Il modo in cui è stato condotto il processo contro Becciu in Vaticano mette a rischio il governo e la credibilità della Santa Sede stessa

Lo hanno chiamato “il processo del secolo”, o anche “processo Becciu”. In realtà, quello che sta avendo luogo in Vaticano dallo scorso luglio non può essere né l’uno né l’altro. Non è il processo del secolo, perché i capi di imputazione, letti a fondo, rivelano solo – se sarà provata – qualche peculato e truffa, non certo reati memorabili. E non è il processo Becciu perché il Cardinale Angelo Becciu, che risponde di quello che avrebbe fatto come Sostituto della Segreteria di Stato, entra solo in alcuni capi di imputazione, e nemmeno quelli più importanti.

Il palazzo di Londra e la diocesi di Becciu

Come si può dunque definire questo processo iniziato lo scorso luglio in Vaticano? Al centro del processo c’è la vicenda dell’investimento della Segreteria di Stato in un immobile di lusso a Londra. Inizialmente, l’investimento era stato affidato dal broker italiano Fabrizio Mincione. Quindi, insoddisfatta della resa dell’investimento, la Segreteria di Stato si era affidata all’altro broker Gianluigi Torzi, il quale aveva mantenuto per sé mille azioni delle proprietà, che erano però le uniche con diritto di voto, di fatto esercitando il controllo totale dell’immobile. Alla fine, la Segreteria di Stato ha preso la decisione di rilevare il palazzo personalmente, chiudendo ogni tipo di rapporto con Torzi.

A questa vicenda se ne aggiungono altre. Il Cardinal Becciu è incriminato per peculato, perché da Sostituto della Segreteria di Stato avrebbe inviato i fondi della Segreteria di Stato alla Caritas della sua diocesi, Ozieri, il cui Presidente era il fratello, e poi alla cooperativa SPES, sempre legata alla diocesi. Il Cardinale è poi sotto accusa anche per aver “contrattato” la consulente Cecilia Marogna per operazioni di mediazione (e, come si è visto, per il pagamento di un riscatto per liberare Suor Cecilia Narvaez, rapita in Sudan), e infine di “subornazione”, ovvero di aver fatto pressione perché un l’ex capo dell’amministrazione della Segreteria di Stato, Monsignor Alberto Perlasca, cambiasse il tono delle deposizioni contro di lui.

Accuse, ovviamente, tutte da provare, in un dibattimento che si prevede lunghissimo. Il processo racchiude almeno tre filoni di indagine: quello che riguarda l’investimento della Segreteria di Stato sul palazzo a Londra; quello che riguarda il presunto peculato del Cardinal Becciu; quello che riguarda il rapporto con la consulente di intelligence Cecilia Marogna.

Tre chiavi di lettura per comprendere il processo

Allo stesso modo, ci sono tre chiavi di lettura per comprendere il processo in Vaticano, e quello più importane non è nemmeno quello finanziario.

La prima è quella processuale. Le indagini sono nate da una segnalazione del revisore generale dei conti vaticano, a seguito di una denuncia del direttore dell’Istituto delle Opere di Religione, la cosiddetta “banca vaticana”. Questo fatto è stato più volte indicato come un chiaro esempio che le riforme finanziarie portate avanti da Papa Francesco funzionino. Eppure queste denunce testimoniano piuttosto la debolezza del sistema giudiziario vaticano. Le denunce hanno portato a perquisizioni nell’Autorità di Informazione Finanziaria e nella Segreteria di Stato. Si tratta di due enti indipendenti all’interno della Santa Sede. La Autorità scambia dati di intelligence e ha rapporti di cooperazione internazionale con autorità analoghe all’estero che sono stati compromessi dalle indagini, dato che sono stati sequestrati anche documenti appartenenti ad enti esteri e sovrani. Siccome l’Autorità non poteva vigilare sulle operazioni della Segreteria di Stato, ma era chiamata a sorvegliare le transazioni finanziarie, le perquisizioni non solo hanno creato un piccolo vulnus, ma hanno anche potenzialmente bloccato indagini che potevano essere decisive nell’ambito del processo sul palazzo di Londra.

