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Papa Leone XIV a Napoli: per il card. Battaglia è un viaggio che dà speranza

Nelle settimane scorse è stata presentata la visita apostolica che papa Leone XIV compirà venerdì 8 maggio all’arcidiocesi e alla città di Napoli con lo slogan ‘Camminava con loro’, versetto tratto dal racconto dei discepoli di Emmaus, che è lo stesso brano biblico che sorregge e ispira gli ‘Orientamenti pastorali del XXXI Sinodo della Chiesa di Napoli’, il documento programmatico consegnato dal card. Mimmo Battaglia alla diocesi nello scorso settembre, innestandosi nel cammino sinodale dell’arcidiocesi, come ha dichiarato l’arcivescovo della città: “Scegliendo Napoli per il suo primo anniversario, il Santo Padre non viene a celebrare un’istituzione, ma viene a farsi pellegrino tra le nostre contraddizioni, tra la bellezza che incanta e le ferite che ancora sanguinano”.

Presentando la visita apostolica l’arcivescovo ha sottolineato la data di tale visita: “Papa Leone XIV non viene tra noi come un potente della terra che conta eserciti o mercati; viene come un pellegrino di pace, un uomo di Vangelo… Sceglie noi, sceglie questa terra di ‘vicoli e di mare’, dove la bellezza convive con il fango, dove la speranza è un esercizio quotidiano di resistenza… La sua presenza è un invito a dire che c’è un’altra strada rispetto alla violenza e all’indifferenza. Perché il volto di Cristo lo ritroviamo negli occhi dei piccoli e di chi abita le periferie dell’anima”.

A pochi giorni da questa visita abbiamo chiesto al card. Mimmo Battaglia di raccontarci il sentimento della popolazione in questo momento di attesa:“C’è gioia, e c’è anche qualcosa che va oltre la gioia. Quando giro per la città, quando incontro le persone nelle parrocchie, percepisco un desiderio vero: quello di essere raggiunti. Non visitati, ma raggiunti. E questo fa la differenza.

Napoli non ha bisogno di eventi. Ha bisogno di incontri. E la visita di papa Leone è proprio questo: un incontro. Il Vescovo di Roma viene a camminare con noi, porta uno sguardo e una parola. Sento anche una responsabilità forte: che tutto non si disperda, che non diventi spettacolo. Il nostro compito è custodire questo tempo, consegnarlo integro. Perché ciò che vedo nelle persone non è semplice curiosità. E’ speranza”.

Nel primo messaggio diffuso appena fu comunicata la visita del Papa lei ha scritto: ‘Napoli non è solo un luogo geografico. E’ una condizione umana’. Cosa vuol dire esattamente con queste parole e da dove nasce questa convinzione?

“Vuol dire che Napoli non si capisce sulle mappe. Si capisce sulla pelle. E’ una città che porta dentro di sé tutto: la bellezza e il dolore, la festa e il lutto, la speranza e la rassegnazione. Questa città non ti lascia neutrale. Ti chiede da che parte stai. E quando ci stai davvero, vedi l’umanità intera con le sue fatiche e i suoi desideri. Napoli è uno specchio. E spesso mostra ciò che altrove si preferisce non guardare. E’ la prossimità che lo insegna: lo stare, l’ascolto, il tempo condiviso con la gente”.

Quali speranze concrete la città nutre per questa visita e cosa si aspetta che cambi dopo il passaggio del papa?

“Non credo che una visita, da sola, cambi la storia di una città. Ma credo che una parola, quella giusta, quella vera, possa cambiare il modo in cui una città si racconta. E questo è già molto. Napoli ha bisogno di essere vista. Ed un papa che si ferma, che non classifica, che non archivia, è già una risposta. Questo sguardo (ne sono certo) qualcosa muoverà. Dentro le persone, nel profondo, lì dove le cose cambiano davvero.Prima ancora che nella storia della città, nella storia di ciascuno”.

Nell’anno giubilare è stato aperto il Polo della Carità, ‘Casa Bartimeo’, per le persone più fragili della città: per quale motivo ed a chi si rivolge?

