Macerata: mons. Marconi traccia un ruolo ‘cattolico’ per la città

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In occasione della festa del patrono di Macerata, san Giuliano l’ospitaliere, mons. Nazzareno Marconi dal sagrato della cattedrale, ancora chiusa per il terremoto, durante la messa ha affrontato il ruolo di una città che deve agire da capoluogo: “Questo stile della guerra perenne contro l’altra parte, non è un pensiero buono, non è cattolico”.

Nell’omelia il vescovo ha sottolineato la forza di un’omelia per il santo patrono: “L’omelia per la festa del Santo Patrono di una città non è solo una riflessione spirituale, ma un momento in cui il vescovo, nella sua responsabilità di Padre e Pastore è chiamato ad offrire una parola di saggezza a tutta la società civile”.

Ed ha spiegato anche la posizione dell’altare: “Questa Santa Messa, celebrata in piazza e guardando verso il centro della Città, davvero una Messa ‘in uscita’, mi motiva ancora di più per questa scelta. Spero di essere ben compreso: non penso che il Vescovo debba indirizzare le scelte sociali, né tantomeno politiche di una città, ma rispondendo ad una richiesta che Gesù fa nel Vangelo, debba aiutare i credenti e tutti gli uomini di buona volontà a ‘leggere i segni dei tempi’, a riconoscere la realtà in cui viviamo e le sue caratteristiche dominanti”.

I ‘segni dei tempi’ devono essere letti partendo dai ‘fatti’: “Una città si può guidare seguendo le idee oppure le ideologie. Le idee si fondano su una lettura dei fatti, le ideologie sui desideri, le promesse o peggio le voglie dei singoli. La scelta cristiana è indubbiamente quella di pensare a partire dai fatti.

A tre anni dal terremoto fisico e da vari terremoti sociali ed emotivi che ci hanno colpito, è ormai un fatto che il mondo attorno a noi, e di conseguenza la città, sono cambiati e sono tuttora in cambiamento. La città serena, perché abitata da impiegati con la certezza dello stipendio e la possibilità di passare lo stesso lavoro ai figli, sta sparendo”.

Dopo un’analisi di un cambiamento avvenuto in città in questi anni, mons. Marconi ha invitato ad allargare l’orizzonte di vedute: “Tutti hanno il diritto di criticare chi amministra, ma è bene allargare lo sguardo al mondo: i nostri problemi non nascono tutti dentro le mura e non si risolveranno se restiamo mentalmente chiusi dentro le mura di Macerata. La Chiesa è definita da un bell’aggettivo: cattolica.

Cattolico significa: universale, che pensa in grande, che progetta inclusivamente, che opera in sinergia con molti, che dialoga per abbattere le separazioni. Per dare un futuro alla nostra città, è necessario un pensiero veramente ‘Cattolico’, non in senso confessionale ma etimologico”.

Rifacendosi alla metafora usata da Alessandro Manzoni ne ‘I Promessi Sposi’ nell’incontro tra Renzo e l’avvocato Azzeccagarbugli, ha invitato la città ad ‘uscire dalle mura’ per aprirsi al territorio provinciale: “Da Civitanova a Camerino c’è un mondo di piccoli borghi e medie cittadine che si salveranno solo se lo faranno insieme.

Per questo è indispensabile incontrarsi, confrontarsi, leggere insieme la realtà ed insieme trovare soluzioni: il ‘Bene comune’ da costruire non può essere troppo ristretto, non reggerebbe alla sfida del grande mondo che abbiamo intorno a noi. Guardando poi più in grande la realtà sociale dell’Italia, di cui facciamo chiaramente parte, vedo un’altra serie di fattori che mi sembra saggio considerare”.

Per il vescovo non esistono più i tempi di una contrapposizione ‘partitica’, ma è l’ora di un pensiero ‘buono’: “Il tempo delle scomuniche reciproche e dello scontro anche armato, lo abbiamo già vissuto e non ha prodotto niente di buono. Questo stile della guerra perenne contro l’altra parte, non è un pensiero buono, non è cattolico, non è universale, non pensa in grande, non progetta inclusivamente, non opera in sinergia con molti, non dialoga per abbattere le separazioni…

Vorrei consegnare a san Giuliano ed alle menti ed ai cuori degli uomini di buona volontà, questi miei pensieri, nati dall’amore per questa città e per tutta la nostra diocesi, senza giudizi e senza condanne. Il Vescovo, come ho detto altre volte, non si schiera! Non per tatticismo o per altri interessi, ma per la mia profonda convinzione che un pensiero ed una conseguente azione che nascono sentendosi in guerra contro un nemico, non sono cattolici. Non credo che la storia proceda verso il bene attraverso la rivoluzione, ma come ci insegna la natura: sempre attraverso l’evoluzione. Chi vuol impegnarsi per tutto questo troverà il mio incoraggiamento e sostegno”.

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