persone lungo il tragitto fino alla basilica di santa Maria Maggiore, luogo in cui è stato sepolto, in piazza san Pietro si è svolta la messa esequiale di papa Francesco, celebrata dal card. Giovanni Battista Re, decano del Sacro Collegio, che lo ha definito un papa con un cuore aperto a tutti.

Fin dall’inizio del suo pontificato la sua scelta è stata quella di essere pastore delle pecore: “Nonostante la sua finale fragilità e sofferenza, papa Francesco ha scelto di percorrere questa via di donazione fino all’ultimo giorno della sua vita terrena. Egli ha seguito le orme del suo Signore, il buon Pastore, che ha amato le sue pecore fino a dare per loro la sua stessa vita”.

Al francescano p. Fabio Nardelli, docente alla Pontificia Università Lateranense, alla Pontificia Università Antonianum di Roma ed all’Istituto Teologico di Assisi, abbiamo chiesto di sintetizzare il messaggio che papa Francesco ha lasciato al popolo cristiano: “Guardando al Pontificato di Francesco e, in particolare, agli ultimi mesi di vita, il segno più eloquente che lascia in eredità all’umanità è quello dell’esserci, della sua presenza anche nella sofferenza e nella malattia: visitando, incontrando, accogliendo e soprattutto ‘facendosi prossimo’, anche in quell’ultimo saluto ai fedeli in piazza san Pietro nel giorno di Pasqua. L’esserci ‘fino alla fine’, testimoniando il Vangelo, è segno di una vita appassionata e donata, che rimane la parola più credibile ed efficace”.

‘Iniziamo oggi un nuovo ciclo di catechesi, dedicato a un tema urgente e decisivo per la vita cristiana: la passione per l’evangelizzazione, cioè lo zelo apostolico. Si tratta di una dimensione vitale per la Chiesa: la comunità dei discepoli di Gesù nasce infatti apostolica, nasce missionaria, non proselitista e dall’inizio dovevamo distinguere questo: essere missionario, essere apostolico, evangelizzare non è lo stesso di fare proselitismo, niente a che vedere una cosa con l’altra. Si tratta di una dimensione vitale per la Chiesa, la comunità dei discepoli di Gesù nasce apostolica e missionaria’: così papa Francesco apriva la catechesi dell’udienza generale di mercoledì 11 gennaio 2023. Per quale motivo aveva una tensione missionaria?

“L’esperienza pastorale vissuta in America Latina è stata chiaramente molto determinante, in quanto ha sperimentato in maniera incisiva cosa significhi vivere ‘in mezzo’ al popolo e testimoniando l’amore del Padre che non abbandona nessuno dei suoi figli. Nel suo pontificato ha più volte rilanciato non una ‘metodologia’ missionaria, ma la chiamata a un’esistenza missionaria che è per ‘tutti’ indistintamente, in quanto battezzati e perciò discepoli-missionari”.

‘Il suo cuore aperto ci precede e ci aspetta senza condizioni, senza pretendere alcun requisito previo per poterci amare e per offrirci la sua amicizia: Egli ci ha amati per primo… Per esprimere l’amore di Gesù si usa spesso il simbolo del cuore. Alcuni si domandano se esso abbia un significato tuttora valido. Ma quando siamo tentati di navigare in superficie, di vivere di corsa senza sapere alla fine perché, di diventare consumisti insaziabili e schiavi degli ingranaggi di un mercato a cui non interessa il senso della nostra esistenza, abbiamo bisogno di recuperare l’importanza del cuore’: così si apriva la sua ultima enciclica sull’amore umano e divino di Gesù: ‘Dilexit nos’. Per quale motivo egli ha invitato i cristiani ad essere ‘devoti’ al cuore di Gesù?

“Papa Francesco nella sua ultima enciclica ‘Dilexit nos’parla dell’amore personale del Cristo che viene incontro ad ogni uomo e che riconosce tutti come ‘amici’, non pretendendo alcun requisito. Con questa riflessione ha voluto rilanciare l’amore ‘cristoconformante’, riportandoci alla sorgente dell’amore divino e umano; ed è nel Cuore di Cristo, che ciascuno può riconoscere se stesso e imparare ad amare”.

