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Papa Francesco: Cristo vive

Aspettando l’incontro con i bambini nel pomeriggio questa mattina è stata molto intensa per papa Francesco, che ha incontrato i partecipanti al Congresso Internazionale di Pastorale giovanile promosso dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita sul tema: ‘Per una pastorale giovanile sinodale: nuovi stili e strategie di leadership’, che hanno cooperato alla realizzazione della Giornata mondiale della Gioventù a Lisbona, con un pensiero a quella del prossimo anno a Roma:

“Pensando al Giubileo dei Giovani (l’anno prossimo) ed alla GMG di Seoul (fra tre anni), il mio ‘sogno’ è che possano far incontrare Gesù a tanti giovani, anche tra quelli che normalmente non frequentano la Chiesa, portando loro il messaggio della speranza. Penso a quei ragazzi e ragazze che hanno ‘abbassato lo sguardo’, che hanno smarrito l’orizzonte, che hanno messo da parte i sogni grandi e sono rimasti impigliati nella tristezza e nel male di vivere… Gli appuntamenti di Roma e di Seoul sono le occasioni che Dio ci offre per dire a tutti i giovani del mondo che Gesù è speranza per te, è speranza per noi, è speranza per tutti!”

Per questo occorre aiutare i giovani ad alcune certezze: “I giovani, infatti, risentono in modo particolare delle notizie negative che ci assediano, ma queste non devono oscurare la certezza che Cristo risorto è con loro ed è più forte di ogni male. Pensiamo, non dico alle notizie, alle pubblicità delle guerre, pensiamo a questo. I giovani sentono questo.

Sì, Cristo vive! Tutto vive, è in mano sua e Lui solo conosce i destini del mondo e il corso della nostra vita. E’ importante offrire ai giovani occasioni per sperimentare Cristo vivo nella preghiera, nella celebrazione eucaristica e della riconciliazione, negli incontri comunitari, nel servizio ai poveri, nella testimonianza dei santi. I giovani stessi che ne fanno esperienza sono i portatori di questo annuncio-testimonianza”.

Per questo è essenziale il discernimento spirituale: “Il discernimento è un’arte che gli operatori pastorali per primi devono imparare: sacerdoti e religiosi, catechisti, accompagnatori, giovani stessi che seguono altri giovani. E’ un’arte che non si improvvisa, che va approfondita, sperimentata e vissuta. Per un giovane, trovare una persona capace di discernimento è trovare un tesoro…

Una guida che non toglie la libertà ma accompagna. Sul discernimento ho tenuto anche un ciclo di catechesi, potrete andare a cercarle, che spiega come si fa il discernimento. Qui vorrei sottolineare solo tre qualità: è sinodale, è personale, è orientato alla verità. Il discernimento è sinodale, personale e orientato alla verità”.

Insomma è stato un invito ad ascoltare i giovani: “Un ascolto reale, che non rimanga ‘a metà’, o solo ‘di facciata’. I giovani non vanno strumentalizzati per realizzare idee già decise da altri o che non rispondono realmente alle loro esigenze. I giovani vanno responsabilizzati, coinvolti nel dialogo, nella programmazione delle attività, nelle decisioni. Bisogna far sentire loro che sono parte attiva e a pieno titolo della vita della Chiesa; e soprattutto che loro stessi sono i primi annunciatori del Vangelo ai loro coetanei”.

Ugualmente ai direttori delle Pontificie Opere Missionarie ha sottolineato l’esigenza della comunione: “In questa prospettiva, siamo chiamati a vivere la spiritualità della comunione con Dio e con i fratelli. La missione cristiana non è trasmettere qualche verità astratta o qualche convincimento religioso (meno fare proselitismo, meno ancora), ma è anzitutto permettere a coloro che incontriamo di poter fare l’esperienza fondamentale dell’amore di Dio, e potranno trovarlo nella nostra vita e nella vita della Chiesa se ne saremo testimoni luminosi, riflettendo un raggio del mistero trinitario”.

La seconda parola è la creatività, in quanto solo l’amore crea, come disse san Massimiliano Kolbe: “Ed allora, ricordiamoci che la creatività evangelica nasce dall’amore, dall’amore divino, e che ogni attività missionaria è creativa nella misura in cui la carità di Cristo è la sua origine, la sua forma e il suo fine. Così, con fantasia inesauribile, crea modi sempre nuovi di evangelizzare e di servire i fratelli, specialmente i più poveri. Espressione di tale carità sono anche le tradizionali raccolte destinate ai fondi universali di solidarietà per le missioni”.

L’ultima parola è tenacia: “Anche questo tratto possiamo contemplarlo nell’Amore di Dio Trinità che, per realizzare il disegno di salvezza, con fedeltà costante ha inviato i suoi servi nel corso della storia e nella pienezza dei tempi ha donato sé stesso in Gesù… E su questo vorrei soffermarmi per ringraziare Dio per la testimonianza martiriale che hanno dato, in questi giorni passati, un gruppo di cattolici del Congo, del nord Kivu.

tSono stati sgozzati, semplicemente perché erano cristiani e non volevano passare all’islam. Oggi c’è questa grandezza della Chiesa nel martirio. E andiamo un po’ indietro, cinque anni fa, nella spiaggia della Libia, quei copti che sono stati sgozzati e in ginocchio dicevano: ‘Gesù, Gesù, Gesù’. La Chiesa martiriale è la Chiesa della tenacia del Signore che porta avanti”.

Ad inizio giornata il papa aveva ricevuto i partecipanti all’incontro internazionale promosso da ‘Somos Community Care’, in collaborazione con la Pontificia Accademia per la Vita, mettendo al centro della riflessione il medico che si prende cura: “Possiamo accedere a terapie fino a pochi decenni fa inimmaginabili. Ma la medicina, anche quella più tecnologizzata, è sempre prima di tutto un incontro umano, fatto di cura, vicinanza e ascolto e questa è la missione del medico di famiglia.

Quando stiamo male, nel medico cerchiamo, oltre al professionista competente, una presenza amica su cui contare, che ci infonda fiducia nella guarigione e che, anche quando questa non fosse possibile, non ci lasci soli, ma continui a guardarci negli occhi e ad assisterci, fino alla fine”.

(Foto: Santa Sede)

Arnoldo Mosca Mondadori: la ‘Casa dello Spirito e delle Arti’ per dare senso alla vita

“Vi ringrazio tutti perché siete un seme di speranza. Con il sostegno della Fondazione ‘Casa dello Spirito e delle Arti’, voi date dei segnali che si oppongono alla cultura dello scarto, purtroppo diffusa. Invece voi cercate di costruire, con le ‘pietre scartate’, una casa dove si respiri un clima di amicizia sociale e di fraternità. Non tutto è facile, non sono tutte ‘rose e fiori’! Ognuno di noi ha i suoi limiti, i suoi sbagli e i suoi peccati. Tutti noi. Ma la misericordia di Dio è più grande, e se ci accogliamo come fratelli e sorelle Lui ci perdona e ci aiuta ad andare avanti”.

