Paolo VI, due cardinali lo ricordano

Condividi su...

Chi era Paolo VI? Un profeta, è la risposta comune di due cardinali che Papa Montini lo hanno conosciuto, e hanno lavorato a lungo a fianco a lui. Roger Etchegaray ormai ha 92 anni. A Giovan Battista Montini lo legava il comune lavoro con i giovani di Azione Cattolica e Federazione Universitaria, e anche il sogno di una unione europea delle Conferenze Episcopali che sfocerà poi nel Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee. Paul Poupard ha 85 anni, ed era già in Segreteria di Stato quando Montini fu eletto Papa. Seguirono anni di un rapporto intellettuale bellissimo, che si traduceva in lettere affettuosissime.

“Mi scriveva sempre: al diletto figlio Paul Poupard,” racconta il Cardinal Poupard. Che si lascia andare ai ricordi personali. Paolo VI si affidò molto a lui nella stesura della “Populorum Progressio”, l’enciclica sociale che trasportò la Chiesa nella mondializzazione. “La stesura durò due anni, ci furono molte correzioni. E alla fine rimanevano solo alcune correzioni minime, e Paolo VI affidò gli ultimi dettagli a me personalmente. Quando la presentai, fu la mia prima conferenza stampa ufficiale”.

Roger Etchegaray racconta di un pranzo nell’arcivescovado di Milano, pochi mesi prima che fosse eletto Papa. “Mi raccontava dell’importanza di San Paolo per la sua formazione. Paolo, l’apostolo delle genti. Prese questo nome perché aveva un grandissimo zelo missionario, voleva portare la Chiesa ai quattro angoli della terra”, dice.

La spinta per l’evangelizzazione è sempre presente in questo pontefice in dialogo con il mondo. “Di lui ho scritto che è stato il primo uomo moderno a diventare Papa. Ed è vero. Paolo VI aveva aperto la conversazione con il mondo. La sua prima enciclica, l’Ecclesiam Suam, aveva proprio in sé questo germe di apertura al dialogo, questa voglia di ascoltare prima di spiegare la verità della Chiesa. Ma era una conversazione volta sempre all’evangelizzazione, al portare a tutti la luce di Cristo,” racconta Poupard.

Ed Etchegaray sottolinea che di aver “descritto Paolo VI come profetico e mistico. Ma devo dire che è prima di tutto un Papa missionario. Il primo Papa a prendere l’aereo, il primo Papa ad andare in Terrasanta, il primo Papa ad andare a parlare alle Nazioni Unite…”

Una missionarietà che dovette fronteggiare alcuni degli anni più difficili per la Chiesa cattolica. “Paolo VI ebbe la forza spirituale di portare avanti il Concilio Vaticano II, e l’ingegno di voler sempre essere informato dei lavori. Io ero stato nominato perito del Concilio, e spesso Paolo VI mi incontrava, insieme ad altri teologi, per avere informazioni informali sull’andamento dell’assise, per comprendere”, racconta Etchegaray.

Eppure nessuno ha subito tanto quanto Paolo VI. Il quale lanciò dei gridi di dolore. Lo era la Populorum Progressio, lo era l’Humanae Vitae, lo era la promulgazione dell’Anno della Fede culminato con il Credo del Popolo di Dio, lo era il grido che “da qualche fessura, il fumo di Satana è entrato nella Chiesa.

Un grido – racconta Poupard – “che veniva da una grande sofferenza del Papa. Lui aveva portato avanti il Concilio con l’idea di dialogare con il mondo, ma sempre alla luce della verità di Cristo. Ma si era fatto del Concilio un contro-Concilio, come se fosse contro la Chiesa stessa. E lui sentiva il peso di tutto questo, sentiva il peso di una Chiesa che veniva come schiacciata”.

Una sofferenza che viveva interiormente. Dice Etchegaray: “Era un Papa molto discreto, molto riservato. Un uomo mite, che non amava imporre le sue idee, che preferiva ascoltare tutti. Chi l’avrebbe detto che quest’uomo così introverso si sarebbe trasformato in un vagabondo della fede?”

Una sofferenza interiore che aveva vissuto anche mentre pensava alla stesura dell’Humanae Vitae, di fronte a una commissione che si era espressa in maggioranza per la contraccezione (ma la ricostruzione storica che ne ha fatto il professor Colombo, demografo, racconta anche di pressioni quasi lobbyistiche da parte della commissione e nella ricostruzione dei fatti) e alla volontà di tenere dritta la barra della Chiesa.

“Le Monde aveva scritto di un Papa amletico, e io glielo riferii. E lui, con il volto grave, mi rispose: ‘La gente pensa che il Papa non abbia pensieri, ma ha i suoi dubbi, deve meditare, sono situazioni difficili. Ma, una volta che la sua decisione è presa, questa è irrevocabile’”, racconta ancora Poupard.

Dopo l’Humanae Vitae, Paolo VI decide di non scrivere più encicliche. Non vuole dare adito al contro-Concilio di attaccare la Chiesa ancora una volta, vuole sviluppare il suo insegnamento in maniera diversa, senza esporre la Chiesa agli attacchi del mondo.

E dire – racconta ancora Poupard – “che il primo telegramma che arrivò in Segreteria di Stato dopo la promulgazione dell’enciclica fu quello di dom Helder Camara. Il quale scriveva: ‘Grazie Santo Padre, che con questa enciclica difendi il Terzo Mondo, cui il Mondo ricco vuole togliere l’unica ricchezza che ha: i bambini’”.

151.11.48.50