Nell’enciclica ‘Fratelli tutti’ papa Francesco ha avvertito la necessità di proporre lo stile ‘fraterno’ che san Francesco d’Assisi ha indicato a chi aveva scelto di seguirlo: ‘Fratelli tutti, scriveva san Francesco d’Assisi per rivolgersi a tutti i fratelli e le sorelle e proporre loro una forma di vita dal sapore di Vangelo… Con queste poche e semplici parole ha spiegato l’essenziale di una fraternità aperta, che permette di riconoscere, apprezzare e amare ogni persona al di là della vicinanza fisica, al di là del luogo del mondo dove è nata o dove abita’. Quanto è stato importante il suo magistero sull’amicizia sociale?

“L’opzione preferenziale per i poveri non ha costituito una semplice scelta di pastorale sociale, ma è stata posta quale esigenza indispensabile del cammino di evangelizzazione di tutta la Chiesa. Secondo papa Francesco l’impegno sociale non ha un fondamento esclusivamente sociologico ma in primiscristologico in quanto non nasce da imposizioni esterne ma dal mandato missionario di Gesù. L’attenzione alla dimensione sociale dell’evangelizzazione è stata vissuta come un’obbedienza fedele al principio evangelico e al vero significato della missione, secondo cui ogni discepolo è inviato ad annunciare la salvezza opera da Gesù Cristo morto e risorto”.

Quindi, pur apportando novità all’interno della Chiesa, non ha mai ‘tradito’ la dottrina?

“Il pontificato di papa Francesco è stata una grande ‘provocazione’ per coloro che non attendevano più la sorpresa di Dio. Il suo insegnamento può essere considerato, a ragione, un punto di svolta per la Chiesa: in obbedienza alla Scrittura, in continuità con la Tradizione e il Magistero ed, in ascolto dei ‘segni dei tempi’, ha orientato la barca della Chiesa verso prospettive sempre nuove ed aperte all’energia vitale del Vangelo. Guardando agli anni del suo pontificato, si può affermare che, in continuità con il Concilio Vaticano II, egli ha riaffermato l’urgenza missionaria, che è per ‘tutti’! Davvero si può definire il papa del popolo che ha cambiato il volto della Chiesa”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Francesco, maestro di amicizia

In questi momenti di dolore riprendiamo la testimonianza del vicario ausiliare dell’Opus Dei che da una frequentazione personale con il Santo Padre riporta alcuni aneddoti confidando che possano servire per imparare la ‘catechesi’ di Jorge Mario Bergoglio (1936-2025) sull’amicizia.***

Una delle grazie che apprezzo di più nella mia vita sono i gesti di amicizia che Papa Francesco mi ha regalato, in un insolito mix di vicinanza paterna e buonumore tipicamente argentino. L’ho conosciuto nel lontano 2000, nella curia dell’arcidiocesi di Buenos Aires, ma posso dire che la nostra amicizia sia iniziata davvero in occasione dell’assemblea di Aparecida nel 2007.

I ricordi di questa nostra amicizia sono accuratamente custoditi nella mia memoria. Nei momenti di dolore che seguono alla sua morte, scrivo la mia testimonianza sul Santo Padre confidando che tutti noi possiamo imparare, anche attraverso gli aneddoti che riporterò, la catechesi di Francesco sull’amicizia. Inizierò a raccontarli a partire dalle lettere che ho ricevuto negli anni, tutte scritte di suo pugno. Per evitare di essere indiscreto, citerò soltanto le più significative di queste lettere. Esse rivelano alcune caratteristiche della personalità del Papa come la gratitudine, il buon umore – con il tocco ironico tipico della sua città natale, Buenos Aires -, la vicinanza e la fiducia nella preghiera.

Quando era ancora cardinale di Buenos Aires, mi scrisse diverse lettere – sempre accompagnate, all’interno della busta, da alcuni santini della Madonna ‘che scioglie i nodi’, di San Giuseppe e di Santa Teresa di Lisieux – per ringraziarmi di avergli inviato dei libri o trasmesso alcune informazioni sulle attività apostoliche dell’Opus Dei nella capitale argentina.

In un’occasione particolare, ricordo che gli inviai un libro che conteneva alcune sue citazioni da discorsi e omelie. Nella sua lettera del 22 ottobre 2010, oltre a ringraziarmi per questo volume, reagì così al fatto di esser stato citato: «Per quanto riguarda le citazioni nelle conclusioni, sono già evidentemente un passo avanti verso quel momento in cui sarò “citato” negli Avvisi funebri de La Nación» (il giornale caratteristico argentino conosciuto per la pubblicazione degli ‘avvisi mortuari’).