Da queste parole di papa Francesco pronunciate nel 2022 in un’udienza, iniziamo il dialogo con il presidente della Fondazione ‘Casa dello Spirito e delle Arti’, Arnoldo Mosca Mondadori, membro del cda dell’Opera ‘Cardinal Ferrari’, pronipote di Arnoldo, fondatore della Mondadori e nipote di Alberto, fondatore de ‘Il Saggiatore’, poeta e curatore dell’opera di Alda Merini, oltre che intimo amico: “Ogni progetto della Fondazione nasce dal desiderio e dall’intenzione di realizzare, all’interno della Chiesa Cattolica e a suo servizio, quella collaborazione e sintonia auspicata dal Concilio Vaticano II tra sacerdoti e laici, per testimoniare insieme Cristo Luce del mondo”.

Cosa è la Fondazione ‘Casa dello Spirito e delle Arti’?

“E’ una Fondazione nata con la signora Marisa Baldoni nel 2012, che cerca di porre al centro la dignità di ogni essere umano, sopratutto di persone che si trovano a vivere in situazione di grande povertà. E cerca di fare questo offrendo opportunità concrete di lavoro. I due progetti principali della Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti sono il progetto ‘Metamorfosi’ ed il progetto ‘Il senso del Pane’, che si svolgono sopratutto nelle carceri”.

Per quale motivo un progetto chiamato il ‘senso del pane’?

“Il progetto ‘Il senso del Pane’ è nato per cercare di testimoniare la reale presenza di Gesù nell’Eucaristia. Ho sempre sentito dentro di me che Gesù è davvero presente nel pane consacrato. Quel pane è la luce del mondo: è il vero Sole che sostiene il mondo. Ma spesso questo è ignorato.

 Per questo motivo nasce il progetto: per l’amore verso l’Eucaristia, verso Gesù, per cercare di testimoniarlo”.

Come nasce il ‘senso del pane’?

“Nasce nel carcere di Opera nel 2015. Per testimoniare il mistero dell’amore di Gesù, che dà se stesso per tutti, per salvare tutti. E nasce proprio dalle mani di chi ha sbagliato. Il primo laboratorio di produzione di ostie ha coinvolto infatti nel 2015 tre persone detenute condannate per omicidio, che avevano fatto un autentico percorso di presa di coscienza del male commesso, attraverso un progetto che pone al centro la giustizia riparativa.

Queste tre persone detenute sono state assunte e hanno iniziato a produrre le ostie. Le prime ostie sono state donate a papa Francesco, che le ha consacrate, e poi a chiese italiane e diocesi di tutto il mondo. Grazie a Ennio Doris, questo progetto si è sviluppato in 18 Paesi del mondo, coinvolgendo più di trecento persone nel lavoro di produzione delle ostie da donare alle chiese. Non solo persone detenute ma anche persone che vivono in contesti di grande fragilità, come la guerra, la persecuzione, la povertà assoluta.

Ogni persona coinvolta è aiutata e accompagnata nel suo percorso di reinserimento sociale. Le ostie vengono sempre donate alle chiese di tante Diocesi del mondo e viene chiesto ai sacerdoti di testimoniare sempre da dove le ostie provengono, dunque l’unione inscindibile tra Gesù e i poveri, e comunicare ai fedeli la reale presenza di Gesù nel Santissimo Sacramento”.

Cosa sono i laboratori eucaristici?

“Sono i luoghi dove vengono prodotte le ostie. Di solito in ogni laboratorio lavorano da un minimo di 3 persone, come nel carcere femminile di San Vittore a Milano, fino a 27 persone, come nel carcere giovanile di Frutal, in Brasile. In ogni laboratorio eucaristico c’è un referente spirituale che aiuta le persone nel loro cammino verso il reinserimento sociale, abitativo e lavorativo.

I laboratori eucaristici sono dei ‘luoghi ponte’ affinché, attraverso questo lavoro pratico e spirituale, le persone possano ritrovare dignità, speranza e autonomia. Mi ha molto colpito vedere come in Turchia, donne che erano schiave a causa della prostituzione, grazie a questo lavoro si sono liberate e ora vivono una vita normale. Mi colpisce vedere come tanti giovani grazie a questo lavoro (penso ad esempio al Mozambico e ai giovani detenuti in fase di reinserimento o in Spagna o nello Zambia) riescono a riprendere in mano la propria vita, avviando un’attività autonoma. Più passano gli anni, più vedo i frutti concreti di questo lavoro dedicato a Gesù e alla testimonianza”.

E ci può spiegare l’iniziativa dei ‘rosari del mare’?

“Quando sono andato a Lampedusa ed ho visto arrivare le barche con i migranti, barche che venivano distrutte e smaltite come rifiuti speciali, ho pensato che quel legno potesse diventare memoria della storia di quelle persone in fuga dalla guerra e dalla povertà. Allora, nel 2021 abbiamo chiesto al Governo italiano che il legno delle barche, anziché essere distrutto, potesse essere riutilizzato. Le croci arrivano quindi dal carcere insieme ai grani, sempre nati da quel legno, e in un locale messo a disposizione dalla basilica di San Pietro due persone rifugiate assemblano i Rosari.

Con questa attività da una parte cerchiamo con questo progetto, che si chiama ‘Metamorfosi’, di far sì che tanti giovani, ricevendo un rosario, possano conoscere il dramma contemporaneo dei migranti. Dall’altra diamo lavoro in carcere, negli istituti penitenziari di Opera, Monza, Rebibbia e Secondigliano, dove ci sono le diverse liuterie e falegnamerie, per sottolineare l’importanza dell’articolo 27 della Costituzione italiana, secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione del condannato”.

L’associazione è attiva anche in Terra Santa: perché sostenete la produzione di ostie a Gaza e a Betlemme?

“Avevamo aperto il laboratorio di produzione di ostie sia nella Striscia di Gaza sia a Betlemme, grazie a Ennio Doris, nel 2021. Quando è iniziata la guerra a Gaza, la produzione di ostie è continuata e la nostra Fondazione ‘Casa dello Spirito e delle Arti’ ha continuato a sostenere la comunità della Chiesa di Gaza. Il fatto che in quella situazione così dolorosa, in quel ‘Calvario a cielo aperto’, continui a nascere il pane che poi diventa Gesù, è un segno di speranza. Vedere le fotografie dei fedeli che preparano con gioia il pane che nella Messa viene consacrato, è un segnale di vera testimonianza”.

Quale tipo di rete siete in grado di offrire?

“Come Fondazione lavoriamo sempre con referenti locali, cioè ogni laboratorio ha un responsabile (di solito un sacerdote), che aiuta ogni persona sia all’interno del laboratorio, sia nel momento in cui la persona è pronta per uscire e reinserirsi nel contesto sociale esterno. Dunque le persone sono aiutate, attraverso i laboratori e attraverso questo lavoro in cui centrale è la preparazione di quello che sarà il Corpo di Cristo, a ritrovare prima di tutto pace interiore.

Ogni laboratorio è davvero come un ‘piccolo monastero’. Si respira nei laboratori una grande serenità. Nei laboratori le persone ritrovano la fiducia. E’ molto importante anche che le persone coinvolte ricevano uno stipendio o un supporto economico, che permette loro di poter pensare al proprio futuro e al sostegno delle proprie famiglie. L’ultima fase è l’accompagnamento delle persone che escono dai laboratori (di solito la permanenza non supera i due anni) verso il reinserimento sociale, abitativo, lavorativo”.

