Cultura

Stella di un mattino che non tramonta

La nuova pubblicazione di fra Fabio Nardelli, concepita come uno strumento teologico-pastorale per il Centenario della Pasqua di san Francesco (1226-2026) al fine di presentare la figura di Francesco d’Assisi quale uomo ancora ‘vivo’ oggi: è uscita la nuova pubblicazione di fra Fabio Nardelli, ‘Stella di un mattino che non tramonta’.

L’espressione ‘stella di un mattino che non tramonta’ richiama indirettamente il libro del Siracide 50,6 e intende descrivere lo splendore della santità di Francesco d’Assisi nelle ‘nubi’ del suo tempo, ma soprattutto intende cogliere l’attualità di questo uomo ‘confermato a Cristo’ che, dopo ottocento anni, ancora parla alla vita della Chiesa.

Otto secoli non sono pochi: eppure alla vicenda di Francesco d’Assisi è riconosciuta una forza d’attualità non indifferente. In occasione del centenario della Pasqua di san Francesco (1226-2026) si intende ripercorrere l’esperienza del Poverello di Assisi, particolarmente segnata dalla chiamata evangelica e vivere in fraternità e nella missionarietà.

Il modello che ha guidato Francesco di Assisi per animare la vita itinerante è quello dei discepoli di Gesù che vanno in missione. La vocazione di frate Francesco non è monastica: egli sa che la sua vita si realizza nel mondo, tra la gente, perché è stato chiamato a formare una ‘Fraternità in missione’. La realtà della fraternità missionaria, dall’esperienza originaria fino ai giorni nostri, si presenta come un dato essenziale e identitario.

Dopo un breve inquadramento di carattere introduttivo, che mette in luce la figura del Santo di Assisi, l’attenzione si concentrerà su alcune caratteristiche proprie della sua esperienza spirituale: egli, infatti, in quanto uomo convertito, evangelico, ecclesiale, missionario è attuale. In conclusione, si cercheranno di cogliere nella sua esperienza alcuni elementi significativi per il rinnovamento della Chiesa nel Terzo Millennio.

A conclusione di ogni capitolo, inoltre, sono stati pensati dei ‘riquadri’ di carattere magisteriale, che contengono il pensiero di alcuni pontefici, in ordine cronologici, riguardo alla figura di san Francesco, nel tentativo di presentarne un’attualizzazione nel contesto ecclesiale post-conciliare.

La proposta di frate Francesco, ancora viva e attuale, dopo ottocento anni, è un dono dello Spirito nella storia della Chiesa che si presenta come impegno comune e fraterno per vivere pienamente la chiamata evangelizzatrice, superando anche i confini culturali e religiosi. Il santo di Assisi rilancia la necessità di un legame stretto tra minorità, fraternità e missionarietà, che sono realtà interconnesse a tal punto che l’una non ha ragione di esistere senza l’altra.

Da itinerante e inviando i suoi frati per il mondo, egli obbediva alla chiamata di Dio che lo orientava solamente al Vangelo. L’esistenza di Francesco d’Assisi è un’unica risonanza della parola di Dio e quindi una sua manifestazione e, pertanto, ciò che dà inizio alla sua vita e alla storia dell’Ordine francescano è sicuramente la parola di Dio, che egli percepisce nel suo cuore e scopre negli avvenimenti, portandolo a considerare la sua esistenza come una ‘grazia ricevuta’.

Fra Fabio Nardelli è frate minore e sacerdote della Provincia Serafica di San Francesco d’Assisi. E’ docente di ecclesiologia presso la Pontificia Università Antonianum. E’ socio ordinario dell’Associazione Teologica Italiana.

Ha partecipato come membro del terzo Gruppo di Studio del Sinodo universale La missione nell’ambiente digitale. E’ autore di diversi contributi e volumi di ecclesiologia, tra cui ‘La Chiesa popolo missionario’ (Cittadella, 2023), ‘Un popolo missionario e sinodale’ (Cittadella, 2024), ‘Missionari tutti. Il cammino nel mondo digitale’ (Dicastero per la Comunicazione, 2025) e ‘Riforma nella Chiesa’ (Cittadella, 2025).

Dal 13 al 19 aprile ‘Ambrosius. Il Tesoro della Basilica’ apre la Cappella dei Santi Bartolomeo e Satiro e svela due affreschi di Tiepolo nella Basilica di Sant’Ambrogio

 In occasione della Milano Art Week, dal 13 al 19 aprile il percorso museale Ambrosius. Il Tesoro della Basilica si arricchisce con l’apertura straordinaria della Cappella dei Santi Bartolomeo e Satiro, solitamente chiusa al pubblico. Per l’occasione il pubblico potrà ammirare due importanti affreschi di Giambattista Tiepolo, ‘Il Naufragio di San Satiro’ ed ‘Il Martirio di San Vittore’, in un’esperienza di visita inedita della Basilica di Sant’Ambrogio e della sua straordinaria collezione.

Le due opere fanno parte di un ciclo realizzato da Tiepolo (Venezia, 1696 – Madrid, 1770) nel 1737 su commissione dei monaci cistercensi. Originariamente destinati a decorare ambienti del complesso monastico come la Cappella di San Vittore in Ciel d’oro o la Sacrestia dei Monaci, gli affreschi raccontano episodi delle vite dei santi a cui il sacello è dedicato: il ‘Martirio di San Vittore’ raffigura il sacrificio del santo milanese, mentre il Naufragio di San Satiro narra la vicenda del fratello di Ambrogio, miracolosamente salvato durante il viaggio di ritorno dal Nord Africa grazie all’ostia consacrata che portava con sé in un fazzoletto legato al collo.

