In Italia più morti che vivi

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Secondo l’Istat nel 2015 la popolazione residente in Italia si è ridotta di 139.000 unità (-2,3 per mille): al 1° gennaio 2016 la popolazione totale è di 60.656.000 residenti; mentre gli stranieri residenti sono 5.054.000 e rappresentano l’8,3% della popolazione totale. A conti fatti si riscontra un incremento di 39.000 unità, mentre la popolazione di cittadinanza italiana scende a 55.602.000, conseguendo una perdita di 179.000 residenti.

I deceduti sono stati 653.000, 54.000 in più dell’anno precedente (+9,1%). Il tasso di mortalità, pari al 10,7 per mille, è il più alto tra quelli misurati dal secondo dopoguerra in poi. L’aumento di mortalità risulta concentrato nelle classi di età molto anziane (75-95 anni). Sull’altro fronte, le nascite sono state 488.000 (8 per mille residenti), 15.000 in meno rispetto al 2014 e nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia.

Il saldo naturale (differenza tra nascite e decessi) scende ulteriormente a -165.000; è il quinto anno consecutivo di riduzione della fecondità, giunta a 1,35 figli per donna. La popolazione diminuisce uniformemente sul territorio, ma con maggiore intensità nel Mezzogiorno (-3,1 per mille) rispetto al Nord (-1,8) e al Centro (-2,1). Lombardia (+0,5 per mille) e, soprattutto, Trentino-Alto Adige (+2,3) rappresentano le uniche realtà in cui la popolazione aumenta; mentre diminuzioni ovunque, particolarmente intense, si registrano in Liguria (-7,9 per mille), Valle d’Aosta (-7,2 per mille), Basilicata (-5,2 per mille) e Marche (-5,1 per mille).

Inoltre nello scorso anno 100.000 italiani hanno lasciato il Paese cancellandosi dall’anagrafe per trasferirsi altrove. A conti fatti, la popolazione residente consegue una riduzione del 2,3 per mille abitanti. Si tratta di un cambiamento rilevante nel contesto storico di un Paese che, dal 1952 in avanti, aveva sempre visto aumentare la popolazione, salvo una riduzione congiunturale dello 0,1 per mille nel 1986.

Nel 2015 le nascite sono stimate in 488.000 unità, ben 15.000 in meno rispetto all’anno precedente. Si tocca, pertanto, un nuovo record di minimo storico dall’Unità d’Italia, dopo quello del 2014 (503.000). Poiché i morti sono stati 653.000, ne deriva una dinamica naturale della popolazione negativa per 165.000 unità. Il ricambio generazionale, peraltro, non solo non viene più garantito da 9 anni ma continua a peggiorare (da -7.000 unità nel 2007 a -25.000 unità nel 2010, fino a -96.000 nel 2014).

Il tasso di natalità scende dall’8,3 per mille nel 2014 all’8 per mille nel 2015, a fronte di una riduzione uniformemente distribuita sul territorio. Non si riscontrano incrementi di natalità in alcuna regione del Paese e soltanto Molise, Campania e Calabria mantengono il medesimo tasso del 2014. Inoltre per il quinto anno consecutivo nel 2015 si registra una riduzione del numero medio di figli per donna, sceso a 1,35.

Alla bassa propensione di fecondità, largamente insufficiente a garantire il necessario ricambio generazionale, continua ad accompagnarsi la scelta di rinviare sempre più in là il momento in cui avere figli. L’età media delle madri al parto, infatti, sale un ulteriore gradino portandosi a 31,6 anni contro i 31,5 del 2014 (31,3 nel 2010).

Le cittadine straniere, anch’esse interessate da un calo congiunturale (da 1,97 a 1,93 figli per donna) hanno un calendario della fecondità decisamente più anticipato: l’età media delle donne alla nascita dei figli è di 28,7 anni rispetto ai 32,2 delle cittadine italiane. Con 1,64 figli per donna nel 2015 il Trentino-Alto Adige si conferma la regione più prolifica, seguita piuttosto a distanza dalla Lombardia (1,44) e dall’Emilia-Romagna (1,43).

In generale, il Nord presenta una fecondità superiore (1,41) a quella del Centro (1,33) e del Mezzogiorno (1,29). Le differenze territoriali sono spiegate in larga misura da l diverso contributo delle donne straniere, che al Nord è di gran lunga più rilevante, perché maturato sia da una maggiore presenza nel territorio sia da una più alta propensione riproduttiva.

I livelli più elevati della fecondità delle donne straniere si registrano, infatti, tra le residenti al Nord in misura di 2,06 figli per donna, mentre le straniere che risiedono nel Centro e nel Mezzogiorno hanno in media, rispettivamente, 1,67 e 1,84 figli per donna. Il comportamento riproduttivo delle italiane è caratterizzato da una sostanziale omogeneità territoriale, frutto di una fecondità pressoché identica a livello di ripartizioni geografiche: 1,28 figli nel Centro-Nord, 1,27 nel Mezzogiorno.

Anche su base regionale le differenze di fecondità delle italiane vanno riducendosi, se non si tiene conto di particolari aree dove, per ragioni antropologiche e strutturali, si riscontra una fecondità più accentuata (Trentino-Alto Adige) o più contenuta (Molise, Basilicata e Sardegna) in termini relativi. Intanto l’aumento della mortalità, concentrato in particolare nelle età senili (75-95 anni), non ha rallentato il processo di invecchiamento della popolazione.

Gli ultrasessantacinquenni residenti in Italia passano da 13,2 a 13,4 milioni in termini assoluti, e dal 21,7 al 22% in termini relativi. I residenti di 75 anni e più, i più penalizzati dall’aumento di mortalità, passano nell’insieme da 6,7 a 6,8 milioni. Per tali individui, l’11,2% del totale residenti, le perdite di mortalità sono recuperate dall’ingresso della coorte dei nati nel 1940. Scende a 39.000.000 la popolazione in età attiva (15-64 anni) che oggi rappresenta il 64,3% del totale (64,5% un anno prima).

Così come pure scende la quota di giovani fino a 14 anni di età, dal 13,8 al 13,7% del totale, in parte frutto della comparsa sulla scena della ‘piramide per età’ della più piccola generazione di neonati che si sia mai rilevata nella storia nazionale. Peraltro, le perdite conseguite tra i giovani come tra gli adulti, dal punto di vista generazionale, sono state solo in parte compensate dall’effetto positivo del saldo migratorio con l’estero che si è ridotto nel corso dello scorso anno.

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