(Foto: Casa delle Arti e dello Spirito)

Riccardo Rossi invita a donare il sangue

Carenza di sangue a Palermo all’ospedale Cervello che ha tanti pazienti che hanno continuo bisogno di trasfusioni. Questo video promosso dall’Associazione Linfa Rossa mette in evidenza come sia facile donare e come sia importante farlo per salvare tante vite.

Nel video sono spiegati i vari passaggi per poter essere idonei a fare una donazione, come essere in buona salute, avere valori ottimali, rientrare nei limiti d’età. Inoltre, il testimonial del video Riccardo Rossi, giornalista, ha raccontato che è riuscito a superare la sua fobia degli aghi grazie all’amore della moglie Barbara (anche lei nel video) e alla fede.

Riccardo ha dichiarato: “Un piccolo disagio, come quello di sottoporsi alla puntura per donare il sangue, è paragonabile ad un pizzicotto o poco più, ma il bene che si fa è talmente grande, che si contribuisce a salvare vite”. Barbara ha sottolineato che fare una donazione è importante anche per il donatore stesso, perché, grazie ai controlli preventivi, si può tenere sotto controllo il proprio stato di salute”.

https://www.facebook.com/gruppodonatori.fratrespalermo?__cft__[0]=AZUCZpfsXrPeIm60daowtJsqTR6NzDO0-dLcwVEhZ2hIQgnHsinYhK7KaKDfEs1U-w0sN1W0WsEJWaRWGUst5JvYdSev_xIpZV-d3ifQKP_Q898q0A6MwHinS8-ULad5uNpcABY0kQGMz_e65hG0CJdIP72xAQTau2RAJwq_xcikKGi_wiyWATYKKsG0gItBKjXT7TwHDqRsW1ATGfiikMn_YnMyHM26lBmBhb62taR6OQ&__tn__=-UC-R

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Papa Francesco: lo Spirito Santo cambia la vita

Nella vigilia di Pentecoste celebrata allo stadio ‘Marco Antonio Bentegodi’ papa Francesco ha concluso la visita pastorale a Verona con un po’ di ritardo per la visita alla mamma di mons. Pompili, affermando nell’omelia che lo Spirito Santo è il fulcro della vita del cristiano:

“Fratelli e sorelle, lo Spirito Santo è il protagonista della nostra vita! E’ quello che ci porta avanti, che ci aiuta ad andare avanti, che ci fa sviluppare la vita cristiana. Lo Spirito Santo è dentro di noi. State attenti: tutti abbiamo ricevuto, con il Battesimo, lo Spirito Santo, e anche con la Cresima, di più!”

Quindi lo Spirito Santo cambia la vita, infondendo coraggio: “Oggi celebriamo la festa del giorno in cui lo Spirito Santo è venuto. Ma pensate: gli Apostoli erano tutti chiusi nel cenacolo. Avevano paura, le porte chiuse… E’ venuto lo Spirito Santo, ha cambiato loro il cuore, e sono andati a predicare con coraggio. Coraggio: lo Spirito Santo ci dà il coraggio di vivere la vita cristiana. E per questo, con questo coraggio, cambia la nostra vita”.

Infondendo coraggio dà la forza di annunciare il Vangelo: “Gli Apostoli che erano con tanta paura, quando hanno ricevuto lo Spirito Santo, sono andati avanti con coraggio a predicare il Vangelo. Lo Spirito Santo ci dà coraggio per vivere cristianamente. A volte troviamo cristiani che sono come l’acqua tiepida: né caldi né freddi. Gli manca il coraggio… E chiediamo questo: lo Spirito che ci aiuti ad andare avanti”.

Inoltre lo Spirito Santo edifica la Chiesa: “C’era gente di tutte le nazioni, di tutte le lingue, di tutte le culture, e lo Spirito, con quella gente, edifica la Chiesa. Lo Spirito edifica la Chiesa. Cosa vuol dire? Che fa tutti uguali? No! Tutti differenti, ma con un solo cuore, con l’amore che ci unisce. Lo Spirito è Colui che ci salva dal pericolo di farci tutti uguali. No. Siamo tutti redenti, tutti amati dal Padre, tutti ammaestrati da Gesù Cristo”.

In sostanza lo Spirito Santo consente l’armonia nella Chiesa: “E lo Spirito che fa? Fa quella cosa: l’insieme di tutti. C’è una parola che spiega bene questo: lo Spirito fa l’armonia! L’armonia della Chiesa. Ognuno differente dall’altro, ma in un clima di armonia. Insieme diciamo: lo Spirito fa di noi l’armonia”.

Ed ha concluso l’omelia affermando che lo Spirito Santo non rende tutti uguali, ma permette l’armonia: “Adesso ognuno di noi pensi alla propria vita. Tutti noi abbiamo bisogno dell’armonia. Tutti noi abbiamo bisogno che lo Spirito ci dia armonia nella nostra anima, nella famiglia, nella città, nella società, nel posto di lavoro. Il contrario dell’armonia è la guerra, è lottare uno contro l’altro… Lo Spirito fa l’armonia. E con gli Apostoli, il giorno che è venuto, c’era la Madonna, la Vergine Maria”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco: proteggere le persone e la natura

Oggi papa Francesco ha ricevuto in udienza i membri delle Pontificie Accademie delle Scienze e delle Scienze Sociali, che partecipano all’incontro ‘Dalla crisi climatica alla resilienza climatica’, che alla Casina Pio IV riunisce anche sindaci e governato, ribadendo l’urgenza di azioni concrete per difendere la vita delle persone e la natura:

“I dati sul cambiamento climatico si aggravano di anno in anno, ed è pertanto urgente proteggere le persone e la natura. Mi congratulo con le due Accademie per aver guidato questo impegno e aver prodotto un documento universale di resilienza. Le popolazioni più povere, che hanno ben poco a che fare con le emissioni inquinanti, dovranno ricevere maggior sostegno e protezione. Sono delle vittime”.

Ai partecipanti il papa ha posto una scelta, quella tra la difesa della vita e l’accettazione della morte: “Voi avete risposto che dobbiamo essere attenti al grido della terra, ascoltare la supplica dei poveri, essere sensibili alle speranze dei giovani e ai sogni dei bambini! Che abbiamo la grave responsabilità di garantire che non venga loro negato il futuro. Avete dichiarato di scegliere uno sviluppo umano sostenibile”.

E’ un invito ad affrontare seriamente i problemi, che si presentano oggi nel panorama mondiale: “Ci troviamo di fronte a sfide sistemiche distinte ma interconnesse: il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità, il degrado ambientale, le disparità globali, l’insicurezza alimentare e una minaccia alla dignità delle popolazioni coinvolte. A meno che non vengano affrontati collettivamente e con urgenza, questi problemi rappresentano minacce esistenziali per l’umanità, per gli altri esseri viventi e per tutti gli ecosistemi”.

Occorre risolvere questi problemi, perché colpiscono i poveri: “Ma sia chiaro: sono i poveri della terra a soffrire maggiormente, nonostante contribuiscano in misura minore al problema. Le Nazioni più ricche, circa un miliardo di persone, producono oltre la metà degli inquinanti che intrappolano il calore. Al contrario, i tre miliardi di persone più povere contribuiscono per meno del 10%, ma sopportano il 75% delle perdite che ne derivano. I 46 Paesi meno sviluppati, per lo più africani, rappresentano solo l’1% delle emissioni globali di CO2. Al contrario, le nazioni del G20 sono responsabili dell’80% di queste emissioni”.

