Bussole per la fede

Ricordando il Concilio Vaticano II

A custodire il ricordo degli anni straordinari del Concilio ecumenico Vaticano II siamo ancora in molti. Lo ricordiamo come evento profetico che si è impresso nella memoria e, più ancora, nella coscienza di tutta la Chiesa. Lo ricordiamo non come visione di scene ecclesiali esterne e coreografiche ma, piuttosto, come tipica opera straordinaria dello Spirito santo e, per usare un’espressione cara a Giovanni XXIII e a Paolo VI, di una “nuova Pentecoste”.

I contenuti dottrinali dei documenti promulgati sono divenuti patrimonio fondamentale per la Chiesa, protesa, allora, verso il terzo millennio. Quanti hanno letto, non dico studiato, i 16 documenti conciliari? Talvolta, purtroppo, si parla invano, si contraddice, si frantuma, con schizofrenie d’ogni tipo – schizein è scisma –, provocando diaboliche fratture all’interno delle comunità dei credenti.

Come sigillo sul cuore

L’uomo senza cuore è creatura senza vita. Il cuore che ama è segno di trasfigurata risurrezione.

Benedetto XVI, nell’omelia per i funerali del cardinale Spidlik, così definisce il cuore: «A partire dalla radice biblica, il simbolo del cuore rappresenta nella spiritualità orientale la sede della preghiera, dell’incontro tra l’uomo e Dio, ma anche con gli altri uomini e con il cosmo» (20 aprile 2010).

La struggente concordia tra due cuori è descritta, con toni elevati, nel capitolo ottavo del Cantico dei Cantici: inno d’amore per eccellenza, idillio sbocciato dal cuore di due giovani nel suo primo fiorire al tempo dell’eterna primavera. È cantico di un amore che percorre, in intima esperienza, tutta la gamma delle sue espressioni: dall’ebbrezza dei baci e delle carezze più tenere, al desiderio invincibile dell’incontro; dalle sofferenze della lontananza, alla gioia incontenibile del ritrovarsi insieme; dalle intense parole d’intimità, alle dolenti espressioni per l’assenza dell’amato.

L’alba di quel mattino sul lago

Quel mattino, sulle sabbie del lago di Tiberiade irrorate da luce aurorale, Gesù risorto, per la terza volta, incontra il gruppo dei discepoli-pescatori, ritornati, dopo la sua morte, nel loro ambiente di lavoro. Proprio in quel luogo, dove il Maestro li aveva istruiti sui contenuti e sulle forme della missione e dove a Pietro aveva preannunziato che sarebbe diventato “pescatore di uomini”, il Signore glorificato si rivela. I discepoli sono in “sette”, cifra simbolica dell’universalità. «Disse loro Simon Pietro: “Io vado a pescare”. Gli dissero: “Veniamo anche noi con te”. Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla» (Gv 21,1-3). Quando l’alba del nuovo giorno stava già spuntando, i discepoli tornarono a terra. Gesù li attendeva sulla riva e vide che erano stanchi e affaticati, non solo per il lavoro notturno della pesca ma, soprattutto, perché delusi e smarriti per non aver pescato niente. Senza la fede nel Risorto, è impensabile riuscire nella missione affidata alla Chiesa, è impossibile portare frutti. Gesù, in tono amichevole e ironico, senza farsi riconoscere, chiese: «“Figlioli, non avete nulla da mangiare?” Gli risposero: “No”. Allora disse loro: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete” La gettarono, e non riuscivano più a tirarla su per la gran quantità di pesci» (Gv 21,5-6).

Quella Tomba della Speranza

La tomba pone il sigillo alla nostra mortalità, appare come il tragico traguardo della vita terrena, il segno muto di vittoria della morte, il luogo in cui la vita diventa il nulla polveroso. Anche Gesù, dopo la drammatica passione e morte, come tutte le creature mortali, è deposto nel sepolcro. Dopo la morte, avvolto in un candido lino, è messo in una tomba nuova scavata nella roccia e sigillata da una grande pietra. Quel silenzio di sepoltura, però, non è vuota e amara speranza fallita ma silenzio d’attesa di fede viva e di fulgida speranza. Quella tomba è luogo inquieto che preoccupa e attrae perché quell’uomo morto non è più reperibile all’interno dello spazio e del tempo. Nel sepolcro, il Verbo fatto silenzio e la Luce fattasi buio, diventa grido di vittoria e splendore di risurrezione. Nel mistico itinerario, che ha inizio nell’ incarnatus e la fine nel sepultus, Gesù assume e vive la vicenda umana sino alla sepoltura, così il nostro essere morti e sepolti viene redento; l’irreversibile corruzione di morte sepolcrale, per Cristo, con Cristo e in Cristo risorto, si trasfigura in luce di risurrezione, lì dove si rinasce come creature nuove aperte alla speranza della vita eterna. L’evento della risurrezione non ha avuto testimoni. Gesù, a testimonianza della sua risurrezione lasciò il sepolcro vuoto e i segni della sua sepoltura.