Dopo la sua elezione a Romano Pontefice, la mia sorpresa è stata grande quando, in ben quattro occasioni in un anno, ho ricevuto una busta dalla nunziatura contenente un’altra busta più piccola scritta da Francesco in risposta alle mie lettere, sulle quali aveva persino messo il codice postale della casa in cui abito. Nella lettera del 6 giugno 2013 mi incoraggiava ad evangelizzare ‘in questo momento in cui le acque finalmente si stanno muovendo. Benedetto sia Dio’.

Quando a Buenos Aires sono riuscito per la prima volta a dargli del ‘tu’, assicurandogli che da quella volta in poi mi sarei rivolto a lui in questo modo amichevole, visto che nel frattempo era divenuto il Vicario di Cristo, Francesco ha commentato: ‘Mi ha divertito che tu abbia finalmente iniziato ad essere confidenziale… ti abituerai (del resto sono stato declassato: prima ero un cardinale, ora un semplice vescovo)’. Poiché la lettera si riferiva all’anniversario della mia ordinazione sacerdotale, il Papa sottolineò: ‘Sei sacerdote da 22 anni. È impressionante come il tempo passi. Io lo sono dal doppio del tempo e mi sembra ieri’. La richiesta di preghiere non mancava mai nelle sue lettere: ‘Ti chiedo, per favore, di continuare a pregare e a far pregare per me’.

La missiva successiva che ricevetti fu per ringraziarmi di un libro che avevo scritto su di lui e che un amico gli aveva inviato. Il 4 luglio, il Papa commentò che questo amico gli aveva portato ‘il libro che hai osato scrivere su di me. Che faccia tosta! Mi riprometto di leggerlo e sono già convinto che troverai nei miei scritti categorie metafisiche e ontologiche che sicuramente non mi sono mai venute in mente. Sono sicuro che mi divertirò. Sono anche sicuro che la tua penna farà del bene alle persone. Ti ringrazio molto’. Ed, ancora, alla fine, sempre la richiesta di preghiere: ‘Per favore, non dimenticare di pregare e far pregare per me. Che Gesù ti benedica e la Vergine Santa vegli su di te’.

Alla fine del 2014 mi sono trasferito dall’Argentina a Roma. L’anno successivo gli ho inviato un libro sui grandi scrittori russi. L’ammirazione del Papa per questi classici e, in particolare, per Dostoevskij, è ben nota. Commentando il libro e la ricchezza della letteratura russa, il 3 dicembre 2016 mi ha scritto: ‘Alla base c’è quella frase programmatica (non ricordo di chi), nihil humanum a me alienum puto (nulla che sia umano mi è estraneo), o l’esperienza del pagano più cristiano, Virgilio, sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt (La storia è lacrime, e l’umano soffrire commuove la mente)’. Allo stesso tempo, mi ha incoraggiato a continuare a scrivere sui classici della letteratura come mezzo efficace per evangelizzare.

In occasione di un messaggio in cui gli comunicavo che sarei andato in Ecuador, mi rispose per posta, il 3 febbraio 2022: ‘Buon viaggio in Ecuador. Salutami la Dolorosa del Colegio San Gabriel di Quito. Ogni giorno le rivolgo una preghiera’. Il Papa si riferiva a un’immagine miracolosa in una scuola gestita dai gesuiti nella capitale ecuadoriana. Ho esaudito il suo desiderio, pregando per qualche minuto per le sue intenzioni davanti all’immagine, insieme alla comunità religiosa della scuola.

L’ultima lettera che ho è datata 4 agosto 2024. Il Papa aveva pubblicato un documento sull’importanza della letteratura nella formazione degli operatori pastorali. Mi trovavo in Camerun e, quando ho letto questo documento, mi sono emozionato e gli ho inviato un messaggio tramite il suo segretario. La risposta è stata immediata: ‘Grazie per la tua e-mail. Grazie per il tuo incoraggiamento. Alcuni vescovi italiani mi hanno chiesto di fare qualcosa per la formazione umanistica dei futuri sacerdoti… e ho riesumato questi appunti che avevo scritto molto tempo fa. In questo non sei il mio ‘maestro’ con i tuoi libri. Il Camerun ha una buona squadra di calcio. Io prego per voi. Ti prego di fare lo stesso per me. Che Gesù ti benedica e la Santa Vergine vegli su di te. Fraternamente. Francesco’.

