A 50 anni dal Concilio Vaticano II: quale futuro per la Chiesa?

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E’ un’interessante lettura della riflessione sulla Chiesa che il Concilio Vaticano II ha svolto – che, come è noto, si è condensata nelle note Costituzioni ‘Lumen gentium’ e ‘Gaudium et spes’ – l’ultima fatica editoriale del prof. Enrico Brancozzi dal titolo ‘Un popolo nella storia’ (Cittadella editrice). In quest’opera il giovane sacerdote della diocesi di Fermo, nonché docente di teologia dogmatica presso l’Istituto Teologico Marchigiano di cui è anche vicepreside, con passione e competenza offre una chiave di accesso al più grande evento della Chiesa cattolica nel Novecento.

Rifuggendo da tecnicismi, Brancozzi permette a tutti di entrare nel cuore della riflessione che tra il 1962 e il 1965 si svolse all’ombra della Cupola della Basilica di San Pietro e, allo stesso tempo, di cogliere la imperfetta ricezione, in gran parte da attuare. Egli, con equilibrato discernimento, mostra quali passi la Chiesa deve ancora compiere per far risplendere quello stupendo affresco ecclesiale che i padri conciliari hanno inteso dipingere cinquant’anni fa.

Professore, per poter pienamente recepire gli intenti del Concilio Vaticano II occorre una giusta ermeneutica: quale, secondo lei, tra continuità e discontinuità è quella corretta?
“Io credo che non dobbiamo avere paura di osservare primariamente le discontinuità che il concilio ha posto in essere. Credo che il concilio abbia rappresentato non una rottura con la tradizione, come sostengono i tradizionalisti, ma una profonda riforma, che tuttavia in alcuni punti ha ridisegnato una nuova teologia, una nuova visione di Chiesa, una nuova concezione dei sacramenti, un nuovo rapporto con la Scrittura.

Ignorare tutto questo mi sembra una forzatura, quasi un tentativo di ‘normalizzare’ il Concilio come evento ecclesiale. Paradossalmente, non ci sarebbero le proteste dei tradizionalisti se qualcosa non fosse veramente cambiato! Poi si può dire che questi cambiamenti sono avvenuti nello spirito della paràdosis, cioè del tradere, che è una dinamica ecclesiale perenne. Quindi non si tratta di ‘strappi’, ma di un’evoluzione, o, per dirla con Giovanni XXIII, di un ‘aggiornamento’”.

La convocazione di Papa Roncalli del Concilio Vaticano II fu un’ispirazione improvvisa? Quale fu il ruolo di Giovanni XXIII nel dare avvio al dibattitto conciliare?
“Roncalli ebbe un ruolo enorme. Sulla convocazione del concilio ho ascoltato personalmente la testimonianza di mons. Capovilla, suo segretario personale, che poi coincide con quella di numerosi storici e che reputo ovviamente attendibile. Egli sostiene che l’idea di convocare un concilio maturò nelle prime settimane di pontificato. Il papa si trovò nel giro di pochi giorni, dopo il conclave, a salutare i cardinali che ripartivano per i loro paesi di provenienza.

Ciascuno gli sottoponeva una questione, un problema, su cui i dicasteri pontifici non erano stati attenti o non avevano saputo fornire una soluzione adeguata. In pochi giorni la scrivania del papa si riempì di lettere e documenti. Roncalli sembrava sconsolato. In presenza di Capovilla, iniziò a dire informalmente: ‘Ci vorrebbe un concilio…’. Come a dire: nessuno ha la soluzione per tutte queste questioni, occorrerebbe prendersi del tempo ed operare una riflessione strutturale e collegiale sulla Chiesa.

In fondo egli percepiva che la centralizzazione operata da Pio XII aveva portato ad un blocco e che non era più sufficiente un lavoro di restyling. Occorreva una riforma sistemica. Il suo merito maggiore è stato accettare che gli schemi preparatori fossero bocciati e che si potesse ridiscuterli e riscriverli daccapo. Anche immaginando che questo avrebbe comportato scontri aspri e che avrebbe differito la chiusura del concilio, forse addirittura con un altro papa, come in effetti avvenne”.