“”Bartimeo era cieco. Stava ai margini della strada. E quando Gesù passò, gridò. Non si rassegnò. Gridò. E Gesù si fermò. ‘Casa Bartimeo’ nasce da qui: dalla convinzione che il grido di chi è ai margini non vada spento, ma accolto. E’ una casa che si rivolge a chi non ha casa, a chi ha perso la strada, a chi la società ha già archiviato. Non è un progetto assistenziale. E’ un gesto evangelico. Ed è anche una domanda per la Chiesa di Napoli: siamo ancora capaci di fermarci? Di fare nostra la domanda di Gesù: ‘Che cosa vuoi che io faccia per te?’ Non è retorica. E’ il cuore di tutto”.

In quale modo è possibile, oggi, generare bellezza attraverso le ‘opere segno’ e quali sono gli esempi più significativi in questa direzione?

“La bellezza, in una città che ha imparato a convivere con il degrado, è una provocazione. E’ un gesto che disturba, che non lascia le cose come stanno. Le ‘opere segno’ nascono da questa convinzione: si può vivere diversamente, e farlo concretamente vale più di tante parole. Penso al MuDD, il Museo Diocesano Diffuso. L’arte non resta ferma ad aspettare, ma si fa prossimità, annuncio, evangelizzazione. Un museo che non nasce per chi viene a visitare la città, ma per chi la abita, per chi ci costruisce la propria vita ogni giorno. Perché la bellezza non è un privilegio di pochi. Quando la portiamo in un luogo ferito, stiamo dicendo a chi lo abita che è degno di essa. E questo, già di per sé, è una forma di Vangelo”.

(Tratto da Aci Stampa)

Mons.Yoannis Lahzi Gaid: L’eredità di Francesco nel Medio Oriente, tra ferite aperte e speranza ancora viva

Papa Francesco

«Ricorre oggi il primo anniversario della morte di Papa Francesco», osserva Mons. Yoannis Lahzi Gaid — storico Segretario di Papa Francesco — «e il Medio Oriente appare più lacerato di un anno fa: conflitti persistenti, tensioni irrisolte, un integralismo religioso che si nasconde dietro apparenze di pietà e crisi economiche che spingono milioni di persone verso la migrazione, la povertà o la disperazione». In questo scenario, «il nome di Francesco torna con forza a porre una domanda essenziale: e se il mondo avesse davvero ascoltato la sua voce?».

«Eletto il 13 marzo 2013 — prosegue — Papa Francesco non è stato soltanto il capo della Chiesa cattolica. Divenne rapidamente una coscienza del mondo, un riferimento morale per chiunque cercasse una pace autentica, non fondata sulla forza delle armi, ma sulla dignità della persona». Nel Medio Oriente — sottolinea — «non fu mai un ospite di passaggio: fu un fratello, un amico che portava nel cuore le ferite di queste terre e difendeva le loro popolazioni nei momenti più difficili».

«Scrivo oggi — afferma — da figlio di questo Oriente e da testimone diretto», avendo accompagnato il Santo Padre «nella maggior parte delle sue visite storiche nella regione». Tappe che — ricorda — «non si sono limitate a trasformare l’immagine della Chiesa, ma hanno ridefinito il concetto stesso di dialogo interreligioso, abbattendo muri costruiti nel corso di decenni».

«Nel maggio 2014 — continua — Francesco aprì la sua presenza concreta nella regione con una visita in Giordania e in Terra Santa». Non fu «un viaggio di protocollo, ma un pellegrinaggio spirituale sulle orme dei profeti». Dal Giordano a Betlemme e Gerusalemme — evidenzia — «alzò la voce per una soluzione giusta alla questione palestinese, fondata sul rispetto dei diritti e della dignità umana, rifiutando ogni logica di esclusione e di violenza». E ricordava con forza: «La violenza non può essere giustificata in nome di Dio».

«Tra le visite che meglio espressero il coraggio di Francesco — prosegue Mons. Gaid — vi fu quella in Egitto, nell’aprile 2017». Giunse «dopo attentati terroristici sanguinosi, in un clima di sicurezza straordinariamente delicato». Eppure il Papa insistette nel volerci essere: «riteneva che l’assenza, in simili momenti, costituisse un tradimento della missione». Al Cairo incontrò il Presidente Abd el-Fattah el-Sisi, Papa Tawadros II e partecipò alla Conferenza mondiale sulla pace organizzata dall’Università Al-Azhar, su invito del Grande Imam, il Dr. Ahmad Al-Tayyeb.

