Croce preziosa e vivificante

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La Festa dell’Esaltazione della Croce, che in Oriente è paragonata alla Pasqua, nei libri liturgici di tradizione bizantina porta come titolo: «Universale Esaltazione della Croce preziosa e vivificante».

E’ una Festa che, sorta in Gerusalemme, è legata alla tradizione secondo la quale l’imperatrice Elena, madre di Costantino I, dopo una rivelazione, ricevette l’ordine di andare a Gerusalemme per ritrovare i luoghi santi ormai nascosti. Socrate Scolastico, nella sua Storia ecclesiastica, ci tramanda il resoconto del ritrovamento della Croce. Nella narrazione dice che Elena, fatto distruggere il tempio pagano costruito sopra il Santo Sepolcro, trovò tre croci e il titulus crucis posto sulla Croce di Gesù. Macario, vescovo di Gerusalemme, fece imporre le tre croci, una dopo l’altra, sopra il corpo di una donna inferma la quale, al tocco della terza croce, guarì improvvisamente. Questa croce fu identificata con quella autentica sulla quale Gesù fu inchiodato in croce.

Da questa “leggenda” nacquero due feste: quella chiamata “Ritrovamento della Croce”, fu celebrata il 3 maggio; l’altra, detta “Esaltazione della Croce”, il 14 settembre.

Nel secolo V, anche la pellegrina Egeria parla di queste due Feste, ma in realtà si tratta dell’anniversario della Dedicazione di due basiliche: quella del Martirium, costruita sul Golgota, e quella dell’Anastasis sul Sepolcro di Cristo. Egeria scrive che questa memoria anniversaria si celebrava con la massima solennità.

Il 14 settembre, almeno sin dal secolo VII, sembra la data fissata per fare memoria dell’evento. In Occidente, la festa si cominciò a celebrare al tempo in cui papa Sergio (687-701) scoprì un frammento della Croce che da allora fu esposto alla venerazione dei fedeli. La storia ci tramanda che il giorno del Venerdì Santo, la santa reliquia era portata dal Laterano alla chiesa di S. Croce in Gerusalemme e, dopo il bacio e l’adorazione dei fedeli, era riportata al Laterano.

La Croce è adorata per il mistero di redenzione contemplato nel suo aspetto d’immolazione, attraverso la quale viene la vittoria sul peccato e sulla morte. È paradossale il fatto che la croce, strumento di umiliazione e di morte, diventi segno di esaltazione e di vita. Si tratta di celebrare Gesù Cristo, il Figlio del Padre che ci ha salvato e continua a salvarci nello Spirito, grazie alla sua morte in croce e alla sua gloriosa risurrezione.

Nel Vangelo di Giovanni, Gesù, rivolgendosi idealmente ai cristiani del futuro e insegnando loro che la verità su di Lui non consiste nell’inerte ricordo di fatti remoti, ma nella sua indefettibile presenza – quella in cui vive la Chiesa nell’oggi della storia – con maestosa semplicità dice: Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono (Gv 8,28). “Io Sono” è la definizione del Dio della Gloria (Es 3,14), ed è equivalente al nome di Iahwè, cioè di “Colui che è”. Si tratta allora della vittoria essenziale di tutto il genere umano. E’ vinto ormai il senso della colpa ed è distrutto per sempre lo stesso peccato, perché Cristo portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce (1Pt 2,24).  

Il libro dei Numeri ci narra la celebre storia del serpente di metallo nel deserto, non strisciante ma issato su un’asta. Tutti gli Ebrei, morsi dai serpenti velenosi, guardando quella figura, non morivano. Dio voleva educare il suo popolo per liberarlo da una religione naturale e magica che era quella dei cananei e puntare lo sguardo di fede su Jhwh, unico guaritore-salvatore.

Nell’incontro notturno con Nicodemo, Gesù, al culmine del monologo rivelatore, spiega che quel segno era figura di Lui e dice: Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna (Gv 3,14). San Giovanni usa la parola “innalzato”, in greco upsozenai, che indica sia l’innalzamento di Cristo sulla croce sia l’esaltazione gloriosa. Gesù, innalzato da terra sopra la croce, è simile al chicco di grano in che marcisce in terra e solo così può portare molto frutto (cf Gv 12,24).