Comunque è consapevole della difficoltà di tale ‘conversione’: “I dati emersi da questo vertice rivelano che lo spettro del cambiamento climatico incombe su ogni aspetto dell’esistenza, minacciando l’acqua, l’aria, il cibo e i sistemi energetici. Altrettanto allarmanti sono le minacce alla salute pubblica e al benessere. Assistiamo alla dissoluzione delle comunità e allo sfollamento forzato delle famiglie. L’inquinamento atmosferico miete prematuramente milioni di vite ogni anno.

Oltre tre miliardi e mezzo di persone vivono in regioni altamente sensibili alle devastazioni del cambiamento climatico, e questo spinge alla migrazione forzata. Vediamo in questi anni quanti fratelli e sorelle perdono la vita nei viaggi disperati, e le previsioni sono preoccupanti. Difendere la dignità e i diritti dei migranti climatici significa affermare la sacralità di ogni vita umana ed esige di onorare il mandato divino di custodire e proteggere la casa comune”.

Davanti a questa crisi mondiale occorre prendere decisioni rapide: “In primo luogo è necessario adottare un approccio universale e un’azione rapida e risoluta, in grado di produrre cambiamenti e decisioni politiche. In secondo luogo, bisogna invertire la curva del riscaldamento, cercando di dimezzare il tasso di riscaldamento nel breve arco di un quarto di secolo. Allo stesso tempo, occorre puntare a una de-carbonizzazione globale, eliminando la dipendenza dai combustibili fossili.

In terzo luogo, vanno rimosse le grandi quantità di anidride carbonica dall’atmosfera, mediante una gestione ambientale che abbraccia diverse generazioni. E’ un lavoro lungo, ma è anche lungimirante, e dobbiamo intraprenderlo tutti insieme. E in questo sforzo la natura ci è fedele alleata, mettendoci a disposizione i suoi poteri, i poteri che la natura ha di rigenerare, poteri rigenerativi”.

L’unica soluzione per affrontare tale crisi è la cooperazione: “La crisi climatica richiede una sinfonia di cooperazione e solidarietà globale. Il lavoro dev’essere sinfonico, armonicamente, tutti insieme. Mediante la riduzione delle emissioni, l’educazione degli stili di vita, i finanziamenti innovativi e l’uso di soluzioni collaudate basate sulla natura, rafforziamo quindi la resilienza, in particolare la resilienza alla siccità”.

Ed anche un’altra finanza, in grado di riconoscere il ‘debito ecologico’: “Infine, va sviluppata una nuova architettura finanziaria che risponda alle esigenze del Sud del mondo e degli Stati insulari gravemente colpiti dai disastri climatici. La ristrutturazione e riduzione del debito, insieme allo sviluppo di una nuova Carta finanziaria globale entro il 2025, riconoscendo una sorta di ‘debito ecologico’ (dovete lavorare su questa parola: il debito ecologico), possono essere di valido aiuto alla mitigazione dei cambiamenti climatici”.

In precedenza il papa aveva ricevuto il metropolita Agathanghelos, direttore generale della Apostolikì Diakonia della Chiesa di Grecia e la delegazione del Collegio Teologico di Atene, sottolineando il cammino comunitario compiuto in questi anni, privilegiando la formazione culturale: “In questi vent’anni, superando anche periodi difficili (come per esempio quello della crisi economica che ha colpito la Grecia e quello della pandemia), l’Apostolikì Diakonia e il Comitato Cattolico per la Collaborazione Culturale hanno lavorato insieme per promuovere progetti di comune interesse sul piano culturale ed educativo.

Mi rallegro per la vostra scelta di privilegiare la formazione culturale, teologica ed ecumenica delle nuove generazioni. Infatti, proprio i giovani, sostenuti dalla speranza che si fonda sulla fede, possono spezzare le catene fatte di risentimenti, incomprensioni e pregiudizi, che per secoli hanno tenuto prigionieri cattolici e ortodossi, impedendo loro di riconoscersi fratelli uniti nella diversità, capaci di testimoniare l’amore di Cristo, specialmente in questo mondo così diviso e conflittuale”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco: l’amore cristiano abbraccia tutti

“Lo Spirito Santo ci solleva sempre a un grande amore disinteressato verso i poveri, i malati e gli indifesi, come i bambini non ancora nati. Oggi è con noi una campana portata dalla Polonia, chiamata ‘La voce dei non nati’, che sarà portata in Kazakistan. Essa ricorderà la necessità di proteggere la vita umana dal concepimento alla morte naturale. Saluto gli ideatori di questa iniziativa: la Fondazione polacca ‘Sì alla vita’, che porta il nome dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria”:

con queste parole papa Francesco ha benedetto la campana della Fondazione polacca ‘Sì alla vita’, destinata alla popolazione del Kazakistan e pregato per le popolazioni dell’Afghanistan, colpite dalle inondazioni, causando “numerose perdite di vite umane, tra cui bambini, e continuano a causare distruzione di molte case. Prego per le vittime, in particolare per i bambini e le loro famiglie, e faccio appello alla Comunità internazionale affinché fornisca subito gli aiuti e il sostegno necessari a proteggere i più vulnerabili”, oltreché per i popoli martoriati dalla guerra in Ucraina, in Terra Santa e nel Myanmar”.

Ed all’inizio dell’udienza generale papa Francesco ha incentrato la catechesi sulla terza virtù cardinale, che è la carità: “Essa è il culmine di tutto l’itinerario che abbiamo compiuto con le catechesi sulle virtù. Pensare alla carità allarga subito il cuore, allarga la mente, corre alle parole ispirate di san Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi”

Nella conclusione di questo inno chiaramente l’apostolo Paolo ha evidenziato che la carità è ‘più grande’ anche della fede e della speranza: “Paolo indirizza queste parole a una comunità tutt’altro che perfetta nell’amore fraterno: i cristiani di Corinto erano piuttosto litigiosi, c’erano divisioni interne, c’è chi pretende di avere sempre ragione e non ascolta gli altri, ritenendoli inferiori. A questi tali Paolo ricorda che la scienza gonfia, mentre la carità edifica. L’Apostolo poi registra uno scandalo che tocca perfino il momento di massima unione di una comunità cristiana, vale a dire la ‘cena del Signore’, la celebrazione eucaristica: anche lì ci sono divisioni, e c’è chi se ne approfitta per mangiare e bere escludendo chi non ha niente”.

Per il papa l’apostolo delle genti ha spiegato bene il significato dell’amore: “Non l’amore che sale, ma quello che scende; non quello che prende, ma quello che dona; non quello che appare, ma quello che si nasconde. Paolo è preoccupato che a Corinto (come anche oggi tra noi) si faccia confusione e che della virtù teologale dell’amore, quella che viene solo da Dio, in realtà non ci sia alcuna traccia. E se anche a parole tutti assicurano di essere brave persone, di voler bene alla propria famiglia e ai propri amici, in realtà dell’amore di Dio sanno ben poco”.