In quell’occasione pronunciò parole che fecero il giro del mondo, sottolineando che «una religiosità priva di misericordia rappresenta una delle minacce più gravi per le società». La visita fu «un sostegno morale di grande rilievo per il popolo egiziano, un messaggio di fiducia nella sua capacità di superare il terrorismo e una testimonianza chiara al mondo intero: il dialogo tra cristianesimo e islam non è un’utopia teorica, ma una scelta concretamente praticabile».

«Nel marzo 2019 — ricorda ancora — durante la visita nel Regno del Marocco, Francesco tornò a insistere sulla “convivenza” come necessità esistenziale in un mondo plurale». «La paura dell’altro — ammoniva — è la radice delle guerre», mentre «la conoscenza e il rispetto reciproco costituiscono le fondamenta di ogni stabilità duratura». In un’epoca segnata dal crescere del discorso d’odio — sottolinea Mons. Gaid — «le sue parole riaffermavano con forza che la diversità non è una debolezza, bensì una ricchezza».

«La tappa più significativa — afferma — resta tuttavia la visita storica negli Emirati Arabi Uniti nel febbraio 2019, la prima di un Papa nella penisola arabica». Ad Abu Dhabi — ricorda — «sotto la generosa ospitalità di Sua Altezza lo Sheikh Mohamed bin Zayed Al Nahyan», venne firmato il Documento sulla fratellanza umana con il Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb. «Non si trattò di una dichiarazione di intenti — precisa — ma di un manifesto di principi: condanna della violenza, rifiuto della strumentalizzazione della religione, affermazione che tutti gli esseri umani sono fratelli nell’umanità».

«Da allora — aggiunge — il Documento è entrato nei programmi scolastici, è stato adottato come riferimento da istituzioni internazionali e ha dato origine alla Casa Abramitica», segno concreto «di ciò che Francesco aveva auspicato: il passaggio dalle formalità protocollari alla fraternità vissuta».

«Nel corso degli anni trascorsi al fianco del Santo Padre — testimonia — ho potuto osservare da vicino la sua determinazione a rendere giustizia all’uomo di questa regione e a mostrarne il vero volto culturale». Un volto «così distante dalle immagini distorte alimentate da guerre ed estremismi». Francesco «credeva con convinzione che il dialogo con l’islam non fosse una scelta diplomatica, ma un dovere di fede e di umanità: la pace non si costruisce con i discorsi, ma con l’incontro».

«A un anno dalla sua morte — conclude Mons. Yoannis Lahzi Gaid — l’eredità di Francesco appare più urgente che mai». In un Oriente «dilaniato da conflitti e appesantito dall’integralismo e dalle crisi economiche», egli resta «il modello di una guida religiosa che ha scelto l’umiltà al posto del potere, la misericordia al posto della condanna, la pace al posto dello schieramento».

«Papa Francesco è andato via nel corpo, ma il suo lascito è vivo». È vivo «in ogni scuola, in ogni università, in ogni centro di dialogo che studia il Documento sulla fratellanza umana», ed è vivo «nella sua immagine mentre piange con i rifugiati, ascolta le sofferenze dei popoli, ride con i bambini d’Oriente».

«In questo anniversario non ricordiamo solo un uomo o un Papa, ma evochiamo un messaggio profetico: la pace è possibile, la religione può essere un ponte e non un’arma. Il Medio Oriente, nonostante tutto ciò che attraversa, è ancora capace di essere terra d’incontro e non campo di battaglia. Papa Francesco fu davvero il Papa della pace. E oggi, forse più di ieri, ne abbiamo bisogno”.

Imminente l’apertura ad Assisi delle celebrazioni ufficiali per l’VIII Centenario del Transito di San Francesco

Dopodomani, sabato 10 gennaio 2026, nella suggestiva cornice della Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola (Perugia), saranno aperte alle ore 10 le celebrazioni ufficiali dell’VIII Centenario del Transito di San Francesco di Assisi 1226/2026.

Il rito prenderà significativamente vita presso la ‘Cappella del Transito’ del Poverello d’Assisi, custodita dietro la Porziuncola, che è memoria degli ultimi momenti terreni di san Francesco che, ormai cieco e segnato dalle stimmate, qui volle essere deposto ‘nudo sulla nuda terra’, il 3 ottobre 1226, come gesto supremo di fede nella paternità di Dio e di accettazione della «sorella morte corporale».

