La Santa Sede a Cuba: un impegno prolungato nel tempo

C’è la statua della Virgen del Cobre, che fa bella mostra di sé in Vaticano: l’ha inaugurata il Cardinal Tarcisio Bertone, a settembre. Uno che con Cuba ha una certa consuetudine. Ci è tornato la scorsa settimana, con un programma fittissimo, dopo esserci stato nel 2008 per il decennale dello storico viaggio di Giovanni Paolo II. Erano anche i giorni in cui la Segreteria di Stato del Cardinal Parolin inviava le lettere in cui dava la disponibilità della Santa Sede ad essere da mediatore tra Stati Uniti e Cuba nella trattativa per il ristabilimento dei legami diplomatici. Due lettere che erano solo gli ultimi documenti di un lavoro incessante per Cuba che è stato fatto dalla Santa Sede negli ultimi trenta anni. Un lavoro collettivo, che ha avuto nel Cardinal Roger Etchegaray un profeta.

La lenta apertura di Cuba al mondo

Il Cardinale Etchegaray, l’unico del collegio a non avere uno stemma episcopale perché – dice – “è retaggio di un passato medievale”, ha ancora nel suo salotto un Presepe che gli ha donato Fidel Castro in uno dei tanti viaggi che fece a Cuba. Quando ci andò la prima volta, era il 1989, e il Cardinal Etchegaray era presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Era un viaggio segreto, ma che diede grandi frutti. Cuba si cominciò ad aprire al mondo. Ma il mondo non era ancora aperto a Cuba.

Dopo la revoluciòn, i beni ecclesiastici erano stati confiscati e non era stata data nessuna compensazione alla Chiesa, mentre centinaia di membri del clero stranieri erano stati espulsi da Cuba. L’ateismo di Stato è stata la religione ufficiale di Cuba sino al 1992, quando la Costituzione Cubana sostenne la libertà religiosa, anche se in fondo più che di libertà religiosa si parla di libertà di culto. Ci volle la visita di Giovanni Paolo II per superare il sospetto tributato a quanti andavano a Messa, e per considerare il Natale una festa nazionale Il Venerdì Santo è poi diventato festa nazionale in occasione del viaggio di Benedetto XVI nel 2012. E nel frattempo alcuni gruppi religiosi avevano ottenuto il permesso di importare materiali religiosi e di incontrare i leader delle loro religioni. Di certo, un segno dell’impatto diplomatico della Chiesa Cattolica. Che non riguarda solo la religione cristiana. La visita di Giovanni Paolo II a Cuba portò ad esempio alla concessione per gli ebrei di celebrare i loro riti pubblicamente e di importare materiale religioso e cibo kosher per la Pesach.

Dai viaggi di Etchegaray a quello di Giovanni Paolo II

È una storia lunga, quella dell’impatto della Chiesa Cattolica a Cuba. Natale 1989: il muro di Berlino è appena caduto, e il cardinal Roger Etchegaray ha la missione di andare a Cuba per creare ponti. La Messa di inizio anno che tiene a Cuba è uno spettacolo. Davanti alla folla, il Cardinal Etchegaray chiede durante l’omelia: “Che messaggio devo portare al Papa?” E la folla: “Che venga!” E il Cardinale: “Ho sentito il vostro messaggio. Non so cosa risponderà, ma di certo verrà”.

Durante i nove giorni di permanenza a Cuba, il Cardinale Etchegaray incontra anche Fidel Castro, e chiede un allentamento di tensioni ta Chiesa e Stato, dopo 30 anni di oppressione. Dall’altra parte, Fidel Castro non fa mistero della sua volontà di accogliere il Papa, in parte perché una visita avrebbe ridato lustro alla sua immagine internazionale in declino e in parte perché pensava che sarebbe stato bene parlare a quattr’occhi con Giovanni Paolo II di molti dei problemi del mondo secolare, come il disarmo, il debito del Terzo Mondo, la povertà

Ma Giovanni Paolo II decide di agire con cautela, e aspetta degli sviluppi positivi in tema di libertà religiosa da parte del governo Cubano prima di prendere un qualunque impegno. Castro, dal canto suo, comincia il percorso di avvicinamento, con “piccoli ma significativi passi” secondo l’analisi di Enrique Lopez Oliva, un professore di religione e storia all’niversità della Habana al quale fu permesso di diffondere Religion en Cuba, una newsletter quindicinale, l’unica pubblicazione indipendente del Paese.

