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A Dili papa Francesco invita a diffondere il profumo dell’amore di Dio
Dopo l’incontro con le autorità oggi papa Francesco ha aperto la giornata incontrando i bambini affetti da gravi malattie nella ‘Casa Irmãs Alma’ che garantisce cure e assistenza a minori, indicando l’esempio di Silvano, 7 anni, affetto da una malattia neuro-degenerativa: ‘Ci insegna a lasciarsi curare’, secondo l’ammonimento di Gesù:
“Quando Gesù parla del Giudizio finale, dice ad alcuni: ‘Venite con me’. Ma non dice: ‘Venite con me perché siete stati battezzati, perché siete stati cresimati, perché siete stati sposati in Chiesa, perché non hanno mentito, perché non hanno rubato…’. No! Dice: Venite con me perché mi vi siete presi cura di me. Vi siete presi cura di me’”.
L’amore ‘è quello che si trova qui’, ha sottolineato il papa nel breve discorso, preceduto dal saluto della superiora suor Gertrudis Bidi, nella sala dedicata a san Vincenzo de Paoli: “Senza amore, questo non si capisce. Non possiamo comprendere l’amore di Gesù se non iniziamo a praticare l’amore. Condividere la vita con le persone più bisognose è un programma, il vostro programma, è il programma di ogni cristiano… Sono loro che insegnano a noi come dobbiamo lasciarci accudire da Dio. Lasciarci accudire da Dio e non da tante idee o progetti o capricci. Lasciarci accudire da Dio. E loro sono i nostri maestri. Grazie a voi per questo”.
Infine ha preso a sé Silvano, un bambino focomelico: “Sto guardando questo bambino: come si chiama? Cosa ci insegna Silvano? Ci insegna a prenderci cura: prendendoci cura di lui, impariamo a prenderci cura. E se guardiamo il suo volto, è tranquillo, sereno, dorme in pace. E così come lui si lascia accudire, anche noi dobbiamo imparare a lasciarci accudire: lasciarci accudire da Dio che ci ama tanto, lasciarci accudire dalla Vergine, che è nostra Madre”.
Ed ha concluso affermando che in questo si manifesta l’amore di Dio: “E Questo io lo chiamo il sacramento dei poveri. Un amore che incoraggia, costruisce e rafforza. E questo è ciò che troviamo qui: l’amore. Senza amore questo non può essere compreso. Ed è così che comprendiamo l’amore di Gesù che ha dato la sua vita per noi. Non possiamo capire l’amore di Gesù se non entriamo nella pratica dell’amore”.
Terminata la visita papa Francesco ha incontrato nella cattedrale di Dili i vescovi, i sacerdoti, i consacrati e le consacrate ed i catechisti e catechiste con l’invito ad essere vicino alla gente per sentirne il profumo: “Una Chiesa che non è capace di arrivare ai confini e che si nasconde nel centro, è una Chiesa molto malata… Significa essere consapevoli del dono ricevuto, ricordarci che il profumo non serve per noi stessi ma per ungere i piedi di Cristo, annunciando il Vangelo e servendo i poveri, significa vigilare su stessi perché la mediocrità e la tiepidezza spirituale sono sempre in agguato”.
Un profumo evangelico che deve essere custodito con cura, perchè “significa essere consapevoli del dono ricevuto, ricordarci che il profumo non serve per noi stessi ma per ungere i piedi di Cristo, annunciando il Vangelo e servendo i poveri, significa vigilare su stessi perché la mediocrità e la tiepidezza spirituale sono sempre in agguato”.
Un profumo che rende necessaria la pacificazione dei conflitti: “Un profumo di riconciliazione e di pace dopo gli anni sofferti della guerra; un profumo di compassione, che aiuti i poveri a rialzarsi e susciti l’impegno per risollevare le sorti economiche e sociali del Paese; un profumo di giustizia contro la corruzione. E, in particolare, il profumo del Vangelo bisogna diffonderlo contro tutto ciò che umilia, deturpa e addirittura distrugge la vita umana, contro quelle piaghe che generano vuoto interiore e sofferenza come l’alcolismo, la violenza, la mancanza di rispetto per la dignità delle donne. Il Vangelo di Gesù ha la forza di trasformare queste realtà oscure e di generare una società nuova”.
Per questo è necessaria un’azione di inculturazione attraverso la Dottrina Sociale della Chiesa: “Se siete una Chiesa che non è capace di inculturare la fede, che non è capace di esprimere la fede nei valori propri di questa terra, sarà una Chiesa eticista e non feconda…
Non trascurate di approfondire la dottrina cristiana, di maturare nella formazione spirituale, catechetica e teologica; perché tutto questo serve ad annunciare il Vangelo nella vostra cultura e, nello stesso tempo, a purificarla da forme e tradizioni arcaiche e talvolta superstiziose. Ci sono tante cose belle nella vostra cultura, penso specialmente alla fede nella risurrezione e nella presenza delle anime dei defunti; però tutto questo va sempre purificato alla luce del Vangelo e della dottrina della Chiesa”.
L’evangelizzazione avviene solo se si riesce ad espandere il profumo dell’Amore: “L’evangelizzazione avviene quando abbiamo il coraggio di ‘rompere’ il vaso che contiene il profumo, rompere il ‘guscio’ che spesso ci chiude in noi stessi e uscire da una religiosità pigra, comoda, vissuta soltanto per un bisogno personale”.
Ed ha ‘assegnato’ ai cristiani del Paese il ‘compito’ di diffondere questo profumo di riconciliazione e di pace: “Un profumo di compassione, che aiuti i poveri a rialzarsi e susciti l’impegno per risollevare le sorti economiche e sociali del Paese; un profumo di giustizia contro la corruzione. State attenti: spesso la corruzione entra nelle nostre comunità, nelle nostre parrocchie.
