Lui e lei: una sola carne

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In ogni vocabolario umano si trovano due parole brevi e impegnative: “Si” e “Grazie”.

Il “si” ricorda l’amore donato e ricambiato nel dono della Vita e della vocazione di ciascuno.

Il “grazie” è rendersi consapevoli dei doni ricevuti per aprire il cuore ad accoglierli, a custodirli e a farli fruttificare.

Celebrare gli anniversari del matrimonio sacramento è come approdare alle rive del vasto mare di questa sublime esperienza ecclesiale per viverla come dono e come grazia. Ricordare, dunque, è ringraziare Ogni approdo, però, comporta sempre anche il fascino di un nuovo imbarco, per continuare a ripartire, nella fedeltà, verso nuove avventure dell’esistenza.

Approdare e imbarcarsi sono una sorta d’intreccio tra Amore donato e accolto e amore ridonato: coordinate indispensabili per creare l’umano cammino tra mistero, fascino e tormento. Il fluire del tempo, alimentato da quell’Amore “sempre antico e sempre nuovo”, è “dono e mistero”.

Questo magnifico movimento, iniziato dal Fiat creativo, non è staticità o chiusura d’arrivo, ma eterno cammino dentro l’infinito verso quell’Eterno Infinito che ci tufferà nell’oceano dell’Amen glorificativo, quando, come dice sant’Agostino, tutto il nostro vivere sarà eterno canto di Amen e Alleluia. Tutta quanta la nostra vita, infatti, sarà paradisiaca immersione nella divina sinfonia dell’Amore Eterno.

In questo ricordare:

il passato vive nella memoria del presente,

il presente è luce di visione,

il futuro è speranza d’attesa.

Tutti siamo stati creati dall’Amore, per amore e per ridonare amore.

Se viviamo, vuol dire che siamo frutto prezioso dell’Amore.

Siamo convinti che il creato va avanti perché l’Amore lo conduce.

Accogliere l’Amore è vivere il trionfo della vita che, dalla vita divina trinitaria, fiorisce nella vita matrimoniale. Dopo la creazione di “tutte le cose visibili e invisibili”, il Creatore decide: Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza… E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò (Gn 1,26-27). Poi il divino Pantocratore disse: Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda… Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora, l’uomo cantò il suo primo cantico d’amore:

 

Questa volta

è osso dalle mie ossa,

carne dalla mia carne.

La si chiamerà donna,

perché dall’uomo è stata tolta.

Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna,

e i due saranno un’unica carne (Gn 2,18; 21-24).

 

“Uomo” “Donna”: la lingua ebraica gioca simbolicamente sulle due parole “ish” “issha”.

Il progetto di Dio pone, dunque, l’unione dell’uomo e della donna come evento originale e assoluto. Originale, perché, nella sua “incondivisibile” identità, è posto di fronte all’unione familiare precedente: la famiglia non è chiusa in sé stessa ma è aperta verso nuovi inizi attraverso la figliolanza che costituisce una unità nuova e propria. L’uomo e la donna, marito e moglie, avviano un rapporto che li rende una carne sola. Da quella sola carne, all’interno della storia, nasce, fiorisce e cresce la famiglia come fonte della vita.

L’indissolubilità è, in se stessa, un valore naturale che scaturisce dalla creazione e, in Cristo, trova la novità della sua stabilità sacramentale. In questo orizzonte si capisce l’amore e in quel “sì” sacramentale, l’amore vero e totale trova la sua irreversibilità. In quel “sì”, cosciente ed entusiasta, si riscopre sia la genesi e il modello del “sì” di Dio all’umanità, sia il consenso che  Gesù dà alla sua Chiesa. Nel vincolo infrangibile che tiene Dio unito all’uomo e Cristo alla sua Chiesa, la relazione coniugale è il riflesso e la modulazione umana.

Alla luce dell’evangelica indissolubilità, appaiono insieme sia la dignità dell’uomo e della donna, sia la serietà, la stabilità e la gratuità della loro unione nel matrimonio-sacramento. Negli sposi, la sorpresa del dono della vita divina, diventa a sua volta dono di vita. Infatti, che cos’è l’amore paterno-materno se non accoglienza di vita nei figli, dedizione incondizionata a essi, al fine di inserirli nella vita umana e nella grazia evangelica? La famiglia cristiana si contraddistingue per questa accoglienza e per questa meta. Immersi nell’oceano dell’Amore divino, ogni consacrazione matrimoniale dovrebbe essere sempre vissuta come dono e grazia nell’esplosione dello stupore, della lode e del rendimento di grazie.

Gli sposi cristiani esultino con Maria Vergine, Madre e Sposa, come Lei e con Lei, cantino l’inno di lode e di rendimento di grazie al Padre per il Figlio nello Spirito: L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore (Lc 1,46-47). Sì, ricordare il dono della vita e della vocazione apre il nostro cuore a cantare il rendimento di grazie più profondo che sgorga dall’immenso “Rendimento di Grazie” che è l’Eucaristia.

Ricordare, dunque, è ringraziare nella lode:

Dio Padre, Onnipotente e Fonte della vita.

Dio Figlio, fatto uomo e Redentore dell’uomo.

Dio Spirito, Principio della nuova creazione.

Ricordare e celebrare gli anniversari del matrimonio è anche occasione per aprire il cuore e ringraziare gli stessi sposi che sono stati e continuano a essere i testimoni del sacramento nuziale vissuto nella concorde fedeltà. Vivere il ricordo col cuore commosso e grato significa continuare ad amare la vita in ogni sua sfumatura e, in entusiasmo, ricominciare ogni giorno l’esperienza del “cuore a cuore” con la Trinità Beata: con il Padre che crea, con il Figlio che redime, nel Fuoco dello Spirito che divinizza.

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