Anche le telefonate al cellulare mi hanno lasciato un ricordo indelebile della sua amicizia. Da un incontro personale nel 2016, in occasione del mio compleanno, ha iniziato a chiamarmi ogni anno per farmi gli auguri. Proprio nel 2017 mi ha chiamato mentre stavo celebrando la Santa Messa. Mi sono imbattuto in un messaggio audio, in cui mi salutava per il mio compleanno, mi assicurava le sue preghiere, mi chiedeva di pregare per lui e aggiungeva che, se avesse potuto, mi avrebbe chiamato quel pomeriggio.

Alle ore 15 circa stavo ricevendo una persona quando il cellulare ha squillato. Quando l’ho tirato fuori dalla tasca, la chiamata si è interrotta, ma ho visto che era lui. Mi sono quindi messo in contatto con il suo segretario, per dirgli che ero commosso dal fatto che il Papa avesse cercato di mettersi in contatto con me per la seconda volta. Gli ho detto di trasmettere i miei ringraziamenti e le mie preghiere per lui. Nel giro di cinque minuti, il Papa mi stava chiamando per la terza volta! Non appena ho alzato la cornetta, ha esclamato: ‘Com’è difficile parlare con te!’

Un anno dopo, ammetto che mi aspettavo già i saluti del Papa. Mi chiamò solo il giorno seguente. Incredibilmente, mi spiegò come se dovesse giustificarsi che mi aveva avuto nei suoi pensieri per tutta la giornata, ma non aveva avuto il tempo fisico di salutarmi. Alla fine del 2019 e nei primi mesi del 2020 ho avuto frequenti contatti con il Papa, esprimendogli la mia vicinanza. A novembre gli ho comunicato, tramite il suo segretario, che mia madre si era rotta l’anca.

Ho chiesto la sua preghiera e la sua benedizione per mia madre. Sono rimasto sorpreso nel vedere il mio cellulare squillare dieci minuti dopo aver inviato l’e-mail. Era il Papa. Mi chiese quanti anni aveva mia madre, come si chiamava e aggiunse che mi stava inviando la sua benedizione e che avrebbe vegliato su di lei. Grazie a Dio, l’operazione subita da lei subìta è andata bene e l’ho comunicato a Francesco in una lettera che, ancora una volta, ha ricevuto una risposta scritta immediata.

Poco dopo ho avuto una dermatite complicata. Mi sono sfogato in una lettera, dicendogli che offrivo il mio disagio per lui e per la Chiesa. Mi chiamò il giorno dopo. Con una singolare ironia tipica della sua città natale Buenos Aires, mi chiese come avevo chiamato la malattia. Risposi: ‘Dermatite’. ‘No – rispose -, è scabbia’, cercando di aggiungere un tocco di umorismo alla dolorosa situazione. Si interessò subito al mio stato di salute e mi ringraziò sinceramente per avergli offerto le sofferenze causate dalla mia malattia.

Passarono alcune settimane e ricevetti una notizia dolorosa: uno dei miei migliori amici fin dagli anni della scuola elementare, un sacerdote dell’Opus Dei, era morto vittima del COVID. Ancora una volta ho condiviso la mia sofferenza con il Papa, perché Francesco conosceva molto bene questo sacerdote, appartenente a una famiglia sua amica. Poco dopo mi chiamò per consolarmi: ‘Non preoccuparti, Pedro era un santo e sarà in Paradiso’. Gli dissi che, appresa la notizia, avevo pianto come un bambino. Con grande affetto, mi confidò che quelle lacrime erano molto salutari e che il Regno dei Cieli appartiene ai bambini. Mi chiese anche come andava la ‘scabbia’.

La serie di contatti fra di noi continuò: compleanni, ringraziamenti per l’invio di libri etc. Una volta volle persino sapere se avevo il numero di telefono di un amico comune. Tipiche cose da amici. Pensando a quelle telefonate, sono giunto alla conclusione che, a parte il Prelato dell’Opus Dei e i miei fratelli dell’Opera che vivono a casa con me, oltre naturalmente alla mia famiglia in Argentina, solo Francesco ha condiviso con tale intensità la mia preoccupazione per mia madre, per la mia ‘dermatite’, il dolore per la morte di un amico e la gioia dei compleanni. Molti erano presenti in una o l’altra di queste circostanze, ma solo lui era presente in tutte. E, ovviamente, non era il meno impegnato dei miei amici…

Se mi sono indotto a raccontare queste cose, è perché sono consapevole che il mio caso non è affatto unico. Ore e ore del suo pontificato – della sua vita – sono state spese in questo tipo di gesti e conversazioni, di vicinanza e amicizia. In occasioni difficili e in occasioni gioiose, sempre con buon umore e fiducia nella preghiera. In questo momento di dolore, il ricordo del Papa è quello di un amico che c’è stato sempre, che ha vissuto con me tutte le mie più significative esperienze e che lo ha fatto predicando incessantemente in tutto il mondo.