Ed, in particolare, il profumo del Vangelo bisogna diffonderlo contro tutto ciò che umilia, deturpa e addirittura distrugge la vita umana, contro quelle piaghe che generano vuoto interiore e sofferenza come l’alcolismo, la violenza, la mancanza di rispetto per la dignità delle donne. Il Vangelo di Gesù ha la forza di trasformare queste realtà oscure e di generare una società nuova”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco: Chiesa sia accogliente
“Sono contento di stare qui, in questa bella chiesa salesiana: i salesiani sanno fare bene le cose. Complimenti. Questo è un Santuario diocesano dedicato a Maria Aiuto dei Cristiani: Maria Ausiliatrice (io sono stato battezzato nella parrocchia di Maria Ausiliatrice a Buenos Aires) un titolo tanto caro a san Giovanni Bosco; Maria Helpim, come con affetto la invocate qui. Quando, nel 1844, la Madonna ispirò a don Bosco di costruire a Torino una chiesa in suo onore, gli fece questa promessa: ‘Qui è la mia casa, da qui la mia gloria’.
Maria gli promise che, se avesse avuto il coraggio di cominciare la costruzione di quel Santuario, grandi grazie ne sarebbero seguite. E così è successo: la chiesa è stata costruita, ed è meravigliosa (ma è più bella quella di Buenos Aires!) ed è diventata centro di irradiazione del Vangelo, di formazione dei giovani e di carità, è diventata punto di riferimento per tanta gente”.
Nel santuario di Maria Ausiliatrice, a Port Moresby, oggi papa Francesco ha incontrato, dopo il saluto alle autorità civili, i vescovi della Papua Nuova Guinea e delle Isole Salomone, con i sacerdoti, i diaconi, i consacrati e le consacrate, i seminaristi ed i catechisti, con una riflessione sulla bellezza dell trasmissione della fede con speranza, prendendo spunto dalla costruzione del Santuario:
“I costruttori di questa chiesa hanno iniziato l’impresa facendo un grande atto di fede, che ha portato i suoi frutti, e che però è stato possibile solo grazie a tanti altri inizi coraggiosi, di chi li ha preceduti. I missionari sono arrivati in questo Paese alla metà del XIX secolo e i primi passi del loro lavoro non sono stati facili, anzi alcuni tentativi sono falliti. Ma loro non si sono arresi: con grande fede e con zelo apostolico hanno continuato a predicare il Vangelo e a servire i fratelli, ricominciando molte volte dove non avevano avuto successo, con tanti sacrifici”.
Questa bellezza è avvenuta grazie ai santi: “Ce lo ricordano queste vetrate, attraverso le quali la luce del sole ci sorride nei volti dei Santi e Beati: donne e uomini di ogni provenienza, legati alla storia della vostra comunità: Pietro Chanel, protomartire dell’Oceania, Giovanni Mazzucconi e Pietro To Rot, martiri della Nuova Guinea, e poi Teresa di Calcutta, Giovanni Paolo II, Mary McKillop, Maria Goretti, Laura Vicuña, Zeffirino Namuncurà, Francesco di Sales, Giovanni Bosco, Maria Domenica Mazzarello.
Tutti fratelli e sorelle che, in modi e tempi diversi, cominciando e ricominciando tante volte opere e cammini, hanno contribuito a portare il Vangelo tra voi, con una variopinta ricchezza di carismi, animati dallo stesso Spirito e dalla stessa carità di Cristo… Questa è la nostra vocazione: essere strumenti”.
E’ stato un invito a ‘ripartire’ dalle persone emarginate: “E ancora penso a quelle emarginate e ferite, sia moralmente che fisicamente, dal pregiudizio e dalla superstizione, a volte fino a rischio della vita, come ci hanno ricordato James e suor Lorena. A questi fratelli e sorelle la Chiesa desidera essere particolarmente vicina, perché in loro Gesù è presente in modo speciale, e dove c’è Lui, il nostro capo, ci siamo anche noi, sue membra, appartenenti allo stesso corpo, ‘ben collegato e ben connesso mediante l’aiuto fornito da tutte le giunture’. E per favore, non dimenticatevi: vicinanza, vicinanza!”
Ecco il motivo per cui occorre esserci: “Possiamo vederla simboleggiata nelle conchiglie kina, con cui è ornato il presbiterio di questa chiesa, e che sono segno di prosperità. Esse ci ricordano che qui il tesoro più bello agli occhi del Padre siamo noi, stretti attorno a Gesù, sotto il manto di Maria, spiritualmente uniti a tutti i fratelli e le sorelle che il Signore ci ha affidato e che non possono essere qui, accesi dal desiderio che il mondo intero possa conoscere il Vangelo e condividerne con noi la forza e la luce… La bellezza di esserci, allora, non si sperimenta tanto in occasione dei grandi eventi e nei momenti di successo, quanto piuttosto nella fedeltà e nell’amore con cui ogni giorno ci si impegna a crescere insieme”.
Inoltre ha ribadito l’importanza di crescere nell’evangelizzazione: “In questa Chiesa c’è un’interessante ‘catechesi in immagini’ del passaggio del Mar Rosso, con le figure di Abramo, Isacco e Mosè: i Patriarchi resi fecondi dalla fede, che per aver creduto hanno ricevuto in dono una numerosa discendenza. E questo è un segno importante, perché incoraggia anche noi, oggi, ad avere fiducia nella fecondità del nostro apostolato, continuando a gettare piccoli semi di bene nei solchi del mondo.
Sembrano minuscoli, come un granello di senape, ma se ci fidiamo e non smettiamo di spargerli, per grazia di Dio germoglieranno, daranno un raccolto abbondante e produrranno alberi capaci di accogliere gli uccelli del cielo… Perciò noi continuiamo ad evangelizzare, pazientemente, senza lasciarci scoraggiare da difficoltà e incomprensioni, nemmeno quando queste si presentano là dove meno vorremmo incontrarle: in famiglia, ad esempio, come abbiamo sentito”.