Dal punto di vista stilistico, rispetto ad altre opere realizzate dall’artista a Milano e Bergamo, questi affreschi si distinguono per la luminosità e la profondità della costruzione spaziale. Particolarmente significativa è la composizione del Naufragio, caratterizzata dal forte contrasto tra l’oscurità della tempesta e il chiarore del cielo, dominato dagli angeli che intervengono per salvare Satiro.

Staccati nel corso dell’Ottocento e a lungo conservati in ambienti non accessibili al pubblico, i due affreschi sono stati trasferiti nel dopoguerra nella Cappella dei Santi Bartolomeo e Satiro, oggi eccezionalmente aperta ai visitatori in occasione di Milano Art Week. Entrambe le opere sono state oggetto di un importante intervento di restauro nel 2020 in occasione della mostra dedicata a Tiepolo alle Gallerie d’Italia–Milano, nell’ambito delle celebrazioni per il 250^ anniversario della morte.

‘Ambrosius. Il Tesoro della Basilica’ è il nuovo percorso museale della Basilica di Sant’Ambrogio inaugurato il 5 dicembre 2025 dopo un articolato intervento di ristrutturazione – con la realizzazione di uno spazio dedicato all’accoglienza e al bookshop, insieme a un’area didattica e una sala multimediale – e una rinnovata scelta museografica incentrata sulla figura di Sant’Ambrogio e la storia millenaria della Basilica. Coniugando arte, storia e spiritualità, Ambrosius si inserisce in un più ampio progetto di valorizzazione culturale e spirituale del complesso monumentale e del suo straordinario Tesoro, materiale e immateriale.

Il percorso di visita si apre nella sala multimediale con un video dedicato alla vita di Sant’Ambrogio: uno spazio pensato come luogo di racconto e di riflessione, capace di rendere attuale e accessibile a tutti il messaggio ambrosiano. L’itinerario prosegue all’interno della Basilica attraverso luoghi di straordinario significato storico e spirituale: l’Aula Ambrosii, antica sacrestia dei monaci aperta per la prima volta al pubblico, dove trovano collocazione il letto di Ambrogio e la scodella attribuita al Santo; il sacello di San Vittore in Ciel d’oro, che custodisce il celebre ritratto musivo di Ambrogio che indossa una dalmatica, la sua più antica raffigurazione; e il Capitolino, la precedente sede espositiva, dove è possibile ammirare l’Urna degli Innocenti e altri preziosi oggetti di oreficeria sacra, i cinque Pleurantes, rarissimi frammenti di seta, arredi lignei e molto altro.

ìAmbrosius. Il Tesoro della Basilica’ è un progetto promosso da monsignor Carlo Faccendini, abate-parroco della Basilica di Sant’Ambrogio, con l’Ufficio Beni culturali della Diocesi di Milano e la Soprintendenza, il patrocinio del Ministero della Cultura, di Regione Lombardia e del Comune di Milano, e il contributo di Fondazione Cariplo.

Fondamentale per la realizzazione del percorso museale è stato l’apporto del Comitato Scientifico, composto da autorevoli esperti e professionisti, che ha operato in sinergia con l’architetto Carlo Capponi, Conservatore della Basilica, e con il coordinamento della dott.ssa Miriam Rita Tessera, responsabile dell’Archivio e della Biblioteca Capitolare della Basilica. L’iniziativa fa parte del palinsesto ufficiale di Milano Art Week 2026.

(Foto: Ambrosius)

Opus Dei: racconti di santità in mezzo al mondo

Il 2025 ha segnato il centenario dell’ordinazione sacerdotale e i cinquanta della morte di mons. Josemaría Escrivá de Balaguer (1902-1975), il santo spagnolo definito da Papa Francesco «precursore del Concilio Vaticano II» per aver richiamato in tutto il mondo i temi della «chiamata universale alla santità» e della «santificazione del lavoro».

Nel 2028 ricorreranno i cento anni della sua fondazione, l’Opus Dei, una prelatura personale della Chiesa cattolica che si è diffusa nei cinque continenti, capace di affascinare laici di ogni età e condizione sociale al servizio di Dio, del bene comune nella valorizzazione di ogni ambito della vita ordinaria.

In questo contesto due storici, don José Luis González Gullón, spagnolo, docente nella Pontificia Università della Santa Croce (PUSC), e John F. Coverdale, statunitense, docente nell’Università di Wisconsin di Chicago, hanno pubblicato il volume Historia del Opus Dei, che ora è disponibile in italiano grazie alle Edizioni Ares, con una Prefazione di Agostino Giovagnoli, ordinario di Storia contemporanea dal 1987 e dal 1993 presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Opus Dei. Una storia (pp. 744, euro 24) verrà presentato stasera a Roma, alle ore 19, presso l’Aula Magna della Residenza Universitaria Internazionale – RUI (viale Africa 27 – quartiere EUR), con la partecipazione del prof. Gullón.

L’opera racconta, senza filtri, la storia dell’Opus Dei dalla sua fondazione ai nostri giorni. Con una narrazione rigorosa e avvincente, gli autori – storici di primo piano nel panorama accademico – offrono al lettore un’indagine unica, basata su documentazione inedita e numerose testimonianze, che getta nuova luce sulle vicende di una delle realtà più vitali della Chiesa cattolica.

Non vengono tralasciati nel volume anche i capitoli più delicati come i rapporti con il Generalissimo Francisco Franco e quelli con la Curia Romana, il complesso percorso verso il riconoscimento canonico – accuratamente ricostruito da Agostino Giovagnoli – le accuse di “segretezza” e “autoritarismo”, fino alle malevole interpellanze e interrogazioni presentate alla Camera dei deputati italiana nel 1986, alle quali per l’allora Governo Craxi rispose il Ministro dell’interno (e futuro Presidente della Repubblica) Oscar Luigi Scalfaro dichiarando, fra l’altro, che «l’Opus Dei è senza dubbio una istituzione ecclesiastica, le cui norme attengono all’ordinamento canonico e non possono quindi formare oggetto di censure da parte dell’ordinamento statale».

