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Enzo Romeo racconta il papa delle ‘cose nuove’

La rivoluzione digitale che stiamo vivendo è l’ultima delle tante conosciute dall’umanità, specie negli ultimi due secoli, vedi la rivoluzione industriale. Oggi, però, il quadro è molto più complesso e mette in discussione l’umanità dalle sue fondamenta. Una sfida che chiama in causa anche la Chiesa e il papa. Come papa Leone XIII, l’omonimo predecessore a cui si ispira, anche papa Leone XIV non vuole sottrarsi al confronto col proprio tempo e rilancia la dottrina sociale cattolica, che ha avuto avvio con l’enciclica ‘Rerum Novarum’.

Nel libro ‘Il Papa delle Cose Nuove, Leone XIV e la rivoluzione digitale’ il giornalista della Rai e direttore della rivista culturale dell’Azione Cattolica Italiana, ‘Dialoghi’, Enzo Romeo offre dati, spunti e riflessioni, oltre al dialogo con ‘esperti’ che, alla luce della propria esperienza, propongono una lettura originale del cambiamento in atto e delle attese che suscita l’attuale pontificato. Gli interventi sono quelli del priore degli Agostiniani, p. Joseph Farrell, del fondatore di Libera, don Luigi Ciotti, del fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, del direttore della Fondazione per le scienze religiose, Alberto Melloni, del segretario del Dicastero vaticano per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, suor Alessandra Smerilli, della docente ed esperta di nuove tecnologie dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Ivana Pais, della segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola, e del direttore della rivista di gepolitica ‘Limes’, Lucio Caracciolo.

Per quale motivo papa Leone XIV è il ‘Papa delle cose nuove’?

“Le ‘cose nuove’ sono riferite all’enciclica ‘Rerum Novarum’ di papa  Leone XIII, il predecessore che ha ispirato a Prevost il nome pontificale. Come papa Pecci volle affrontare con quella lettera la sfida della rivoluzione industriale, così Leone XIV è consapevole che occorre dare risposte alle tante incertezze legate alla rivoluzione digitale in atto”.

Quali sono esattamente le ‘cose nuove’ che ha davanti papa Leone XIV?

“Innanzi tutto l’intelligenza artificiale, su cui egli si è già espresso parecchie volte e che sarà probabilmente uno dei temi della sua prima enciclica. L’IA non va demonizzata, offre tante opportunità, come ammette lo stesso Leone XIV, che però segnala pure il rovescio inquietante della medaglia: l’umanità rischia di robotizzarsi e di perdere il controllo su se stessa e sul mondo. Ma l’elenco delle ‘cose’ che oggi richiedono attenzione è lungo: la virtualità della ‘società liquida’ che ci rende tutti connessi e che però accresce la solitudine; il ritorno della forza bruta quale sistema di rapporto tra le persone e tra le nazioni, come dimostrano tanti inquietanti fenomeni, dai femminicidi alle guerre; la troppo sottovalutata crisi ecologica e climatica, provocata dalla squilibrata crescita planetaria…”.

Quale posto ha la dottrina sociale della Chiesa negli insegnamenti di papa Leone XIV?

“Come detto, il riferimento esplicito di papa Prevost all’enciclica ‘Rerum Novarum’ è già un’indicazione chiara: l’attuale pontefice vuol rilanciare la cosiddetta dottrina sociale, il cui inizio viene fatto risalire proprio a quella enciclica. Per la prima volta un papa entrava nelle questioni più vive del suo tempo e dava una visione alternativa a quella delle teorie allora maggiormente diffuse, il capitalismo liberista da un lato e il comunismo marxista dall’altro. Ora non c’è un quadro ideologico netto e questo rende ancor più difficile per il magistero della Chiesa dare precise indicazioni di rotta”.

In quale modo il papa affronta la ‘rivoluzione digitale’?

“Prevost è il primo pontefice ad avere dimestichezza col digitale; da sempre usa il computer e comunica tramite mail. Dunque conosce la ‘macchina’ e sa quali sono opportunità e limiti della rivoluzione digitale. Da lui stanno venendo indicazioni sulla ‘postura’ che dobbiamo tenere di fronte a questo sistema, mai cedendo all’inganno che fa confondere il mezzo, ovvero i congegni tecnologici, con il fine, che è quello di una coesistenza che abbia sempre al primo posto la persona umana”.

Nelle scorse settimane si è svolta la Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali: come è possibile per il papa custodire voci e volti umani?

“Avendo chiaro che un mezzo elettronico non sostituisce mai il rapporto diretto con le persone. Le chat che alimentiamo con i nostri smartphone, per quanto utili, non hanno il valore di una stretta di mano, di uno sguardo negli occhi, di un rapporto fisico con l’altra o con l’altro. Il cristianesimo è la fede dell’incarnazione e basta aprire il Vangelo per capire quanto siano stati importanti per Gesù gli ‘incontri’, sia con i suoi amici (gli apostoli) e sia con i suoi avversari (i farisei e la casta sacerdotale di Gerusalemme)”.

Per quale motivo per il papa l’informazione è un ‘bene pubblico’?

“Come sottolinea la professoressa Ivana Pais, uno degli esperti con i quali dialogo nel libro, mentre la società industriale era centrata sulla produzione materiale, quella digitale si fonda sulla ‘elaborazione dell’informazione’, che diventa perciò elemento chiave per l’organizzazione della vita, a tutti i livelli. Pensiamo agli annunci che i potenti del mondo lanciano attraverso i social e che sono capaci di influenzare in un attimo i mercati finanziari o l’assetto geopolitico mondiale. Ecco perché l’informazione va considerata ‘bene pubblico’. Ricevendo in udienza noi del Tg2, per i 50 anni del nostro telegiornale, papa Leone XIV ha detto che, specie in tempi di guerra come quelli attuali, l’informazione deve guardarsi dal rischio di trasformarsi in propaganda e i giornalisti da quello di farsi megafono del potere. Una bella sfida”.

(Foto: Ancora)

Festa di santa Rita: Cascia celebra la santa degli impossibili con un messaggio di pace, perdono e speranza

Cascia si prepara a celebrare oggi la Festa di Santa Rita, tra gli appuntamenti religiosi più sentiti e partecipati d’Italia. Migliaia di pellegrini arriveranno nella città umbra per rendere omaggio alla Santa degli impossibili, figura universale di pace, perdono e speranza, capace ancora oggi di parlare al cuore dell’uomo contemporaneo. In un tempo attraversato da guerre, tensioni sociali e solitudini sempre più profonde, il messaggio di Santa Rita torna con forza e attualità, richiamando alla possibilità concreta della riconciliazione e della fraternità, come afferma suor Maria Grazia Cossu, Madre Badessa del Monastero di Santa Rita da Cascia:

“Santa Rita continua a parlare al mondo perché ha vissuto fino in fondo il dolore umano senza lasciare che diventasse odio,. Oggi più che mai sentiamo il bisogno della sua testimonianza. In un mondo ferito da guerre, divisioni e violenza, Rita ci ricorda che il perdono non è debolezza ma una forza capace di cambiare la storia delle persone e delle comunità”.

La Badessa richiama anche il forte legame spirituale che unisce Cascia a papa Leone XIV, pontefice agostiniano, la cui voce in questi mesi si è levata con forza a favore della pace e del dialogo: “Un anno fa dicemmo con gioia: ‘Abbiamo un Papa in famiglia’. Oggi possiamo dire che abbiamo una guida salda, che indica una direzione chiara mentre il mondo attraversa un tempo difficile e inquieto. Papa Leone XIV richiama ogni giorno al valore del Vangelo, della pace, dell’umanità. E’ una voce che invita a costruire ponti e non muri, a custodire la dignità di ogni persona e a non smettere mai di credere nella possibilità del bene”.