Anche ai tempi dell’apostolo i cristiani avevano molte parole per la definizione di amore, ma hanno definito ‘agape’ l’amore verso Dio, che spinge ai fratelli: “Ma c’è un amore più grande, un amore che proviene da Dio e si indirizza verso Dio, che ci abilita ad amare Dio, a diventare suoi amici, ci abilita ad amare il prossimo come lo ama Dio, col desiderio di condividere l’amicizia con Dio.

Questo amore, a motivo di Cristo, ci spinge là dove umanamente non andremmo: è l’amore per il povero, per ciò che non è amabile, per chi non ci vuole bene e non è riconoscente. E’ l’amore per ciò che nessuno amerebbe; anche per il nemico. Anche per il nemico. Questo è ‘teologale’, questo viene da Dio, è opera dello Spirito Santo in noi”.

Infatti nel ‘discorso della montagna’ Gesù amplia il concetto di amore in carità, che si concretizza nel perdono: “L’amore cristiano abbraccia ciò che non è amabile, offre il perdono (quanto è difficile perdonare! quanto amore ci vuole per perdonare!), l’amore cristiano benedice quelli che maledicono, mentre noi siamo abituati, davanti a un insulto o a una maledizione, a rispondere con un altro insulto, con un’altra maledizione… L’amore è la ‘porta stretta’ attraverso cui passare per entrare nel Regno di Dio. Perché alla sera della vita non saremo giudicati sull’amore generico, saremo giudicati proprio sulla carità, sull’amore che noi abbiamo avuto in concreto”.

Inoltre in un messaggio inviato ai partecipanti all’Arena di Pace, in programma sabato prossimo a Verona papa Francesco ha evidenziato che la pace è ‘artigianale’: “… la pace la costruiamo noi, nelle nostre case, in famiglia, tra vicini di casa, nei luoghi dove lavoriamo, nei quartieri dove abitiamo… In queste scelte di pace e di giustizia quotidiane e a portata di mano possiamo seminare l’inizio di un mondo nuovo, dove la morte non avrà l’ultima parola e la vita fiorirà per tutti”.

(Foto Santa Sede)

Maria, Madre dei giovani: ecco cosa possiamo imparare da lei 

Il mese di maggio è dedicato a Maria e di lei oggi vogliamo parlare. Maria, la dolce e giovane donna di Galilea, che Dio ha eccezionalmente e peculiarmente preservato dalla colpa originale, affinché potesse custodire nell’avvolgente e primigenio calore del suo grembo materno il Verbo della Vita, è anzitutto, una giovane capace di porsi in delicato, discreto ma al contempo, sapiente ed intenso ascolto di Dio e dei suoi disegni.

Alla luce del suo fulgido, eloquente e benedicente esempio, Lei che conosce e sente maternamente i successi, i sogni e le speranze ma anche le fatiche, le sofferenze e le cocenti disillusioni di cui traboccano gli i entusiastici e teneri cuori dei giovani, li invita ad aprirsi con filiale fiducia e disponibilità a Dio, senza alcuna reticenza o paura. 

Maria, però, non è solo un modello di giovane donna che incarna, sperimenta e vive fino in fondo l’audacia e la sfida della fede, Lei è anche la Madre tenera, discreta e presente che ha accompagnato il proprio Figlio nella sua straordinaria e quotidiana vicenda biografica e con lo stesso amore e la stessa ardente e materna presenza, accompagna ciascuno di noi ed in particolare, i giovani, i quali a fedele immagine del discepolo Giovanni, sono suoi figli diletti.

Ella conosce le loro più intime e profonde preoccupazioni e dolori, è loro vicina, li sorregge ed accompagna con delicatezza, discrezione e sapienza. Lei, donna dell’ascolto e dello Shema’, la quale vive profondamente ed intimamente la spiritualità ebraica dell’ascolto insegna e ricorda alla fragile, infeconda e fatiscente società adulta, l’importanza di un ascolto attento, discreto, vigile e fedele di coloro che l’Eterno, affida alla loro competenza lessicale ed educativa: i giovani.

Ella insegna infatti, ad ascoltarli sinceramente senza preconcetti, timori, barriere o ostilità, incarnando ed offrendo loro dei riferimenti credibili e sapienti, a dialogare con loro in un clima di totale intimità, confidenza e serenità, valorizzando e portando alla luce tutto il bene di cui è ricolmo il loro cuore: questo Maria chiede indefessamente ad ogni madre di compiere, ossia di porsi nei confronti dei propri figli con la stessa tenera apertura, comprensione e disponibilità, che Ella ha incarnato nei confronti di Cristo e nei riguardi di ciascuno di noi, che ci affidiamo a Lei. 

Maria è poi un emblematico modello nel prendersi cura dei giovani in ogni momento e situazione. Infatti, per questa Madre amorevole, vigile e partecipe, tutto ciò che viviamo è importantissimo, degno del suo abbraccio, della sua intercessione e della sua strenua lotta accanto a noi.

Lei, sa infatti che risulta più semplice e naturale confidarsi con la Mamma, peculiarmente e comprensibilmente per le giovani figure femminili e proprio per questo si mostra sempre, pazientemente disposta ad ascoltare ed accogliere il delicato e prezioso cuore di ciascuno, senza alcun lacerante e letale giudizio, nonché a proferire solo ed esclusivamente vocaboli benedicenti e benevoli nei loro confronti.

Come ogni autentica madre, infatti, si impegna a far emergere il meglio dai propri figli ed a farli luminosamente risplendere ma sa benissimo che, affinché questo avvenga è necessario anzitutto, nutrirli di affermazioni generative ed essere avari di laceranti giudizi e critiche.

Una predisposizione interiore ed esteriore, quella di Maria, che ogni educatore dovrebbe acquisire, incarnare e far propria, non imponendo aridi e ferrei modelli di comportamento precostituiti, ma ponendosi in diligente e gratuito ascolto delle necessità reali dei ragazzi, nel pieno rispetto della loro unicità, per provvedervi con fede e carità viva ed operante, incoraggiando e supportandoli efficacemente nell’ aprirsi alla vita.

Chi si prende autenticamente cura dei giovani, infatti, non impone ma propone, non costringe ma attira, non colpevolizza ma sostiene ed incoraggia, non domina ma serve. L’attenzione si coniuga in Maria alla discrezione, alla concretezza ed alla materna tenerezza con cui sa manifestare il Suo Amore, incarnandolo innanzitutto appunto, mediante gesti e vocaboli, benedicenti, ricchi di significato e capaci di guarire e trasfigurare il cuore.

La giovane donna di Galilea si offre, insomma, come un concreto modello educativo positivo e propositivo a cui ispirarsi con fiducia, contando sul Suo stesso aiuto per realizzare quello che Lei ha saputo vivere e vive in ogni relazione che possiamo avere con Lei. Ma cosa dice Maria ai giovani, mediante le sue autenticamente materne, dunque generative, generanti Parole di Vita impresse nella Parola di Dio? 