Articolo comparso con il titolo ‘Francisco, maestro de amistad’ sulla testata spagnola ‘Omnes’ del 23 aprile 2025: https://www.omnesmag.com/firmas/francisco-maestro-de-amistad/.

Dormitorio di Brescia: luogo in cui ‘sentirsi a casa’

Qui la Società San Vincenzo De Paoli accoglie persone in difficoltà. Immaginiamo di vivere un’esistenza che ha il suo inizio ma non sa dove poter finire, porre riposo, ristorarsi, incontrarsi. Pensiamo a una vita mozzata di una parte del suo tutto, la casa, fondamento imprescindibile per la costruzione di un’esistenza degna di essere chiamata tale. Saremmo spogliati di un posto prezioso, sicuro dove racchiudere gran parte del nostro tempo, i nostri ricordi. Dove intessere relazioni, gestire paure e vivere esperienze. Un luogo in cui poter tornare, trovare rifugio, sentirsi protetti.

Casa. Vivremmo in uno stato di interminabile affanno, senza riferimenti, nella perenne attesa di un posto in cui far dimorare il nostro essere e lasciar riposare la mente. Non bastano poche parole per rendere, anche solo lontanamente, quel che provano coloro che non hanno una dimora. E non per scelta, ma per una serie di eventi di rottura come sfratti, tossicodipendenze, perdita del lavoro che impoveriscano la persona a tal punto da farle preferire l’isolamento e l’emarginazione. Il ritiro dal mondo anche attraverso scelte di estremo pericolo e disagio, come la vita per strada.

Si vive una condizione da cui diventa difficile staccarsi. Perché si tocca il fondo. E da lì è quasi impossibile uscire. C’è bisogno di un aiuto a cui aggrapparsi per poter ripartire e riprendere lentamente in mano la vita. A volte basta un gesto, una parola, un luogo per ritrovare sé stessi. E c’è da dire che capita, come racconta Dante: “Ho conosciuto il Dormitorio San Vincenzo De Paoli di Brescia grazie a un invito”.

Dante aveva perso la casa, il lavoro, gli affetti. Da un giorno all’altro è rimasto senza nulla: “Negli anni ho avuto problemi di droga. Mi sono sentito perso”. Sono anni che Dante vive nel Dormitorio. Oggi ha superato i 60 anni e inizia a sorridere un po’. Ad assaporare qualcosa di bello e anche di buono: “Ho preso 15 chili da quando sono ospite della struttura. Gigliola, la nostra cuoca, è bravissima”.

Il Dormitorio non è solo un luogo dove trovare un pasto caldo e un letto; è una vera casa, dove si ritrova calore umano, rispetto e dignità. Qui ogni giorno molte persone ricevono non solo accoglienza materiale, ma anche ascolto e supporto. Educatori e volontari, con dedizione e pazienza, lavorano per aiutare gli ospiti a riflettere sulle loro esperienze e a ricostruire una vita che spesso è stata spezzata da eventi drammatici.

Nascono nel tempo legami forti con chi li accoglie ma anche tra gli ospiti, come quello tra Dante e Mariarosa, 60enne, con un passato da clochard: “Abbiamo legato sin da subito, chi ci separa più!” afferma la donna e aggiunge: “Sarei disposta anche a sposarlo” e scherzando avanza la proposta guardando il ‘suo’ Dante: ‘Vuoi sposarmi?’ Il Dormitorio è anche questo, un posto in cui nascono amicizie che sfiorano sentimenti alti, come quelli di un ‘sì è per sempre’. Un apposito regolamento permette la buona gestione dell’accoglienza con orari precisi che regolano i tempi all’interno della struttura.  

Vi sono circa 50 volontari che offrono sostegno per la distribuzione della cena, l’aiuto in cucina, la presenza notturna di sorveglianza affiancati dall’operatore, la lavanderia e il deposito bagagli.

Questo microcosmo, grazie al lavoro costante di educatori e volontari, consente anche di riacquisire il concetto di sacrificio e quel senso di utilità che ti fa sentire parte attiva del mondo. Dante, insieme ad altri, partecipa al progetto “Un orto pazzesco” all’interno dello spazio verde di OspitiAmo-Case di Accoglienza San Vincenzo, in cui può dedicarsi alla cura della terra e apprezzare la fatica quotidiana come mezzo da cui trarre beneficio e soddisfazione.

