Mons.Yoannis Lahzi Gaid: L’eredità di Francesco nel Medio Oriente, tra ferite aperte e speranza ancora viva

Papa Francesco
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«Ricorre oggi il primo anniversario della morte di Papa Francesco», osserva Mons. Yoannis Lahzi Gaid — storico Segretario di Papa Francesco — «e il Medio Oriente appare più lacerato di un anno fa: conflitti persistenti, tensioni irrisolte, un integralismo religioso che si nasconde dietro apparenze di pietà e crisi economiche che spingono milioni di persone verso la migrazione, la povertà o la disperazione». In questo scenario, «il nome di Francesco torna con forza a porre una domanda essenziale: e se il mondo avesse davvero ascoltato la sua voce?».

«Eletto il 13 marzo 2013 — prosegue — Papa Francesco non è stato soltanto il capo della Chiesa cattolica. Divenne rapidamente una coscienza del mondo, un riferimento morale per chiunque cercasse una pace autentica, non fondata sulla forza delle armi, ma sulla dignità della persona». Nel Medio Oriente — sottolinea — «non fu mai un ospite di passaggio: fu un fratello, un amico che portava nel cuore le ferite di queste terre e difendeva le loro popolazioni nei momenti più difficili».

«Scrivo oggi — afferma — da figlio di questo Oriente e da testimone diretto», avendo accompagnato il Santo Padre «nella maggior parte delle sue visite storiche nella regione». Tappe che — ricorda — «non si sono limitate a trasformare l’immagine della Chiesa, ma hanno ridefinito il concetto stesso di dialogo interreligioso, abbattendo muri costruiti nel corso di decenni».

«Nel maggio 2014 — continua — Francesco aprì la sua presenza concreta nella regione con una visita in Giordania e in Terra Santa». Non fu «un viaggio di protocollo, ma un pellegrinaggio spirituale sulle orme dei profeti». Dal Giordano a Betlemme e Gerusalemme — evidenzia — «alzò la voce per una soluzione giusta alla questione palestinese, fondata sul rispetto dei diritti e della dignità umana, rifiutando ogni logica di esclusione e di violenza». E ricordava con forza: «La violenza non può essere giustificata in nome di Dio».

«Tra le visite che meglio espressero il coraggio di Francesco — prosegue Mons. Gaid — vi fu quella in Egitto, nell’aprile 2017». Giunse «dopo attentati terroristici sanguinosi, in un clima di sicurezza straordinariamente delicato». Eppure il Papa insistette nel volerci essere: «riteneva che l’assenza, in simili momenti, costituisse un tradimento della missione». Al Cairo incontrò il Presidente Abd el-Fattah el-Sisi, Papa Tawadros II e partecipò alla Conferenza mondiale sulla pace organizzata dall’Università Al-Azhar, su invito del Grande Imam, il Dr. Ahmad Al-Tayyeb.

In quell’occasione pronunciò parole che fecero il giro del mondo, sottolineando che «una religiosità priva di misericordia rappresenta una delle minacce più gravi per le società». La visita fu «un sostegno morale di grande rilievo per il popolo egiziano, un messaggio di fiducia nella sua capacità di superare il terrorismo e una testimonianza chiara al mondo intero: il dialogo tra cristianesimo e islam non è un’utopia teorica, ma una scelta concretamente praticabile».

«Nel marzo 2019 — ricorda ancora — durante la visita nel Regno del Marocco, Francesco tornò a insistere sulla “convivenza” come necessità esistenziale in un mondo plurale». «La paura dell’altro — ammoniva — è la radice delle guerre», mentre «la conoscenza e il rispetto reciproco costituiscono le fondamenta di ogni stabilità duratura». In un’epoca segnata dal crescere del discorso d’odio — sottolinea Mons. Gaid — «le sue parole riaffermavano con forza che la diversità non è una debolezza, bensì una ricchezza».

«La tappa più significativa — afferma — resta tuttavia la visita storica negli Emirati Arabi Uniti nel febbraio 2019, la prima di un Papa nella penisola arabica». Ad Abu Dhabi — ricorda — «sotto la generosa ospitalità di Sua Altezza lo Sheikh Mohamed bin Zayed Al Nahyan», venne firmato il Documento sulla fratellanza umana con il Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb. «Non si trattò di una dichiarazione di intenti — precisa — ma di un manifesto di principi: condanna della violenza, rifiuto della strumentalizzazione della religione, affermazione che tutti gli esseri umani sono fratelli nell’umanità».

«Da allora — aggiunge — il Documento è entrato nei programmi scolastici, è stato adottato come riferimento da istituzioni internazionali e ha dato origine alla Casa Abramitica», segno concreto «di ciò che Francesco aveva auspicato: il passaggio dalle formalità protocollari alla fraternità vissuta».

«Nel corso degli anni trascorsi al fianco del Santo Padre — testimonia — ho potuto osservare da vicino la sua determinazione a rendere giustizia all’uomo di questa regione e a mostrarne il vero volto culturale». Un volto «così distante dalle immagini distorte alimentate da guerre ed estremismi». Francesco «credeva con convinzione che il dialogo con l’islam non fosse una scelta diplomatica, ma un dovere di fede e di umanità: la pace non si costruisce con i discorsi, ma con l’incontro».

«A un anno dalla sua morte — conclude Mons. Yoannis Lahzi Gaid — l’eredità di Francesco appare più urgente che mai». In un Oriente «dilaniato da conflitti e appesantito dall’integralismo e dalle crisi economiche», egli resta «il modello di una guida religiosa che ha scelto l’umiltà al posto del potere, la misericordia al posto della condanna, la pace al posto dello schieramento».

«Papa Francesco è andato via nel corpo, ma il suo lascito è vivo». È vivo «in ogni scuola, in ogni università, in ogni centro di dialogo che studia il Documento sulla fratellanza umana», ed è vivo «nella sua immagine mentre piange con i rifugiati, ascolta le sofferenze dei popoli, ride con i bambini d’Oriente».

«In questo anniversario non ricordiamo solo un uomo o un Papa, ma evochiamo un messaggio profetico: la pace è possibile, la religione può essere un ponte e non un’arma. Il Medio Oriente, nonostante tutto ciò che attraversa, è ancora capace di essere terra d’incontro e non campo di battaglia. Papa Francesco fu davvero il Papa della pace. E oggi, forse più di ieri, ne abbiamo bisogno”.

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