Caso Rugolo. Ad Enna lo “Spotlight italiano”. Qualcosa è cambiato ma c’è ancora molto da fare

Foto di gruppo
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 13.04.2024 – Ivo Pincara] – Mercoledì scorso, nella sera del giorno dell’uscita del quinto episodio, due degli autori del podcast La Confessione, Giorgio Meletti e Federica Tourn, sono stati al caffè letterario e centro culturale Al Kenisa ad Enna (foto di copertina) – come abbiamo annunciato [QUI] – a presentare il podcast là dove tutto è cominciato, assieme ad Antonio Messina, il giovane archeologo che ha denunciato gli abusi subiti, da quando aveva sedici anni, da parte di Don Giuseppe Rugolo. A moderare l’incontro, là dove tutto è cominciato, dove si svolge la vicenda che è al centro dell’inchiesta giornalistica, c’è stata Pierelisa Rizzo, la giornalista locale, corrispondente dell’ANSA, che è stata decisiva nel far emergere la vicenda di Antonio e Don Rugolo e nell’evitare che la coltre di silenzio stesa dalla diocesi sulla vicenda e sul processo diventasse impenetrabile.

È la storia di Antonio Messina che denuncia gli abusi subiti da Don Giuseppe Rugolo e si scontra con l’insabbiamento del Vescovo Rosario Gisana, fino a quando non porta il suo caso in tribunale, fino ad ottenere la condanna di Don Rugolo il 5 marzo scorso, con la Diocesi di Piazza Armerina responsabile in solido per la parte civile. Nella città del vescovo insabbiatore Rosario Gisana e di Don Giuseppe Rugolo ormai il vento è cambiato: la presentazione del podcast è stata l’occasione per dare l’inizio ad una nuova fase. Ad Enna i fedeli che si ribellano contro il clero hanno preso la parola e hanno ripetuto il loro imperativo categorico: «Adesso dobbiamo fare qualcosa anche noi». Difficile comprendere il momento senza essere stato ad Enna per misurare le proporzioni, racconta Giorgio Meletti sul blog Appunti di Stefano Feltri, il terzo coautore di La Confessione. Riportiamo di seguito il suo resoconto della presentazione del podcast La Confessione nel caffè letterario Alkenisa ad Enna.

Nell’introduzione al pezzo di Giorgio Meletti, Stefano Feltri scrive che la comunità di Enna ha dimostrato che il tentativo del Vescovo Gisana per insabbiare la vicenda di Don Rugolo e per silenziare la storia, nella speranza che i fedeli la dimenticassero presto, è fallito. Meletti registra anche le grave conseguenze che il caso Rugolo ha avuto per il salus animarum, mentre nella Chiesa la salvezza delle anime deve essere sempre la Legge suprema, come si dichiara nell’ultimo canone del Codice di Diritto Canonico.

Il 10 febbraio 2021, la corrispondente dell’ANSA, Pierelisa Rizzo, dà la notizia che Don Rugolo è indagato. Viene arrestato il 27 aprile 2021, con l’accusa di violenza sessuale aggravata su tre minori, secondo gli articoli 81 e 609 del codice penale. Noi seguiamo il caso Rugolo dal 3 maggio 2021 [QUI].

La Confessione e i “cattolici adulti” di Enna
di Giorgio Meletti
Appunti, 13 aprile 2024

Gli autori del podcast La Confessione vanno a presentare il loro lavoro a Enna, la città dove si sono svolti i fatti, ed è invece la città che si presenta a loro ma soprattutto a se stessa, si guarda allo specchio e vede riflessa, con un po’ di sorpresa, l’immagine forse inedita di una comunità di “cattolici adulti”.

Enna è famosa per essere con i suoi oltre 900 metri di altitudine il capoluogo di provincia più alto d’Italia ed è al centro della Sicilia, equidistante da Palermo e Catania, due ore di treno da una parte, due ore di treno dall’altra. Insomma, uno dei posti più isolati d’Italia.

Un quarto d’ora prima dell’orario di inizio la sala del centro culturale Alkenisa è già piena, talmente piena che molti di coloro che arrivano semplicemente puntuali non trovano posto e restano ad ascoltare da fuori.