L’Associazione Dormitorio San Vincenzo, nata nel 1994 come emanazione della Società di San Vincenzo De Paoli, offre anche momenti di incontro, serenità e condivisione: “Per la prima volta nella mia vita sono andata in vacanza”, racconta Mariarosa. “Siamo stati per alcuni giorni a Ponte di Legno. Abbiamo fatto lunghe passeggiate. Sono stata veramente bene!” Ogni anno, durante l’estate, vengono organizzati dei pellegrinaggi per offrire agli ospiti momenti di comunione, di dialogo, di condivisione e di svago.

Il proposito dell’Associazione è di attuare azioni che, oltre all’assistenza concreta, offrano un percorso di reinserimento sociale che restituisca alla persona dignità e autonomia. Al termine del nostro dialogo abbiamo chiesto a Dante se avesse un sogno nel cassetto. Ha risposto: “Spero di avere sopra la testa un tetto dove poter vivere con la mia mamma” sorride e conclude con gli occhi lucidi: “Una casa tutta nostra…!” La donna, oggi 80enne, non ha una dimora e vive in un’altra struttura.

L’Associazione Dormitorio San Vincenzo ogni giorno accoglie 150 persone anche attraverso la gestione di altri servizi: il Dormitorio maschile San Vincenzo e Duomo Room, le Case di accoglienza ‘San Vincenzo’ femminile e maschile, 15 appartamenti destinati all’housing sociale, un appartamento di housing first e una villetta a Castenedolo. Il sostegno è rivolto a uomini e donne o senza dimora che vivono situazioni difficili e storie complesse, connotate dall’abbandono, dalla dipendenza, dalla disgregazione dei legami familiari e dalla solitudine. La Società di San Vincenzo De Paoli opera a Brescia dal 1858.

Il costante servizio a sostegno del prossimo ha consentito di accrescere l’operato sul territorio grazie all’apertura del Dormitorio San Vincenzo 125 anni fa, era il Natale del 1899, alla nascita del Consiglio Centrale che con 31 Conferenze attive opera nelle province di Brescia e di Mantova  fornendo aiuto concreto a chi si trova in difficoltà tra poveri, emarginati e persone sole, e alla gestione operativa dell’Associazione Dormitorio San Vincenzo finalizzata all’accoglienza delle persone emarginate e senza dimora.

(Foto: Società San Vincenzo de’ Paoli)

Persone comuni, in Tv, per donare speranza

Storie di persone comuni, che nel loro quotidiano di essere coniugi, genitori, nonni, lavoratori, con semplicità raccontano la loro vita come è cambiata vivendo le Verità dei volumi di – Libro di Cielo- vergati da Luisa Piccarreta. Storie anche di religiosi, suore e sacerdoti della comunità Fiat! Totus Tuus che spiegano queste nuove esagerazioni d’amore di Gesù, contenute nei volumi di -Libro di Cielo- e inquadrano la figura della mistica Luisa Piccarreta e delle loro vite donate per fare conoscere la Divina Volontà.

Esistenze che si ‘fondono’ in una fede profonda che vengono narrate in una nuova trasmissione Tv dal titolo ‘Verità di Cielo’ a cura dei Piccoli Figli di Palermo, condotta dal giornalista Riccardo Rossi su Maria Vision Italia, su canale 255, giovedì 6 marzo alle ore 19.30. Una trasmissione Tv che ha come spunto le parole di papa Francesco della 59^ giornata mondiale delle comunicazioni sociali:

“Una comunicazione che sappia renderci compagni di strada di tanti fratelli e sorelle, che riaccenda in loro la speranza in un tempo così travagliato. Che parli al cuore suscitando non reazioni passionali di chiusura e di rabbia ma atteggiamenti di apertura e amicizia; capace di puntare sulla bellezza e sulla speranza anche nelle situazioni più disperate”.

“Una trasmissione in Tv – dice Riccardo Rossi- per fare capire che non occorre fare le grandi cose, essere potenti, famosi, ma vivere pienamente e nella fede la realtà della propria famiglia, del proprio lavoro anche se molto umile”.