Proprio il perdono e la capacità di trasformare la sofferenza in speranza sono il cuore del Riconoscimento Internazionale ‘Donne di Rita’: dal 1988 il premio dà voce a donne che, come Santa Rita, hanno saputo vivere nella quotidianità valori universali come il dialogo, la pace, la solidarietà e la misericordia. Donne comuni e straordinarie insieme, capaci di attraversare prove durissime senza lasciarsi consumare dal rancore.

Le storie delle premiate raccontano un’umanità ferita ma ancora capace di amare. Fanni Curi ha conosciuto il dolore della perdita del figlio Luca, nato con una grave malattia cardiaca e morto dopo numerosi interventi. A questa sofferenza si è aggiunta la scoperta della verità sulla propria adozione: non un abbandono, ma il gesto doloroso di una madre impossibilitata a crescerla. Da quelle ferite è nato un cammino di riconciliazione e di dono verso gli altri. Insieme al marito Sante, Fanni ha trasformato il dolore in servizio accanto ai più fragili, dai senzatetto alle prostitute fino al sostegno ai genitori colpiti dalla perdita di un figlio: ‘Tutto l’amore che non ho avuto, sento di doverlo dare’, racconta.

Lucia Di Mauro ha vissuto una tragedia devastante: il marito, guardia giurata, è stato ucciso da quattro ragazzi. Eppure, Lucia ha scelto di non fermarsi all’odio. Ha incontrato il più giovane dei responsabili, allora minorenne, e ha deciso di accompagnarlo in un percorso umano di rinascita, continuando ancora oggi a seguirne il cammino. Una scelta radicale e disarmante, che rompe la logica della vendetta e apre alla possibilità di una giustizia fondata sull’umanità e sulla responsabilità.

Mirna Pompili, dopo la morte della figlia Camilla in un incidente stradale, ha trovato la forza di rassicurare la donna coinvolta nella tragedia, liberandola dal peso del rancore e della colpa. Nel tentativo di sostenere l’altra persona, Mirna ha iniziato un cammino che ha trasformato il dolore in una testimonianza di fede condivisa. Un’esperienza che richiama profondamente la figura di Santa Rita: attraversare la sofferenza senza permettere che diventi odio.

Le ‘Donne di Rita’ 2026 rappresentano così il volto più autentico del messaggio della Santa di Cascia: donne che hanno saputo scegliere l’amore anche quando la vita sembrava chiedere il contrario. Testimonianze concrete che mostrano come il perdono possa ancora generare speranza, ricucire relazioni e restituire umanità a un mondo ferito.

Quindi nel giorno della Festa liturgica di Santa Rita, il momento più atteso sarà il Solenne Pontificale, in programma alle ore 11.00 presso la Sala della Pace, presieduto dal card. Stanisław Dziwisz, arcivescovo emerito di Cracovia. La celebrazione riunirà pellegrini, religiosi, autorità in un clima di intensa spiritualità e partecipazione. Al termine della celebrazione, seguiranno la tradizionale Supplica a Santa Rita e la Benedizione delle Rose, simbolo del miracolo della fioritura che accompagna la fede dei devoti in tutto il mondo.

La Festa di Santa Rita si traduce anche in solidarietà attraverso la Fondazione del Monastero per sostenere i fragili. In occasione della Festa 2026 prende il via la raccolta fondi per l’Oasi Santa Rita, progetto che sorgerà a Porto Recanati per offrire accoglienza sul mare a persone con disabilità e ai loro caregiver per il diritto alla vacanza. Un luogo inclusivo e accessibile, pensato per promuovere autonomia, dignità e qualità della vita, affinché la vacanza possa diventare davvero un diritto per tutti. Per sostenere il progetto e ricevere il bracciale con incisa la rosa della Santa è possibile visitare il sito festadisantarita.org.

Giugno Antoniano: il volto contemporaneo di una devozione secolare tra fede, arte e territorio nel segno di Francesco e Antonio

Da due decenni cuore spirituale di Padova, l’edizione 2026 della rassegna antoniana celebra l’ottocentenario del Transito di Francesco d’Assisi nel segno di una pace ‘disarmata e disarmante’: tra tradizioni antiche e il monologo ‘pop’ di Giovanni Scifoni, canti gregoriani e gemelli digitali, testimoni in odore di santità e riflessioni sull’etica, al via il 29 maggio la rassegna divenuta identità della Città del Santo.

2007-2026: è questo il lasso di tempo che intercorre tra la prima edizione della rassegna antoniana e i nostri giorni. Quest’anno il Giugno Antoniano taglia il prestigioso traguardo dei vent’anni di attività. Un anniversario che non è solo una ricorrenza cronologica, ma il consolidamento di un’esperienza spirituale e culturale che unisce fede, arte e territorio. L’edizione di quest’anno assume inoltre una rilevanza spirituale straordinaria, intrecciandosi con le celebrazioni dell’ottavo centenario del Transito di san Francesco d’Assisi (1226-2026) in Basilica del Santo (da febbraio è attivo il percorso giubilare in 8 tappe dedicato al Poverello).

In occasione dell’Anno di grazia francescano indetto da papa Leone XIV, il Giugno Antoniano mette al centro il legame indissolubile tra il Serafico Padre e il Santo di Padova, che è stato ed è tutt’ora un’eredità viva. Antonio, contemporaneo di Francesco, ne raccolse la passione per il Vangelo e lo slancio missionario, diventando, proprio su mandato dell’assisiate, un efficace predicatore e protettore degli ultimi. Un’occasione per riscoprire Antonio non solo come taumaturgo, ma come contemporaneo di Francesco.

L’immagine simbolo della rassegna è l’affresco di san Francesco e la predica agli uccelli, nella cappella radiale della basilica decorata da Ubaldo Oppi (1939). Una scelta iconografica apparentemente curiosa considerando gli 800 anni dalla morte, ma gli organizzatori hanno voluto così sottolineare quanto il messaggio francescano sia tutt’ora fecondo e attuale, capace di dialogare con tutto il Creato e le sue creature anche in tempi di guerra come quelli attuali, ispirandosi alle prime parole di papa Leone XIV, che ha appena festeggiato il primo anno di pontificato:

‘La pace sia con tutti voi!… vorrei che questo saluto di pace entrasse nel vostro cuore, raggiungesse le vostre famiglie, tutte le persone, ovunque siano, tutti i popoli, tutta la terra. La pace sia con voi! Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente’.

Il Giugno Antoniano, con i suoi quattro lustri di storia, è diventato nel tempo una tradizione cittadina consolidata, che ha saputo concretamente coinvolgere persone e istituzioni, diventando un vero e proprio brand di religiosità e cultura antoniana e francescana, cuore pulsante delle celebrazioni del 13 Giugno e anima contemporanea dell’antica e tradizionale festa del Santo, apprezzata da padovani, pellegrini e turisti, capace di coinvolgere numerose istituzioni e realtà cittadine.

Ad idearla, nel 2007, l’incontro fecondo tra i frati della basilica di sant’Antonio ed il comune di Padova, non a caso assurto a Città del Santo. Una scommessa culturale dell’allora rettore del Santo, il compianto padre Enzo Poiana, e di Gianni Berno, consigliere comunale e all’epoca presidente capo della Veneranda Arca di Sant’Antonio.