Per l’occasione sarà eccezionalmente esposto nella Basilica il più antico dipinto raffigurante san Francesco di Assisi conservato presso il Museo della Porziuncola, ovvero l’opera del cosiddetto ‘Maestro di San Francesco’ (metà del XIII secolo), che raffigura il Santo con le stigmate chiaramente visibili, espressione della sua piena e definitiva conformatio Christi.

Saranno presenti i rappresentanti delle Famiglie Francescane del mondo, fra u quali fra Massimo Fusarelli OFM, Ministro generale dei Frati Minori, fra Carlos Alberto Trovarelli OFM Conv, Ministro generale dei Frati Minori Conventuali, fra Roberto Genuin OFM Cap, Ministro generale dei Frati Minori Cappuccini, Tibor Kauser OFS, Ministro generale dell’Ordine Francescano Secolare, fra Amando Trujillo Cano, Ministro generale del Terzo Ordine Regolare e suor Daisy Kalamparamban, Presidente della Conferenza Francescana Internazionale dei Fratelli e delle Sorelle del Terz’Ordine Regolare. L’intero rito sarà trasmesso in diretta streaming sui canali ufficiali della Provincia Serafica di San Francesco d’Assisi, che gestisce i luoghi francescani storici come la Porziuncola, San Damiano e l’Eremo delle Carceri e coordina la vita spirituale e missionaria dei frati minori in Umbria e Sardegna: https://assisiofm.it/.

Diocesi di Arezzo in festa per il 30^ anniversario di episcopato per mons. Riccardo Fontana

La diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro ricorda oggi, solennità dell’Epifania, il trentesimo anniversario dell’ordinazione episcopale dell’arcivescovo emerito mons. Riccardo Fontana.

Il presule, nato a Forte dei Marmi il 20 gennaio 1948 e ordinato sacerdote per l’arcidiocesi di Pisa il 2 luglio 1972, ha lavorato per molti anni nel servizio diplomatico della Santa Sede, fino a quando, nel 1995, ancora giovane sacerdote, fu nominato arcivescovo di Spoleto-Norcia e ordinato vescovo dal papa san Giovanni Paolo II il 6 gennaio 1996 nella basilica di San Pietro.

Egli resse la diocesi umbra fino all’estate del 2009, quando papa Benedetto XVI lo trasferì nella diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, che ha guidato sino all’autunno del 2022 e dove ha scelto di rimanere al termine del suo ministero episcopale, continuando a partecipare alla vita della Diocesi e dedicandosi al servizio liturgico nella Cattedrale e nella parrocchia di san Domenico.

In questi ultimi mesi, l’arcivescovo Riccardo è stato colpito da alcuni seri problemi di salute, che, grazie anche alle cure e all’assistenza del personale medico e infermieristico dell’Ospedale di Arezzo, cui va il ringraziamento dell’intera comunità diocesana, sono adesso in via di remissione, e si è aperta per lui una fase di riabilitazione non breve ma che fa già registrare segnali di recupero incoraggianti: per questa ragione, il momento di festa in Cattedrale che era stato inizialmente programmato non potrà svolgersi.

“Domani, celebrando l’Epifania, ricorderemo in tutte le nostre comunità il trentesimo anniversario dell’ordinazione episcopale dell’arcivescovo Riccardo, e ringrazieremo Dio per il dono del suo ministero nella nostra diocesi e anche perché il Signore, accogliendo la nostra preghiera, lo ha accompagnato e sostenuto in questi mesi così impegnativi per la sua salute”, ha dichiarato il vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, monsignor Andrea Migliavacca.

“In occasione di questo anniversario, e specialmente dopo questi mesi così difficili, avremmo desiderato di stringerci tutti attorno all’arcivescovo Riccardo in Duomo, ma per il momento non è possibile: lo facciamo, dunque, spiritualmente, rinnovando, in occasione delle celebrazioni di domani nelle parrocchie e nelle comunità, le nostre preghiere per la sua piena guarigione”, ha detto il Vescovo, che ha poi proseguito ricordando che: “Ogni volta che vado a trovare mons. Fontana gli trasmetto i messaggi di affetto e di vicinanza che la gente mi affida per lui, e questo gli è di grande incoraggiamento”.

La Diocesi rinnova all’arcivescovo Riccardo gli auguri per questo importante anniversario, assicurandogli la preghiera, la vicinanza spirituale e la gratitudine per il suo servizio da parte di tutta la comunità cristiana.