La beatitudine del mite

La fragile felicità degli empi potrebbe suscitare, nell’animo della persona mite, sentimenti d’invidia e d’irritazione che potrebbero costituire quasi l’inizio di una rivolta. Il Salmo 37 cerca di rassicurare coloro che vivono lo spirito delle Beatitudini nel disporsi a non inquietarsi vedendo la prosperità degli empi; questa è infatti felicità effimera che non dura. Quanti fanno il male, non tarderanno a essere cancellati dalla terra, mentre il Signore assicura ai giusti l’eredità della terra. Il salmo si apre con l’invito a stare in silenzio davanti al Signore e ad attenderlo con pazienza, sperando in Lui:

Sta’ in silenzio davanti al Signore e spera in lui;

non irritarti per chi ha successo, per l’uomo che trama insidie.

Desisti dall’ira e deponi lo sdegno,

non irritarti: non ne verrebbe che male;

perché i malvagi saranno sterminati,

ma chi spera nel Signore avrà in eredità la terra.

Ancora un poco e il malvagio scompare:

cerchi il suo posto, ma lui non c’è più.

I miti invece avranno in eredità la terra

e godranno una grande pace (Sal 37,7-11).

Delitto e castigo o peccato e misericordia?

Come afferma il filosofo Lev Sestof, il grande scrittore russo Fedor Dostoevskj ha un’attrazione particolare per quelli che sono respinti, per i criminali e per gli umiliati. In Delitto e castigo, il protagonista del romanzo, Raskòl’nicov, studente costretto a vivere in un abbaino, braccato dalla miseria e nel cui cuore si è accumulato l’amaro disprezzo per una vita che sembra una condanna, è il simbolo di uno scontro ideologico tra due concezioni antitetiche: il socialismo solidaristico di Marx e l’arroganza del “superuomo” di Nietzsche.

Aldilà dell’intreccio del romanzo, definito, giustamente, una sorta di “anatomia dell’anima”, il dramma narra una storia individuale che ha un prologo e un epilogo all’interno dello scontro tra due concezioni diverse dell’uomo e della vita. Per Raskòl’nicov, la società è governata da uomini “superiori” che hanno solo poteri e diritti sconoscendo doveri e leggi; al tempo stesso, è divisa tra ricchi che possiedono tutto e poveri che hanno soltanto la disperazione della miseria. Il “superuomo” è autorizzato a commettere qualsiasi tipo di delitto pur di fare giustizia in un mondo ingiusto. Il protagonista del romanzo, infatti, uccide con una scure una vecchia usuraia per riscattare la famiglia Marmeladov e sua sorella Dunja dalla miseria e da un destino di schiavitù. Egli dimostra così di non essere un volto anonimo in un mondo di individui senza volto. Dopo il delitto, in Raskòl’nicov esplode un drammatico tormento che lo inabissa nel caotico vortice di contraddizioni fatte di angosce, dubbi e paure. Sarà Sonia, la prostituta, la “donna di vita”, che, con la sua semplicità di fede e col suo disarmante amore, farà capire all’assassino che nessun gesto di violenza, da qualsiasi parte venga, porterà mai giustizia e felicità. L’unica strada è la fede, la sola via che dà luce e significato all’accettazione del castigo. Il dramma dell’espiazione diventa così gioia di redenzione.

Il falso gioco dell’ipocrita

Il falso gioco è sempre stato il peggiore frutto dell’ipocrisia, somiglia a una sorta di assassinio che non lascia impronte. Chi poi dovrà giudicare, userà la fantasia della menzogna per uscire immune dal districato labirinto degli imbrogli nei quali si corre il rischio di cadere. Si evita il dialogo, si scombinano le carte, si prezzolano i falsi testimoni. Abbiamo sempre sognato la vittoria che si raggiunge attraverso il dialogo e non quella dello sfidarsi a duello. Si sa che i duellanti sono sempre degli sconfitti. Occorre dialogare con chiarezza, senza furbizia; mostrando la verità, senza inganni; partendo alla pari, senza interporre palizzate. L’alveo del dialogo è trasparenza nel rispetto della reciprocità: la sacralità della persona è intoccabile! L’ipocrisia del “falso” che si erge a giudice e a maestro, è sempre atteggiamento ripugnante. Chi è l’ipocrita? E’ l’individuo che dissimula facendo il doppio gioco. E’ colui che salva l’apparenza svuotata del suo contenuto. L’ipocrisia è la contraddizione dell’uomo con se stesso: tra quello che dice e quello che fa, tra quello che pretende di fare e quel che fa in realtà. Anche il falso credente, preso dal gioco della vanagloria religiosa, non ha più coscienza, finge di credere, per cui la sua apparenza esteriore contrasta con la realtà interiore.