Ma, al di là delle controversie e delle sfide, il libro restituisce soprattutto la storia di tante donne e uomini di ogni Paese e condizione sociale che, seguendo il messaggio di san Josemaría Escrivá hanno riscoperto la fede e la chiamata universale alla santità nel compimento dei propri doveri ordinari in modo straordinario.

A quasi un secolo dalla sua fondazione – il 2 ottobre 1928 – l’Opus Dei continua a diffondere un messaggio spirituale semplice e affascinante: è possibile incontrare Dio nel lavoro e nelle attività di ogni giorno.

Il primo dei due Autori del volume, José Luis González Gullón, ha scritto i capitoli della storia dell’Opera nel periodo di guida da parte del suo fondatore (1928-1975) e quindi del suo secondo successore, mons. Javier Echevarría (1994-2016).

Don González Gullón è docente di Storia nella Pontificia Università della Santa Croce e membro dell’Istituto Storico san Josemaría Escrivá de Balaguer. Specialista in storia religiosa contemporanea in Spagna e di storia dell’Opus Dei, ha pubblicato studi in riviste scientifiche internazionalmente accreditate come ‘The Catholic Historical Review’, ‘Historia Contemporánea’, ‘Hispania Sacra’ e ‘Studia et Documenta’.

John F. Coverdale, che nel volume ha trattato il periodo del primo successore di san Josemaría, ovvero il beato Álvaro del Portillo (1975-1994), è dottore in Storia presso l’Università del Wisconsin e dottore in Diritto presso l’Università di Chicago. Ha insegnato Storia presso la Princeton University e la Northwestern University e Diritto alla Seton Hall University School of Law. Tra le sue pubblicazioni: Italian intervention in the Spanish Civil War, The Political Transformation of Spain after Franco, Uncommon Courage: The Early Years of Opus Dei.

Entrambi gli Autori hanno cercato di offrire nel volume Opus Dei. Una storia una ricostruzione approfondita del carisma e della spiritualità dell’Opera fondata su un’immensa mole di documenti «molti dei quali – come riconosciuto dal prof. Giovagnoli nella Prefazione – inediti e non consultati in precedenza».

Vittorio, intercedi per noi (piccoli) apologeti cattolici

Vittorio Messori, morto Venerdì Santo 3 aprile, all’età di 84 anni nella sua casa di Desenzano sul Garda, è stato l’unico giornalista al mondo ad aver intervistato due Pontefici scrivendone altrettanti straordinari libri: Varcare la soglia della speranza (1994), con Karol Wojtyla, e Rapporto sulla fede (1985) con il Papa che gli sarebbe succeduto, Joseph Ratzinger.

Rimanendo sui record, ricordiamo che la sua opera prima, Ipotesi su Gesù, uscita nel 1976, ha riscosso un successo da oltre un milione e mezzo di copie, tradotta persino in arabo, cinese e coreano e, tuttora, viene richiesta ogni anno da 20.000 lettori.

Ha pubblicato una trentina di libri, di grande successo quelli dedicati alla Cristologia, come Patì sotto Ponzio Pilato? e Dicono che è risorto e, numericamente, molti sulla Mariologia come Ipotesi su Maria, Gli occhi di Maria (con Rino Cammilleri) e, fra i più recenti, Bernadette non ci ha ingannati. Un’indagine storica sulla verità di Lourdes (Mondadori, 2013).

Modenese di Sassuolo, la cui famiglia d’origine era composta da anticlericali di antica tradizione, Messori si converte a 24 anni, per quella che definisce «un’evidenza del cuore» seguita alla lettura dei Vangeli. È stato la delusione dei suoi maestri, che negli anni Sessanta erano i punti di riferimento indiscussi del pensiero laico e liberalsocialista e l’avevano allevato per farne l’autore di riferimento della casa editrice Einaudi. S’era laureato infatti con una tesi sulla storia del Risorgimento con relatore Alessandro Galante Garrone, il quale l’avrebbe voluto come suo assistente, e due sottotesi discusse con Norberto Bobbio e Luigi Firpo.

Dal 1996 sposato con Rosanna Brichetti (1940-2022), appassionata mariologa ed apologeta come lui, hanno condiviso insieme la vera e propria missione di contribuire ad arginare e combattere nel post-Concilio Vaticano II non solo la crisi della Chiesa, ma quella che appariva ad entrambi come la crisi stessa della fede cattolica.

Per questo Messori ha sempre ripetuto che, soprattutto in Italia, ci sarebbe bisogno di maggiore (e ben fatta) apologetica cattolica. Con l’aiuto anche della Chiesa, dei media e delle università, quindi, occorrerebbe rilanciarla proprio perché i tempi, le modalità di lettura e gli argomenti dominanti sono diventati ben altri. Ma il problema, come riconosciuto dal suo grande amico ed “allievo” Rino Cammilleri, è che non si vedono purtroppo «effettivi e significativi ricambi generazionali all’orizzonte» (Michele M. Ippolito, “Il cattolicesimo spiegato a mio nipote che fa il liceo”, il nuovo libro di Rino Cammilleri, La Fede Quotidiana.it, 17 luglio 2017).

