«Gli Armeni non sono angioletti». Si diceva così anche ai tempi dei genocidi

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Come non capire che l’asse tra Azeri e Turchi, constatata la cedevolezza occidentale, inghiottirà l’anomalia di questo popolo Armeno Cristiano nel Caucaso meridionale, estendendo la scimitarra ottomana dai Paesi turcofoni ex sovietici fino a tutta la Libia?

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 01.08.2023 – Renato Farina] – L’Italia, la vostra e anche mia Italia, ha condannato a morte il popolo armeno. In primo luogo i 120mila residenti nell’Artsakh (si chiama così nella lingua di chi vi abita da millenni il Paese che in linguaggio internazionale è detto Nagorno-Karabakh o Alto Nagorno). Ma a seguire, per l’inerzia inesorabile della viltà, i restanti tre milioni della Repubblica Armena del Caucaso meridionale.

Non capisco, o forse sì, capisco, ma non accetto, mi è impossibile crederci. Eppure… Mi spiego. Qui dal lago di Sevan, dove ho udito le meravigliose trote guizzanti garrire come rondini, ho avuto un dialogo con un importante membro del governo italiano, uno scambio di pensieri privato e sincero, dunque nessun nome neppure con le tenaglie.

Gli avevo manifestato stupore e sconcerto per la cessione di aerei militari, o comunque a uso duale (cioè civile e/o bellico), all’Azerbajgian, un atto illegale per la legge italiana (185/1990). Soprattutto ho detto che non si possono stringere accordi di collaborazione militare con chi, come i Romani fecero a Masada con gli Ebrei duemila anni fa, sta soffocando in assedio mortale 120mila miei (e vostri) fratelli Armeni. Lo capisco: abbiamo bisogno del gas.

A parte che la parola gas quando c’è di mezzo un popolo vittima di genocidio ha qualcosa come di premonizione sinistra, ma una risposta mi ha agghiacciato, perché vera, inconfutabile. «Gli Armeni non sono angioletti», mi ha detto. Giusto. Nessuno tra gli umani lo è. Nessun popolo è immune dal peccato originale, così come non è mai stato esentato da questo marchio alcun individuo che non siano il Nazareno e sua madre. Gli armeni non sono angioletti, lo si diceva già secoli fa a Istanbul, dalle parti del sultano, e gli ebrei non sono angioletti, si sosteneva a Monaco e a Berlino nel 1935.

Che facciamo, lasciamo che si ripeta la stessa trama. Memoria, memoria è ancora memoria, per favore. Ci sono popoli e nazioni che hanno una strana predisposizione a subire il genocidio. Vedere un Paese che amo, la mia seconda patria, allearsi con un dittatore che nega il genocidio di un popolo mentre quello stesso dittatore (Ilham Aliyev e la sua cricca!) gli sta tenendo il tallone sul collo mi fa star male, mi suscita tremendi pensieri, ma ancora più male è non riuscire a trasmetterli a persone che stimo, quasi esistesse una intercapedine che rende sordi e ciechi non solo i sensi dell’udito e della vista, ma il cuore stesso. Non per cattiva volontà, ma perché sì. Perché così va il mondo. Perché il diavolo probabilmente ha rovesciato e continua a rovesciare il bicchiere d’acqua amara che i bambini Armeni dell’Artsakh porgono al mondo, perché si svegli e accorra a salvarli. Niente da fare.

Ogni tanto inciampo in immagini desolate, e mi scuso per la goffaggine, ma sono desolato, mi si contorce anche la sintassi.

Il 12 dicembre del 2022 era cominciato l’assedio. Il Corridoio di Lachin, unico percorso per consentire i rifornimenti di cibo, latte per neonati, medicinali dal resto del mondo al piccolo popolo armeno dell’Artsakh era stato illegalmente ristretto, il 90 per cento delle merci vitali respinte. Lo sto scrivendo da mesi e mesi.

Dal 15 giugno il nodo scorsoio attorno al collo di questi sciagurati fratelli si è fatto definitivo, mortale, tale per cui le parole sono diventate inganno, ed io mi vergogno a scrivere e basta, telefonare e stop, invece di partire, e provare a passare disarmata sfondando la barriera dei militari azerbaigiani che funziona come il filo spinato ad Auschwitz.