Prima di questo ultimo incontro il papa ha visitato i bambini di ‘Street Ministry’ e di ‘Callan Services’, assistiti dalla ‘Comunità delle Caritas Sisters of Jesus’: “E’ vero, tutti abbiamo dei limiti, delle cose che sappiamo fare meglio, e altre che invece facciamo fatica o non possiamo fare mai, ma non è questo che determina la nostra felicità: piuttosto è l’amore che mettiamo in qualsiasi cosa facciamo, doniamo e riceviamo.
Donare amore, sempre, e accogliere a braccia aperte l’amore che riceviamo dalle persone che ci vogliono bene: è questa la cosa più bella e più importante della nostra vita, in qualsiasi condizione e per qualsiasi persona… anche per il papa, sapete? La nostra gioia non dipende da altro: la nostra gioia dipende dall’amore!”
Nel saluto finale il papa ha invitato i bambini a non perdere di vista i propri obiettivi: “Avete mai visto come si prepara un gatto quando deve fare un bel salto? Prima si concentra e punta tutte le sue forze e i suoi muscoli nella direzione giusta. Magari lo fa in un momento veloce, e non lo notiamo nemmeno, ma lo fa. E così anche noi: concentrare tutte le nostre forze sulla meta, che è l’amore di per Gesù e in Lui per tutti i fratelli e le sorelle che incontriamo sulla nostra strada, e poi con slancio riempire tutto e tutti con il nostro affetto! In questo senso, nessuno di noi è ‘di peso’, come avete detto: tutti siamo doni bellissimi di Dio, un tesoro gli uni per gli altri!”
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco in Indonesia: il dialogo interreligioso per superare le guerre
Ieri, dopo l’atterraggio a Giacarta, papa Francesco si è diretto alla Nunziatura apostolica per incontrare un gruppo di 40 uomini, donne, anziani e bambini assistiti e accompagnati da suore domenicane, Jesuit Refugee Service e Comunità di Sant’Egidio, salutando i presenti e ascoltando le loro storie, tra cui anche quella di una famiglia di profughi dello Sri Lanka e di un rifugiato Rohingya, mentre oggi è iniziata la visita apostolica con il discorso alle autorità dell’Indonesia mettendo in evidenza la correlazione tra i valori fondanti del Paese e il motto di questo viaggio apostolico, ‘fede, fraternità, compassione’:
“Si tratta di un lavoro artigianale affidato a tutti, ma in maniera speciale all’azione svolta dalla politica, quando essa si pone come obiettivo l’armonia, l’equità, il rispetto dei diritti fondamentali dell’essere umano, uno sviluppo sostenibile, la solidarietà e il perseguimento della pace, sia all’interno della società sia con gli altri popoli e Nazioni”.
Prendendo spunto dal motto nazionale papa Francesco ha sottolineato in quale modo l’armonia è raggiunta: “L’armonia nel rispetto delle diversità si raggiunge quando ogni visione particolare tiene conto delle necessità comuni e quando ogni gruppo etnico e confessione religiosa agiscono in spirito di fraternità, perseguendo il nobile fine di servire il bene di tutti. La consapevolezza di partecipare a una storia condivisa, nella quale ciascuno porta il proprio contributo e dove è fondamentale la solidarietà di ogni parte verso il tutto, aiuta a individuare le giuste soluzioni, a evitare l’esasperazione dei contrasti e a trasformare la contrapposizione in fattiva collaborazione”.
Ma per raggiungere l’armonia è necessario un lavoro ‘artigianale’ a cui tutti possono partecipare: “Questo saggio e delicato equilibrio, tra la molteplicità delle culture e delle differenti visioni ideologiche e le ragioni che cementano l’unità, va continuamente difeso da ogni sbilanciamento. Si tratta di un lavoro artigianale, ripeto, un lavoro artigianale affidato a tutti, ma in maniera speciale all’azione svolta dalla politica, quando essa si pone come obiettivo l’armonia, l’equità, il rispetto dei diritti fondamentali dell’essere umano, uno sviluppo sostenibile, la solidarietà e il perseguimento della pace, sia all’interno della società sia con gli altri popoli e Nazioni. E da qui la grandezza della politica. Diceva un saggio che la politica è la forma più alta della carità. E’ bello questo”.
Perciò nel discorso papa Francesco ha messo in guardia dall’uso della fede per fomentare le guerre: “In diverse regioni constatiamo il sorgere di violenti conflitti, che sono spesso il risultato di una mancanza di rispetto reciproco, della volontà intollerante di far prevalere a tutti i costi i propri interessi, la propria posizione, o la propria parziale narrazione storica, anche quando ciò comporta sofferenze senza fine per intere collettività e sfocia in vere e proprie guerre”.
Ed ha sostenuto che il compito della pace è “un lavoro artigianale affidato a tutti, ma in maniera speciale all’azione svolta dalla politica, quando essa si pone come obiettivo l’armonia, l’equità, il rispetto dei diritti fondamentali dell’essere umano, uno sviluppo sostenibile, la solidarietà e il perseguimento della pace, sia all’interno della società sia con gli altri popoli e Nazioni”.
Ma se la responsabilità è prima di tutto della politica, c’è anche sul territorio una Chiesa Cattolica che “desidera incrementare il dialogo interreligioso, perché si potranno eliminare i pregiudizi e far crescere un clima di rispetto e fiducia reciproca, indispensabile per affrontare le sfide comuni”.
Infine ha sottolineato il contributo della Chiesa Cattolica per “rafforzare la collaborazione con le istituzioni pubbliche e altri soggetti della società civile, ma mai proselitismo, per incoraggiare la formazione di un tessuto sociale più equilibrato e per assicurare una distribuzione più efficiente ed equa dell’assistenza sociale”.