(Prima Parte)

Azione Cattolica Italiana: gli abbracci cambiano la vita

“La bellezza è con noi, salva il mondo. La bellezza siamo noi, siete voi, sono i nostri ragazzi e i nostri giovani… Ci interessa la politica. Noi non dobbiamo pensare a una teoria della democrazia, ma pensiamo a una prassi della democrazia, perché la democrazia è lo stile e lo stile è la regola a servizio a tutela dei più deboli. Con la vita democratica noi pensiamo di tenere tutti insieme, cioè la comunità. Accettiamo questa dialettica democratica, accogliamola, e condividiamola come costruzione di vita democratica… Tanti grazie. Un grazie al Signore per le cose che sta facendo alla nostra associazione, a cominciare dalla canonizzazione di Pier Giorgio Frassati. Anche il riconoscimento del Presidente della Repubblica, dedicando il palazzo del Csm a Vittorio Bachelet, sono dei segni non scontati, non automatici”.

Questa è stata la conclusione del presidente nazionale, prof. Giuseppe Notarstefano alla XVIII Assemblea nazionale dell’Azione cattolica italiana, conclusasi domenica 28 aprile a Sacrofano, che ha eletto i membri del nuovo Consiglio nazionale dell’Associazione per il triennio 2024/2027 per il settore ‘adulti’: Paola Fratini. Dalila Ardito, Angela Paparella, Donatella Broccoli, Fabio Dovis, Enrico Michetti, Francesco Vedana; per il settore ‘giovani’: Emanuela Gitto, Silvia Orlandini, Sofia Livieri, Martina Sardo, Lorenzo Zardi, Giovanni Boriotti, Marco Pio D’Elia; e per l’ACR: Claudia D’Angelo, Valentina Fanella, Chiara Basei, Giuseppe Telesca, Alberto Macchiavello,  Lorenzo Felici, Michele Romano.

Un’assemblea nazionale con una media di età dei delegati intorno ai 50 anni, che ha vissuto la notizia della canonizzazione del beato Pier Giorgio Frassati nel Giubileo del 2025, dato dal prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, card. Marcello Semeraro: “Questa sera, da ultimo, vorrei ricordare in particolare il beato Piergiorgio Frassati, la cui canonizzazione ormai si profila per il prossimo anno giubilare. Nell’omelia per il rito della sua beatificazione, avvenuta il 20 maggio 1990, san Giovanni Paolo II lo chiamò uomo delle Beatitudini”.

Richiamando il ritratto del beato Frassati, tratteggiato da p. Antonio Maria Sicari, il prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi lo ha additato quale ‘meraviglioso modello di vita cristiana’: “Nella sua santità, dice, c’è un valore di continuità con la tradizione della sua terra: egli, infatti, si è innestato nel lavoro di difesa della fede, attraverso la carità profusa nel campo dell’emarginazione, prodotta dall’allora nascente contesto industriale.

C’è pure, tuttavia, un elemento di novità ed è il fatto di avere cercato di confrontare il valore della fede con tutto l’arco dell’esperienza umana, operando caritatevolmente in ogni ambito: negli ambienti dell’università, del lavoro, della stampa (Pier Giorgio raccoglieva abbonamenti non per il quotidiano di suo padre, ma per quello cattolico), dell’impegno politico e partitico, e dovunque era necessario difendere le libertà sociali, cercando sempre di concepire e fomentare l’associazionismo, come amicizia cristiana destinata alla nascita di un cattolicesimo sociale”.

Praticamente un santo con le ‘braccia aperte’, come il presidente della Cei, card. Matteo Maria Zuppi, ha indicato agli associati di Azione Cattolica, che si lasciano al contempo anche abbracciare per diventare ‘lievito’: “L’identità non la troviamo o non la difendiamo ad intra ma sempre ad extra, la perdiamo smettendo di essere lievito, sale della terra, luce del mondo e mettendola sotto il moggio di un’affermazione chiusa, che ha paura di incontrare, di illuminare tutta la stanza e quindi chiunque entra. Cosa non è nostro? Tutto è nostro ma solo se noi siamo di Cristo.

Ecco il senso di ‘braccia aperte’ che si aprono se la mente e il cuore sono aperti. Attenzione: aperti perché li abbiamo e li abbiamo pieni dell’amore di Cristo. Se ci lasciamo abbracciare da Dio, pecore perdute che si devono sempre farsi sollevare dal pastore, o dal figlio che ritrova se stesso proprio perché abbracciato dal padre”.

Un abbraccia a ‘braccia aperte’ che rimanda all’incontro iniziale di giovedì 25 aprile con papa Francesco da parte degli 80.000 tesserati, ha sottolineato l’assistente nazionale, mons. Claudio Giuliodori, nella celebrazione eucaristica conclusiva: “Ma non eravamo soli. Come delegati, abbiamo portato nel cuore il ricordo vivo di tutti i nostri associati, con molti dei quali abbiamo vissuto un indimenticabile incontro con papa Francesco in piazza san Pietro giovedì scorso.

Quel grande abbraccio che abbiamo ricevuto e scambiato resterà impresso nei nostri cuori e nella storia dell’Associazione. Gli abbracci mancati che tanto feriscono la vita degli uomini, l’abbraccio salvifico del Padre misericordioso che ci viene donato in Gesù Cristo e gli abbracci che cambiano la vita sono anche la cifra di questa Assemblea e costituiscono il paradigma del cammino associativo che ci vedrà impegnati con le nostre comunità diocesane e parrocchiali. Abbiamo gli occhi e il cuore pieni di momenti belli e coinvolgenti che non possiamo però considerare solo una toccante esperienza umana ed ecclesiale”.

Un’apertura con papa Francesco avvenuta, non a caso, giovedì 25 aprile (festa della Liberazione), come ha sottolineato, aprendo i lavori congressuali, il presidente Notarstefano, ribadendo la bellezza della vita democratica: “In questo tempo pervaso da pulsioni disgregative ad ogni livello della vita sociale, il messaggio che si leva dalla nostra assiste assembleare è quello di voler immaginare una via concreta e possibile di abitare la pluralità che si presenta oggi nella nostra società complessa, individuando soluzioni comunitarie alternative al potenziale scontro ed alla logica rivendicativa di singoli o di gruppi radicali che sorgono proprio per rafforzare ragioni singolari e particolari”.

La ‘sfida’ che attende i tesserati di Azione Cattolica è quella della responsabilità di custodire la democrazia: “Custodire e praticare nella libertà e nella fraternità la vita democratica costituisce per tutti noi una sfida che abbiamo di fronte e che siamo incoraggiati ad affrontare guardando all’entusiasmo e alla serietà che ci mostrano i bambini, i ragazzi e gli adolescenti (giovanissimi e studenti)”.

Una democrazia, che deve partire da un abbraccio che ‘salva’, che è quello del Padre misericordioso, come ha detto papa Francesco agli aderenti festanti, che conduce alla pace; abbracci fisici testimoniati dai ragazzi, che hanno raccontato di amicizie di fraternità nelle zone di guerra, come in Ucraina ed in Terra Santa, secondo l’invito del patriarca latino di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa con un videomessaggio: “La prima cosa da fare è pregare, poi è importante parlare della Terra Santa, non lasciare cadere l’attenzione su questo conflitto che sta lacerando la vita di questi popoli, ma sta anche lacerando la vita della società in tante altre parti del mondo; perché quando il cuore, e noi siamo il cuore della vita del mondo, quando il cuore soffre tutto il corpo soffre”.