A vent’anni dal suo esordio l’obiettivo della manifestazione è ancora quello di offrire ai fedeli un’esperienza multidimensionale della fede, capace di unire l’antica devozione popolare a una sensibilità culturale moderna e inclusiva. Un progetto corale che coinvolge le principali istituzioni civili e religiose di Padova, unite per valorizzare il patrimonio della Città del Santo e per rendere il messaggio antoniano attuale e inclusivo.

Tra gli eventi della manifestazione 2026 si conta addirittura un terzo anniversario: i 50 anni del concorso e del Premio della Bontà indetto dall’Arciconfraternita di Sant’Antonio di Padova nel 1976. Nato su intuizione dell’allora priore dell’Arciconfraternita e del Cappellano padre Venanzio Paternoster, il concorso e il premio confermano ancora una forte vitalità, come testimoniano gli oltre 600 elaborati delle scuole primarie e secondarie pervenuti alla giuria e il tema di grande attualità:

“Il male non prevarrà, dice papa Leone XIV. Costruire ponti comunicando: quando le parole diventano strumenti di Pace e Fratellanza. La Premiazione della 50° edizione del Concorso e del Premio della Bontà, in media partnership con il ‘Messaggero dei Ragazzi’, si terrà sabato 6 giugno nel sagrato della basilica del Santo, alle ore 20.45, con l’accompagnamento della Cappella Musicale Antoniana.

La 20° rassegna antoniana è stata illustrata a Padova, in Sala dello Studio Teologico al Santo, da padre Antonio Ramina, Rettore della Basilica di Sant’Antonio; Gianni Berno e Lucia Lion, rispettivamente Consigliere del Comune di Padova e Dirigente del Settore Cultura; don Leopoldo Voltan, Vicario episcopale per la pastorale della Diocesi di Padova; Lorenza Maria Baggio, Assessora alla Cultura del Comune di Camposampiero; Catia Ventura, Consigliere Generale di Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo; Antonio Santocono, Presidente di Camera di Commercio di Padova; tra chi ha contribuito alla realizzazione della manifestazione Confindustria Veneto Est. A coordinare l’incontro, padre Giancarlo Zamengo, Direttore generale del «Messaggero di sant’Antonio».

L’edizione del ventennale si articola in un variegato calendario di eventi che spaziano dalle celebrazioni liturgiche ai momenti di approfondimento culturale, musicale e di attualità, mantenendo fede alla missione di rendere il messaggio di sant’Antonio moderno e accessibile a tutti.

In sintonia con l’Anno Santo Francescano, il cartellone 2026 propone una serie di eventi di rilievo dedicati alla figura di san Francesco, alla sua morte e alla sua eredità spirituale. Il focus francescano è sicuramente preponderante. In questo senso, l’evento clou sarà sabato 27 giugno alle ore 20.45, nel sagrato della basilica, il monologo ‘Fra’, san Francesco la superstar del medioevo’ di Giovanni Scifoni, che esplora il fascino ‘pop’ di Francesco fino al suo rapporto con ‘Sora nostra morte corporale’, il vero, ultimo, grande tabù della nostra contemporaneità.

Un tema, questo, che sarà discusso anche nel convegno interdisciplinare del 6 giugno sulle parole per raccontare la morte aperto al pubblico e valido per la formazione continua per i giornalisti (per i colleghi della stampa è necessaria l’iscrizione su www.formazionegiornalisti.it) e, in chiave artistica, nello spettacolo sulla morte di san Francesco e di sant’Antonio a confronto.

La rassegna 2026 non segue soltanto il ‘filo rosso’ della commemorazione storica (con il dialogo della Diocesi di Padova sulla Beata Eustochio il 3 giugno e la conferenza di don Luigi Maria Epicoco su padre Placido Cortese l’8  giugno, ma si fa ponte verso l’attualità, con quella che potremmo definire ‘l’economia del Pane’ con tre incontri intrisi di francescanesimo (sull’economia e l’etica il 3 giugno a Camposampiero; l’incontro-dibattito con Alessandra Morelli già funzionaria dell’UNHCR il 7 giugno a San Giorgio delle Pertiche; la presentazione del bilancio sociale e del progetto ‘13 Giugno’ di Caritas sant’Antonio il 9 giugno a Padova).

Ricchi di spunti anche gli incontri culturali tra spiritualità, testimonianza viva e arte, con convegni di studio (sull’eredità di padre Giovanni Luisetto a 25 anni dalla morte il 18 giugno, sul Gattamelata e la sua corte il 19/06), la mostra di presepi e diorami (dal 3 al 7 giugno), l’edizione di un libro sui Sermoni ‘su’ sant’Antonio (11 giugno), la presentazione del ‘gemello digitale’ del Reliquiario del dito del Santo e la visita virtuale tra le cupole del Santo (entrambe il 22 giugno).

Se il primo e l’ultimo degli eventi saranno all’insegna della musica d’autore, contemporanea e barocca, con protagonisti di calibro internazionale (Vasco Mirandola & Sergio Marchesini il 29 maggio, I Solisti Veneti il 30/06), non mancheranno concerti di canti gregoriani (7 e 24 giugno) e, per la prima volta per il Giugno Antoniano, uno spettacolo di danza (14 giugno). Particolarmente attese da devoti e appassionati d’arte le visite guidate, a cura di Pastorale dell’Arte al Santo, Arciconfraternita di S. Antonio di Padova e Veneranda Arca di Sant’Antonio, per scoprire o riscoprire i tesori della Basilica e della Città del Santo (varie date dal 22 maggio al 27 giugno).

I principali momenti liturgici e devozionali sono quelli tradizionali, ovvero la Tredicina in onore di sant’Antonio (dal 31 maggio al 12 giugno), il Transito di sant’Antonio (la sera del 12 giugno al santuario antoniano dell’Arcella) e la Solennità del 13 Giugno, con 11 sante messe dalle 6.00 di mattina alle 21.00. Il momento più atteso sarà la messa solenne delle 17.00, seguita dalla Processione con la Statua e le sacre reliquie per le vie della città, che termina con la benedizione con la Reliquia del Santo.

Verrà riproposto il “Progetto 13 giugno online” per portare la Solennità del Santo nelle case dei devoti, soprattutto di coloro che non potranno essere presenti nel santuario. Il sito web dedicato e interattivo www.13giugno.org

“I volti della povertà in carcere”: a Fabriano la mostra fotografica che racconta una realtà invisibile

Si è svolta nei giorni scorsi la conferenza stampa di presentazione della mostra ‘I volti della povertà in carcere’, che sarà ospitata sino a domenica 12 aprile all’Oratorio del Gonfalone di Fabriano. L’esposizione è tratta dall’omonimo volume con fotografie di Matteo Pernaselci e testi di Rossana Ruggiero, pubblicato da EDB – Edizioni Dehoniane Bologna.

L’evento è stato promosso dal Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV. La mostra offrirà ai visitatori uno sguardo profondo e lontano dagli stereotipi sulla realtà carceraria: volti, storie e frammenti di vita restituiti attraverso immagini capaci di cogliere silenzi, solitudine, ma anche momenti di umanità e condivisione. Un racconto visivo che mette in luce un’umanità sospesa tra il peso del passato e la speranza di un futuro diverso.

Durante la conferenza stampa sono intervenuti Maurizio Serafini, Assessore alla Comunità e alla Solidarietà del Comune di Fabriano, Gianluigi Farneti, Direttore Caritas diocesana, Massimo Stopponi del Consiglio Centrale della Società di San Vincenzo De Paoli di Fabriano, Antonella Caldart, Responsabile del Settore Carcere e Devianza e Gabriele Cinti, Referente del progetto ‘Confini umani’.