Vittorio, intercedi ora per noi (piccoli) apologeti cattolici. Il Signore ci doni la tua stessa fede granitica, il tuo ardore apologetico, la tua capacità di scrittura che ci ha sempre attratti coniugando l’approfondimento storico-scientifico, la chiarezza divulgativa e, quando necessario, il taglio (sanamente) polemico.

Messori continuerà a vendere i suoi libri anche a distanza di anni, ma quando qualcuno di noi si deciderà a scrivere la storia della sua vita, sarà un altro best seller. Un libro che ci aiuterà ad attraversare con coraggio e fortezza l’alba del post-umano ma, allo stesso tempo, ci chiarirà molti degli inganni ma anche alle speranze del XX secolo.

I funerali del grande giornalista e scrittore si terranno sabato 11 aprile, alle 9.30, nell’Abbazia di Maguzzano, nel comune di Lonato del Garda, in provincia di Brescia, che è stata un punto di riferimento per il suo lavoro e la sua riflessione. Le esequie saranno celebrate dal vescovo di Verona, monsignor Domenico Pompili.

La camera ardente di Messori sarà allestita venerdì 10 aprile, dalle ore 9 alle 12 e dalle 15 alle 18, nella Sala del Commiato di Desenzano sul Garda, il paese dove Messori viveva da tempo. Sempre venerdì prossimo, alle 18.30, all’Abbazia di Maguzzano sarà celebrato il Santo Rosario in sua memoria. Dopo il funerale, la salma di Messori sarà tumulata nel cimitero di Treviglio (Bergamo), nella tomba della famiglia della moglie, Rosanna Brichetti, scomparsa quattro anni fa nel giorno del Sabato Santo.

Vittorio Messori: senza resurrezione non c’è cristianesimo

Ieri è morto Vittorio Messori, giornalista e scrittore di fama internazionale, tra coloro che più hanno segnato la saggistica cattolica in questi anni. Nacque nel 1941 a Sassuolo e crebbe in un ambiente non religioso: la sua formazione iniziale fu segnata dal razionalismo. Studiò scienze politiche a Torino ed iniziò la carriera giornalistica alla Stampa di Torino. Negli anni Sessanta visse una conversione al cattolicesimo che descrisse come del tutto impensabile, quasi ‘subita’. Da quel momento, la rivelazione cristiana non divenne solo un suo riferimento intimo, privato, ma il centro di tutta la sua attività intellettuale e quindi anche pubblica.

Nel luglio del 1964 si convertì al cattolicesimo (disse di ‘essere stato convertito, da una forza imprevista e irresistibile’), iniziando, stimolata anche dalla lettura di Blaise Pascal, una ricerca delle ‘ragioni della ragione’, a conforto delle ‘ragioni del cuore’ che lo avevano spinto ad abbracciare la fede. Di questo percorso, Messori racconterà nelle prime pagine di ‘Ipotesi su Gesù’.

Decise allora di frequentare i corsi dell’Istituto di Cristologia per laici della Pro Civitate Christiana ad Assisi, dove trascorse il 1966 ed il 1967. Ad Assisi conobbe Rosanna Brichetti, che avrebbe sposato in seguito nel 1996, dopo l’annullamento, da parte della Sacra Rota, di un precedente matrimonio avvenuto nel 1972: mentre la prima istanza era stata respinta nei tre gradi di giudizio, due cause successive si erano concluse con la sentenza di nullità. Nel 1968, terminati i corsi, tornò a Torino, dove iniziò l’attività professionale presso la Società Editrice Internazionale. Impegnato prima in redazione, passò poi a dirigere l’ufficio stampa. Contemporaneamente iniziò a collaborare con vari giornali e riviste culturali e continuò le ricerche per la redazione del suo primo libro.

Nel 1970 fu assunto a ‘Stampa Sera’ come redattore della cronaca cittadina. L’attività giornalistica e le inchieste gli valsero alcune querele e un processo per avere svelato dei retroscena di uno scandalo cittadino dove erano implicati alcuni medici. Dopo oltre quattro anni di cronaca, Arrigo Levi, allora direttore sia de La Stampa che di Stampa Sera, lo chiamò a far parte del gruppo di tre giornalisti destinati a creare Tuttolibri, settimanale culturale, anche se Messori non aveva voglia di rientrare in una cerchia culturale che non stimava e non gli interessava.

Proprio in quelle settimane, Messori consegnò alla SEI il manoscritto della sua prima opera, ‘Ipotesi su Gesù’, frutto della sua inchiesta sulle origini del cristianesimo, continuata per 12 anni. L’editore pubblicò il libro dopo un anno, nell’autunno del 1976, con una tiratura inferiore a 3.000 copie che andarono esaurite in poco tempo, così come le successive ristampe.

In ‘Ipotesi su Gesù’ scriveva: “Di Gesù non si parla tra persone educate. Con il sesso, il denaro, la morte, Gesù è tra gli argomenti che mettono a disagio in una conversazione civile. Troppi i secoli di sacrocuorismo. Troppe le immagini di sentimentali nazareni con i capelli biondi e gli occhi azzurri: il Signore delle signore. Troppe quelle prime comunioni presentate come ‘Gesù che viene nel tuo cuoricino’. Non a torto tra persone di gusto quel nome suona dolciastro. E’ irrimediabilmente tabù”.