E’ stato un invito ad evitare polarizzazioni e semplificazioni, e vedere la realtà, senza dimenticare la ‘potenza’ della preghiera: “La realtà è così complicata e bisogna pregare per questa realtà, essere vicini, parlarne e cercare sempre di costruire relazioni. Quello che è ferito qui è la fiducia nell’altro, le relazioni, c’è invece bisogno di costruire relazioni, non erigere barriere. Ne abbiamo già abbastanza di barriere qui, abbiamo bisogno che ci aiutiate a costruire. E poi non avere paura, ma il coraggio di venire qui, magari dei pellegrinaggi diversi, alternativi, che possono aiutarci a comprendere che c’è una realtà fuori di qui e che abbiamo bisogno anche noi di alzare lo sguardo”.

Ecco come è stata disegnata dai colori della pace la giornata iniziale dell’assemblea di Azione Cattolica, che, attraverso la narrazione di Neri Macorè, ha ricordato l’accoglienza di ebrei e partigiani da parte di famiglie, che mettevano a rischio la propria vita: questa è anche stata la Resistenza cattolica, capace di abbracciare, nascondendoli, chi era braccato e cercava salvezza dai persecutori nazisti e fascisti.

Un abbraccio reso affascinante dalla musica dei ‘Rulli Frulli’, band di 60 elementi con i suoi strumenti riciclati e la sua verve instancabile, che include anche portatori di handicap. E non poteva mancare un abbraccio con il creato con il monologo sulla cura del cantante Giovanni Caccamo che ha presentato il ‘Manifesto del cambiamento’:

“Il mio obiettivo è quello di cercare di direzionare il mio sguardo verso quella minoranza di giovani che hanno ancora una visione di futuro, che hanno ancora una luce nel cuore. Di fatto ce l’hanno tutti. Il problema è che c’è chi riesce ancora a vederla e invece chi non la vede più… Chiunque si trova in un momento di impasse può ritrovare la propria strada”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Francesco: le virtù teologali caratterizzano la vita cristiana

“Sabato prossimo ricorre il decimo anniversario della canonizzazione di San Giovanni Paolo II. Guardando la sua vita, possiamo vedere che cosa può raggiungere l’uomo accettando e sviluppando in sé i doni di Dio: fede, speranza e carità. Rimanete fedeli alla sua eredità. Promuovete la vita e non lasciatevi ingannare dalla cultura della morte. Per sua intercessione, chiediamo a Dio il dono della pace per la quale egli, come Papa, si è tanto impegnato”: al termine dell’udienza generale odierna papa Francesco ha ricordato, in lingua polacca, il decimo anniversario della canonizzazione di san Giovanni Paolo II. Eppoi ha lanciato un appello per la pace, ricordando che con la guerra guadagnano solo i fabbricanti di armi:

“E poi il pensiero va alla martoriata Ucraina, alla Palestina, a Israele, al Myanmar che sono in guerra, e a tanti altri Paesi. La guerra sempre è una sconfitta, e quelli che guadagnano di più sono i fabbricatori di armi. Per favore, preghiamo per la pace! Preghiamo per la martoriata Ucraina: soffre tanto, tanto. I soldati giovani vanno a morire. Preghiamo. E preghiamo anche per il Medio Oriente, per Gaza: si soffre tanto lì, nella guerra. Per la pace tra Palestina e Israele, che siano due Stati, liberi e con buoni rapporti”.

In precedenza, proseguendo il ciclo delle catechesi su ‘I vizi e le virtù’, papa Francesco aveva incentrato la riflessione sul tema ‘La vita di grazia secondo lo Spirito’, che affronta le virtù teologali: “Già prima di Cristo si predicava l’onestà come dovere civile, la sapienza come regola delle azioni, il coraggio come ingrediente fondamentale per una vita che tende verso il bene, la moderazione come misura necessaria per non essere travolti dagli eccessi”.

Per il papa le virtù sono un patrimonio dell’umanità, che il cristianesimo ha saputo valorizzare: “Questo patrimonio tanto antico, patrimonio dell’umanità, non è stato sostituito dal cristianesimo, ma messo bene a fuoco, valorizzato, purificato e integrato nella fede. C’è dunque nel cuore di ogni uomo e donna la capacità di ricercare il bene. Lo Spirito Santo è donato perché chi lo accoglie possa distinguere chiaramente il bene dal male, avere la forza per aderire al bene rifuggendo dal male e, così facendo, raggiungere la piena realizzazione di sé”.

In base ad una definizione del Catechismo della Chiesa cattolica la vita del cristiano si basa anche su altre tre virtù: “Essa si attua con il dono di altre tre virtù, prettamente cristiane, che spesso vengono nominate insieme negli scritti del Nuovo Testamento. Questi atteggiamenti fondamentali, che caratterizzano la vita del cristiano, sono tre virtù che noi diremo adesso insieme: la fede, la speranza e la carità”.

E sono definite ‘teologali’, in quanto completano la vita ‘buona’ del cristiano: “Gli scrittori cristiani le hanno ben presto chiamate virtù ‘teologali’, in quanto si ricevono e si vivono nella relazione con Dio, per differenziarle dalle altre quattro chiamate ‘cardinali’, in quanto costituiscono il ‘cardine’ di una vita buona. Queste tre sono ricevute nel Battesimo e vengono dallo Spirito Santo. Le une e le altre, sia le teologali sia le cardinali, accostate in tante riflessioni sistematiche, hanno così composto un meraviglioso settenario, che spesso viene contrapposto all’elenco dei sette vizi capitali”.

La virtù teologale permette di non agire con arroganza: “Mentre il rischio delle virtù cardinali è quello di generare uomini e donne eroici nel compiere il bene, ma tutto sommato soli, isolati, il grande dono delle virtù teologali è l’esistenza vissuta nello Spirito Santo. Il cristiano non è mai solo.

Compie il bene non per un titanico sforzo di impegno personale, ma perché, come umile discepolo, cammina dietro al Maestro Gesù. Lui va avanti nella via. Il cristiano ha le virtù teologali che sono il grande antidoto all’autosufficienza. Quante volte certi uomini e donne moralmente ineccepibili corrono il rischio di diventare, agli occhi di chi li conosce, presuntuosi e arroganti!”

La catechesi è una ‘condanna’ della superbia: “La superbia è un veleno potente: ne basta una goccia per guastare tutta una vita improntata al bene. Una persona può avere compiuto anche una montagna di opere benefiche, può aver mietuto riconoscimenti ed encomi, ma se tutto ciò l’ha fatto solo per sé stesso, per esaltare sé stessa, può dirsi ancora una persona virtuosa? No!”

Però ha ricordato anche che il bene è un modo di vita: “Il bene non è solo un fine, ma anche un modo. Il bene ha bisogno di tanta discrezione, di molta gentilezza. Il bene ha bisogno soprattutto di spogliarsi di quella presenza a volte troppo ingombrante che è il nostro io. Quando il nostro ‘io’ è al centro di tutto, si rovina tutto. Se ogni azione che compiamo nella vita la compiamo solo per noi stessi, è davvero così importante questa motivazione? Il povero ‘io’ si impadronisce di tutto e così nasce la superbia”.

Quindi le virtù teologali aiutano a compiere le necessarie correzioni: “Lo sono soprattutto nei momenti di caduta, perché anche coloro che hanno buoni propositi morali a volte cadono. Tutti cadiamo, nella vita, perché tutti siamo peccatori. Come anche chi si esercita quotidianamente nella virtù a volte sbaglia (tutti sbagliamo nella vita): non sempre l’intelligenza è lucida, non sempre la volontà è ferma, non sempre le passioni sono governate, non sempre il coraggio sovrasta la paura”.