“Oh, se tutti capissero che solo la mia Divina Volontà sa fare le cose grandi, ed ancorché fossero piccole e insignificanti, oh, come sarebbero tutti contenti, e ciascuno amerebbe il posticino, l’ufficio in cui Dio l’ha messo! Ma come si fanno padroneggiare dall’umano volere, vorrebbero dare di loro, fare azioni grandi che non possono fare, perciò sono sempre scontenti della condizione o posto in cui la divina Provvidenza li ha messi per loro bene (parla Gesù nel Volume 33 – Libro di Cielo- 4 ottobre, 1935)”.

Il genocidio rwandese nel racconto di Gianrenato Riccioni

“Il genocidio in Rwanda era iniziato il 6 aprile, il giorno stesso in cui era stato abbattuto l’aereo dell’allora presidente Habyarimana… Era stato tutto premeditato, addirittura dalla Cina erano stati importati centinaia di migliaia di machete, arma rudimentale e feroce, ma anche economica… A dare inizio alla carneficina fu la radio nazionale, che incitò a seviziare e uccidere ‘gli scarafaggi Tutsi’. In questo contesto, immagina un manipolo di volontari, armati solo di tanta fede e di speranza, che accettavano di entrare in Rwanda per riportare una goccia di umanità in quell’oceano di male. Avevo 38 anni, e tanta paura, ma dissi di sì e reclutai chi mi potesse seguire”:

così inizia il colloquio con il dott. Gianrenato Riccioni, medico anestesista e rianimatore all’ospedale di Macerata, ora in pensione, che con la moglie Letizia, insegnante (genitori di tre bambini), decise al termine degli anni ’80 di partire come responsabile dei progetti di Avsi, organizzazione non governativa cattolica presente in 38 Paesi, per  l’Uganda.

Ed il ricordo resta ancora indelebile: “Non era una normale guerra, in Rwanda, era l’inferno. Quelli che fino a poco prima erano stati amici, parenti, addirittura sposi, ora venivano massacrati senza distinzione, con machete, bastoni chiodati, martelli. Perfino le chiese dove i Tutsi si erano rifugiati per sfuggire agli Hutu avevano le pareti rosse di sangue, sembravano dipinte. In quel delirio ero stato chiamato a organizzare in qualche modo una presenza di pace e di ricostruzione… L’estate del 1994, trent’anni fa, segnò indelebilmente la mia vita”.

Allora incominciamo dall’inizio: per quale motivo in quel tempo avete scelto di partire per l’Uganda?

“Il 29 settembre 1984, in un’udienza per i 30 anni del movimento di Comunione e Liberazione, papa san Giovanni Paolo II disse: ‘Andate in tutto il mondo è ciò che Cristo ha detto ai suoi discepoli. Ed io ripeto a voi: Andate in tutto il mondo a portare la verità, la bellezza, la pace, che si incontrano in Cristo Redentore’. Poi, nel 1985 incontrai il dott. Enrico Guffanti che aveva vissuto 4 anni in Uganda. Io e Maria Letizia, che era diventata mia moglie pochi mesi prima, fummo molto colpiti dalla sua testimonianza. Si percepiva, un’umanità, un’intensità di vita ed una gioia assolutamente desiderabili: diventammo amici”.

E quale è stato il contatto con l’Avsi?

“L’amicizia crebbe e agli inizi del 1986 offrimmo la nostra disponibilità, di medico e di insegnante, per la missione. Enrico ci presentò il dott. Arturo Alberti che, nel 1972, aveva fondato l’Avsi, una ONG nata per sostenere chi partiva per la missione”.

Quando siete partiti eravate consapevoli di ciò che stava per succedere?

“Certamente consapevoli di una realtà totalmente altro da ciò a cui eravamo abituati. Ma l’idea della guerra con le sue atrocità, anche se sapevamo dell’instabilità socio politica di quelle zone, non era nei nostri pensieri. Partimmo quindi per l’Uganda: era il 1987. Fummo mandati nel nord del Paese, a Kitgum. Incontrammo i missionari comboniani, uomini con cui nacque una compagnia stringente, che privilegio averli conosciuti.  

Dopo un primo periodo scoppiò la guerra, che forse in quella terra così martoriata non era mai terminata. Centinaia di cadaveri accatastati ovunque. Ci battemmo per ottenere il diritto a curare tutti i feriti senza distinzione, amici o nemici. Alla fine delle ostilità ci chiesero di andare ad Hoima,  nel sud ovest dell’Uganda. Eravamo fra i primi bianchi ad entrare nel triangolo di Luweero, territorio famoso per le atrocità avvenute fino a tutto il 1986”.

E come avete vissuto il genocidio che stava avvenendo in Rwanda?