Nel libro ‘Dicono che è risorto’ lo scrittore scrive: “Dice il celebre teologo svizzero [Karl Barth]: ‘Possiamo essere protestanti o cattolici, ortodossi o riformati, di destra o di sinistra. Ma, se vogliamo che la nostra fede abbia fondamento, dobbiamo aver visto e udito gli angeli presso il sepolcro spalancato e vuoto’. Cerchiamo dunque di esaminare con qualche ampiezza il perché di questa situazione…

Non è certo un caso se gli antichi predicatori del Vangelo non annunciavano affatto, per prima cosa, dei programmi socio-politici o delle edificanti saggezze o le indicazioni morali del rabbi Gesù. No: essi annunciavano, prima di ogni altra cosa, che quel Gesù di Nazareth, che era stato ‘annoverato tra i malfattori’ e come tale crocifisso, alla fine si era ‘levato dai morti’. Integrando sempre e subito questa affermazione (‘Gesù di Nazareth è risorto’) con l’altra: ‘E noi ne siamo testimoni’…

Comunque, va pur detto che questa affermazione decisiva non è soggetta ad alcuna verifica ‘scientifica’. Qui, nessuna scoperta archeologica di nessun futuro potrà mai dare la prova che il corpo di quel condannato a morte si è decomposto in qualche fossa comune; o che, al contrario, la tomba del notabile Giuseppe d’Arimatea è rimasta per sempre scoperchiata, vuota di un Occupante rialzatosi in piedi.

Qui, è necessario fidarsi di coloro che dicono di averlo visto risorto, ritornato in vita. Bisogna dare credito ad altri uomini, a un gruppo di testimoni privilegiati: la comunità cristiana; la Chiesa, in una parola. Si vede, anche in questo modo, che la fede non può nascere né vivere ‘solitaria’, ‘isolata’: per la sua fondazione stessa deve appoggiarsi ad una comunità, senza la cui testimonianza non c’è né annuncio, né certezza della risurrezione. E se non c’è risurrezione non c’è cristianesimo”.

Rodolfo Papa, presidente dell’Accademia Urbana delle Arti racconta coma ha rappresentato Papa Leone XIV

Nella Basilica di San Paolo fuori le Mura è stato posato il ritratto di Papa Leone XIV nella sequenza dei ritratti musivi della cronotassi dei pontefici. Un dipinto ad olio è stato realizzato nelle stesse dimensioni del mosaico, in poche settimane nel mese di luglio, dal pittore e filosofo dell’arte, Rodolfo Papa, presidente dell’Accademia Urbana delle Arti, dopo un attento studio degli antichi ritratti custoditi dalla Fabbrica di San Pietro.

Le tessere sono state realizzate sia con l’antica tecnica romana del mosaico tagliato che con quella del filato. Le prime, della dimensione di circa 1×2 cm, sono ottenute sezionando tramite la martellina una piastra di smalto, costituita da vetro, ossidi metallici e altre sostanze chimiche che generano il colore.

I dettagli più minuti, come i capelli, sono invece ottenuti ricorrendo alla tecnica del mosaico filato: in questo caso le tessere di piccolissime dimensioni derivano da sottilissime bacchette di smalto create a temperature molto elevate nella fornace presente nello Studio Vaticano, tagliate con una lima a base di polvere di diamante. Una tipologia ancora diversa è quella delle tessere dorate dello sfondo, realizzate secondo le antiche metodologie medievali: “Sono così brillanti per la loro struttura particolare, ‘a sandwich’ una sottilissima lamina d’oro è contenuta all’interno di due strati di vetro”.

L’artista ha sottolineato come abbia studiato papa Leone XIV in numerose fotografie e soprattutto filmati, per cogliere la specificità delle sue espressioni, finendo per concentrarsi su un aspetto che lo aveva colpito fin dal giorno dell’elezione: l’affabilità del sorriso. Inoltre ha studiato il contesto in cui il tondo è stato collocato che è molto peculiare: si tratta dell’ultimo clipeo sulla parete esterna della navata destra, alla sinistra il ritratto di papa Francesco, ed alla destra la parete ortogonale con i tondi ancora vuoti per i prossimi pontefici.

Per quale motivo un mosaico dedicato a papa Leone XIV?

“A partire dal 1823, dopo il grande incendio della Basilica di San Paolo fuori le Mura, durante la lunga ricostruzione si decise di ripristinare la cronotassi dei pontefici andata perduta. In seguito, Pio IX decise che i ritratti dei pontefici fossero in mosaico e quindi furono commissionati ai più grandi pittori dell’epoca dipinti ad olio dai quali poi trarre l’intera cronotassi musiva che oggi assomma 267 ritratti.

E dunque, da quella data, ogni volta che viene eletto un nuovo Pontefice viene affidato a un artista il compito di elaborare il ritratto pittorico, che viene poi conservato nella Galleria dei Ritratti presso la Fabbrica di San Pietro, da cui gli abili mosaicisti dello Studio del Mosaico Vaticano traggono il ritratto musivo che viene appunto esposto nella Basilica di San Paolo. Il ritratto musivo di papa Leone XIV è collocato in fondo alla navata destra ed è stato inaugurato domenica 25 gennaio, nella memoria della Conversione di san Paolo, con la celebrazione dei Vespri Solenni da parte di papa Leone XIV stesso”.

Come è nata l’idea dell’immagine del Papa del bozzetto pittorico?

“Ho elaborato vari bozzetti, studiando accuratamente il volto e le espressioni del nuovo Pontefice, le diverse possibilità di paramenti e anche le possibili diverse posizioni del volto e delle spalle. In modo particolare ho valutato la posizione angolare del ritratto, che è appunto in fondo alla navata destra, dunque l’ultimo prima dell’angolo.

I numerosi bozzetti sono stati poi ridotti a quattro, in accordo con Paolo Di Buono, direttore dello Studio Vaticano del Mosaico, e infine è stato lo stesso pontefice a scegliere quello che lui preferiva e da quello ho eseguito il quadro, olio su tela, delle stesse dimensioni del mosaico, ovvero una circonferenza con diametro di 137 cm. Penso sia da sottolineare che ho rappresentato papa Leone XIV frontalmente come del resto già era stato rappresentato papa Leone XIII, ed è stata una scelta voluta per creare una relazione diretta tra i due pontefici”.

