La beatitudine del mite
La fragile felicità degli empi potrebbe suscitare, nell’animo della persona mite, sentimenti d’invidia e d’irritazione che potrebbero costituire quasi l’inizio di una rivolta. Il Salmo 37 cerca di rassicurare coloro che vivono lo spirito delle Beatitudini nel disporsi a non inquietarsi vedendo la prosperità degli empi; questa è infatti felicità effimera che non dura. Quanti fanno il male, non tarderanno a essere cancellati dalla terra, mentre il Signore assicura ai giusti l’eredità della terra. Il salmo si apre con l’invito a stare in silenzio davanti al Signore e ad attenderlo con pazienza, sperando in Lui:
Sta’ in silenzio davanti al Signore e spera in lui;
non irritarti per chi ha successo, per l’uomo che trama insidie.
Desisti dall’ira e deponi lo sdegno,
non irritarti: non ne verrebbe che male;
perché i malvagi saranno sterminati,
ma chi spera nel Signore avrà in eredità la terra.
Ancora un poco e il malvagio scompare:
cerchi il suo posto, ma lui non c’è più.
I miti invece avranno in eredità la terra
e godranno una grande pace (Sal 37,7-11).
La concordia e la pace, figlie dell’agape, hanno una terza sorella, quella che san Paolo chiama “amabilità”: essa è il modo di porsi dei miti, dei poveri in spirito, di quelli che confidano solo in Dio. Magnifico esempio è lo stesso apostolo Paolo, il quale si vieta la ricerca delle lodi e della gloria che sono appropriazioni umane. La sua umiltà è resa evidente quando, in mezzo ai cristiani, egli si mostra pieno di quella serena mitezza espressa, appunto, dall’amabilità. Paolo conosce bene i diritti conferitigli dal suo “titolo” di apostolo di Cristo. Tuttavia nel rapporto con i convertiti, egli si mostra mite e amabile, come fa un padre e una madre con i propri figli. Ai tessalonicesi così scrive: “Mai, infatti, abbiamo usato parole di adulazione, come sapete, né abbiamo avuto intenzioni di cupidigia: Dio ne è testimone. E neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altri, pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo. Invece siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli. Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari” (1Ts 2,5-8).
La mitezza, manifestata attraverso il tratto forte e amabile del carattere, è inconcepibile senza vera umiltà di cuore e povertà di spirito. L’amabilità di Paolo si armonizza perfettamente con l’altissima idea che egli ha della missione a lui affidata. L’amabilità sincera non ha nulla a che fare con la debolezza di carattere, con le sdolcinature ipocrite di falsa gentilezza, tanto meno con l’ilare imbecillità degli inetti. L’umiltà di Paolo si manifesta attraverso la mite amabilità che è il mezzo per conquistare le anime a Cristo e non a se stesso. Oppresso e debole, in mezzo a un mondo violento e ostile, il mite delle Beatitudini è il servo di Dio, benedetto e protetto da Lui, che si abbandona alla sua provvidenza. L’atteggiamento dell’anima del povero in spirito e la disposizione di cuore del mite non sono solo atteggiamento religioso; povertà e mitezza comportano sempre mansuetudine e amabilità di carattere nel comportamento verso gli altri.
L’esempio di Mosè è illuminante: “Mosè era un uomo assai mite, più di qualunque altro sulla faccia della terra” (Nm 12,3). Ben Sira, nel suo elogio di Mosè, scrive che Dio “lo santificò nella fedeltà e nella mitezza, lo scelse fra tutti gli uomini” (Sir 45,4). L’amabile mitezza è dono squisito che lo Spirito elargisce a chi possiede libertà di coscienza, umiltà di cuore e povertà di spirito.