Ed ha fatto riferimento al Preambolo della Costituzione Indonesiana che richiama la benedizione di Dio sul popolo: “Eppure ci sono tendenze che ostacolano lo sviluppo della fraternità universale, sorgono conflitti che sono spesso il risultato di una mancanza di rispetto reciproco, della volontà intollerante di far prevalere a tutti i costi i propri interessi, la propria posizione, o la propria parziale narrazione storica, anche quando ciò comporta sofferenze senza fine per intere collettività e sfocia in vere e proprie guerre sanguinose”.
Ha concluso ribadendo che “la pace è frutto della giustizia, perché l’armonia si ottiene quando ciascuno si impegna non solo per i propri interessi e la propria visione, ma in vista del bene di tutti, per costruire ponti, per favorire accordi e sinergie, per unire le forze allo scopo di sconfiggere ogni forma di miseria morale, economica, sociale, e promuovere pace e concordia”.
A tal proposito la Chiesa italiana dal 1991 ha finanziato 133 progetti per un totale di € 28.119.252, in Indonesia, Papua Nuova Guinea e Timor Est, grazie all’8xmille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica, il Servizio per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli ha potuto realizzare 61 interventi in Indonesia (€ 13.123.707), per lo più nell’ambito dell’istruzione e della promozione umana dei bambini e dei ragazzi, con un’attenzione particolare alle persone con disabilità, puntando sull’alfabetizzazione e sull’educazione dei più piccoli anche a Timor Est dove i fondi si sono trasformati soprattutto in scuole, centri sociali e di formazione per ragazzi: in totale sono 27 gli interventi per € 7.946.062. Quarantacinque, per una somma di € 7.049.483, sono invece i progetti che hanno visto la luce in Papua Nuova Guinea: tra questi, la scuola superiore ‘Holy Trinity’ a Baro, una sala polivalente a Goroka, 30 alloggi a basso costo a Kokopo e un’azione di promozione della salute nella capitale Port Moresby.
(Foto: Santa Sede)
E’ più bello insieme a Tiggiano per minori ucraini
Archiviata ormai da tempo la bellissima esperienza di accoglienza del mese di giugno, si è ormai pronti per accogliere presso l’oratorio ‘LuciPerti’ in Tiggiano, fino al 29 di agosto, il secondo gruppo proveniente dall’Ucraina e, precisamente, dalla città di Leopoli. Saranno tre settimane all’insegna della serenità e della condivisione della bellezza dei nostri luoghi e delle nostre iniziative estive, grazie a una profonda immersione nella vita delle nostre comunità parrocchiali e locali.
I preparativi sono iniziati già dai primi di luglio. La prima esperienza ci ha fatto comprendere le esigenze e le aspettative dei ragazzi coinvolti, e questo ci ha agevolati nella programmazione delle attività da far vivere al secondo gruppo.
Il secondo gruppo si troverà a vivere l’esperienza di Carta di Leuca, dal 12 al 14 agosto, ormai alla sua ottava edizione, il cui tema quest’anno è ‘Confini, zone di contatto e non di separazione’. I giovani ospiti vivranno un’esperienza insieme ai nostri ragazzi con laboratori per la redazione di Carta di Leuca, saranno guidati dalla PG e dal Gruppo Fraternità e supportati anche da due ragazze del progetto ‘Mi sta a cuore’ di Caritas Italiana, da due ragazze ucraine ospiti di ‘Fattoria Sociale’ (progetto Erasmus in Taurisano) e dai tredici giovani che svolgono il Sevizio Civile presso la Caritas Diocesana.
Carta di Leuca avrà il suo punto culminante nel cammino notturno della notte tra il 13 e il 14 agosto, con partenza dalla tomba del venerabile Don Tonino Bello e arrivo al Santuario di Leuca, dove verrà firmata da tutti i partecipanti Carta di Leuca 2024. I propositi di Carta di Leuca saranno affidati alla Vergine Maria e all’intercessione del Venerabile don Tonino Bello, perché ci aiutino a comprendere che i confini vanno visti e vissuti come punti di contatto e non come ostacolo e divisione tra i popoli, per un mondo più giusto e più conviviale.
Durante la firma della Carta verrà trasmesso un videomessaggio del campione ucraino, nonché Pallone d’Oro, Andrij Ševčenko, che donerà un parola di pace ai partecipanti. Si è allargata l’équipe di Caritas e, al contempo, si è intensificato anche l’impegno: “Siamo consapevoli che nel pieno del mese di agosto sarà particolarmente gravoso, sotto il sole cocente, adoperarsi per non far mancare nulla ai giovani ospiti e ai loro accompagnatori.
Siamo sicuri però che non mancheranno l’entusiasmo e la gioia nel far vivere e, soprattutto, vivere insieme le esperienze previste, perché il periodo di vacanza possa distogliere, sia pure per una breve parentesi, la mente e il cuore dalle paure e dalle ansie della guerra.
Un grazie a tutte le comunità parrocchiali e civili che condivideranno questi giorni con i 51 ospiti ucraini, di cui 45 ragazzi dai 10 ai 16 anni e 6 accompagnatrici”.
Esercizi (africani e non) di quotidiani apartheid
‘Buongiorno Mauro, è vero, da due mesi è vietato agli africani (neri) di prendere i bus delle grandi distanze e i treni. All’interno delle città ciò è più o meno tollerato. Quanto ai taxi in città e fuori, ciò resta un pericolo. In fatti l’autista rischia il ritiro della patente e il passeggero l’arresto e la deportazione alla frontiera col Niger…’.