L’assessore alla comunità e alla solidarietà sociale del Comune di Fabriano, Maurizio Serafini, ha evidenziato che l’amministrazione comunale è particolarmente attenta alle persone che escono dal carcere. Ha inoltre ringraziato la Società di San Vincenzo De Paoli per la struttura di prima accoglienza via Mamiani che ospita persone senza fissa dimora, di cui circa il 20% sono ex detenuti.

Infine, ha rilevato le difficoltà che molte associazioni di volontariato incontrano nel reperire persone disponibili a dedicare una parte del proprio tempo agli altri, evidenziando la necessità di promuovere una maggiore sensibilizzazione e partecipazione della comunità.

Il direttore della Caritas diocesana, Gianluigi Farneti, ha sottolineato come l’iniziativa rappresenti un’occasione preziosa per coinvolgere l’intera comunità — anziani, adulti e giovani — avvicinandola a una realtà spesso poco conosciuta e restituendo attenzione e visibilità a un’umanità troppo frequentemente dimenticata. Ha evidenziato inoltre che il progetto si inserisce in un impegno più ampio volto a costruire un legame vivo tra carcere e comunità, favorendo il dialogo, l’inclusione e la diffusione di una cultura della dignità, promossa quotidianamente anche dalla Caritas su tutto il territorio nazionale.

A seguire, Massimo Stopponi ha richiamato il significato dell’iniziativa, inserendola nella tradizione di impegno della Società di San Vincenzo De Paoli verso il mondo carcerario, ispirata a San Vincenzo De Paoli e al beato Federico Ozanam, che già dalle origini includeva tra le opere di carità il sostegno ai detenuti e alle loro famiglie.

Questo impegno continua attraverso azioni concrete rivolte a detenuti ed ex detenuti con percorsi educativi, iniziative culturali e progetti di reinserimento sociale, accompagnati da una costante attività di formazione dei volontari.

Proprio nelle Marche, dall’11 ottobre al 6 dicembre 2025, si è svolto il percorso di formazione ‘Essere presenza nel mondo del carcere’. Il corso si è concluso il 14 febbraio ad Ancona e ha coinvolto 112 iscritti provenienti da 11 regioni italiane, di cui due terzi dalle Marche. Tra i partecipanti si contano 15 giovani sotto i 30 anni e circa 20 volontari della Società di San Vincenzo De Paoli. Il percorso ha avuto anche una significativa estensione online, con oltre 1.200 visualizzazioni dei contenuti formativi. I volontari formati saranno progressivamente inseriti nelle strutture penitenziarie del territorio.

L’attenzione verso le persone più fragili prosegue anche nella Casa di prima accoglienza di via Mamiani dove vengono accolti stabilmente anche ex detenuti che incontrano difficoltà nel reinserimento sociale. Pur in assenza di dati precisi, si stima che rappresentino circa il 20% degli ospiti.

Nel suo intervento, Antonella Caldart ha sottolineato come la mostra nasca dall’esperienza diretta nei luoghi della detenzione, restituendo attraverso immagini e racconti un’umanità fatta di volti, gesti e frammenti di vita. Ha evidenziato che il carcere non è solo spazio di pena ma luogo in cui convivono sofferenza, relazioni e possibilità di cambiamento, che coinvolgono non solo i detenuti ma anche gli operatori.

Caldart ha richiamato con forza il tema della dignità della persona, ribadendo che la pena non deve trasformarsi in una “pena dell’anima”, ma mantenere una prospettiva educativa e di reinserimento, in linea con i principi costituzionali. Ha inoltre ricordato come, in assenza di reali percorsi di recupero, il rischio di recidiva resti elevato, sottolineando l’importanza di investire su accompagnamento e inclusione.

Un passaggio centrale del suo intervento ha riguardato il valore del volontariato, descritto come presenza concreta e relazione autentica: un impegno che si realizza nell’ascolto, nelle attività in carcere e nel sostegno alle persone anche fuori, insieme alle loro famiglie. In questo senso, la mostra è stata indicata come uno strumento capace di favorire conoscenza e incontro, superando pregiudizi e stigmatizzazioni.

Durante il periodo di esposizione della mostra sono state invitate le scuole secondarie di secondo grado di Fabriano, con percorsi guidati di circa 75 minuti. Le visite prevedono un’introduzione, attività di gruppo sulle fotografie, momenti di restituzione e dialogo finale, con l’obiettivo di superare stereotipi e promuovere una comprensione più consapevole e responsabile della realtà carceraria.

Gabriele Cinti, referente del progetto “Confini umani: carcere, fragilità e comunità educante”, ha evidenziato come la mostra I volti della povertà in carcere offra uno sguardo sulla realtà carceraria, mettendo in luce il legame tra povertà e marginalità sociale.

La mostra nei prossimi mesi sarà allestita in altre città italiane, tra cui Bologna e Cagliari. Ogni tappa porterà con sé il proposito di diffondere il valore dell’accoglienza e della dignità umana, soprattutto nelle situazioni di maggiore fragilità.

Il Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV è da anni impegnato in percorsi di formazione, sensibilizzazione e progettazione educativa per rafforzare il dialogo tra carcere e società.

‘I volti della povertà in carcere’: a Fabriano la mostra fotografica che racconta una realtà invisibile

Una realtà spesso invisibile, raccontata attraverso la forza della fotografia: dal 24 marzo al 12 aprile, l’Oratorio del Gonfalone di Fabriano ospiterà la mostra ‘I volti della povertà in carcere’, tratta dall’omonimo volume con fotografie di Matteo Perna Selci e testi di Rossana Ruggero, pubblicato da EDB – Edizioni Dehoniane Bologna.

L’evento, promosso dal Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV, si aprirà domani, martedì 24 marzo, con un doppio appuntamento: alle 10.30, presso l’accogliente sala AVIS in via Mamiani, si terrà la presentazione dell’evento, a seguire l’inaugurazione ufficiale della mostra all’Oratorio del Gonfalone.

La mostra, che resterà aperta fino a domenica 12 aprile, offrirà uno sguardo profondo e lontano dagli stereotipi sulla realtà carceraria: volti, storie e frammenti di vita restituiti attraverso immagini capaci di cogliere silenzi, solitudine, ma anche momenti di umanità e condivisione. Un racconto visivo che mette in luce un’umanità sospesa tra il peso del passato e la speranza di un futuro diverso.

Durante la mattinata interverranno i rappresentanti delle istituzioni locali, la responsabile del Settore Carcere e Devianza della Società di San Vincenzo De Paoli Antonella Caldart, il presidente del Consiglio centrale di Fabriano della Società di San Vincenzo De Paoli, Sandro Tiberi, il responsabile dell’evento Gabriele Cinti, che illustreranno il percorso e gli obiettivi educativi dell’iniziativa. A portare la vicinanza della diocesi sarà Gianluca Farnesi, direttore della Caritas diocesana.  

“Si tratta di un’occasione preziosa per avvicinare i giovani a una realtà spesso sconosciuta, a un’umanità spesso dimenticata – sottolinea Antonella Caldart –. Soffermarsi a guardare questi volti significa cogliere le difficoltà delle persone detenute e riconoscere l’importanza di custodire la dignità di ogni individuo, stimolando consapevolezza e responsabilità civica”.

