Fare la Verità

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San Paolo, nella lettera agli Efesini, dopo l’appello all’unità, scrive questa esortazione: “Vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo” (4, 15). L’apostolo ci esorta ad agire sinceramente secondo la norma della verità. La verità, infatti, dev’essere fatta, cioè, dev’essere realizzata nell’azione. La verità non fatta, non vissuta nell’operare, rimane non feconda e favorisce l’indifferenza di fronte ai valori. E’ vero che la vita si fonda sull’immediato, sul tangibile, sul dato di fatto, ma fermarsi all’immediato significa chiudersi alla riflessione razionale, a ciò che qualifica l’uomo: il pensiero, la riflessione, la ragione. La verità, sia quella che s’impone per immediatezza, sia quella ricercata mediante la riflessione, esige massimo rispetto e obbligo di essere realizzata nell’azione. Ci fu un tempo, l’epoca del razionalismo e dell’idealismo, in cui “fare la verità” significava “crearla” e “produrla”. Col positivismo, la verità fu ridotta al fatto sperimentale constatato. Il pragmatismo, poi, fece consistere la verità nel successo pratico. Di una verità da fare non c’era neppure il concetto, perché mancavano i fondamenti e le condizioni di possibilità. Si arrivò perfino a coniare delle frasi che vanno contro la stessa verità e che servivano a distruggerla. Celebre il detto di Machiavelli: il fine giustifica i mezzi. Trasimaco afferma che la verità consiste in ciò che è utile al più forte. Siamo convinti che la verità dev’essere “fatta” e riconosciuta come tale, cioè come verità. Certamente non è disposto a realizzarla chi piega la verità alle esigenze dell’immediato o chi la manipola per il proprio tornaconto. Fare la verità è programma di vita che scaturisce dalla conoscenza di ciò che è e non potrebbe non essere, cioè: l’Assoluto.

Se l’uomo è fatto per la verità, la verità è fatta per l’uomo. Proprio perché creato per la verità, l’uomo la realizza nella sua vita. Illuminante è l’accorata preghiera di sant’Agostino: “Signore, ci hai fatto per te e il nostro cuore non trova pace finché non riposa in te”. E’ questo il riposo della coscienza che, attenta alla voce di Dio, depone ogni inquietudine e sperimenta la luce e la gioia della beatitudine della verità. Ognuno di noi ha la sua verità da “fare”, che è l’adempimento dei propri doveri dinanzi a Dio e ai nostri fratelli in umanità e fede, nella molteplicità delle funzioni che ciascuno esercita anche in forma umile e nascosta. Nella drammatica notte della Passione di Gesù, Pilato lancia l’interrogativo, che poi finisce nel vuoto così come accade a tutti quegli uomini alienati da fantasmi d’ogni genere: “Che cos’è la verità?” (Gv 18,38). La scena ha per protagonisti Gesù, flagellato e sfigurato, e il procuratore di Roma Ponzio Pilato, avvolto dal manto di un potere ambiguo e succube, irresponsabile e spietato. Non sapendo cos’è la verità, Pilato incarna il tipo dell’intellettuale scettico che crede di potersi sottrarre alla responsabilità nei confronti dell’ingiustizia e della sofferenza e, per la paura di perdere il potere, impone persino vittime ingiuste. Eccitato e irritato, Pilato si lava le mani sottraendo lo sguardo da chi gli sta davanti che è la Verità martoriata e crocifissa. Il processo umano della menzogna diviene strumento di rivelazione della regalità divina di Cristo. Il colloquio tra i due si snoda attraverso il confronto di due diverse regalità e di due poteri contrapposti. Pilato, rappresenta il potere terreno, politico e dispotico, potere di menzogna, di oppressione e sopraffazione.

Gesù, invece, si presenta Signore di una regalità incomprensibile, perché di natura diversa da quella umana e terrena. Il suo regno non ha come legge il dominio ma il servizio. In quella notte di dolore, la verità è messa in luce assieme alla regalità. “Allora Pilato gli disse: ”Dunque tu sei re?”. Rispose Gesù: ”Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” (Gv 18, 37). La risposta di Gesù puntualizza l’origine e la natura del suo regno. Come origine, non è un regno che proviene dalla terra e non trae la sua legittimazione dai poteri del mondo; come natura, è diverso dai regni terreni perchè si fonda sulla testimonianza resa alla verità. Gesù dimostra così che il suo potere e la sua regalità, per imporsi, non fanno ricorso alla forza delle armi, alla violenza delle dittature, ma alla verità dell’amore. I “sudditi” del suo regno “sono dalla verità e ascoltano la sua voce”. Lì dove non c’è verità, domina satana con tutte le sue contraffazioni, frantumazioni e distruzioni. Quei poteri che costruiscono regni che dominano e sconvolgono le coscienze, sono regni di menzogna. Quei regni fondati su altre ragioni che non sono quelle della verità, sono poteri destinati al fallimento e all’annientamento di se stessi. “Che cos’è la verità?”, domanda l’uomo. “Io sono la verità”, risponde Cristo. Verità, però, non come sistema filosofico, dottrinale, sociale o politico, ma come realtà vera e sicura di cui fidarsi e su cui costruire la propria vita. Cristo-Verità è fondamento sicuro dell’esistenza e norma assoluta di vita. “Fare” la Verità significa “agire” nella Verità, diventare ciò che si crede. Credere in Cristo è vivere in Cristo Verità. Ogni verità “fatta” è un contributo all’avvento del Regno di Dio. Ogni verità “contraffatta” è distruzione del Regno di Dio. Cristo è venuto a far coincidere il Regno di Dio con la Verità, che è avvenimento storico di Luce e di Grazia. San Giovanni, nel Prologo del suo vangelo, canta: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi… pieno di grazia e di verità” (Gv 1, 14). E’ costruttore del Regno di Dio chi ascolta con le orecchie del cuore la Verità e la testimonia nell’entusiasmo della vita.

La stessa carità, svuotata della verità, diventa il luogo delle peggiori deviazioni, contraffazioni e alienazioni. Occultare la verità col pretesto della carità significa distruggere la stessa carità. Dimenticare la carità per fare “trasparenza” significa distruggere e carità e verità. Solo la verità nella carità è misura della comunione con Dio e con i fratelli. Verità è la Parola del Padre incarnata e rivelata dal Figlio, interiorizzata e resa efficace dalla Spirito del Padre e del Figlio. Verità è lo Spirito Santo “che rende testimonianza perché lo Spirito è la Verità che ci guida tutti alla verità intera”. Gesù dice ai suoi: “Se rimanete fedeli alle mie parole, sarete davvero miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. Essere nella verità significa regnare nella libertà, perché è questo il modo di pensare e lo stile di vivere secondo la Parola di Cristo, l’unico criterio di riferimento nell’esistenza del credente. Essere “sudditi” di Cristo Re significa vivere, evangelicamente e spiritualmente, da persone libere che costruiscono il Regno di Dio eterno e universale: Regno di verità e di vita, Regno di santità e di grazia, Regno di giustizia, d’amore e di pace.

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