Nel Vangelo di Matteo, Gesù rivolge un invito: “Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi”, poi precisa: “prendete su di voi il mio giogo” e quindi spiega: “poiché il mio giogo è soave e il mio carico leggero” (Mt 11, 28-30). L’imperativo “imparate da me” non significa altro che “prendete su di voi il mio giogo”. Gesù invita a lasciarci istruire da lui, a metterci alla sua scuola perché è lui il “mite e umile di cuore”. Egli è il Maestro amabile e benevolo. La mite umiltà, che ispira fiducia e procura riposo, è la qualità propria di Gesù. Gli oppressi non devono temere di prendere su di sé il suo giogo. Con l’Incarnazione, essendo entrato in comunione con l’umana fragilità, le disposizioni del suo cuore lo rendono comprensivo nei confronti delle debolezze umane, la sua mitezza è un tratto che caratterizza il suo comportamento verso gli altri. Nell’ingresso in Gerusalemme, il basileus praus è il re mite che, rinunziando alla sua potenza e alla sua gloria, intraprende il cammino dell’abbassamento e dell’umiliazione che lo condurrà alla croce. Merita di essere chiamato “mite” soltanto chi rifiuta la guerra, la violenza e qualsiasi altro atteggiamento di sopraffazione. La mitezza, di cui ci parla la beatitudine, non è altro che l’aspetto dell’umiltà che si manifesta nell’amabilità messa in atto nei rapporti col prossimo.
L’evangelista Matteo ci riferisce il comando di Gesù: “Amate i vostri nemici e pregate per coloro che vi perseguitano, affinché diveniate i figli del Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,44). Se bisogna agire secondo questo comando, è per conformarsi alla condotta divina e divenire veri figli del Padre. La filiazione divina, promessa escatologica nelle beatitudini, è offerta sin da ora nel sacramento del battesimo. In fondo, il “sacramento” dell’agape operante si manifesta nel portare ai fratelli, con umile amabilità, concordia e pace. Il presente riceve così il suo senso dall’avvenire, di cui porta la promessa, da cui scaturisce la gioiosa speranza che trasfigura l’esistenza presente dei discepoli di Cristo avvolti e trasfigurati dalle sue beatitudini.
La mitezza, nella parenesi della Chiesa nascente, occupa un posto importante assieme ad altri atteggiamenti dello spirito: povertà, umiltà, pazienza. Nell’esortazione di Paolo ai cristiani di Colossi, queste virtù sono tra di loro armonizzate: “Rivestitevi come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di tenera compassione, di umiltà, di mitezza, di pazienza, sopportandovi gli uni gli altri e perdonandovi a vicenda” (3,12). Erma, caratterizzando il vero profeta in opposizione al falso, scrive: “Colui che possiede lo Spirito dall’alto è mite, tranquillo e umile”.
Nella travagliata storia contemporanea, osservando lo stile di vita dei credenti, viene spontanea la domanda: le Beatitudini continuano a essere la Magna Carta del Vangelo di Gesù, nostro unico Signore e Maestro? Come si può essere credibili se non si vive nell’alveo “sacramentale” dell’amabile pace, della serena povertà, della mite concordia?
Agli sguardi degli arroganti, dei violenti e dei presuntuosi, il “mite” è riconoscibile come persona sapiente e forte che pone la sua fiducia solo in Dio, o è considerato come lo sciocco dai modi sdolcinati, il rassegnato senza speranza e l’oppresso che accetta incoscientemente la propria condizione umiliata? Il mite è l’opposto del malvagio: ricco e soddisfatto, violento e sfrontato, empio e peccatore. Il mite è come il povero delle Beatitudini: essi attendono il loro soccorso da Dio, consapevoli di essere aiutati soltanto da Lui.
Osservando il contrasto che esiste tra la promessa della beatitudine e l’esperienza quotidiana del successo dei violenti, come coniugare Vangelo e vita? Il vero credente pone sempre la sua speranza nella parola di Dio: “I miti avranno in eredità la terra e godranno una grande pace” (Sal 37,7.11). Se vogliamo pace, gustiamo e coltiviamo la beatitudine della mitezza.




