E’ da Algeri, il 5 giugno scorso che, un vecchio amico impegnato nell’accoglienza dei migranti, ha inviato la mail trascritta sopra. Scorrendo il suo messaggio la prima idea che mi è venuta in mente è stata quella di un nuovo ‘apartheid’. Si tratta di una parola afrikaans che significa letteralmente ‘separazione’ o ‘partizione’. Era il nome dato alla politica di segregazione razziale istituita nel 1948 dal governo al potere nel Sudafrica. Rimase in vigore fino al 1991 ed è stata attualizzata, come denunciato proprio da questo Paese, tra l’altro da Israele nei confronti del popolo palestinese. In molte altre parti del mondo è tornato senza vergogna.
Nel Nord Africa, non da oggi, si pratica spesso con disinvoltura una politica di disprezzo per gli africani di origine sub sahariana. Le testimonianze ricevute dai migranti di ritorno sono in questo senso inesorabili e precise. L’arco della cosiddetta ‘Africa bianca’, dal Marocco sino all’Egitto, si distingue per applicare forme anche estreme di stigmatizzazione nei confronti dei migranti o rifugiati ‘neri’ che cercano in quell’area lavoro, protezione o semplicemente una riva per andare in Europa. Insulti, minacce, ruberie, sfruttamenti e accuse di propagazione di tutti i mali possibili sono quanto più i migranti, con tristezza, raccontano. C’è chi ricorda, con amarezza, che molti di loro erano considerati puramente e semplicemente schiavi o cose.
Nulla di nuovo sotto il sole, direbbe il saggio che si intendeva di umane vicende nella storia. La separazione o partizione si trova anzitutto dentro il cuore umano ogni qualvolta si esclude o mutila la coscienza e lo spirito che lo lega a se stesso, agli altri e alla trascendenza che lo spinge all’altrove. Seguono poi, e di conseguenza, le altra ‘partizioni’ o esclusioni. Quelle tra popoli, continenti, culture e immaginari simbolici. All’interno stesso delle società si sviluppano fenomeni violenti e discriminanti tra chi rivendica la pienezza dell’umano e chi si trova, suo malgrado, ad essere considerato uno scarto, superfluo e, talvolta, come i poveri, ‘pericoloso’ per l’ordine pubblico. L’apartheid ha probabilmente un futuro brillante dinnanzi a sé perché le società, nel loro insieme, non sembrano disposte a mettere in pratica quanto suggerito dal prezioso e disatteso articolo 3 della Costituzione italiana.
‘È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese’…
Finché le varie forme di organizzazione politica al potere, quali esse siano, saranno lontane o ostili a questo orientamento civico, l’apartheid troverà un terreno propizio per svilupparsi e creare società ogni volta più escludenti. Col rischio che, in definitiva, gli africani saranno i peggiori nemici degli africani.
Papa Francesco sollecita la pace olimpica
“Mi unisco alle intenzioni della Messa che lei celebra, Eccellenza, poiché presto nella sua Città si svolgeranno i Giochi Olimpici. Chiedo al Signore di colmare dei suoi doni tutti coloro che in un modo o nell’altro vi parteciperanno (siano essi atleti o spettatori), e anche di sostenere e benedire coloro che li accoglieranno, in particolare i fedeli di Parigi e di altrove”.
A pochi giorni dall’apertura Giochi Olimpici che si terranno a Parigi dal 26 luglio all’11 agosto, papa Francesco ha scritto un messaggio all’arcivescovo di Parigi, mons. Laurent Ulrich, invitando le comunità cristiane all’accoglienza: “So, infatti, che le comunità cristiane si preparano ad aprire ampiamente le porte delle loro chiese, delle loro scuole, delle loro case. Soprattutto aprano le porte del loro cuore, testimoniando, con la gratuità e la generosità dell’accoglienza verso tutti, il Cristo che li abita e che comunica loro la sua gioia”.
Un particolare apprezzamento è dedicato all’arcivescovo per l’accoglienza alle persone vulnerabili: “Apprezzo molto che tu non abbia dimenticato le persone più vulnerabili, in particolare coloro che si trovano in situazioni molto precarie, e che l’accesso al partito sia loro facilitato. Più in generale, auspico che l’organizzazione di questi Giochi costituisca per tutto il popolo francese una grande occasione di concordia fraterna che consenta, al di là delle differenze e delle contrapposizioni, di rafforzare l’unità della Nazione”.
Nel messaggio la speranza di superare le contrapposizioni attraverso lo sport: “Lo sport è un linguaggio universale che trascende confini, lingue, razze, nazionalità e religioni; ha la capacità di unire le persone, di promuovere il dialogo e l’accoglienza reciproca; stimola l’automiglioramento, allena lo spirito di sacrificio, promuove la lealtà nei rapporti interpersonali; ci invita a riconoscere i nostri limiti e il valore degli altri. I Giochi Olimpici, se restano davvero ‘giochi’, possono quindi essere un luogo eccezionale di incontro tra le persone, anche le più ostili. I cinque anelli intrecciati rappresentano questo spirito di fraternità che deve caratterizzare l’evento olimpico e la competizione sportiva in generale”.
E’ questo l’augurio del papa: “Mi auguro quindi che le Olimpiadi di Parigi siano per tutti coloro che provengono da tutti i Paesi del mondo un’occasione imperdibile per scoprire e apprezzare se stessi, per abbattere pregiudizi, per creare stima dove trovano disprezzo e diffidenza, amicizia dove trovano posto disprezzo e sfiducia è l’odio. I Giochi Olimpici portano, per loro natura, la pace e non la guerra”.
Infine il papa ha sottolineato la necessità di una tregua olimpica: “E’ con questo spirito che l’Antichità stabilì saggiamente una tregua durante i Giochi e che l’età moderna tenta regolarmente di riprendere questa felice tradizione. In questo periodo travagliato in cui la pace nel mondo è seriamente minacciata, auspico vivamente che tutti siano desiderosi di rispettare questa tregua nella speranza di una risoluzione dei conflitti e di un ritorno all’armonia”.
