55ª Udienza del Processo 60SA in Vaticano. Il Promotore di Giustizia stizzito si rivolge ad un difensore con un irrituale e scortese “si faccia i fatti suoi”

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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 21.04.2023 – Ivo Pincara] – Nel corso della 55ª Udienza del processo al Tribunale vaticano sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato che si è svolta il 20 aprile 2023 nell’Aula polifunzionale dei Musei Vaticani, si è ampliato l’orizzonte delle imputazioni. Il Presidente del Tribunale, Giuseppe Pignatone, ha letto un’ordinanza con cui ha dichiarato “parzialmente fondate” le contestazioni delle difese davanti ai nuovi capi di imputazione presentati dal Promotore di Giustizia nei confronti di quattro dei dieci imputati.

A Raffaele Mincione, Gianluigi Torzi ed Enrico Crasso viene contestato, in aggiunta alle altre accuse, il reato di corruzione; a Tirabassi e Crasso invece quello di autoriciclaggio. Solo per queste nuove accuse il tribunale vaticano “ritiene di dover procedere alle modifiche delle imputazione ed alle nuove contestazioni”, si legge nell’ordinanza. Evidenziando la insostenibilità di tutte le pretese dell’accusa, Pignatone ha però chiesto a Diddi di “riformulare in maniera più chiara” le contestazioni oggetto delle eccezioni di nullità sollevate nella scorsa udienza e in quest’ultima dalle difese degli imputati, che chiedevano di non procedere, definendo tali nuove accuse e “indeterminate, indiscriminate ed illegali”.

Questa udienza, ha osservato Sante Cavalleri sul Faro di Roma, «ha confermato – come se ce ne fosse stato bisogno – l’evidente inutilità dell’istruttoria che lo ha preceduto, denunciando l’inadeguatezza del Promotore di Giustizia Diddi».

Il Promotore di Giustizia ha presentato anche un’ulteriore lista di testi, tra cui figurano i Cardinali Leonardo Sandri e Fernando Filoni, che in passato hanno ricoperto il ruolo di Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato. Sante Cavalleri sul Faro di Roma commenta: «Il Promotore di Giustizia vaticano sempre più in difficoltà, ancora non appagato nella sua furia iconoclasta dallo sgradevole esito mediatico della convocazione di Pietro Orlandi per le ormai inutili indagini sulla scomparsa 40 anni fa della giovane Emanuela [QUI], vuole come testimoni, nelle prossime udienze del processo per gli investimenti della Segreteria di Stato, altri due cardinali: l’11 maggio verrà convocato il Prefetto emerito della Congregazione per le Chiese orientali, Leonardo Sandri, poi sarà la volta del Gran Maestro dell’Ordine del Santo Sepolcro, Fernando Filoni. Continua cioè la ricerca di “prove” per condannare il Card. Giovanni Angelo Becciu, che dei due porporati è stato il successore quale numero due della Segreteria di Stato, e che nemmeno si capisce ancora di cosa lo si voglia accusare».

L’Udienza ha fatto registrare anche un forte battibecco tra Diddi e il difensore di Mincione, l’Avv. Giandomenico Caiazza, che si lamentava del fatto che il Promotore di Giustizia facesse domande su “elementi già oggetto di prova”. Critiche, queste, respinte da Diddi stizzito, con un irrituale e scortese “si faccia i fatti suoi”, cui è seguito l’intervento indispettito di Pignatone: “Basta, che seccatura che siete tutti e due!”, unito al rimprovero rivolto ad entrambi per le loro reazioni in aula.

Fissata la prossima udienza al 11 maggio 2023, il Presidente del Tribunale, Giuseppe Pignatone, ha poi indicato il 4 maggio come il termine ultimo per il deposito in Cancelleria di ogni eventuale richiesta di prova in ordine alle nuove contestazioni e il 15 maggio per la consegna di aggiuntive consulenze tecniche. Alla prossima udienza è stato nuovamente convocato Don Mario Curzu, Direttore della Caritas di Ozieri, e disposto in agenda un ulteriore appuntamento, il 12 maggio.