Ah certo, non ci sono le camere a Zyklon B e neppure i forni crematori, ma il concetto è quello: soluzione finale. Con una differenza: che allora le potenze alleate fingevano di non sapere quel che stesse accadendo a Treblinka e Birkenau, ma adesso non possono negare, e allora emettono tutti splendidi comunicati, l’ONU, il Parlamento Europeo, la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, e si condanna il blocco, lo si vieta, si pestano i pugni sul tavolo, si agitano le nocche, ma una piccola sanzione, una multicina, di quelle almeno per divieto di sosta… niente. L’Italia però nemmeno le parole, si inchina e basta.

Ormai anche la Croce Rossa Internazionale non può più attraversare lo sbarramento. È accaduto che alcuni autisti dei camion di soccorso abbiano cercato di fare contrabbando di qualche pacchetto di sigarette, di batterie per cellulare: e questo ha consentito di chiudere ogni spiraglio. Le forze di interposizione russe hanno accettato questo sopruso. I duemila militari di Mosca sono bloccati e inerti, a rifornirsi di cibo sono gli elicotteri.

Mi domando e ridomando. Si ripete a ragione che una vittoria di Putin in Ucraina aprirebbe la strada all’aggressione contro i Paesi Baltici e la Polonia e la Romania. Francamente non mi pare ipotizzabile. Ma il ragionamento ha una sua logica: da qui sanzioni e sostegno a Kiev. Ma come si fa a non capire che l’asse tra Azerbajgian e Turchia tende inesorabilmente a inghiottire, una volta constatata la cedevolezza occidentale verso queste dittature sultanesche, l’anomalia armena, estendendo la scimitarra ottomana dai Paesi turcofoni ex sovietici fino a tutta la Libia?

Pierre Vermeren, professore di storia contemporanea alla Sorbona, ha scritto un saggio poderoso su questa inerzia fatale per gli Armeni ma anche per voi Italiani. «Nel 1878, con il Trattato di Berlino, le potenze europee si impegnarono a garantire la sicurezza e la libertà degli armeni nell’Impero Ottomano: il risultato fu un disastro. Centoquaranta anni dopo, l’Unione Europea non smette di chiedere “progressi nelle relazioni con la Turchia”, anche dopo la terza rielezione di Erdogan, anche se i negoziati sono fermi dal 2018 ed Erdogan umilia e disprezza gli europei. Se ciò accadrà, la caduta del Nagorno-Karabakh servirà da preludio all’invasione dell’Armenia. Gli Europei dovrebbero riflettere sulle lezioni di geopolitica lasciate da Jean Jaurès,  che così parlò nel 1896 alla Camera dei deputati a proposito dei primi massacri di cristiani armeni ordinati dal sultano Abdülhamid II: “E poi, quando tutti questi barbari si resero conto che l’Europa rimaneva indifferente, la guerra di sterminio assunse improvvisamente proporzioni molto più grandi, non erano più piccoli gruppi ad essere massacrati, ma, nelle città, grandi masse di 3.000 e 4.000 vittime in un solo giorno, al suono della tromba (…). Tali eventi richiedevano una risposta potente e immediata da parte dell’Europa. Proprio in questo Oriente dove il cristianesimo, diciotto secoli fa, era sorto, annunciando una sorta di universale mitezza e di universale pace, (…) sta esplodendo la bancarotta morale della vecchia Europa cristiana e capitalista!”».

Nel 1915 furono un milione e mezzo gli Armeni eliminati dai «Tre Pascià». Altri Pascià crescono, e gli diamo gli aerei per finire il lavoro.

Il Molokano

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]

Questo articolo è pubblicato nella rubrica Il Molokano sul mensile Tempi e oggi in formato elettronico su Tempi.it [QUI].

Foto di copertina: «L’urlo»… Nell’indifferenza totale del mondo intero: «L’urlo… Quanto forte deve gridare, affinché tu la senti?» (Siranush Sargsyan). «Questa bambina rappresenta in pieno la richiesta degli Armeni che vivono in Artsakh. Gridava Hayastan (Armenia) con voce forte e orgogliosa» (Liana Margaryan). Stanno gridando Hayastan, che significa Armenia, come un bambino che chiama sua madre. Il video [QUI]. «L’urlo è ancora nelle mie orecchie da quando ho visto per la prima volta il suo video. Stiamo affrontando anni dolorosi e dolorosi per far fronte a ciò che vediamo affrontare il #NagornoKarabakh. #ArtsakhBlockade è il preludio, le sue conseguenze sono terribili. Gli ultimi colloqui sono la prova di quanto siamo soli e impreparati» (Elena Rštuni).

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