La FISH Calabria compie 30 anni: 18 ottobre le celebrazioni a Lamezia Terme

La FISH Calabria si prepara a celebrare un traguardo storico: 30 anni di attività sul territorio. Dalla sua fondazione, la Federazione regionale si è affermata come punto di riferimento cruciale e voce autorevole nelle politiche regionali sulla disabilità, promuovendo con costanza l’inclusione sociale e la piena attuazione dei diritti.

Per onorare questo significativo anniversario, sabato 18 ottobre a Lamezia Terme, la FISH Calabria ha organizzato una importante giornata di celebrazioni. L’evento sarà l’occasione non solo per celebrare i traguardi raggiunti in tre decenni di impegno, ma anche per prepararsi alle sfide del presente e del futuro nel campo dei diritti e dell’inclusione.

“Festeggiare il traguardo dei 30 anni di attività con il Congresso elettivo, che vedrà la partecipazione del presidente della FISH nazionale Vincenzo Falabella, è stata una scelta importante. Abbiamo voluto mettere al centro il desiderio di ritrovarsi in presenza e di rinnovare gli Organi Statutari che dovranno traghettare la nostra associazione verso il futuro”, dichiara la presidente della FISH Calabria, Annunziata Coppedè.

Il futuro della Federazione regionale si concentra su un rinnovato e proattivo impegno: portare la prospettiva delle persone con disabilità al centro di tutti i tavoli decisionali, della programmazione strategica e dei servizi essenziali della Regione. L’obiettivo primario resta l’adozione e l’applicazione capillare della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità da parte di tutti gli enti e associazioni calabresi.

“Celebriamo con grande orgoglio i 30 anni di instancabile impegno della FISH Calabria. La sede calabrese non è solo una nostra diramazione territoriale; è un modello di attivismo e competenza che ha saputo incidere profondamente sulle politiche regionali. Alla FISH Calabria i nostri migliori auguri. Il loro lavoro è un pilastro essenziale per il pieno riconoscimento della cittadinanza attiva di ogni persona con disabilità, in Calabria e in tutta l’Italia. Avanti con rinnovata forza!”, così il presidente della FISH nazionale Vincenzo Falabella.

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Leadership morale e comunicazione nel nome di Joaquín Navarro-Valls

Oggi che ricorre l’ottavo anniversario della morte di Joaquín Navarro-Valls (1936-2017), lo storico portavoce di san Giovanni Paolo II e direttore della Sala stampa della Santa Sede dal 1984 al 2006, vale la pena soffermarsi sulla “lezione” a noi lasciata dalla vita e dagli scritti dell’indimenticato medico e giornalista spagnolo. Lo facciamo dopo pochi giorni da cui è assegnato il terzo “Premio internazionale per la leadership e la benevolenza Joaquín Navarro-Valls” (https://www.biomedicalfoundation.org/iii-edizione-del-premio-internazionale-per-la-leadership-e-la-benevolenza-joaquin-navarro-valls/), un riconoscimento promosso dall’ente no-profit Biomedical University Foundation, che lo stesso Navarro-Valls ha contribuito a istituire nel 2015 nell’ambito dell’Università e della Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico di Roma.

Già lo scopo del Premio, così come descritto dagli organizzatori, ci dice molto sul lascito culturale e direi spirituale di Navarro-Valls, la cui vita personale e professionale è stata sicuramente volta a «promuovere modelli che contribuiscono al miglioramento della società attraverso la solidarietà e la benevolenza per un mondo più responsabile, sostenibile e inclusivo». Certo, in questa serie di aggettivi relativi al mondo non avrebbe sfigurato la parola “vero”, in quanto contribuire, anche attraverso l’informazione, a rendere il mondo più vero (quindi più umano) avrebbe assommato e sintetizzato tutta la vocazione temporale cristiana.

Ma come non riconoscere l’assoluto valore umano e materiale dell’iniziativa intitolata al Portavoz, ovvero la creazione di borse di studio per migliaia di ragazzi che abitano in Paesi “difficili” come ad esempio la Siria, il Kenya, la Repubblica Democratica del Congo, lo Yemen, la Colombia e l’India?

Ritornando ora specificamente alla persona di Navarro-Valls, spagnolo di Cartagena e membro numerario dell’Opus Dei, egli è ricordato soprattutto come “El Portavoz” per antonomasia, in quanto ha servito per tutta la vita con devozione e dedizione quel Papa del quale ha condiviso i modi ed i tempi della comunicazione istituzionale nonché l’ideale di una leadership morale unita all’umanità e alla benevolenza.