Torino accoglie il mondo delle Equipes Notre-Dame
Presentato a Palazzo di Città il XIII Raduno Internazionale di Torino 2024, in calendario fino al 20 luglio: oltre 7500 gli equipiers provenienti da ogni parte del mondo vivranno una settimana intensa e ricca di momenti di spiritualità e riflessione. Il tema scelto per il raduno ‘Andiamo con cuore ardente’ richiama l’episodio del Vangelo dei discepoli di Emmaus (Lc 24:15.35) e sarà vissuto in giornate intense con la celebrazione eucaristica tutti giorni, momenti di meditazione, conferenze, incontri plenari e spettacoli.
Saranno 86 i paesi rappresentati: quasi duemila i brasiliani, seguiti dai francesi e, a comporre il podio, dagli spagnoli, poi per numero di presenti gli italiani e i colombiani. Ci saranno anche coppie provenienti dalla Nuova Zelanda, dall’Australia, dal Botswana, dalla Repubblica Domenicana e dalla Guinea. L’organizzazione coinvolgerà anche 400 volontari che sosterranno le attività in gran parte svolte all’interno dell’Inalpi Arena.
Tra i relatori il cardinale José Tolentino de Mendonça, la professoressa Marina Marcolini, la dottoressa Gabriella Gambino, Maria Clara Lucchetti Bingemer e la coppia Masu e Xosè Manuel Dominguez de la Fuente, suor Nathalie Becquart e Elisabeth Saléon- Terras collaboratrice a Troussures per oltre vent’anni di padre Henri Caffarel, fondatore del Movimento.
Presentando l’evento Clarita e Edgardo Bernal, responsabili internazionali del Movimento, hanno spiegato che “il movimento conta circa 160.000 membri ed è presente in più di 90 paesi nei cinque continenti. Ogni sei anni teniamo un incontro internazionale in qualche parte del mondo, come quello che si terrà qui a Torino, dove circa 8000 membri del movimento, coppie e sacerdoti si riuniranno per celebrare questo cammino di fede, per comprendere il nostro ruolo nella chiesa e nel mondo di oggi e per stabilire gli orientamenti di vita che costituiscono la road map che guiderà il movimento nei prossimi sei anni.
L’incontro, che ha come motto ‘Andiamo con il cuore ardente’, prevede momenti di preghiera ed Eucaristia, relatori laici e religiosi di spicco, che tratteranno temi di attualità legati al momento di vita che stiamo vivendo come cattolici, testimonianze di vita provenienti da diverse realtà culturali e incontri di riflessione e scambio di idee”.
L’arcivescovo di Torino, mon. Roberto Repole, ha ricordato che “le Equipes Notre Dame sono una realtà radicata e diffusa nella Chiesa piemontese, che vede coinvolte in questo movimento centinaia di coppie. Come le altre associazioni e movimenti ecclesiali di famiglie, credo che le Equipes offrano oggi una testimonianza molto importante per la comunità cristiana e per la società civile: testimoniano la centralità della dimensione spirituale nella vita delle coppie, cioè il bisogno fondamentale dell’uomo e della donna, di non guardarsi solo negli occhi, ma di guardare in alto, all’origine della vita e dell’amore”.
Mentre il vescovo ausiliare, mons. Alessandro Giraudo ha sottolineato: “Le Equipes di Torino e del Piemonte si sono preparate con grande impegno all’accoglienza delle coppie provenienti da tutto il mondo. Tutta la Chiesa torinese parteciperà con gioia all’incontro internazionale, non solo seguendo i lavori e condividendo i momenti di preghiera, ma anche accompagnando le coppie in alcuni luoghi che aiutano a conoscere la storia di questa Chiesa locale e in particolare la testimonianza dei santi in questo territorio”.
Le Equipe Notre-Dame (END) sono un movimento laicale di spiritualità coniugale, nato per rispondere all’esigenza delle coppie di sposi di vivere in pienezza il proprio sacramento, sorretto da una propria metodologia, aperto ad interrogarsi sulla complessa realtà della coppia di oggi.
Le END nacquero in Francia intorno al 1938 per iniziativa di alcune coppie che, insieme ad un sacerdote, p. Henry Caffarel, presero l’abitudine di incontrarsi mensilmente per approfondire il significato del sacramento del matrimonio, per verificare il senso del loro essere coppie cristiane, per cercare un modo coerente di inserirsi, come coppie e come famiglie, nella società. Queste coppie trovarono tanto aiuto da questi incontri che ben presto ne coinvolsero altre fino ad arrivare, l’8 dicembre del 1947, a formalizzare la nascita di un nuovo Movimento.
Sono nate perché rispondevano ad un bisogno ormai diffuso nel laicato più sensibile, che aveva preso coscienza di come il repentino e cospicuo allungarsi della vita media aprisse al cammino di coppia un itinerario più lungo e complesso di quello racchiuso nella funzione riproduttiva; che comprendeva come la vita di coppia fosse un itinerario vocazionale e salvifico non subalterno; che voleva confrontare il significato del sacramento del matrimonio con il vissuto della propria esperienza; che cominciava a prendere consapevolezza del proprio ruolo all’interno della comunità ecclesiale.
Il fatto che il Movimento sia nato per rispondere all’esigenza delle coppie, gli ha lasciato impresso uno stile: è per questo che le END si sentono impegnate in una riflessione permanente su come armonizzare il carisma ispiratore con la lettura dei segni dei tempi che interrogano la coppia in ogni stagione della storia, e tendono a valorizzare la propria esperienza alla luce della Parola di Dio.