Fare la Verità

San Paolo, nella lettera agli Efesini, dopo l’appello all’unità, scrive questa esortazione: “Vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo” (4, 15). L’apostolo ci esorta ad agire sinceramente secondo la norma della verità. La verità, infatti, dev’essere fatta, cioè, dev’essere realizzata nell’azione. La verità non fatta, non vissuta nell’operare, rimane non feconda e favorisce l’indifferenza di fronte ai valori. E’ vero che la vita si fonda sull’immediato, sul tangibile, sul dato di fatto, ma fermarsi all’immediato significa chiudersi alla riflessione razionale, a ciò che qualifica l’uomo: il pensiero, la riflessione, la ragione. La verità, sia quella che s’impone per immediatezza, sia quella ricercata mediante la riflessione, esige massimo rispetto e obbligo di essere realizzata nell’azione. Ci fu un tempo, l’epoca del razionalismo e dell’idealismo, in cui “fare la verità” significava “crearla” e “produrla”. Col positivismo, la verità fu ridotta al fatto sperimentale constatato. Il pragmatismo, poi, fece consistere la verità nel successo pratico. Di una verità da fare non c’era neppure il concetto, perché mancavano i fondamenti e le condizioni di possibilità. Si arrivò perfino a coniare delle frasi che vanno contro la stessa verità e che servivano a distruggerla. Celebre il detto di Machiavelli: il fine giustifica i mezzi. Trasimaco afferma che la verità consiste in ciò che è utile al più forte. Siamo convinti che la verità dev’essere “fatta” e riconosciuta come tale, cioè come verità. Certamente non è disposto a realizzarla chi piega la verità alle esigenze dell’immediato o chi la manipola per il proprio tornaconto. Fare la verità è programma di vita che scaturisce dalla conoscenza di ciò che è e non potrebbe non essere, cioè: l’Assoluto.

Sguardo di bellezza

Ogni esperienza estetica è avventura sensibile della percezione del bello. Il termine greco aìsthesis non intende dire solo “bella apparenza”, ma “teoria della sensazione”: quando la bellezza ci viene incontro, essa ci attrae, i nostri sensi la percepiscono e l’attrazione si concentra su di essa. E’ impossibile fermarsi alla superficie del visibile, perché già nel visibile splende la luce di una profondità che si mostra. La bellezza in se stessa è potentemente attrattiva, poiché coinvolge in un incontro che afferra totalmente senza violentare, si propone e incanta generando fascino ed emozione. In Écrits de Londres, Simone Weil afferma che “la bellezza è il mistero più grande del mondo”. Platone, nel Fedro, dichiara che la bellezza, che è dall’altra parte del cielo, è qui visibile. Il filosofo, però, non spiega com’è arrivata, dice semplicemente che essa è discesa: questo movimento discendente, per Platone, è amore. Ogni sentimento di bellezza è amore, è presenza di Dio nella storia, è incarnazione di Dio nel mondo di cui proprio la bellezza è il contrassegno: l’incontro con essa è qualità teologica. Attraverso la bellezza attrattiva avviene l’incontro col divino.

Dio o gli idoli?

Il libro di Daniele, opera di un dotto maestro della legge, scritto in Babilonia tra il 167 e il 164 avanti Cristo, si compone di due parti. La prima parte (cc. 1-6), una sezione narrativa secondo lo stile del midrash, vuole insegnare che quanti si mantengono fedeli a Dio, prevalendo sull’orgoglio, sulla superbia e sulla malvagità degli uomini, non sono mai abbandonati da Dio nell’ora della prova. Dio è il Signore della storia. Nulla sfugge al suo sguardo di Creatore, tutti gli eventi, positivi o negativi, sono utilizzati per i suoi progetti salvifici. Il capitolo 3° descrive un gesto d’idolatria: «Il re Nabucodònosor aveva fatto costruire una statua d’oro, alta sessanta cubiti e larga sei, e l’aveva fatta erigere nella pianura di Dura, nella provincia di Babilonia. Quindi il re Nabucodònosor aveva convocato i sàtrapi, i governatori, i prefetti…e tutte le alte autorità delle province, perché presenziassero all’inaugurazione della statua… Essi vennero all’inaugurazione della statua. Si disposero davanti alla statua fatta erigere dal re. Un banditore gridò ad alta voce: “Popoli, nazioni e lingue, a voi è rivolto questo proclama: Quando voi udrete il suono del corno, del flauto, della cetra, dell’arpicordo, del salterio, della zampogna, e d’ogni specie di strumenti musicali, vi prostrerete e adorerete la statua d’oro, che il re Nabucodonosor ha fatto innalzare. Chiunque non si prostrerà alla statua, in quel medesimo istante sarà gettato in mezzo a una fornace di fuoco ardente”. Perciò tutti i popoli, nazioni e lingue, in quell’istante che ebbero udito il suono… di ogni specie di strumenti musicali, si prostrarono e adorarono la statua d’oro» (Dn 3,1-7). Ecco, però, che giunge la grande prova.

151.11.48.50