Dopo la comunicazione che Antonino Becciu non si sarebbe presentato come testimone, Sante Cavalleri sul Faro di Roma aveva commentato, che dopo tutte le passate «sostanzialmente inutili udienze da cui è emersa principalmente l’incapacità del Promotore di Giustizia Alessandro Diddi a prendere atto che il processo è sostanzialmente privo di fondamento per mancanza di reati prima ancora che di prove, finalmente un gesto fuori dagli schemi: il Prof. Antonino Becciu, docente di religione in pensione e Presidente della cooperativa Spes che fa capo alla Diocesi di Ozieri per offrire un futuro a giovani svantaggiati, ma anche fratello del Cardinale Giovanni Angelo Becciu (che è la principale vittima di questo modo allucinante di fare giustizia), ha deciso che non deporrà in aula come testimone». Il Presidente Pignatone aveva chiosato: «Chiudiamo così questo tormentato capitolo». Sante Cavalleri ha proseguito: «Chapeau al fratello di Becciu che non si è presentato. Dopo 55 udienze si dovrebbe dire basta. E a maggior ragione dissociarsi dal modo di procedere di Diddi in questo processo ma anche nelle altre inchieste, a cominciare da quella su Emanuela Orlandi [QUI], che ha già creato enorme discredito per l’assurda idea di interrogare per 8 ore il fratello della sfortunata ragazza, che ha poi riferito di aver trasmesso all’Ufficio del Promotore i nomi di alcuni cardinali che a suo dire sanno e non parlano (il che è un’ipotesi che rasenta la follia) e soprattutto un nastro con accuse infamanti a San Giovanni Paolo II, del tutto assurde e infondate (il che è un vero crimine). Ma il Promotore di Giustizia ha ringraziato Orlandi per la collaborazione, affermando che gli ha aperto nuovi scenari su cui indagare… Salvo poi lamentarsi in una nota perché l’avvocata di Orlandi (e in passato della pierre Francesca Immacolata Chaouqui) ha rifiutato di rivelare i nomi degli informatori di Orlandi (uno dei quali sarebbe già morto e tutti sono degli assoluti mitomani evidenti».

La prima parte dell’Udienza è stata dedicata alla conclusione dell’interrogatorio di Giulio Corrado, esperto di ristrutturazioni immobiliari e finanziarie e di analisi di investimenti gestiti da fondi, già collaboratore WRM Group di Raffaele Mincione, che ha fatto presente, tra l’altro, che la Segreteria di Stato “non voleva prendersi il rischio di affrontare lo sviluppo residenziale” del Palazzo di Londra, in quanto l’immobile aveva già un reddito e la volontà era quella di “far cadere il planning permission”. L’antico magazzino di Harrods, eretto nel 1911 nel quartiere di Chelsea, è stato analizzato, ancora una volta, attraverso le società proprietarie, quelle demandate alla gestione, quelle che hanno finanziato o rifinanziato i debiti, passando anche attraverso le aspirazioni residenziali dell’investimento contenute del planning permission, che venne accordato alla fine del 2016. In particolare, il teste ha chiarito che l’autorizzazione amministrativa contemplava oltre trenta condizioni sospensive e che WRM Group aveva intenzione di implementare il permesso attraverso la demolizione parziale del quarto piano, in modo da mantenere in essere i canoni degli affittuari degli altri piani. Tra gli altri aspetti approfonditi, si è ulteriormente parlato del mutuo da oltre 120 milioni di sterline con il fondo Cheyne Capital, degli asset dell’Athena Capital Commodities Fund, poi Athena Global Opportunities Capital Fund, facente capo a Mincione, e della trattativa condotta a Londra da Gianluigi Torzi.

Indice – Caso 60SA [QUI]

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