50 ragazzi ucraini ospiti della diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca
La Caritas e il Servizio di Pastorale Giovanile della Diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca comunicano che, nell’ambito del Progetto Vacanze Solidali ‘E’ più bello insieme!’- Campi estivi per minori ucraini, fino al 29 giugno prossimi accoglieranno 50 persone (42 ragazzi dai 10 ai 17 anni e 8 accompagnatrici) di nazionalità ucraina, dalla città di Nikopol, non distante dalla centrale nucleare di Zaporizhzhya e saranno ospitati presso l’oratorio-ostello ‘Oasi del Bello’ della comunità parrocchiale di Tiggiano.
Gli ospiti ucraini riceveranno il benvenuto dalle comunità del Capo di Leuca, nella serata di Domenica 16 giugno alle ore 18.00, presso la sala consiliare di Tiggiano, alla presenza di Sua Eccellenza Mons. Vito Angiuli, Vescovo di Ugento – S. Maria di Leuca, del dott. Giacomo Cazzato, Sindaco di Tiggiano, del Dott. Stefano Minerva, Presidente della Provincia di Lecce, del dott. Gabriele Abaterusso, Presidente dell’ Unione dei Comuni ‘Terra di Leuca’ e dei Sindaci dei Comuni della Diocesi, che sono stati invitati ad indossare la fascia tricolore, si proseguirà con la festa nell’atrio del Palazzo Baronale Serafini-Sauli, allietata dalla banda multietnica diretta dal Maestro Giovanni Calabrese, da pietanze da gustare e sorrisi da donare.
Durante le due settimane di permanenza i giovani svolgeranno diverse attività: visite guidate a Lecce e a Leuca, escursione in barca lungo la costa, visiteranno villaggi turistici, ma, soprattutto, si relazioneranno con i loro coetanei italiani partecipanti ai GREST nelle Parrocchie di Caprarica del Capo, Montesano Salentino, Tricase Porto, Tricase, Barbarano, Corsano, Alessano; ed in alcune serate organizzate nelle comunità di Depressa, Morciano di Leuca, Ugento, Castrignano del Capo e Salve, Domenica 23 giugno a cura dell’Ufficio diocesano per l’Ecumenismo ci sarà nella serata, un momento di preghiera, presso l’atrio pubblico a Torre Vado.
La Caritas della Diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca, accoglierà anche un secondo gruppo, composto da 60 persone (50 ragazzi e 10 accompagnatori), che raggiungerà il Capo di Leuca dall’11 al 29 agosto prossimi, per vivere la stessa esperienza dei loro connazionali, nella consapevolezza di essere una terra ospitale capace di dare speranza e formare artigiani di pace, infatti il secondo gruppo sarà coinvolto nel cammino notturno verso un’alba di pace, dalla tomba del Venerabile don Tonino al Santuario di Leuca, tra la notte e il giorno, del 13 e 14 agosto.
Vacanze Solidali ‘E’ più bello insieme’ è un progetto, che vede coinvolti la Caritas Italiana, l’Ambasciata UKR presso la santa Sede, l’ambasciata UKR in Italia, la Caritas, la Spes Caritas UKR e la Nunziatura Apostolica in UKR, la Segreteria della Chiesa greco-cattolica Ucraina, di accoglienza temporanea per offrire ai bambini e ragazzi che stanno subendo le conseguenze dalla guerra un periodo di vacanza in Italia. I ragazzi che saranno accolti quest’estate saranno 600 di cui 110 nella nostra Diocesi di Ugento-S. Maria di Leuca.
Il conflitto in Ucraina, da più di due anni, continua ad essere caratterizzato da attacchi e bombardamenti che coinvolgono anche luoghi civili. I continui bombardamenti, attacchi, sirene denunciano uno stato di emergenza che si ripercuote sullo stato psicologico delle persone e soprattutto dei bambini, costretti a rifugiarsi in scantinati, rifugi antiatomici per ripararsi dai continui bombardamenti, alimentando la paura.
L’iniziativa mira ad offrire un ambiente sicuro e accogliente durante il periodo estivo per i bambini provenienti da zone in conflitto fornendo loro l’opportunità di rigenerarsi attraverso attività ludico-ricreative e di incontro con altri ragazzi. Il progetto riflette sull’importanza di andare oltre l’accoglienza iniziale e lavora per creare relazioni solide e costruttive tra ospitanti e ospitati durature nel tempo. Sarà una nuova occasione di crescita delle comunità che potranno contribuire all’organizzazione delle giornate e di momenti conviviali.
Caritas Italiana dal febbraio 2022 è impegnata nella risposta all’enorme emergenza umanitaria della crisi ucraina, ed è anche parte attiva nei processi di ricostruzione e di coesione sociale, con attenzione specifica in quattro ambiti: disabilità e salute; minori e educazione; protezione; advocacy e coesione sociale. Il lavoro di animazione e di accompagnamento da parte delle Caritas nazionali ucraine (Caritas Spes e Caritas Ucraina), di Caritas Italiana e delle Caritas diocesane è stato continuativo ed enorme fin da subito.
Caritas Italiana ha partecipato all’intervento della rete Caritas internazionale a favore di Caritas Ucraina e Caritas Spes con servizi di accoglienza e di protezione, assistenza medica, kit igienici e alimentari, contributi in denaro. Dall’inizio del conflitto molte diocesi italiane, anche la nostra di Ugento-S. Maria di Leuca, si sono impegnate per garantire un’accoglienza adeguata alle persone in fuga.
Fabio Rocchi: Roma è pronta ad ospitare i pellegrini
Tra i tanti primati l’Italia conserva saldamente anche quello della ricettività religiosa e no-profit, in un settore dell’accoglienza dedicato a spiritualità, turismo, lavoro e studio: una potenzialità unica al mondo che, secondo il ‘Rapporto 2024’ dell’Associazione ‘Ospitalità Religiosa Italiana’, è rappresentato da quasi tremila strutture ricettive che mettono a disposizione ogni giorno 200.000 posti letto. Il 45% è gestito direttamente da religiosi/e, mentre il 38%, pur di proprietà religiosa, è di fatto gestito da laici impegnati.