In quale modo l’arte può raccontare la fede oggi?

“Le arti possono raccontare la fede oggi come sempre, ovvero testimoniando la fede stessa. L’arte sacra è testimone di quanto crediamo. Nella ‘Difesa delle immagini sacre’ san Giovanni Damasceno ricordava che ‘il pittore con la figura insegna in misura maggiore’ In particolare la pittura ha il compito di narrare ai contemporanei le verità evangeliche e di inserirsi nella storia della iconografia, sapientemente interpretando e innovando. Credo che l’arte mediante la bellezza possa realmente contribuire in modo eccellente a quella missione per attrazione, di cui papa Francesco ha sempre sottolineato l’importanza”.

(Tratto da Aci Stampa)

Un anno dall’addio a Mario Nanni, giornalista parlamentare e cronista del “processo del secolo”

L’ultima apparizione pubblica di Mario Nanni (1945-2025), giornalista parlamentare di lungo corso, già caporedattore del servizio politico dell’Ansa scomparso lo scorso 2 aprile dopo una coraggiosa battaglia contro il cancro, risale al 20 marzo 2025, giusto un anno fa.

Si trattava di un’occasione speciale per presentare, nella suggestiva cornice della Sala Zuccari del Senato, il suo ultimo libro, Il caso Becciu. (In)Giustizia in Vaticano (Media & Books, 2024), e ricevere il Premio Giornalisti Italia alla carriera, consegnatogli dal senatore Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia a Palazzo Madama, davanti a una platea di colleghi e amici che lo hanno a lungo applaudito.

Non credo che la coincidenza di quest’ultimo atto pubblico con la presentazione del suo ultimo saggio dedicato al “processo del secolo”, così definito per la lunghezza e complessità (86 udienze, un record tra le mura vaticane), oltre che per il fatto che per la prima volta sieda sul banco degli imputati un cardinale, Giovanni Angelo Becciu, sia un evento da far scorrere via. Tanto più che il “caso Becciu” è ancora – purtroppo – di attualità sui media nazionali e internazionali nonostante la Corte vaticana abbia dichiarato inammissibile l’impugnazione della sentenza di primo grado presentata dal “promotore di Giustizia” nella terza udienza del processo di appello per la gestione dei fondi della Santa Sede (25 settembre 2025). Con tale ordinanza, che per gli imputati Becciu e gli allora presidente e direttore dell’AIF (attuale ASIF-Autorità di Supervisione e Informazione Finanziaria) Reneé Brüllhart e Tommaso Di Ruzza è stata confermata l’assoluzione del primo grado perché «il fatto non sussiste» o «non costituisce reato», non ha infatti esaurito il “processo del secolo”, non avendo interessato tutte le assoluzioni decise in primo grado, il 16 dicembre 2023.

La Corte d’Appello sta quindi proseguendo con gli appelli proposti dalle parti alle condanne che potranno essere quindi ancora teoricamente confermate o modificate. Il fatto però che Leone XIV abbia voluto ricevere il 27 maggio 2025, a pochi giorni cioè dalla sua elezione a Pontefice, il card. Becciu in Vaticano, costituisce senz’altro un gesto simbolico di apertura e di fiducia nei confronti del prefetto emerito del Dicastero delle Cause dei Santi, dopo le tante sofferenze e gogne mediatiche che ha dovuto subire.

Della sua storia, come detto, si è occupato magistralmente come ultimo frutto di una passione civile incontenibile Mario Nanni, un giornalista non precisamente cattolico, in quanto «di simpatie socialiste e credente in Dio». Un cronista, però, che ha sempre evitato la narrazione retroscenista e il sensazionalismo, «non amava i titoli urlati e cercava una consequenzialità tra parole e gesti» muovendosinegli ultimi anni dopo il pensionamento dall’Ansa «con la libertà nuova offerta dalla misura di un libro, nel solco del miglior giornalismo d’inchiesta» (Pino Pisicchio, Addio Mario Nanni. Ricordo di un giornalista vero, Formiche.net, 4 aprile 2025).

Il caso Becciu, quindi, costituisce il suo libro più importante, destinato probabilmente a divenire un libro “storico” una volta che la vicenda giudiziaria del cardinale e degli altri imputati del “processo del secolo” avrà finalmente termine. Si tratta di un’indagine certosina condotta su migliaia di carte processuali, sulla verifica di fatti e circostanze in chiaroscuro, mossa dal desiderio di rimuovere il velo opaco di omissioni e posture fuori misura che ha contraddistinto il processo, da lui accostato addirittura all’affaire Dreyfuss o al “caso Tortora”.

Il 25 giugno 2025 un gruppo di amici ha dedicato al giornalista salentino un convegno alla LUMSA, organizzato dalla Media & Books, significativamente intitolato “Mario Nanni, una vita per il giornalismo”. Nell’occasione è stato presentato e regalato ai partecipanti un volume in memoriam, firmato dall’editore Santo Strati, suo amico da decenni.

Fra i lasciti che ne sono emersi merita di essere menzionata la signorilità con cui, nell’ultima intervista rilasciata prima della morte, dichiarò che Il caso Becciu non costituiva un libro “contro” Papa Francesco che, «anzi, non per vanagloria rendo noto che mi ha scritto una lettera di ringraziamento» [cit. in “Il caso Becciu. (In)giustizia in Vaticano”, il libro di Mario Nenni sul cardinale «azzoppato perché correva da Papa», Il Messaggero, 21 marzo 2025].

