La Caritas denuncia l’aumento delle guerre nel mondo

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Presso il Conference Centre di Expo di Milano è stato presentato il quinto rapporto sui conflitti dimenticati, ‘Cibo di guerra’, curato da Caritas Italiana con Famiglia Cristiana ed Il Regno ed edito da Il Mulino, che in questa edizione indaga in modo specifico il reciproco condizionamento tra conflitti bellici e beni alimentari.

L’analisi del testo offre spunti per capire come fare della terra una ‘tavola di pace’ alla luce dell’Enciclica ‘Laudato si’ con approfondimenti e piste d’indagine, in un quadro di crescente influsso delle guerre contemporanee, che sempre più spesso ci toccano da vicino, se non altro tramite le vicende e i racconti di ondate di profughi.

Nella seconda parte del volume sono presentati i principali risultati di due rilevazioni sul campo: la prima rilevazione riguarda uno studio sulla presenza e le storie di vita delle persone in fuga dalla guerra, accolte nelle chiese locali, grazie anche al circuito delle Caritas; mentre la seconda rilevazione ha come tema l’uso dei ‘video di guerra’ nei canali tematici di Youtube.

Si tratta del primo studio su tale aspetto condotto dall’osservatorio sui conflitti dimenticati, che ha sempre dedicato grande attenzione alla dimensione della comunicazione sociale: la carta stampata, quotidiana e periodica, i social network, Facebook e Twitter in primis, ma anche televisione e radio. La ricerca si è concentrata sui contenuti video pubblicati su YouTube da Russia Today (versione inglese), Vice News, Cnn e Al Jazeera English, nel corso di una settimana campione (dal 16 al 22 febbraio 2015).

In totale sono stati esaminati 428 video (per 32,3 ore di filmati, 7.000.000 di visualizzazioni e oltre 56.000 commenti). L’esame dei dati dimostra che l’attenzione ai conflitti è molto forte: le notizie sui conflitti superano in alcuni casi il 50% di tutte le notizie video trasmesse sui canali Youtube di tali testate (è il caso di Al Jazeera English). Infine nella terza parte ci sono proposte e linee di intervento sul tema del conflitto e del problema alimentare, rivolte ai principali attori, pubblici e privati.

Sono emersi due interrogativi di fondo: in che misura la guerra può essere determinata da fattori legati alla produzione, distribuzione e consumo del bene alimentare e che tipo di conseguenze sono prodotte dai conflitti in riferimento alla malnutrizione e alla cattiva distribuzione delle risorse alimentari. In altri termini ci si chiede se fame, aiuti alimentari, terreni accaparrati, giochi di borsa sono cause o effetti delle guerre.

Dopo anni di segno positivo, gli indicatori che misurano il grado di ‘pacificità’ del pianeta iniziano infatti a puntare verso il basso. L’intensità di buona parte dei conflitti intra-statali combattuti a diverse latitudini del pianeta sta infatti aumentando di livello, con un significativo coinvolgimento della popolazione civile e un crescente ricorso all’impiego di tattiche tipiche dell’azione terroristica. Si stima che le vittime di attacchi terroristici jihadisti siano quintuplicate negli ultimi 15i anni, concentrandosi per il 95% per cento in paesi non Ocse (ovvero in via di sviluppo).

La gran parte degli attacchi, negli ultimi anni, ha avuto luogo in 5 paesi: Iraq, Siria, Afghanistan, Pakistan e Nigeria, coinvolgendo sempre di più scuole e università, giovani studenti, civili inermi e innocenti. Più in generale nei vari conflitti, nell’ultimo decennio, si è passati da una media di 21.000 a 38.000 morti annui. Africa e Asia sono i continenti maggiormente instabili a livello globale. In essi la mancanza di cibo e le guerre si intersecano in un mix letale, con l’inevitabile riflesso migratorio su scala planetaria.

Tutte le guerre, rileva il Rapporto, indossano ‘maschere’, che spesso vengono confuse con le cause vere del conflitto: al primo posto quella religiosa. La spesa militare globale, alla fine del 2014, vede gli Stati Uniti al primo posto (35,1%), poi la Cina (8%), l’Arabia Saudita (5%), la Russia (4,4%), il Regno Unito (3,8%), la Francia (3,3%), il Giappone (3%). Il mercato della compravendita di armi e armamenti è in crescita: +16% rispetto al 2013. I maggiori esportatori di armi (che coprono il 58% del totale) sono Stati Uniti e Russia.

E tra i maggiori importatori c‘è l‘Arabia Saudita (+300%), seguita dall‘India con +140%. L’altra indagine contenuta nel Rapporto rileva la presenza di profughi in fuga da guerre nei Centri d’ascolto Caritas di 50 diocesi (ottobre 2014-marzo 2015): il 20% è fuggito dal conflitto in Libia, il 12,1% dalla Nigeria, il 9,1% dall’Ucraina, il 7,1% dal Gambia. Il 33% vive in istituti o comunità di accoglienza, il 20% ha con sé la famiglia.

Quasi la metà, il 49,2%, ha lasciato il proprio Paese nel 2014 e nei primi mesi del 2015. Sono tutti giovani, il 71,9% non supera i 34 anni. Tra i bisogni segnalati, la richiesta di aiuti materiali (34,1%) e di una abitazione (39,9%).

La conclusione dello studio è che nel nuovo scenario liquido dell’informazione si avverte un forte bisogno di contestualizzazione e mediazione giornalistica. L’utente che arriva su YouTube da un social network spesso non si chiede su quale canale è arrivato, qual è la sua agenda politica, da chi è finanziato: preme play, commenta e condivide il video senza farsi troppe domande: “Invece, ora più che mai, è richiesta a tutti grande attenzione. Altrimenti è vero che saremo tutti più informati, ma diventeremo anche più manipolabili”.

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