Particolare attenzione sarà rivolta proprio ai giovani: durante il periodo di apertura sono state invitate le scuole secondarie di secondo grado di Fabriano, con percorsi guidati di circa 75 minuti. Le visite prevedono un’introduzione, attività di gruppo sulle fotografie, momenti di restituzione e dialogo finale, con l’obiettivo di superare stereotipi e promuovere una comprensione più consapevole e responsabile della realtà carceraria.

“L’iniziativa intende offrire uno sguardo nuovo sulla realtà carceraria, aprendo simbolicamente le porte del carcere per far conoscere le storie vere di chi lo vive dall’interno”, ha dichiarato Sandro Tiberi, presidente del Consiglio centrale di Fabriano della Società di San Vincenzo De Paoli e ha aggiunto: “Attraverso immagini e parole, la mostra propone un percorso umano e sociale che invita alla riflessione sul legame tra povertà, marginalità e detenzione”.

Un messaggio ripreso da Gabriele Cinti, referente del progetto: “La mostra intende evidenziare il legame tra povertà, marginalità sociale e detenzione, stimolando nei visitatori una riflessione critica e favorendo la diffusione di una cultura della dignità e della corresponsabilità sociale”.

La mostra nei prossimi mesi sarà allestita in altre città italiane, tra cui Bologna e Cagliari. Ogni tappa porterà con sé il proposito di diffondere il valore dell’accoglienza e della dignità umana, soprattutto nelle situazioni di maggiore fragilità. Il Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV, è da anni impegnato in percorsi di formazione, sensibilizzazione e progettazione educativa per rafforzare il dialogo tra carcere e società.

Papa Leone XIV: la missione di stare nella società

“Sono molto lieto di salutare il Superiore e la Superiora Generale presenti e tutti voi. Mi è cosa molto gradita incontrarvi in due momenti speciali della vita delle vostre Congregazioni: i duecento anni dall’approvazione papale delle Regole e Costituzioni per i Missionari Oblati di Maria Immacolata ed i 1500 anni di fondazione per le Suore di Nostra Signora degli Apostoli. Pur con storie diverse, sono molti i tratti che accomunano i vostri Istituti Religiosi: il periodo di fondazione, la terra di origine, ma soprattutto la vocazione missionaria”: papa Leone XIV questa mattina ha incontrato i Missionari Oblati di Maria Immacolata e le Suore di Nostra Signora degli Apostoli, ricordando ai primi le azioni intraprese dal loro fondatore, sant’Eugenio di Mazenod, in difesa della dignità di poveri, operai e contadini, ed esortando le seconde a portare avanti l’opera di evangelizzazione in contesti segnati da difficoltà, malattie, e martirio.

Ricordando il motto di sant’Eugenio de Mazenod per gli Oblati, fondati per annunciare il Vangelo ai poveri: “Sono forti le parole da lui spese e le azioni intraprese in difesa della dignità di poveri, operai e contadini, sfruttati come risorse produttive e ignorati nelle esigenze più profonde della loro umanità. Ed è forte e provocatoria l’audacia con cui non ha esitato, già Vescovo di Marsiglia, a rispondere alla richiesta di aiuto del confratello nell’episcopato mons. Bourget, arcivescovo di Montréal, inviando religiosi prima in Canada e poi in altre parti del mondo: in Europa, Africa e Asia”.

Ed anche oggi continua questa missione: “Ancora oggi, con più di tremila religiosi sparsi in settanta paesi del mondo, voi continuate a svolgere il vostro ministero con la stessa apertura preferenziale agli ultimi, arricchiti dal dono prezioso di una estesa famiglia carismatica e di una crescente interculturalità. Accogliete questa vitalità come un dono e come un segno, che vi sproni a mantenere vivo e a rendere attuale lo spirito delle vostre origini”.

Anche alle suore di Nostra Signora degli Apostoli ha ricordato il significato del loro motto: “Ve le ha affidate padre Agostino Planque che, un secolo e mezzo fa, ha fondato la vostra Congregazione per assicurare l’indispensabile presenza femminile alle Opere della Società delle Missioni Africane. Tante donne hanno risposto al suo appello, dalla Francia e da molti altri Paesi, accettando la sfida di stare con Maria, per essere come Lei testimoni di Cristo tra gli apostoli e nel mondo.

A molte di loro quel ‘sì’ è costato la vita, per la durezza del lavoro missionario, per l’esposizione alle malattie, per il martirio, in tempi recenti. E ancora adesso voi siete presenti in contesti difficili, dove offrite il vostro servizio con fede e nel rispetto di tutti”.

Infine ha evidenziato l’aspetto della familiarità con Dio, che accomuna entrambi gli ordini religiosi: “Entrambi, infatti, hanno raccomandato ai loro figli e figlie spirituali di conservare nelle comunità un sincero e generoso spirito di famiglia. Per dei consacrati, per delle consacrate, e per dei laici cristiani veramente impegnati, esso nasce prima di tutto dall’incontro con Dio, dall’Eucaristia, dalla preghiera e dall’Adorazione, dall’ascolto della Parola e dalla celebrazione dei Sacramenti. Da lì, dall’Altare e dal Tabernacolo, cresce nei cuori riempiendoli di quei sentimenti di condivisione e di affetto, di cura e di paziente vicinanza, che devono sempre caratterizzarci, e che ci rendono specchio dell’amore di Dio nel mondo”.

Mentre ai partecipanti del Progetto Policoro ha ricordato i 30 anni di attività: “Il Progetto Policoro ha raggiunto il traguardo dei trent’anni: un’occasione che ci deve aiutare a guardare avanti con gratitudine e fiducia. Voi giovani siete il volto bello dell’Italia che non si arrende, non si rassegna, si rimbocca le maniche e si rialza. In trent’anni avete seminato un’immensa quantità di bene che vale la pena raccontare: giovani che si sono impegnati nel sociale e nella politica; vite che si sono rimotivate grazie al Vangelo e alla dottrina sociale della Chiesa”.

Quello del papa è stato un ringraziamento per il loro impegno a favore di un lavoro giusto ed onesto: “Sono stati detti tanti ‘no’ a scorciatoie di corruzione, sfruttamento del lavoro e ingiustizie; alcuni beni confiscati alle mafie sono diventati investimenti nel sociale; sono nate cooperative che hanno fatto fiorire città e territori; molti giovani sono stati accompagnati nel creare attività imprenditoriali.

In più, avete speso ore nelle scuole e nelle parrocchie per educare al senso del lavoro e della giustizia, per formare alla pace, per sensibilizzare al bene comune. Avete medicato le ferite di giovani tenuti ai margini, delusi e disimpegnati. Grazie per tutto questo bene seminato! Grazie perché avete ben chiaro che nessun giovane nella vita può essere lasciato ‘in panchina’, ma va sostenuto nel realizzare i suoi sogni e nel migliorare il mondo”.

E dopo 30 anni di attività quest’opera ancora continua: “C’è ancora bisogno del vostro impegno, soprattutto in una stagione di inverno demografico, di spopolamento delle aree più fragili del Paese, di giovani che rischiano di essere demotivati e di chiudersi. Nessuno dev’essere trascurato.

Nessuno deve sentirsi abbandonato. Il Progetto Policoro è nato come esperienza ecclesiale ed è il frutto della fantasia di una Chiesa che non solo vuole fare qualcosa per i giovani, ma li rende protagonisti del suo cammino e del futuro di ogni territorio. Con voi siamo Chiesa al servizio del mondo, come lievito nella pasta”.

Il Progetto è sempre contagioso: “In questo modo, il vostro impegno per rispondere alla crisi lavorativa e sociale del Mezzogiorno si è trasformato in rinnovato coinvolgimento anche di altri territori. E’ sempre il momento di contagiare col vostro entusiasmo e con la vostra sensibilità anche i luoghi più refrattari e le persone più rassegnate.