Sono almeno 150 le persone accorse e, siccome Enna ha 25 mila religiosissimi abitanti, in termini aritmetici è come se a Roma 15 mila persone intervenissero alla presentazione di un podcast.

In realtà della Confessione sanno già tutto, hanno tutti già ascoltato i primi cinque episodi (il sesto uscirà mercoledì 17 aprile, il settimo e ultimo episodio il 24 aprile), e subito si capisce che non si accalcano nell’Alkenisa per sola curiosità: vogliono proprio esserci e far vedere che ci sono.

Ci mettono la faccia, prendono la parola, e mentre i giornalisti fanno ciò che devono, cioè ascoltare, la presentazione del podcast si trasforma in una spontanea assemblea di “cattolici adulti”, che è la formula con cui Romano Prodi si ribellò al cardinale Camillo Ruini (suo amico personale oltre che capo dei vescovi italiani) che voleva imporre l’obbedienza sul tema della fecondazione assistita.

A Enna prendono la parola e ripetono il loro imperativo categorico: «Adesso dobbiamo fare qualcosa anche noi».

I fedeli che si ribellano contro il clero. Difficile comprendere il momento senza andare a Enna per misurare le proporzioni.

Quanto conta don Rugolo

Giuseppe Rugolo, il parroco che il 5 marzo scorso è stato condannato in primo grado a 4 anni e sei mesi per violenza e tentata violenza sessuale su tre ragazzini affidati a lui dalle famiglie, da un punto di vista internazionale è la prova che l’Italia, buon’ultima, comincia pur faticosamente a fare i conti con la vocazione pedofila dei sacerdoti cattolici; da un punto di vista nazionale è un piccolo oltre che insignificante prete della periferia morale oltre che geografica del paese.

Ma dal punto di vista ennese, che è quello direttamente connesso con la realtà, Rugolo è uno dei sacerdoti più importanti e popolari della città, è amato e temuto e rappresenta pienamente il potere e insieme l’arroganza del clero, il cui regista è il Vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana.

Sì, Enna è uno dei rari casi di capoluogo di provincia che non è sede vescovile. Vuole la leggenda che fu fatta capoluogo durante il fascismo per penalizzare le più qualificate Caltagirone e Piazza Armerina, considerate feudi dell’antifascista Luigi Sturzo. Ecco spiegato perché a Enna il sacerdote leader era Rugolo.

Fino a che il 17 dicembre 2020, un giorno importante per la storia di Enna, Antonio Messina denuncia Rugolo alla procura della Repubblica, accusandolo di violenza sessuale. Due mesi dopo, il 10 febbraio 2021, la corrispondente dell’Ansa Pierelisa Rizzo, dà la notizia che Rugolo è indagato.

Il parroco reagisce incredulo, non riesce a darsi una spiegazione, non capisce come si possa essere chiamati a rispondere in tribunale di quella che definisce una stupidata, al massimo un peccato di quelli che cancelli confessandoti.

Chi ha ascoltato La Confessione conosce la storia. Il vescovo Gisana fa di tutto per insabbiare il caso, a Enna si costituisce un comitato spontaneo di famiglie a sostegno di Rugolo, la Chiesa si chiude in difesa, anche Papa Francesco farà la sua parte.

Nel frattempo Rugolo viene arrestato, processato e condannato. Ebbene, dopo oltre tre anni, la sera del 10 aprile il centro culturale Alkenisa ha ospitato la prima discussione pubblica sul caso Rugolo.

Qualcosa è cambiato

Antonio Messina, la sua avvocata Eleanna Parasiliti e la stessa Pierelisa Rizzo, che in questi anni hanno fatto squadra in una battaglia tre contro tutti, organizzando la presentazione del podcast per la prima volta hanno provato a misurare la temperatura dell’opinione pubblica di Enna. E il risultato ha sorpreso loro stessi per primi: dopo anni di scetticismo, se non di aperta ostilità, il vento è cambiato.

Il primo impatto è la sala piena con 150 persone stipate, moltissimi in piedi. Il secondo è la reazione alle parole di Antonio Messina. L’uomo che ha denunciato Rugolo è ancora all’attacco, da “cattolico adulto”, visto che la sua vicenda non lo ha allontanato dalla pratica religiosa.