Ed ha concluso la catechesi con l’invito a vivere secondo lo Spirito Santo: “Ma se apriamo il cuore allo Spirito Santo (il Maestro interiore), Egli ravviva in noi le virtù teologali: allora, se abbiamo perso la fiducia, Dio ci riapre alla fede (con la forza dello Spirito, se abbiamo perso la fiducia, Dio ci riapre alla fede); se siamo scoraggiati, Dio risveglia in noi la speranza; e se il nostro cuore è indurito, Dio lo intenerisce col suo amore”.

(Foto: Santa Sede)

Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale di Azione Cattolica: occorre prendersi cura della vita

Da un anno l’Azione Cattolica Italiana ha intrapreso il percorso verso la celebrazione della XVIII Assemblea nazionale, in programma a Roma dal 25 al 28 aprile, attraverso un processo sinodale di partecipazione da parte di tutti soci, ragazzi giovani e adulti, in quasi tutte le diocesi italiane e in oltre 4500 realtà parrocchiali e interparrocchiali. Un processo possibile grazie all’impegno quotidiano dei suoi oltre 38.000 responsabili associativi e dei circa 7000 assistenti presenti ad ogni livello della vita associativa:

“Un tessuto associativo fatto di volti che abbiamo incontrato da vicino, di storie che abbiamo accolto, di fatiche che abbiamo abbracciato, di interrogativi con cui ci siamo misurati, lo abbiamo fatto insieme a tutta la Presidenza nazionale nei tanti incontri avvenuti lungo tutto il Paese.

Sono state occasioni preziose in cui abbiamo contemplato con stupore la resilienza di una vita associativa che sa ripensarsi proprio come cura di persone e di relazioni, sfuggendo alla tentazione del funzionalismo e alla trappola di un efficientismo privo di anima e di prospettive”, ha sottolineato il presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, prof. Giuseppe Notarstefano, docente di statistica alla Lumsa di Roma, autore del libro ‘Verso noi. Prendersi cura della vita di tutti’.

L’invito del presidente nazionale è quello di vivere la complessità nella ‘logica comunitaria’ alla ricerca di soluzioni a sfide che sempre più accomunano: “La vita comunitaria richiede il riconoscimento della pluralità e della varietà come valore più che come problema, occorre pertanto ripensare meccanismi e dispositivi sociali che siano più in grado di sostenere la capacità di tenere insieme il pluralismo senza per questo rassegnarsi ad immaginare la vita in comune come composizione di differenze esposta alla violenza, alla barbarie, alla lotta per la sopravvivenza.

Il ben-vivere delle comunità è ordinato ad una regolazione condivisa all’accessibilità e alle risorse per poter vivere; ogni forma di concentrazione, sia delle risorse sia del potere di regolazione, diventa una minaccia per il buon vivere di tutti, creando disuguaglianze e mettendo sempre più in contrapposizione le persone. Tanto la tecnologia quanto la finanza sono indubbiamente dei dispositivi sociali che influiscono pesantemente nella produzione di disuguaglianze, divenendo sempre più determinanti di conflitti sociali”.

Perché il ‘ben-vivere’ ha bisogno della cura?

 “Il cambiamento d’epoca che stiamo vivendo sollecita una profonda conversione spirituale globale, ecologica e pastorale. Siamo chiamati a uscire dalla crisi, affrontando insieme la sua complessità. La prospettiva sinodale rigenera pertanto la vita ecclesiale, ma anche quella sociale e civile. L’Azione Cattolica, incoraggiata da papa Francesco è chiamata a favorire un cammino sinodale non astratto né autoreferenziale, ma si propone come spazio di cura, di accompagnamento fraterno e di servizio nella gratuità.

L’Azione Cattolica è chiamata a sincronizzare vite sempre più frammentate ed ‘in movimento’; l’associazione è impegnata nella paziente e umile tessitura di un ‘noi più grande’, per una nuova cultura dell’alleanza. Allora, eccola davanti a noi la città che sale, che cresce e si espande, diventa attrattiva per ogni uomo e ogni donna di questo pianeta”.

In quale modo è possibile prendersi cura della vita di tutti?

“Bisogna riconoscere che il ‘noi’ rappresenta la bellezza della comunità. Il grande ‘sogno’ di Giorgio La Pira di ricostruire il cammino della famiglia umana; la bellezza di sentirsi ‘tutti fratelli’ intorno ad una grande mensa. In questo tempo, così frammentato, in cui prevale un senso individualistico del vivere, credo che sia importante ricominciare a lavorare per una nuova tessitura dei legami; una tessitura che sia fraterna e capace di includere tutte le persone e costruire relazioni significative di cura. Allora, prendersi cura significa avere a cuore la vita degli altri. Credo che questo sia anche il compito della nostra associazione”.

In quale modo l’Azione Cattolica Italiana può educare alla cura?

“La stessa Azione Cattolica è esperienza di fraternità, in quanto è un luogo dove si cresce vivendo insieme. Le riunioni od il fare gruppo sono alcune modalità in esprimiamo il desiderio di crescere e di vivere insieme. Questo è anche un modo per educarsi e prendersi cura attraverso esperienze vive, accompagnandosi nella vita di fede, nella vita della comunità; così nel passaggio dei momenti ‘difficili’ della vita, dall’adolescenza alla vita adulta, alla costruzione di una vita di famiglia. In questi passaggi l’associazione cerca di esserci e di farsi compagnia per le persone”.

I cattolici sono ‘attrezzati’ per prendersi cura?

“La cura di cui parliamo non è specialistica e tanto meno quella sanitaria. Questa cura nasce dalla condivisione; è una cura che ha come cuore l’Eucarestia, che corrisponde a ‘date voi stessi da mangiare’, che Gesù dice ai discepoli quando di fronte ai discepoli che si sentono senza risorse nel rispondere alla richiesta delle persone.

Cosa vuol dire questo episodio evangelico? Vuol dire di trovare il modo di condividere quello che avete e farlo diventare ricchezza per tutti. In questo senso penso che la cura sia la bellezza di una vita donata e condivisa, che nell’associazione si sperimenta attraverso una crescita di condivisione e di gratuità, dedicando tempo tra i ragazzi e tra gli adulti. E’ una storia di gratuità, che attraversa la fatica, diventando un’esperienza di gioia”.

Quale fede è necessaria per la vita quotidiana della cura?

“Credo che sia importante riscoprire il valore del tempo, perché la cura ha bisogno di tempo. In una società che corre velocemente dobbiamo saperci fermare per donarci del tempo. Del resto lo afferma la sapienza della Chiesa: l’anno liturgico è un’alternanza di momenti intensi e belli, in cui il Signore ci chiede di andare in disparte con Lui. Dobbiamo avere questa capacità in questo tempo così complicato di aiutare le persone a fermarsi per gustare la bellezza di rimanere con Lui e farlo dentro l’esperienza della comunità. Allora prendersi cura è dare del tempo, che significa scoprire la bellezza del tempo donato agli altri”.

(Tratto da Aci Stampa)

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