Guardando avanti, non perdete di vista i riferimenti che vi hanno condotto fino a qui e che vi permetteranno di camminare ancora a lungo. In questo momento, vorrei idealmente riconsegnarli di nuovo a tutti voi. La bussola del vostro impegno è il Vangelo: in esso sta la vera forza che trasforma i cuori e il mondo”.

L’altro riferimento riguarda l’insegnamento sociale della Chiesa: “Lo studio della dottrina sociale vi permette di amare questo tempo e vi offre gli strumenti per interpretare la realtà. Non lasciatevi ammaliare da profeti di sventura che vedono tutto negativo; ma non siate così ingenui da pensare che tutto va bene…  La centralità della persona umana, il bene comune, la solidarietà, la sussidiarietà, la destinazione comune dei beni, la partecipazione, l’ecologia integrale e la pace ci guidano nel costruire una società conforme al disegno d’amore di Dio sull’umanità”.

L’altra ‘risorsa’ è la comunità: “La terza risorsa è la comunità come incubatore di futuro. La cultura attuale tende a pensarci isolati e in competizione. Invece il lavoro, l’economia, la politica, la comunicazione non si sostengono sul genio di leader solitari, ma su esperti di relazioni sociali. Quando cresce la vita comunitaria, nella società come nella Chiesa, allora abbiamo creato la condizione perché possa germogliare la vita”.

Una comunità rigenerativa: “Sarete generativi ogni volta che avrete cura delle reti comunitarie. L’intelligenza, il talento, la conoscenza, l’organizzazione sociale, la laboriosità si sviluppano grazie a relazioni buone. Se sognerete insieme, se dedicherete tempo a far crescere percorsi condivisi, se amerete le vostre città, diventerete come il sale che dà sapore a tutto”.

Ed ecco i santi a cui fare riferimento: “Come non ricordare figure quali Francesco d’Assisi, nell’ottavo centenario dalla sua morte, Caterina da Siena, Giovanni Bosco, Bartolo Longo, Francesca Cabrini, Armida Barelli, Luigi Sturzo, Piergiorgio Frassati, Alberto Marvelli, Giorgio La Pira, Lorenzo Milani, Primo Mazzolari, Maria di Campello, Aldo Moro, Tina Anselmi, Pino Puglisi, Tonino Bello, Annalena Tonelli? L’elenco potrebbe continuare e questo è bellissimo”.

Un invito a conoscere le loro biografie per ‘trasformare’ la comunità: “E’ un esercizio che vi invito a fare: conoscere biografie segnate dalla presenza dello Spirito nei luoghi in cui abitate. Conoscerle e narrarle. C’è un fiume di santità che ha reso fertili le nostre comunità. E’ il segno concreto che Dio non ci lascia mai soli. Egli ci ha amato, continua ad amarci e non si stanca di rendersi presente con persone in carne e ossa capaci di trasformare la vita sociale e di evangelizzare il mondo del lavoro. Da loro imparate il coraggio e l’apertura quotidiana alla Grazia”.

E’ un invito a continuare a sognare: “Carissimi, andate avanti insieme con fiducia. L’Italia e l’Europa hanno bisogno di voi e del vostro entusiasmo. Non smettete di sognare e di stringere legami con altri giovani europei e di altri Continenti che come voi amano la Chiesa e lavorano in suo nome nella società. Vi seguo con speranza, vi ricordo nella preghiera e di cuore imparto a voi e alle vostre famiglie la benedizione apostolica”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita alla riscoperta del volto e della voce umana

“Il volto e la voce sono tratti unici, distintivi, di ogni persona; manifestano la propria irripetibile identità e sono l’elemento costitutivo di ogni incontro. Gli antichi lo sapevano bene. Così, per definire la persona umana gli antichi greci hanno utilizzato la parola ‘volto’ (prósōpon) che etimologicamente indica ciò che sta di fronte allo sguardo, il luogo della presenza e della relazione. Il termine latino persona (da per-sonare) include invece il suono: non un suono qualsiasi, ma la voce inconfondibile di qualcuno”: con queste parole papa Leone XIV inizia il messaggio per la LX Giornata mondiale delle comunicazioni sociali sull’Intelligenza Artificiale, ‘Custodire voci e volti umani’.

Il tema affronta il riconoscimento del ‘volto’ nell’era  tecnologica: “Volto e voce sono sacri. Ci sono stati donati da Dio che ci ha creati a sua immagine e somiglianza chiamandoci alla vita con la Parola che Egli stesso ci ha rivolto; Parola prima risuonata attraverso i secoli nelle voci dei profeti, quindi divenuta carne nella pienezza dei tempi. Questa Parola (questa comunicazione che Dio fa di sé stesso) l’abbiamo anche potuta ascoltare e vedere direttamente, perché si è fatta conoscere nella voce e nel Volto di Gesù, Figlio di Dio”.

Volto significa vivere la ‘propria umanità’: “Fin dal momento della sua creazione Dio ha voluto l’uomo quale proprio interlocutore e, come dice san Gregorio di Nissa ha impresso sul suo volto un riflesso dell’amore divino, affinché possa vivere pienamente la propria umanità mediante l’amore. Custodire volti e voci umane significa perciò custodire questo sigillo, questo riflesso indelebile dell’amore di Dio. Non siamo una specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipo. Ciascuno di noi ha una vocazione insostituibile e inimitabile che emerge dalla vita e che si manifesta proprio nella comunicazione con gli altri”.

La tecnologia rischia di modificare il rapporto tra le persone: “La tecnologia digitale, se veniamo meno a questa custodia, rischia invece di modificare radicalmente alcuni dei pilastri fondamentali della civiltà umana, che a volte diamo per scontati. Simulando voci e volti umani, sapienza e conoscenza, consapevolezza e responsabilità, empatia e amicizia, i sistemi conosciuti come intelligenza artificiale non solo interferiscono negli ecosistemi informativi, ma invadono anche il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra persone umane”.

Quindi per il papa la sfida è antropologica: “La sfida pertanto non è tecnologica, ma antropologica. Custodire i volti e le voci significa in ultima istanza custodire noi stessi. Accogliere con coraggio, determinazione e discernimento le opportunità offerte dalla tecnologia digitale e dall’intelligenza artificiale non vuol dire nascondere a noi stessi i punti critici, le opacità, i rischi”.

Il messaggio papale è un richiamo a non rinunciare al pensiero: “Ci sono da tempo molteplici evidenze del fatto che algoritmi progettati per massimizzare il coinvolgimento sui social media, redditizio per le piattaforme, premiano emozioni rapide e penalizzano invece espressioni umane più bisognose di tempo come lo sforzo di comprendere e la riflessione. Chiudendo gruppi di persone in bolle di facile consenso e facile indignazione, questi algoritmi indeboliscono la capacità di ascolto e di pensiero critico e aumentano la polarizzazione sociale”.

E’ un invito a non fidarsi dell’Intelligenza Artificiale in modo supino: “A questo si è aggiunto poi un affidamento ingenuamente acritico all’intelligenza artificiale come ‘amica’ onnisciente, dispensatrice di ogni informazione, archivio di ogni memoria, ‘oracolo’ di ogni consiglio. Tutto ciò può logorare ulteriormente la nostra capacità di pensare in modo analitico e creativo, di comprendere i significati, di distinguere tra sintassi e semantica.

