Le Porte Sante delle carceri italiane

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Nel messaggio della pace ‘Vinci l’indifferenza e conquista la pace’ papa Francesco sottolinea l’impegno di ciascuno per compiere azioni di misericordia: “Per quanto concerne i detenuti, in molti casi appare urgente adottare misure concrete per migliorare le loro condizioni di vita nelle carceri, accordando un’attenzione speciale a coloro che sono privati della libertà in attesa di giudizio, avendo a mente la finalità rieducativa della sanzione penale e valutando la possibilità di inserire nelle legislazioni nazionali pene alternative alla detenzione carceraria.

In questo contesto, desidero rinnovare l’appello alle autorità statali per l’abolizione della pena di morte, là dove essa è ancora in vigore, e a considerare la possibilità di un’amnistia”.

Attendendo a queste parole molte diocesi, dopo la festa di Natale, aprono una Porta Santa in tutti gli istituti penitenziari, dal grande carcere romano di Rebibbia, che nelle sue quattro sezioni ospita oltre 2200 detenuti, a penitenziari meno conosciuti come quello di Castrovillari o di Avellino; quasi tutti hanno aperto o apriranno nei prossimi giorni le loro Porte Sante, decorate con fiori, a volte con materiali di scarto riciclati e dipinti realizzati dai detenuti stessi.

Infatti Porte Sante sono già state aperte o apriranno subito dopo Natale dai vescovi nei penitenziari di Modena, Venezia, Milano, Castrovillari, Avellino, Salerno, Velletri, Cassino, Rieti e Padova. Don Virgilio Balducchi, ispettore capo dei cappellani penitenziari, che ha aperto la Porta Santa al carcere femminile di San Vittore, a Milano ha spiegato il significato:

“Qualcuno considera la porta della cappella come Porta Santa, altri hanno messo dei simboli su ogni cella e hanno pregato. Si sono svolte processioni e preghiere, celebrazioni dell’Eucarestia… C’è stata una bella risposta da parte dei detenuti.

I continui riferimenti di Papa Francesco al mondo del carcere, compreso l’ultimo accenno all’amnistia nel Messaggio per la Giornata mondiale della Pace, stanno dando un respiro di speranza a chi vive tra queste mura, facendo capire che Dio non abbandona nessuno”.

Don Sandro Spriano, cappellano di Rebibbia a Roma, ha raccontato come è avvenuta l’apertura della Porta Santa nel carcere romano: “Abbiamo addobbato decorosamente le porte delle cappelle e coinvolto tutti i detenuti. Siamo partiti in processione dai vari reparti per raggiungere tutti insieme la porta della chiesa. Poi abbiamo celebrato l’Eucarestia. C’era un’atmosfera di grande silenzio e raccoglimento”.

Tempo fa 13 ergastolani avevano scritto alcune lettere a papa Francesco, che sono state raccolte in un volume da Francesca de Carolis, giornalista e scrittrice, e da Nadia Bizzotto, volontaria della Comunità Papa Giovanni XXIII, rivolgendogli le domande:

“Appartenuti in passato a varie organizzazioni di stampo criminale, anche solo a livello regionale, sono in carcere da decenni, molti per lunghi periodi in regime di 41 bis, e scontano una pena che, in base alle nostre leggi, non finirà mai. In questi anni molto hanno riflettuto sul proprio passato, hanno seguito percorsi di studio, continuano a lavorare su se stessi.

Basti dire che fra questi c’è chi in carcere si è laureato in giurisprudenza, chi si è diplomato in un Istituto d’arte, c’è chi è prossimo alla laurea in filosofia, chi ha approfondito la storia d’Italia e le vicende del nostro Meridione…

In un momento in cui si richiede l’impegno di tutti nella lotta contro le mafie, pensiamo che non si possa essere indifferenti alla voce di chi, dopo aver sofferto e aver raggiunto un profondo intimo cambiamento, potrebbe offrire alla società la testimonianza del suo percorso.

Con una sola voce, si rivolgono a papa Francesco nella speranza di un confronto, anche solo di un pensiero in risposta a tante domande”. Molte domande vertono sul nesso tra peccato e perdono, soprattutto con uno sguardo al significato dell’ergastolo:

“Dio perdona. Possono farlo anche gli uomini o il perdono è solo ‘cosa divina’? Ma se il perdono è anche umano, cosa ne pensa e cosa direbbe a quegli Stati che promuovono la pena di morte e il carcere a vita per chi ha commesso reati di sangue?”

“La condanna all’ergastolo senza fine è disumana. Più che una condanna fisica è una pena dell’anima, una pena che ti ruba l’amore, ti mangia vivo, ti succhia la speranza… che ti ammazza lentamente. Si passa l’esistenza a osservare il proprio passato perché non ci sono giorni davanti che ci aspettano, ed è difficile diventare buoni con una pena del diavolo da scontare. Perché i buoni cristiani, che magari vanno a messa la domenica, ci fanno questo?”

“Mi chiedo se dal punto di vista cristiano, umano, tale pena, così come configurata in Italia, (osta a qualsiasi beneficio di legge, quindi non dà speranza, annienta l’individuo giorno dopo giorno riducendolo a un vegetale, non più persona, ma solo corpo, svuotandola della sua essenza umana) sia priva di senso, sia compatibile con il precetto evangelico.

Tenendo conto che l’Italia è definita, per antonomasia, culla del diritto, ma soprattutto è il centro della cristianità, chiedo: è accettabile questa pena disumana nel paese in cui risiede il cuore della fede cristiana?”

“A torto o a ragione noi siamo in carcere con una condanna ( anche se non sempre con un giusto processo, vedi ‘leggi d’emergenza’), ma le nostre madri, mogli, figli, non hanno altra colpa che di amarci. Nessuno pensa che tra le vittime ci sono anche loro. Il dolore di Maria per il figlio incarcerato e condannato, ricorda qualcosa? Condannate a ‘vite sospese nel dolore’, di privazioni. Nelle nostre famiglie non esiste un Natale, Pasqua o altra ricorrenza, perché il pensiero è sempre velato di tristezza per noi, rinchiusi come animali. Queste ‘vittime dell’amore’ hanno qualche diritto?”

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