Infatti con 6.000.000 di ospiti e 25.000.000 di presenze, il 2023 si era chiuso in maniera molto positiva; ed il trend di quest’anno continua con una moderata crescita, anche in vista del Giubileo; in numeri assoluti Roma e il Lazio rappresentano da soli circa un sesto di tutta l’offerta ricettiva, con oltre 30.000 posti letto. Seguono ben distanziati, ma appaiati, Emilia Romagna e Veneto. Ma è la Liguria che si distingue in rapporto al numero dei residenti, con 31 posti letto ogni 1.000 abitanti. Seguono il Lazio, l’Umbria, la Valle d’Aosta e le Marche. Un terzo delle strutture si trova in centro città, mentre il 40% fa della montagna la sua peculiarità.
Per questo, secondo il presidente dell’Associazione Ospitalità Religiosa Italiana, Fabio Rocchi, “queste strutture ricettive, gestite in modalità no-profit e che alimentano con i loro introiti le attività benefiche in Italia e nel mondo, avrebbero bisogno di quei sostegni dai quali sono invece spesso tagliate fuori, non rispondendo ai canoni economici d’impresa richiesti quasi sempre per usufruirne”.
A lui abbiamo chiesto di raccontarci l’accoglienza durante il Giubileo: “Le strutture religiose già abitualmente dedite all’ospitalità, non faranno nulla di diverso da come già operano tutti i giorni: aprire le porte all’accoglienza è la loro missione. Quello che probabilmente rappresenterà la singolarità sarà il tipo di pellegrino che si troveranno ad ospitare. Normalmente si tratta di un ospite che coniuga fede e lavoro o fede e turismo, già edotto nel viaggiare, abituato ad adattarsi ad ogni situazione. Per il Giubileo prevediamo che gran parte degli arrivi riguarderà fedeli che non sarebbero mai giunti da noi se non vi fosse stato questo evento a stimolare la loro presenza. Quindi sarà necessario un reciproco spirito di adattamento, nella comprensione e nelle difficoltà che potrà incontrare chi non è avvezzo a viaggiare”.
Per quale motivo l’ospitalità religiosa è sempre più diffusa?
“Ferma restando l’importanza di hotel e B&B, abbiamo notato una crescente esigenza delle persone di trovarsi in una struttura che sia accogliente come casa propria. Questo non solo per la semplicità delle camere o dei servizi, spesso improntati alla sobrietà, ma anche per il clima familiare di accoglienza che le comunità religiose, aiutate dai laici, permettono di far respirare a chi varca la loro soglia. Non si tratta quindi (o quanto meno non solo) di un risparmio economico. L’accoglienza viene vista ormai come un sentimento da esprimere e con cui confrontarsi reciprocamente, in una conoscenza che va al di là del semplice soggiorno”.
Quale esperienza può offrire il turismo religioso?
“Gli obiettivi del turismo religioso sono sicuramente marcati dalla fede che spinge il pellegrino a mettersi in viaggio. Sono motivi che risalgono, pur ora modernizzati, al Medioevo, con i pellegrini che si mettevano in marcia per raggiungere Roma, la Terra Santa o quei luoghi che rappresentavano punti focali per ogni fedele. Forse non sono cambiati gli obiettivi, ma il cuore di ognuno conserva le diverse aspettative che animano il desiderio di mettersi in viaggio. Ecco quindi che lasciare a ciascuno la possibilità di vivere intensi momenti di Fede, diventa un obiettivo primario, nel rispetto delle esigenze di tutti”.
Il banco di prova è stato con il giubileo dei bambini: quale è stato l’impegno per affrontare questa prima ‘sfida’?
“La Giornata Mondiale dei Bambini, voluta da papa Francesco, ha permesso di ‘rodare’ le necessità organizzative in vista del Giubileo. In questa occasione il nostro settore dell’accoglienza religiosa è stato messo sotto pressione da migliaia di richieste, tant’è che abbiamo fatto ricorso a soluzioni di alloggio alternative, sia con gli alberghi che con poli creati ad hoc sulle basi di strutture pre-esistenti. Un mix di proposte, quindi, in cui ognuno ha potuto trovare la soluzione migliore, mettendo in conto comunque che non tutti possono dormire a pochi metri da piazza San Pietro”.
Cosa è il portale ‘Dormire in cammino’, realizzato in collaborazione dall’associazione ‘Vita in cammino’?
“Con il portale www.dormireincammino.it abbiamo voluto accendere un faro sulle tante ospitalità che si trovano lungo i Cammini d’Italia. Non per fare loro pubblicità, ma per offrire un servizio gratuito ai camminatori e pellegrini, in modo che possano partire da casa con la certezza di trovare il loro posto letto a fine tappa. Il successo e l’ ‘esplosione’ dei Cammini, infatti, tende a creare problemi nelle ospitalità, spesso non preparate ad accogliere un gran numero di ospiti, a differenza di ciò che accade sul Cammino di Santiago.
Senza nessun costo supplementare, chi vuol fare questa esperienza su e giù per la penisola, trova la possibilità in pochi click di organizzarsi in sicurezza, evitando il rischio di dover dormire… sotto le stelle. Cosa che di per sé potrebbe avere anche il suo fascino, ma solo con un meteo clemente.
Quindi, aldilà dell’ immersività del Cammino, è divenuta nel tempo sempre più significativa l’esigenza di semplificare e velocizzare il processo di comunicazione e di prenotazione delle strutture ricettive lungo i percorsi. Questo per allargare sempre più la platea dei possibili fruitori dei tanti Cammini italiani che meritano una costante promozione”.





