Sebbene l’IA possa fornire supporto e assistenza nella gestione di compiti comunicativi, sottrarsi allo sforzo del proprio pensiero, accontentandoci di una compilazione statistica artificiale, rischia a lungo andare di erodere le nostre capacità cognitive, emotive e comunicative”.

Quindi a non essere solamente consumatori ‘passivi’: “Negli ultimi anni i sistemi di intelligenza artificiale stanno assumendo sempre di più anche il controllo della produzione di testi, musica e video. Gran parte dell’industria creativa umana rischia così di essere smantellata e sostituita con l’etichetta ‘Powered by AI’, trasformando le persone in meri consumatori passivi di pensieri non pensati, di prodotti anonimi, senza paternità, senza amore. Mentre i capolavori del genio umano nel campo di musica, arte e letteratura vengono ridotti a un mero campo di addestramento delle macchine”.

E’ un invito ad esercitare la fatica della ricerca: “La questione che ci sta a cuore, tuttavia, non è cosa riesce o riuscirà a fare la macchina, ma cosa possiamo e potremo fare noi, crescendo in umanità e conoscenza, con un uso sapiente di strumenti così potenti a nostro servizio. Da sempre l’uomo è tentato di appropriarsi del frutto della conoscenza senza la fatica del coinvolgimento, della ricerca e della responsabilità personale. Rinunciare al processo creativo e cedere alle macchine le proprie funzioni mentali e la propria immaginazione significa tuttavia seppellire i talenti che abbiamo ricevuto al fine di crescere come persone in relazione a Dio e agli altri. Significa nascondere il nostro volto, e silenziare la nostra voce”.

Il rischio consiste nella simulazione delle relazioni: “Gli interventi non trasparenti di questi agenti automatizzati influenzano i dibattiti pubblici e le scelte delle persone. Soprattutto i chatbot basati su grandi modelli linguistici (LLM) si stanno rivelando sorprendentemente efficaci nella persuasione occulta, attraverso una continua ottimizzazione dell’interazione personalizzata. La struttura dialogica e adattiva, mimetica, di questi modelli linguistici è capace di imitare i sentimenti umani e simulare così una relazione”.

A lungo andare ciò comporta anche un logoramento della socialità: “La tecnologia che sfrutta il nostro bisogno di relazione può non solo avere conseguenze dolorose sul destino dei singoli, ma può anche ledere il tessuto sociale, culturale e politico delle società. Ciò avviene quando sostituiamo alle relazioni con gli altri quelle con IA addestrate a catalogare i nostri pensieri e quindi a costruirci intorno un mondo di specchi, dove ogni cosa è fatta “a nostra immagine e somiglianza”. In questo modo ci lasciamo derubare della possibilità di incontrare l’altro, che è sempre diverso da noi, e con il quale possiamo e dobbiamo imparare a confrontarci. Senza l’accoglienza dell’alterità non può esserci né relazione né amicizia”.

Un altro pericolo riguarda l’alterazione della realtà: “Un’altra grande sfida che questi sistemi emergenti pongono è quella della distorsione (in inglese bias), che porta ad acquisire e a trasmettere una percezione alterata della realtà. I modelli di IA sono plasmati dalla visione del mondo di chi li costruisce e possono a loro volta imporre modi di pensare replicando gli stereotipi e i pregiudizi presenti nei dati a cui attingono”.

E possono nascere realtà parallele: “La mancanza di trasparenza nella progettazione degli algoritmi, insieme alla non adeguata rappresentanza sociale dei dati, tendono a farci rimanere intrappolati in reti che manipolano i nostri pensieri e perpetuano e approfondiscono le disuguaglianze e le ingiustizie sociali esistenti.

Il rischio è grande. Il potere della simulazione è tale che l’IA può anche illuderci con la fabbricazione di ‘realtà’ parallele, appropriandosi dei nostri volti e delle nostre voci. Siamo immersi in una multidimensionalità, dove sta diventando sempre più difficile distinguere la realtà dalla finzione”.

Però per il papa non è necessario fermare il progresso, ma creare alleanze attraverso la cooperazione, l’educazione e la responsabilità: “Essa può essere declinata, a seconda dei ruoli, come onestà, trasparenza, coraggio, capacità di visione, dovere di condividere la conoscenza, diritto a essere informati. Ma in generale nessuno può sottrarsi alla propria responsabilità di fronte al futuro che stiamo costruendo…

A ciò si aggiunge il problema della mancata accuratezza. Sistemi che spacciano una probabilità statistica per conoscenza stanno in realtà offrendoci al massimo delle approssimazioni alla verità, che a volte sono vere e proprie ‘allucinazioni’. Una mancata verifica delle fonti, insieme alla crisi del giornalismo sul campo che comporta un continuo lavoro di raccolta e verifica di informazioni svolte nei luoghi dove gli eventi accadono, può favorire un terreno ancora più fertile per la disinformazione, provocando un crescente senso di sfiducia, smarrimento e insicurezza”.

Ecco il motivo per cui è necessario cooperare alfine di educare: “Nessun settore può affrontare da solo la sfida di guidare l’innovazione digitale e la governance dell’IA. E’ necessario perciò creare meccanismi di salvaguardia. Tutte le parti interessate (dall’industria tecnologica ai legislatori, dalle aziende creative al mondo accademico, dagli artisti ai giornalisti, agli educatori) devono essere coinvolte nel costruire e rendere effettiva una cittadinanza digitale consapevole e responsabile.

A questo mira l’educazione: ad aumentare le nostre capacità personali di riflettere criticamente, a valutare l’attendibilità delle fonti e i possibili interessi che stanno dietro alla selezione delle informazioni che ci raggiungono, a comprendere i meccanismi psicologici che attivano, a permettere alle nostre famiglie, comunità e associazioni, di elaborare criteri pratici per una più sana e responsabile cultura della comunicazione”.

Proprio per questo è necessario lo studio: “L’alfabetizzazione ai media, all’informazione ed all’IA aiuterà tutti a non adeguarsi alla deriva antropomorfizzante di questi sistemi, ma a trattarli come strumenti, a utilizzare sempre una validazione esterna delle fonti, che potrebbero essere imprecise o errate, fornite dai sistemi di IA, a proteggere la propria privacy e i propri dati conoscendo i parametri di sicurezza e le opzioni di contestazione”.

Solo attraverso lo studio si educa: “E’ importante educare ed educarsi a usare l’IA in modo intenzionale, e in questo contesto proteggere la propria immagine (foto e audio), il proprio volto e la propria voce, per evitare che vengano utilizzati nella creazione di contenuti e comportamenti dannosi come frodi digitali, cyberbullismo, deepfake che violano la privacy e l’intimità delle persone senza il loro consenso”.

In qualche modo è necessario affrontare culturalmente le novità,  come all’inizio del XIX secolo: “Come la rivoluzione industriale richiedeva l’alfabetizzazione di base per permettere alle persone di reagire alla novità, così anche la rivoluzione digitale richiede un’alfabetizzazione digitale (insieme a una formazione umanistica e culturale) per comprendere come gli algoritmi modellano la nostra percezione della realtà, come funzionano i pregiudizi dell’IA, quali sono i meccanismi che stabiliscono la comparsa di determinati contenuti nei nostri flussi di informazioni (feed), quali sono e come possono cambiare presupposti e modelli economici dell’economia della IA”.