Quale fu il ruolo di Paolo VI in seno al Concilio Vaticano II? Come attuò il dettato conciliare?
“Potremmo dire che Paolo VI è stato l’arbitro del concilio. E’ stato colui che ha governato i conflitti presenti nell’assemblea con un’attenzione permanente ad evitare fratture e scismi. E’ stato colui che è riuscito a portare tutti i documenti ad un’approvazione praticamente unanime. Credo che questo sia un merito difficilmente discutibile.

Nel postconcilio è stato accusato da una parte della storiografia di essere stato un elemento frenante per la riforma della Chiesa perché avrebbe tutelato eccessivamente la minoranza, per cui viene spesso ritenuto l’uomo del compromesso. Storicamente questo è vero, se pensiamo, ad esempio, all’introduzione della Nota praevia a Lumen gentium. Ma le modifiche imposte dalla minoranza non toccano la sostanza dei documenti conciliari.

Del resto, la Chiesa non procede a ‘colpi di maggioranza’, bensì vive e promuove una reale comunione. Se prendiamo il capitolo terzo di Lumen gentium, è evidente una disomogeneità testuale. Tuttavia essa aveva lo scopo di creare un consenso ampio su di un documento così centrale. Mi sembra un atteggiamento di grande sapienza pastorale.

Dopo il concilio, Montini ha promulgato motu proprio una serie di riforme che avevano lo scopo di tradurre le intuizioni del Vaticano II in termini giuridici e di renderle effettive. Negli anni 1965-1970 il papa ha creato molte delle strutture di cui dispongono oggi gli episcopati. Un lavoro immenso, sconosciuto ai più, che meriterebbe di essere approfondito”.

Quale Chiesa il Concilio ha immaginato?
“Una comunità in cui ogni battezzato ha il diritto di cittadinanza e di parola, nella quale, al di là delle differenze ministeriali, deve vigere una fraternità di fondo che ci accomuna tutti come un popolo che cammina verso il suo Signore. Inoltre, il Vaticano II ha disegnato un rapporto di dialogo, di stima e di amicizia tra la Chiesa e il mondo, superando la visione catastrofista tipica dell’apologetica cattolica dell’Ottocento”.

Quali sono, secondo lei, le priorità della Chiesa di oggi nel dare concreta attuazione ai dettami conciliare? Perché questo mancato ritardo nel recepire gli insegnamenti del Concilio, non da tutti avvertito?
“La priorità assoluta è, a mio avviso, il recupero della sinodalità, cioè lo stile del discutere insieme collegialmente tutte le questioni, le urgenze, le tensioni che vive la comunità credente, in modo da poter offrire ai pastori un punto di vista fondato e il più possibile ampio.

Cito spesso una frase di mons. Bettazzi: ‘E’ importante che il vescovo abbia l’ultima parola, purché non sia l’unica, ma l’ultima di una lunga serie’. Mi sembra una sintesi efficace di che cosa voglia dire ‘sinodalità’. Le cause del ritardo con cui il concilio è stato recepito, e da alcuni addirittura quasi ignorato, sono più complesse e non vi è una lettura univoca.

L’ipotesi che mi ha convinto di più è quella di un autore francese, Hervè Legrand, il quale sostiene che il Vaticano II è stato uno dei rari concili della storia che non si è preoccupato di dare una forma giuridica e normativa alle proprie acquisizioni. Basti pensare che il codice di diritto canonico esce solo nel 1983. In altre parole, il concilio si limita a tracciare delle direttrici su cui le Chiese locali sono chiamate ad incamminarsi, ma non fornisce ‘elementi obbliganti’.

Si affida semplicemente alla sensibilità e alla responsabilità di ogni singolo battezzato. Questo mi sembra un limite e un punto di forza. Un limite perché la recezione è affidata a dinamiche culturali forzatamente di medio o lungo periodo. Ma è un punto di forza perché si esalta la soggettività di una recezione creativa e intelligente. La “norma” ha un effetto immediato, ma non genera quasi mai uno stile.

Alla norma ci si sottomette per paura di una sanzione. La formazione di una nuova coscienza ecclesiale, invece, ha tempi più lunghi, ma genera una interiorizzazione di quello che viene proposto. Per questo non parliamo mai di ‘applicazione’ del concilio, ma di recezione”.

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