“Nel 1994, quando scoppiò il genocidio, l’ambasciatore ci chiese di valutare, come cooperazione italiana, una disponibilità a promuovere un progetto di emergenza in Rwanda. Tornando a casa ne parlai subito con Maria Letizia. Dissi: ‘Ma io non ci penso nemmeno. Troppo pericoloso, per me e per i miei volontari!’ Ma padre Tiboni, un nostro carissimo amico missionario comboniano, mi invitò invece a considerare la possibilità di iniziare una presenza in Rwanda.

Disse che negli anni era nata un’amicizia con moltissimi ugandesi di origine hutu e tutsi. Cresciuti in Uganda desideravano tornare a casa e lui aveva a cuore queste persone. Mi chiese proprio di accettare, chiese il ‘miracolo’. Accettai, poi la realtà si sarebbe rivelata molto più drammatica di quanto avessi temuto. In quei 100 giorni più di 800.000 persone vennero uccise all’arma bianca”.

In tale situazione avete incontrato il console in Rwanda, Pierantonio Costa: “Mi portò a vedere ciò che stava accadendo, affinché io potessi costruire un progetto fattibile di presenza. Il console Costa mi condusse fuori Kigali nelle baracche di fango sulle colline, dove si erano rifugiati i Tutsi, e là dentro vidi i sopravvissuti amputati col machete, gli occhi impazziti di orrore. Soprattutto però mi impressionò l’orfanotrofio dei padri Rogazionisti a Nyanza: lì erano stati raccolti 800 bambini tutti dai 2 anni in su, perché sotto i 2 anni erano morti, uccisi o dagli Hutu o dalla diarrea. Erano hutu e tutsi insieme, chi morente, chi senza più gli arti, terrorizzati per ciò che avevano visto.

Molti erano scappati ai loro stessi parenti (zii, cugini, persino padri e fratelli) componenti di quel 40% di famiglie miste hutu e tutsi che avevano preso a massacrarsi. Costa era andato a Nyanza per portare in salvo i padri Rogazionisti, tra i quali padre Tiziano Pegorari cui gli Hutu avevano promesso la decapitazione, ma questi non se ne volevano andare. Per salvare gli 800 bambini dalla strage il console Costa circondò l’orfanotrofio con bandiere italiane e la scritta ‘Consolato d’Italia’. Funzionò e salvò le vite di questi bambini”.

Quindi cosa significò salvare la vita dei bambini?

“Significò accogliere i bisogni del bambino traumatizzato che poi sono i bisogni del bambino in qualsiasi momento della vita: essere ascoltato, essere accolto in quello che si è vissuto e si vive e aver qualcuno da guardare e da seguire. I bambini portavano i segni di quei mesi terribili: amputazioni, ferite agli arti e/o in testa, alcuni erano rimasti settimane appollaiati sugli alberi, molti non parlavano più.

Ad Avsi venne affidato l’orfanatrofio di Nyanza dove c’erano circa 800 bambini hutu e tutsi. Visitando la struttura con padre Tiziano, che ci affidò la realtà, chiesi: ‘Si, ma dove sono i bambini?’ e lui: ‘Ma sono qua!’  Entrai nelle camerate ed erano tutti lì, 800 bambini in un silenzio irreale. Il gruppo di volontari AVSI era formato da personale italiano, belga e ugandese di origine hutu e tutsi. Iniziarono i primi progetti di sostegno ai bambini traumatizzati dalla guerra e, contemporaneamente, anche un’attività di ricerca per rintracciare le famiglie originarie. Più di 500 bambini ritrovarono le loro famiglie”.

A distanza di 30 anni quale ricordo conservate di quella missione?

“Il volto e i nomi di questi amici hutu e tutsi che furono e sono la più grande testimonianza di speranza per quei bambini. La nostra esperienza si riassume bene con una espressione che stava a cuore a p. Tiboni ed a tutti noi: ‘E’ nata una nuova tribù … la tribù di Gesù Cristo e questa è la speranza per noi e per questo popolo’. Qualcuno di noi ebbe a dire: ‘Il clima di amicizia e di unità che la gente vede tra noi meraviglia tutti, e a volte meraviglia anche noi stessi’. La presenza di personale ugandese di origine hutu e tutsi, italiano, belga è stato segno tangibile e prezioso di una novità dentro la tragedia: questo amore, fuori da ogni logica umana e previsione, capace di generare speranza”.

(Tratto da Aci Stampa)

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