Nella stessa occasione Nanni ha racchiuso anni di ricerca e studio in una frase chiara e coincisa tipica del suo modo di essere: «leggendo e studiando le carte mi sono convinto che Angelo Becciu è stato la vera vittima di un processo pieno di misteri, anomalie, per cui il libro è su una linea dichiaratamente innocentista, ma non per pregiudizio iniziale» (art. cit.).

Musica e spiritualità a Specchia: il coro ‘Ala di Riserva’ presenta ‘E’ giunta l’ora’

La Parrocchia ‘Presentazione Vergine Maria’ di Specchia e l’Associazione Ala di Riserva di Alessano comunicano che sabato 21 marzo alle ore 19.30, presso la Chiesa Madre, in Via Umberto I, sarà possibile assistere a ‘E’ giunta l’ora’, una serata di meditazioni e canti sulla Passione di Gesù Cristo, per un momento di raccoglimento e riflessione attraverso musica e parole, che permetterà di vivere un momento di alta intensità culturale e religiosa, a cura del Coro ‘Ala di Riserva’, diretto dal Maestro Sergio Filippo.

Il programma proposto dal gruppo corale, curato dal Maestro Sergio Filippo, accompagnerà il pubblico in un percorso spirituale dedicato ai momenti più significativi del mistero pasquale. L’obiettivo dell’iniziativa è trasformare il linguaggio artistico in uno strumento di preghiera e contemplazione, creando un’esperienza di ascolto profondo e interiorità nel cuore della comunità di Specchia.

Il coro ‘Ala di Riserva (dal titolo della preghiera di mons. Tonino Bello), composto da circa cinquanta elementi è nato nel 2013 ad Alessano, terra natale del vescovo di Molfetta, rappresenta oggi una realtà d’eccellenza. Il gruppo corale riflette un autentico spaccato della società civile, unendo voci di artigiani, professionisti, casalinghe e pensionati in un unico, armonioso strumento musicale. Con un repertorio che spazia dalla musica sacra alla profana dal XVI al XX secolo, il complesso di voci vanta una storia ricca di prestigiosi traguardi nazionali e internazionali.

Nella memoria dei componenti del coro, restano impressi i momenti vissuti nel 2018, anno in cui la formazione ha accompagnato il 20 aprile la visita apostolica di papa Francesco ad Alessano sulla tomba di mons. Tonino Bello e il 1° dicembre ha partecipato all’udienza speciale in Aula Paolo VI di ringraziamento, trasmessa in diretta su TV2000, dove il coro ha ricevuto il plauso personale del pontefice.

Il 3 gennaio 2024, rendendo omaggio al frate poverello e al venerabile mons. Tonino Bello, cantando la speranza e la pace, la formazione corale si è esibita nella Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi, confermando il proprio impegno nel coniugare l’arte canora con la testimonianza dei valori civili e spirituali.

Oltre alle solenni celebrazioni liturgiche, il Coro ‘Ala di Riserva’ ha saputo conquistare il grande pubblico televisivo, come avvenuto durante la partecipazione al programma ‘Linea Verde’ su RAI 1, esibendosi insieme a Lorella Cuccarini presso la cascata monumentale di Leuca.

Paolo Naldini: l’arte contribuisce alla pace

Nei mesi scorsi a Kharkiv, l’Università Beketov (bombardata più volte dall’inizio della guerra) aveva ospitato il ‘Terzo Paradiso’ dell’artista Michelangelo Pistoletto: un’opera ‘open source’ che chiunque, previa autorizzazione della ‘Fondazione Pistoletto’, poteva reinterpretare e riprodurre gratuitamente. Il simbolo del ‘Terzo Paradiso’ ed il marchio del Mean (Movimento Europeo Azione Nonviolenta) sono stati riprodotti su un muro interno dell’università, come un murales di pregiatissima fattura. Studenti, professori e volontari hanno potuto aggiungere la propria firma od un disegno. Il corridoio nel quale era stato riprodotto il murales, bianchissimo, riverniciato di fresco, non era stato scelto a caso: collegava la parte dell’edificio colpita dai missili con la parte illesa.

Gli studenti d’arte hanno offerto la propria visione dell’opera, riproducendola su carta o su tela e modificandola secondo la propria intenzione espressiva: dalla matita, all’acrilico, al collage, sono state impiegate tecniche pittoriche molto diverse tra loro. Nel frattempo, su un grande schermo, è stato proiettato il videomessaggio che Michelangelo Pistoletto aveva inviato all’Università ed al Mean, come ringraziamento per l’iniziativa e come spiegazione dei significati dell’opera, la quale incarna nel modo più sintetico e simbolico possibile un’idea di composizione dei conflitti, di ritrovata armonia, di produzione del nuovo e del bello da elementi che sono in rapporto di contrasto e opposizione tra loro.

Nel videomessaggio l’artista esortava a sprigionare una forza creativa capace di costruire una ‘pace preventiva’: “Dobbiamo creare un sistema dove l’uomo non è più capace di mangiare l’altro uomo, non lo vuole più fare! Per fare questo bisogna costruire un sistema di pace che non viene dopo la guerra, ma viene prima. La pace deve essere preparata prima di fare la guerra”.

Riferendosi a quell’evento, a 5 anni dall’invasione russa dell’ Ucraina, il direttore della Fondazione Pistoletto, Paolo Naldini, ha affermato: “E’ molto più facile fare la guerra che la pace; per questo la prima è amata dagli uomini di poco valore. La seconda si costruisce con enorme fatica, spesso senza riconoscimento e poche risorse, perchè la guerra fa fare affari che accrescono il denaro, mentre la pace previene immenso dolore e spese maledette: purtroppo, per molti, è difficile scegliere la strada della prevenzione, ci vuole immaginazione e visione, due cose che l’arte coltiva e produce. Anche per questo ogni società ha radicalmente bisogno degli artisti, dei curatori, delle guide e dei direttori dei musei, degli insegnanti e degli amante dell’arte”.