Ce l’ha con il Vescovo Gisana, l’uomo che ha preso in giro lui e i suoi genitori per anni, facendo trascorrere i mesi forse pensando che, come in molti altri casi simili, fosse possibile trascinare le cose fino alla prescrizione.

Dice Messina: «Dopo la sentenza di condanna di Rugolo non abbiamo sentito una sola parola di condanna o di semplice commento da parte di Gisana. Per anni è stata fatta passare l’accusa che io avessi denunciato Rugolo per smania di protagonismo. Ma adesso che lo hanno condannato deve pagare anche chi lo ha coperto». Qui scatta l’applauso più forte della serata. La piccola folla di cattolici adulti ennesi si è schierata.

E così Messina, poi Rizzo, poi Parasiliti riescono per la prima volta a parlare in pubblico dei prezzi che hanno pagato in questi anni per non aver chinato la testa di fronte alle prepotenze di un clero sessuomane.

Parasiliti racconta con la precisione dell’avvocato: «Il 2 luglio 2021 ho dovuto giustificare a un poliziotto la mia presenza in chiesa con mio figlio di 5 anni. Temevano che fossi lì per fare gesti eclatanti contro Gisana. Oggi devo dirvi che non posso più andare in chiesa perché per me non è più un posto sicuro».

Rizzo ricorda l’isolamento e gli insulti subiti ma anche i nomi e cognomi di altri sacerdoti della diocesi coinvolti in storie di pedofilia, non tutte finite in tribunale perché non sempre le vittime hanno voglia di denunciare.

Il clero ennese, ampiamente intercettato durante l’inchiesta Rugolo, parla di sesso al telefono (dei propri ma soprattutto degli altrui peccati) come se praticarlo o comunque occuparsene fosse il vero core business dei religiosi. La giornalista fa ascoltare pezzi di audio provenienti dagli atti dell’inchiesta e si vedono in sala facce attonite, riconoscono le voci di sacerdoti a cui hanno affidato le proprie vite e faticano a credere che tra loro parlino così.

Così, quando viene fatto girare il microfono per le domande, quasi se lo strappano di mano ma non hanno niente da chiedere, vogliono solo prendere posizione e farlo in pubblico.

«Lamentiamo giustamente che il sindaco di Enna non ha voluto costituirsi parte civile nel processo a Rugolo – dice un uomo – ma penso che dovremmo noi costituirci parte civile come comunità cattolica».

Una psicoterapeuta riferisce: «Mi chiedono perché i giornali parlano solo di Rugolo e non di altri casi che conosciamo benissimo qui a Enna».

Un docente universitario chiede a Messina come fa a mantenere la fede dopo quello che gli è successo. Una donna ringrazia tutti, non si capisce se i giornalisti o Messina e la sua legale, ma non importa, forse fa bene a non distinguere: «Ci avete fatto cadere le fette di salame dagli occhi».

Più d’uno riconosce ai giornalisti, a Pierelisa Rizzo e a quelli che le hanno dato sponda sui giornali nazionali, il paradossale merito di aver protetto gli ennesi dai loro sacerdoti.

Il culmine della serata è l’intervento di Sergio Cullurà, è venuto apposta da Randazzo, cittadina da 10 mila abitanti ai piedi dell’Etna, oltre 100 chilometri da Enna: «Voglio dire a Antonio Messina che è stato fortunato perché ha avuto giustizia, mio figlio invece no, ed è anche colpa mia, non me lo perdono e mi vergogno di non avergli creduto all’inizio. Perché la nostra famiglia era profondamente inserita nella Chiesa, noi avevamo un prete che era figlio e fratello, ha fatto crescere i nostri figli in un ambiente che credevamo sano, e invece… quando mio figlio è andato a dire al vescovo che cosa aveva subito quello gli ha riso in faccia e gli ha detto: “Forse quel sacerdote si è innamorato di te”».

Cullurà si è sbattezzato e oggi fornisce volentieri istruzioni per chi volesse seguirlo su quella strada. La storia di suo figlio è finita con la prescrizione. Che per la Chiesa di oggi equivale alla beatificazione.