Non a caso Alessandro Gisotti, l’attuale vicedirettore editoriale del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede che nel 2019 ha promosso l’intitolazione della sala riservata ai giornalisti della Sala Stampa vaticana allo stesso Navarro-Valls, ne ha sottolineato «l’importanza della cordialità con tutti i colleghi, con una distinzione di ruolo che non diventa mai distanza» (cit. in Michele Raviart, Leadership e benevolenza alla scuola di Navarro-Valls, L’Osservatore Romano, 9 luglio 2024, p. 7). Ecco, quindi, quello che definirei il suo primo lascito

Poi Navarro-Valls è stato sicuramente una figura centrale del lungo pontificato di Giovanni Paolo II (1978-2005). In questo senso direi che il suo servizio alla Chiesa e al mondo è stato particolarmente fecondo in quanto preparato e accompagnato, oltre che dalla preghiera e dalla formazione professionale, anche dallo studio e dalla pratica in altri settori apparentemente diversi dal giornalismo, ovvero la medicina, la psichiatria e lo studio filosofico. In questo modo si delinea quello che considererei il secondo lascito del grande giornalista e medico spagnolo, ovvero la verità e la fecondità (anche nel mondo della comunicazione) dell’unità del sapere e del lavoro interdisciplinare, criterio enunciato da ultimo da Papa Francesco al n. 4 del Proemio della costituzione apostolica Veritatis gaudium (2018) circa le Università e le Facoltà ecclesiastiche.

Alla cordialità e poliedricità nel modo di affrontare soggetti, sfide e contenuti della comunicazione, aggiungerei come terzo lascito quello della discrezione. Ogni volta che ha potuto Navarro-Valls è sempre rimato un passo indietro, perché l’ascolto e la comprensione siano sempre riservate alla parola, alla figura e all’esempio del Papa. Questo stile costantemente osservato come direttore della Sala stampa della Santa Sede è emerso dal libro di memorie personali I miei anni con Giovanni Paolo II. Note personali, pubblicato per volere dell’autore stesso dopo la sua scomparsa avvenuta il 5 luglio 2017. Uno dei curatori del volume, Diego Contreras, ha rivelato a questo proposito che Navarro-Valls rifiutò alla fine della sua vita un contratto da un milione di dollari per pubblicare lui vivente le sue memorie, in quanto credeva che la pubblicazione postuma avrebbe focalizzato l’attenzione sulla storia del Papa e non su sé stesso.

Ecco perché per capire davvero uomini come Papa Wojtyła e suoi stretti collaboratori come il ‘suo’ direttore della Sala stampa bisogna partire dall’esperienza di fede e dalla conseguente pratica delle virtù personali, cominciando appunto dall’umiltà. Mentre alcuni collaboratori della comunicazione della Santa Sede, anche involontariamente e come accade del resto nella maggior parte degli studi mediatici non-ecclesiastici, improntano il loro lavoro ponendo sé stessi al centro dell’attenzione, uomini come Navarro-Valls hanno perseguito l’obiettivo opposto, cioè quello di cercare di stare il più possibile ‘dietro le quinte’ per far sì che solo il messaggio del Papa e della Chiesa fossero al centro dell’attenzione.

Ecco, da giornalisti e fedeli vorremmo che questo ‘modello’ comunicativo, sempre valido nonostante l’evoluzione delle tecnologie e dei linguaggi, ritornasse al centro della comunicazione vaticana. Prendendo esempio dalla vita e dagli scritti di un grande comunicatore del nostro tempo.

Per fare solo alcuni esempi, già negli scorsi decenni, Navarro-Valls si lamentava della crescente burocratizzazione nella Santa Sede che non consentiva a giornalisti ed operatori di informare come si vorrebbe e dovrebbe. Oppure l’eccesso di informazione e la proposta di informazione ‘non giornalistica’ (quindi focalizzata troppo su aspetti personali o sentimentalistici della figura del Papa) che non aiutano certo i fruitori distratti della comunicazione a cogliere il cuore del messaggio della Fede. E qui ritorna il discorso della benevolenza che, ripeteva il giornalista e medico spagnolo, «fa allontanare l’essere umano dall’autoreferenzialità dei propri istinti».

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