La Gloria non è premio alla croce, ma la stessa Croce è la Gloria: Elevatio Crucis, Exaltatio Gloriae. La Croce, lungi dall’essere un oggetto di fallimento, è segno di trionfo e di gloria. L’esaltazione designa, infatti, il potere regale di Cristo. Nel quarto canto del Servo di Jhwh, l’esaltazione del “Servo”, dopo le sue sofferenze, era considerata come l’esercizio di un potere regale: Ecco il mio Servo… sarà esaltato (Is 52,13); Perciò io gli  darò in premio le moltitudini e con i potenti dividerà i trofei (Is 53, 12). Il tema dell’abbassamento-esaltazione è cantato da Paolo nella lettera ai Filippesi: Cristo si è umiliato, Dio l’ha esaltato. La Croce è l’abisso dell’abbassamento ma anche l’apice dell’esaltazione nella glorificazione pasquale. Ogni nostra vittoria è sempre inchiodata su quel legno mortale di umiliazione e di esaltazione. L’antifona d’ingresso della Festa canta: «Di null’altro mai ci glorieremo se non della croce di Gesù Cristo, nostro Signore; egli è la nostra salvezza, vita e risurrezione… Per mezzo di lui siamo stati salvati e liberati» (cf Gal 6,14).

Da quel primo Venerdì Santo, l’ora terza rimane inchiodata nella mente e nel cuore di ogni uomo che vive, nel tempo della storia redenta, il mistero di Cristo morto e risorto. Da quel Venerdì Santo, la Croce gloriosa l’abbiamo sempre sotto gli occhi, la portiamo tra le mani, appesa al collo, tra i grani del rosario, in cima agli altari, la troviamo nelle valli e sui monti; la adoriamo nelle nicchie di pietra o sotto un tettuccio di abete. Il Cristo in croce è dipinto su tela, è scolpito nel legno, è fatto di bronzo o d’argento, d’oro o di madreperla.

C’è il pericolo, però, che rimanga puro ornamento di un prezioso oggetto d’arte! Se la bellezza artistica fa dimenticare il dramma dell’agonia e della morte di quell’ora terza sino all’ora nona quando lo crocifissero, abbiamo tradito il Cristo Redentore. Quella non sarà bellezza che salva ma arte che distrugge.

Il Cristo della beata Passione deve essere contemplato con gli occhi del cuore della Madre e con lo sguardo d’amore di Giovanni, il Discepolo che Gesù amava, altrimenti saremo dei veri traditori dell’Amore che redime. Nell’incontro della risurrezione, anche se non è dato, come a Tommaso, di toccare con le mani il segno dei chiodi, a noi è dato, nel mistero dell’Eucaristia, di poter sfiorare per grazia il Pane spezzato e offerto sulle mani per nutrirci di Lui. Nello stupore della transustanziazione, il sacerdote canta: «Mistero della fede!». E tutti, avvolti dallo stupefacente Mistero, rispondiamo acclamando: «Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice, annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta». Ogni Eucaristia celebrata è apice dell’esaltazione gloriosa della Croce. L’Eucaristia esalta il mistero della morte e della risurrezione di Cristo. La Chiesa, con la parola e l’azione, ne annunzia e ne proclama il valore infinito che trascende lo spazio e il tempo e che si perpetua sempre immutato con tutta la sua potenza di vita sino all’eternità beata.

Canta così il celebre inno della Liturgia bizantina:

Oggi è sospeso al legno

Colui che ha sospeso la terra sulle acque,

Cinto di una corona di spine, il Re degli angeli.

Una porpora vergognosa riveste Colui che ha avvolto il cielo di nubi.

Riceve degli schiaffi,

Colui che nel Giordano liberò Adamo.

Appeso con dei chiodi, lo Sposo della Chiesa.

Trafitto da una lancia, il Figlio della Vergine.

Adoriamo la tua passione, o Cristo;

mostraci anche la tua gloriosa Risurrezione.

La tua croce, o Signore,

è vita e risurrezione per il popolo tuo.

Gioisci, croce vivificante,

porta del Paradiso,

sostegno dei fedeli,

muro fortificato della Chiesa;

per te è annientata la corruzione, distrutta e inghiottita la potenza della morte, e noi siamo stati innalzati dalla terra al cielo.

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