Una tolleranza anche giustificata dal fatto che la pubblicazione non aveva grandissima diffusione, circa 30 copie, e 12 abbonati erano tutti giornalisti stranieri e ambasciate.

Ma Castro fa anche passi più importanti. Nel 1996, il governo cubano permette a 30 sacerdoti stranieri di unirsi ai 210 sacerdoti cubani che già erano sul campo a Cuba. Le 30 suore che arrivano, per il loro lavoro incessante negli ospedali e tra i profughi, vengono definite da Fidel Castro un “modello per i Comunisti”.

Tutti passi che sciolgono ulteriormente la diplomazia vaticana.

Il 12 luglio 1994, Fidel Castro incontra per due ore nella nunziatura apostolica di Cuba il Cardinal Bernardin Gantin, al tempo presidente della Congregazione dei Vescovi e presidente della Commissione Pontificia per l’America Centrale.

Tornato a Roma, Gantin parla a Giovanni Paolo II del miglioramento dell’atmosfera religiosa, spiega che Castro avrebbe apprezzato una visita papale. “I cambiamenti verso la Chiesa sono parte di un cambiamento più ampio a Cuba… un cambiamento che è sia sociale che economico. In generale, la nazione ha bisogno di grandi cambiamenti, e questi sono avvenuti, seppur su piccola scala,” spiega il Cardinal Gantin al Papa.

All’incontro aveva partecipato anche Jaime Lucas Ortega y Alamino, arcivescovo dell’Avana: nell’ottobre 1994, Giovanni Paolo II farà di lui il primo cardinale cubano creato dai tempi della revoluciòn e il secondo cardinale cubano di tutti i tempi.  E Castro prenderà la nomina come un gesto di riconciliazione, permettendo a 2500 fedeli cubani di volare a Roma per prendere parte alla concistoro in cui Ortega viene creato cardinale – una celebrazione in cui lo stesso Castro sarà rappresentato da un alto ufficiale del governo.

Nel 1996, pochi giorni prima del viaggio a Cuba dell’allora Segretario per i Rapporti con gli Stati, il Vaticano fa il primo attacco pubblico alla principale legge USA che intende isolare Cuba. Si tratta dell’Helms-Burton Act, firmato dal presidente Clinton a marzo di quell’anno dopo che il governo di Cuba aveva abbattuto due aerei civili statunitensi pilotati da Cubani-Americani. La legge permetteva agli americani di fare causa e marchi stranieri se questi usano proprietà che sono state loro sequestrate dopo la rivoluzione cubana del 1959, e impedisce l’ingresso negli USA agli amministratori di aziende sospette.

Una legge con alcune parti “legalmente discutibili”, nota il Cardinal Etchegaray, che sottolinea poi che i vescovi cattolici di Cuba avevano già parlato contro la legge, e che l’Helms-Burton Act non solo aveva attirato critiche dai Paesi dell’America Latina, ma anche dagli “alleati occidentali degli Stati Uniti”.

Giovanni Paolo II porta avanti una diplomazia attiva, ma portata avanti segretamente, secondo i metodi che la Santa Sede aveva già sperimentato con la cosiddetta Ostpolitik.  Il Papa chiede riconciliazione tra tutti i Cubani che vivono a Cuba e in nazioni straniere, inizia un dialogo con Castro e auspica lo stabilimento di un dialogo politico e diplomatico tra Cuba e Stati Uniti, in modo da favorire, quando fosse venuto il momento, una pacifica transizione nell’isola. E la prima richiesta è la fine dell’embargo USA a Cuba.

Il lavoro della Conferenza Episcopale USA

L’approccio della Santa Sede è coadiuvato dall’impegno delle conferenze episcopali, a partire da quella Statunitense, da sempre in contatto costante con i vescovi Cubani. Nel 1972, la Conferenza Episcopale USA appoggiò la richiesta che i vescovi cubani avevano avanzato nel 1969 di porre fine all’embargo USA contro Cuba. Nel 1985, le conferenze episcopali di Cuba e America si scambiarono una visita. E uno dei maggiori supporter di un nuovo legame diplomatico tra Cuba e gli Stati Uniti – e tra i più decisi a criticare l’embargo – fu il Cardinal Bernard Law, all’epoca arcivescovo di Boston, che andò a Cuba nel 1985 e nel 1989 e in entrambe le occasioni si incontrò con Fidel Castro.