Per quale motivo a Kharkiv era stata esposta l’opera ‘Terzo Paradiso’?

“Nelle mie conversazioni con Angelo Moretti e Doriano Zurlo del MEAN, la funzione sociale dell’arte è sempre stata al centro della nostra attenzione. Sottolineo che la mia partecipazione come attivista non è disgiunta dalla mia attività come artista e portatore delle istanze, delle pratiche dell’arte nel sistema contemporaneo. Con Doriano avevamo valutato le condizioni che i nostri ospiti italiani ci rappresentavano e, in particolare, le possibilità di cooperare con l’Accademia e l’Università.

Per me era importante che la nostra presenza fosse non solo di testimonianza, ma anche di ascolto, o meglio di abilitazione, di invito e incoraggiamento alla produzione del pensiero e della pratica artistica. Dunque non si trattava per me di portare un nostro artefatto o manufatto che rappresentasse la nostra individuale personalità calata in quel contesto, ma al contrario che ci si ritrovasse in uno spazio comune di cura e di co-creazione in cui gli artisti e le istituzioni di Kharkiv potessero raccontare la loro storia in un contesto come quello che stanno vivendo”.

Cos’è il ‘Terzo Paradiso’?

“Il ‘Terzo Paradiso’ è una formula, un simbolo che esprime l’universale dinamica di tensione e connessione, di incontro tra gli opposti nella natura e in ogni altra situazione di fenomeno, compresi i fenomeni sociali. Una formula che rappresenta come da due elementi opposti possa prodursi e generarsi un fenomeno e una terza entità che prima non esisteva.

Questa è la formula della creazione. Il ‘Terzo Paradiso’ ha questa denominazione perché la prima applicazione era dedicata alla paradigmatica opposizione dualista natura-artificio. Ed era dunque da questa applicazione che derivava l’individuazione di un primo paradiso ordinato dalla natura, con un secondo, che vi si opponeva attraverso l’artificio operato dagli umani. Pur provenendo pienamente dalla natura, vi si contrapponeva con una dimensione di artificio, dalle prime abitazioni, ai vestiti, alle colture, alla sporta per raccogliere le bacche, fino alle città e alle più avanzate tecnologie digitali”.

In quale modo l’arte può ‘battere’ l’indifferenza?

“L’arte nasce da un sentire, da un sentimento che coglie la realtà individuandone qualcosa che non accontenta l’artista, ma, se c’è, da una forma di critica rispetto al reale; nel reale manca qualcosa, o quel che c’è non va bene. L’arte, dunque, nasce da una prima posizione di critica sul reale, ma la critica non basta. Quindi dall’immagine alla forma, all’iperforma, alla performance, c’è il percorso che collega l’estetica all’etica, nella loro pratica artistica. Portando con sé la radice di un senso e di un’emozione che ha scatenato la ricerca artistica, la pratica dell’arte estende il movimento dell’emozione al fruitore dell’arte stessa e al contesto che ospita l’arte nella sua traiettoria di distribuzione come sensibile nel mondo dell’umanità.

Questo movimento di emozione porta con sé, come un’onda di energia o elettromagnetica, un’informazione che la materia che ne viene raggiunta assume ed inizia a vibrare della stessa onda. Inoltre, si estende e si espande questa emozione alle realtà circostanti pur senza trasferimento di materia, come vediamo avvenire con la luce o le onde elettromagnetiche. L’arte e gli artisti sono dunque centrali di produzione e trasmissione di onde di emozioni e movimento che attraversano la società e che attivano la società; sono quindi quelle onde che arrivano a toccare i nervi, il cuore e lo spirito delle persone avvolte o sommerse dalla apatia che, in qualche modo, la legge di conservazione dell’energia tende a far assumere loro”.

Allora l’arte può costruire la pace?

“L’arte può contribuire a costruire la pace generando quelle onde di connessione emozionale e concettuale come un pensiero che viene trasmesso di corpo in corpo, di luogo in luogo, di Stato in Stato, di popolo in popolo, formando una piattaforma in cui la circolazione dell’emozione e del sentimento di identificazione con l’altro sia la base di un antidoto alle dinamiche distruttive della guerra.

L’arte permette di vedere il mondo con l’occhio dell’altro e di sentire le emozioni che l’altro sente attraverso le nostre stesse corde e nervi emozionali. Esistono dei circuiti neuronali che afferiscono al concetto di neuroni specchio: le emozioni che vediamo e leggiamo nelle espressioni, nelle vicende altrui, sono da vissute ed esperite come se le vivessimo noi stessi.

Questa capacità di empatia strutturale cablata nei nostri sistemi nervosi è la base per vedere l’altro, leggere le sue emozioni, ascoltando le sue canzoni, conoscendo le sue storie, entrando nei suoi territori, nella sua casa, gustando i sapori della sua cucina, della sua tradizione, i profumi e gli odori del suo mondo. Vederli attraverso l’operare dell’arte intensifica la condivisione empatica e l’interpretazione del mondo attraverso l’occhio altrui.

Ciò pone le basi di una resistenza agli attacchi delle forze della distruzione, dell’odio, della paura e dell’insicurezza che pure abitano sulla nostra interiorità emozionale e nel nostro spirito. L’arte quindi è forse il più profondo antidoto alle dinamiche distruttive e di odio, perché agisce attivando gli stessi sistemi di percezione e di sensazione che attiviamo nel nostro sentire quotidiano”.

(Foto: Fondazione Pistoletto)

151.11.48.50