Meriam e le altre: la violenza contro la libertà religiosa

Condividi su...

Venerdì 20 giugno, accogliendo i partecipanti al convegno internazionale sulla libertà religiosa, papa Francesco ha affermato: “Gli ordinamenti giuridici, statuali o internazionali, sono chiamati pertanto a riconoscere, garantire e proteggere la libertà religiosa, che è un diritto intrinsecamente inerente alla natura umana, alla sua dignità di essere libero, ed è anche un indicatore di una sana democrazia e una delle fonti principali della legittimità dello Stato.

La libertà religiosa, recepita nelle costituzioni e nelle leggi e tradotta in comportamenti coerenti, favorisce lo sviluppo di rapporti di mutuo rispetto tra le diverse Confessioni e una loro sana collaborazione con lo Stato e la società politica, senza confusione di ruoli e senza antagonismi. Al posto del conflitto globale dei valori si rende possibile in tal modo, a partire da un nucleo di valori universalmente condivisi, una globale collaborazione in vista del bene comune…

E’ per me motivo di grande dolore constatare che i cristiani nel mondo subiscono il maggior numero di tali discriminazioni. La persecuzione contro i cristiani oggi è addirittura più forte che nei primi secoli della Chiesa, e ci sono più cristiani martiri che in quell’epoca. Questo accade a più di 1700 anni dall’editto di Costantino, che concedeva la libertà ai cristiani di professare pubblicamente la loro fede”.

Tali parole denunciano una grande realtà, che si concretizza nei volti di tanti cristiani, specialmente donne, che subiscono le leggi inique di molti sati, come sta succedendo ad Asia Bibi ed a Meriam, o a molte donne dell’Asia e dell’Africa. Emblematico il caso della donna sudanese, che nel giro di pochi giorni, dopo mesi di carcere, è stata liberata, di nuovo arrestata ed accusata di aver falsificato i documenti per l’espatrio, e dopo alcuni giorni di interrogatorio della polizia, è stata rilasciata, rifugiandosi nell’ambasciata Usa di Khartoum in attesa di espatrio. Il Sudan occupa l’11° posto della WWList, la lista dei primi 50 paesi dove esiste la persecuzione e questo amaro colpo di scena dimostra come la minoranza cristiana in questo paese sia in costante pericolo.

E basta spostarsi un po’ ed andare in Nigeria per vivere il dramma delle ragazze rapite dai miliziani di Boko Haram, che cavalca un’intolleranza diffusa anche in parte della popolazione islamica locale, la quale anche per interessi economici non esita a chiudere un occhio se non deliberatamente a favorire  e a coadiuvare le brutali violenze perpetrate soprattutto contro le comunità cristiane nigeriane, tantoché all’agenzia Misna la missionaria suor Caterina Dolci ha affermato:

“Boko Haram sta cercando di distruggere questo splendido paese, forse anche per motivi politici, per dimostrare l’incapacità del presidente Goodluck Jonathan e del suo partito a pochi mesi dalle elezioni…  Con i rapimenti di queste ragazze Boko Haram colpisce l’immaginario collettivo e acquisisce visibilità ma rischia anche di far capire ai nigeriani che non possono subire in eterno restando passivi”.

Questi casi non sono isolati e confermano i dati diffusi nel mese di maggio dal Rapporto Annuale 2014 della Commissione sulla Libertà Religiosa Internazionale degli Stati Uniti (USCIFR), che documentano violazioni in 232 paesi. I paesi che destano particolare preoccupazione (CPC- Countries of Particular Concern) sono Birmania, Cina, Eritrea, Corea del Nord, Arabia Saudita, Sudan e Uzbekistan. Il rapporto, inoltre, sollecita il governo a includere tra i CPC anche Egitto, Iraq, Nigeria, Pakistan, Siria, Tagikistan, Turkmenistan e Vietnam.

C’è poi un secondo gruppo di paesi, che non rientrano negli standard dei PCP ma in cui comunque si riscontrano gravi violazioni della libertà religiosa. Questi ultimi sono denominati Tier 2, laddove i CPC sono anche chiamati Tier 1. Tra questi ultimi rientrano Afghanistan, Cuba, India, Indonesia, Kazakistan, Laos, Malaysia, Russia e Turchia. Secondo quanto riferisce il rapporto, in Iraq, nel 2013, è cresciuto il livello di violenza motivata dalla religione: ciò avviene in particolare nelle regioni settentrionali del paese che nel recente passato erano risultate relativamente sicure per le minoranze.

Nel 2011 davanti ad una sessione dell’Onu monsignor Dominique Mamberti, segretario della Santa Sede per i Rapporti con gli Stati, sottolineava che il rispetto della libertà religiosa “è la via fondamentale per la costruzione della pace, il riconoscimento della dignità umana e la salvaguardia dei diritti dell’uomo… Il peso particolare di una religione determinata in una Nazione non dovrebbe mai implicare che i cittadini appartenenti ad altre confessioni siano discriminati nella vita sociale, o peggio ancora che si tolleri la violenza contro di loro…”.

151.11.48.50