Era stato dunque un lungo percorso che aveva portato allo straordinario impatto della prima visita di Etchegaray a Cuba. Dai colloqui con il lider maximo, Etchegaray aveva maturato la convinzione che la Chiesa Cattolica avrebbe potuto giocare anche un ruolo politico importante a Cuba, alla sola condizione che la sua credibilità non fosse mai messa in discussione.

La Chiesa, ponte di riconciliazione

E non lo è stata, grazie al lavoro incessante della diplomazia vaticana. Su suggerimento di Giovanni Paolo II, la Chiesa si era messa alla guida del movimento di riconciliazione tra i cubani. L’8 settembre 1993, viene pubblicato “El amor todo lo espera”, un messaggio degli 11 vescovi cubani, che si schieravano proprio sulla linea del pontefice. “I problemi di Cuba devono essere risolti con la cooperazione di tutti i cubani”, scrivevano, proponendo in pratica a Castro e ai suoi oppositori l’apertura di un dialogo diplomatico e politico per una riconciliazione nazionale da portare avanti in maniera pacifica.

Questo messaggio fu al centro dell’incontro che Etchegaray ebbe con Fidel Castro nel 1993. Sia il lider maximo che il Cardinale appoggiarono il movimento di riconciliazione, e chiesero la fine dell’embargo. Fu in quel momento che la Chiesa divenne un partner credibile agli occhi di Fidel Castro. Che nel 1996 viene ricevuto da Giovanni Paolo II in Vaticano

Questo è il clima che si respira quando Giovanni Paolo II visita Cuba nel 1998. È il primo Papa a mettere piede sul suolo cubano. Non ci è arrivato per caso. Il lavoro diplomatico è stato ingente. Non a caso, il viaggio è un successo.  “Cuba deve aprirsi al mondo e il mondo deve stare vicino a Cuba”, dice il Papa all’Avana. In una serie di discorsi, il Papa mette in luce i temi della famiglia, della gioventù, della patria, e infine della missione della Chiesa. Criticò la società socialista, ma criticò anche il capitalismo liberista.

Le ultime svolte

Dieci anni dopo, in uno scenario politico completamente cambiato, il Cardinal Tarcisio Bertone, segretario di Stato, va a Cuba per celebrare i dieci anni dalla visita di Giovanni Paolo II, ripercorrendone l’itinerario. Non c’è più Fidel a guidare il Paese, ma suo fratello Raul. Bertone è il prim diplomatico straniero ad incontrarlo in visita ufficiale. “Sembra che si possano aprire porte, perché Raul conosce bene le difficoltà del popolo, le mancanze, le aspirazioni,” afferma.

Si arriva così al viaggio di Benedetto XVI nel 2012. Fidel Castro va a prendere un caffè con il Papa, parla con lui dell’assenza di Dio, chiede e ottiene dei libri da leggere sul tema. Raul è presente sempre, sembra quasi che dalla Chiesa cattolica dipenda la credibilità di un regime che sta per finire.

L’appoggio della Chiesa è fondamentale per Raul Castro. Ma è fondamentale anche per il presidente americano Barack Obama. Entrambi vogliono far cadere l’embargo, ma entrambi necessitano di una stampa favorevole. E, nel gioco della diplomazia, individuano nel popolarissimo Papa Francesco un buono sponsor. Obama lo ha citato due volte per nome, annunciando la ripresa delle relazioni diplomatiche: anche un modo per dare una rinfrescata alla sua immagine pubblica, ad una credibilità ormai ridotta al minimo. E lo stesso fa Raul Castro, con lo scopo di mostrarsi vicino ad una popolazione in maggioranza cattolica. La diplomazia della Santa Sede, che da sempre lavora per questo obiettivo, accetta e anzi favorisce il gioco. Le due lettere di Papa Francesco testimoniano una sensibilità particolare per il tema.

 

Si arriva così allo storico annuncio di ieri. Papa Francesco ci teneva particolarmente, la Segreteria di Stato vaticana ha lavorato alacremente per questo risultato: hanno finalmente raccolto i frutti di un lavoro che è durato oltre 30 anni.

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