La Segreteria di Stato era completamente autonoma dal punto di vista finanziario. Non è un dicastero come gli altri, e non potrebbe esserlo, perché è la Segreteria del Papa, e rappresenta il governo. Ci possono essere illeciti se un organismo sovrano, con piena disponibilità finanziaria, decide di fare investimenti? E un cattivo investimento è un illecito?

Il risultato di questa gestione delle indagini ha indebolito, alla fine, l’organo di governo della Chiesa, cui è stata tolta dal Papa anche l’autonomia finanziaria.

La seconda chiave di lettura riguarda il sistema giuridico vaticano. Papa Francesco è intervenuto nelle indagini con quattro rescritti (documenti scritti di suo pugno) che in alcuni casi sospendevano anche i diritti processuali. Questo ha creato un problema per la Santa Sede. Lo Stato di Città del Vaticano è infatti uno Stato con le sue leggi, una monarchia assoluta dove il Papa è primo giudice e legislatore. La Santa Sede, però, aderisce trattati, e difende i principi del giusto processo nelle sedi internazionali. Per quello, i Papi non sono mai troppo intervenuti nelle questioni giudiziarie, in modo da mantenere inalterata l’autorevolezza della Santa Sede. Addirittura, il governo stesso dello Stato di Città del Vaticano è delegato governatore e a una commissione cardinalizia.

Con i rescritti, Papa Francesco ha applicato una “vaticanizzazione” della Santa Sede, rovesciando il paradigma per cui lo Stato serve alla Santa Sede e non viceversa. Questo potrebbe avere conseguenze sulle arene internazionali, se poi gli imputati dovessero rivolgersi ai tribunali europei per violazione dei diritti umani. È una via possibile.

Infine, c’è la questione finanziaria. Senza andare nei dettagli, è sufficiente sapere, però, che la Segreteria di Stato aveva giudicato remunerativo l’investimento, al punto di volerne riprendere il controllo. Finora è emerso che tutto era stato fatto proprio per non perdere un investimento considerato vantaggioso, e che il Papa era informato. Lo stesso tribunale vaticano ha ammesso che il Papa era nella stanza in cui si stava negoziando l’uscita del broker Gianluigi Torzi dall’affare.

Si vedrà, dunque, se Torzi si è macchiato di estorsione, e sarà definito anche il ruolo del Cardinal Becciu, che ha sempre sottolineato di aver agito all’interno delle sue prerogative.

Come si vedrà dove porterà la testimonianza di Monsignor Mauro Carlino, Segretario del Sostituto (prima Angelo Becciu, poi Edgar Peña Parra), che ha fatto sapere che si stavano facendo verifiche anche su Mammì, Direttore dello IOR, che fu quello che diede il via alle indagini.

E dovrà essere spiegato perché lo IOR prima aveva accettato di finanziare la Segreteria di Stato in un prestito che avrebbe aiutato a riportare il controllo del palazzo di Londra nelle sue mani, e poi improvvisamente ha rifiutato, fino alla denuncia del Direttore. Si vedrà se c’è stata corruzione, se alcuni passi sono stati fatti senza motivo.

Il modo in cui è stato condotto il processo, invece, potrebbe creare problemi anche con i partner internazionali. E così, dopo il governo della Santa Sede, resta a rischio la credibilità della Santa Sede stessa. Sono temi forse troppo poco presenti nel dibattito attuale, eppure da non sottovalutare.

Questo articolo è stato pubblicato nella versione originale spagnola il 13 maggio 2022 sulla rivista spagnola Omnes [QUI] e il 17 maggio 2022 nella traduzione italiana sul blog dell’autore Vatican Reporting [QUI].