Don Francesco Cristofaro racconta il modo di scoprire il volto di Gesù

In questo libro, ‘Venite a me. Il volto di Gesù nel vangelo di Matteo’, don Francesco Cristofaro guida il lettore in un percorso spirituale alla scoperta del Volto di Gesù nel Vangelo di Matteo: dalla nascita a Betlemme fino al discorso della Montagna, dalle tentazioni nel deserto agli incontri che hanno segnato la vita dei discepoli e delle persone ferite, ogni pagina ci avvicina al Cuore del Maestro e alla sua misericordia.

L’autore intreccia il racconto evangelico con esperienze personali, episodi di vita quotidiana, incontri pastorali e testimonianze, creando un dialogo vivo tra Parola di Dio e vita di ogni giorno. A impreziosire il percorso offerto al lettore, numerosi riferimenti alla tradizione della Chiesa, in particolare con ampi riferimenti a sant’Agostino, che con la sua sapienza illumina e approfondisce i temi trattati.

Questo testo, nello stile dell’autore, non è solo un commento al Vangelo, ma un invito alla contemplazione per il lettore: è un viaggio da fare insieme, che sollecita a fermarsi, ad alzare lo sguardo e a lasciarsi trasformare dall’incontro con Cristo. Il Volto di Gesù diventa così specchio in cui riconoscere la nostra umanità e scuola di amore, umiltà e speranza. Un libro da leggere con calma, da meditare e da portare nel cuore, come compagno di preghiera e guida nel quotidiano.

In quale modo i Vangeli raccontano il volto di Gesù?

“Il volto di Gesù nei Vangeli è riconoscibile dalle sue parole, dai suoi gesti, dai suoi atteggiamenti. Si dice di una persona che il volto parla, gli occhi parlano. Credo che valga anche per Gesù. Il suo modo di approcciarsi alle persone, il suo linguaggio diverso da tutti gli altri, le caratteristiche del servizio e della misericordia hanno manifestato il suo volto.

Nelle pagine del libro, venite a me (edizioni San Paolo), ho tratteggiato il volto di Gesù nei vari momenti della sua vita terrena, a partire dalla mangiatoia di Betlemme dove viene fuori il volto di un bambino che richiama l’umanità alla semplicità, all’umiltà all’essenzialità e soprattutto alla non artificialità di cui ci hanno abituato i social media e l’intelligenza artificiale. Oggi sappiamo ancora mostrarci così come siamo o abbiamo bisogno di ritoccare ogni cosa?”

Come è il volto di Gesù?

“Dalla mia esperienza, dalle storie incontrate e dalle testimonianze ascoltate e riportate nel libro, sicuramente il volto di Gesù è un volto misericordioso. Misericordioso non perché acconsente tutto ma, perché il suo amore è capace di toccare e trasformare. Il volto di Gesù è ancora paziente. Noi siamo dominati dalla fretta, dalla frenesia. Il signore sa aspettare”.

Sant’Agostino come ‘racconta’ il volto di Gesù?

“Nelle pagine del libro, riporto diversi insegnamenti e commenti di Sant’Agostino. Io credo che Sant’Agostino racconti il volto di Gesù a partire dalla sua esperienza di peccatore perdonato.. solo chi si riconosce peccatore, fragile, povero misero, e sperimenta la misericordia e il perdono, può raccontare agli altri il volto di Gesù”.

In quale modo riconoscere il volto di Gesù nel volto del nostro prossimo?

“Penso che il primo modo è mettere da parte il giudizio e accorciare le distanze. Chi è il prossimo? è chiunque incontro. Quindi, anche io lo posso essere. Per questo Gesù ha detto: beati misericordiosi perché otterranno misericordia”.

E’ possibile lasciarsi trasformare dal volto misericordioso di Gesù?

“Non solo è possibile, ma è doveroso lasciarsi trasformare dal volto di Cristo. voglio ricordare che noi siamo stati creati ad immagine somiglianza di Dio. il peccato ha deturpato quell’immagine ma la grazia che viene a noi dall’incontro con Cristo che perdona risana ci ridona la bellezza di quella immagine sporcata”.

Allora in quale modo contemplare il volto di Gesù ‘natalizio’?

“Nelle pagine del mio ultimo libro mi soffermo sulle opere di misericordia e sul giudizio finale. Gesù lo possiamo riconoscere nel prossimo, nel fratello o nella sorella che incontriamo. Una delle mie esperienze più drammatiche che racconto anche in queste pagine e la mia prima volta, in un carcere di massima sicurezza. Lì in un momento di smarrimento, chiesi a Gesù come posso riconoscerLo nel volto di queste persone che hanno fatto del male. Poi salii sul palco di quel teatro gremito di detenuti e incominciai a parlare.

Alla fine chiesi se qualcuno volesse farmi qualche domanda, dire qualcosa. Prese la parola uno di loro e mi disse: ‘Padre, noi siamo qui a giusta ragione, ma c’è una cosa che ci uccide due volte, lo sguardo della gente che ci giudica’. Queste parole erano per me che fino a quel momento avevo solo saputo giudicare e condannare. Forse non tutti possono entrare in un carcere fisicamente ma tutti possiamo farlo spiritualmente e con la preghiera”.

In quale modo le famiglie possono riscoprire la bellezza del volto di Gesù in un Bambino appena nato?

“Io penso che il demonio voglia distruggere due cose: la famiglia ed il sacerdote. Se distrugge la famiglia, ha distrutto l’armonia, la pace, la bellezza, perché la famiglia poi è tutto. Ed il sacerdote deve curare le famiglie. Se distrugge un sacerdote, distrugge una comunità. Allora voglio dire alle famiglie questo: ci saranno sempre difficoltà, ci saranno sempre problemi, però imparate l’arte della delicatezza, della gentilezza e del dialogo, perché alla fine, quando si è gentili, si disarma. Siate sempre gentili, perché un giorno può andare tutto bene, ma un altro giorno può succedere qualcosa che fa andare storto. Noi non dobbiamo essere quella goccia che fa traboccare il vaso, noi dobbiamo essere la bellezza. Famiglie, siete quello che dovete essere, cioè un capolavoro di Dio”.

(Tratto da Aci Stampa)

A Taurisano ‘Fili d’erba nelle crepe – risposte di speranza’

La diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca comunica che domani a Taurisano dalle ore 10.30 alle ore 12.00 presso il Salone – Oratorio ‘Don Bosco’, in via Casarano, 52, la Caritas diocesana in collaborazione con le Caritas parrocchiali di Taurisano, si svolgerà l’incontro pubblico: ‘Fili d’erba nelle crepe – Risposte di speranza’.

L’iniziativa, moderata dalla giornalista, Luana Prontera, che sarà possibile seguire anche in diretta streaming su https://radiodelcapo.it,  prevede i saluti di Luigi Guidano, sindaco di Taurisano e di Angelo Palmisano, responsabile Ambito Sociale di Casarano, ai quali seguiranno gli interventi dei relatori: Don Marco Pagniello,  direttore della Caritas italiana, che illustrerà il tema: ‘I Poveri: tesoro e volto vivo della Chiesa- Dilexi te’, si proseguirà con Don Gionatan De Marco, parroco ‘Trasfigurazione di Nostro Signore Gesù Cristo’ di Taurisano, che relazionerà su: ‘Una mensa per la promozione della convivialità e dell’inclusione’, a seguire interverrà don Lucio Ciardo, direttore della Caritas Ugento – S. Maria di Leuca, che presenterà il Bilancio sociale 2024 della Caritas diocesana. Le conclusioni saranno di mons. Vito Angiuli, Vescovo di Ugento – S. Maria di Leuca. Al termine, alle ore 12.00, sarà benedetta la Mensa della Parrocchia ‘Trasfigurazione di N.S. Gesù Cristo’ di Taurisano presso l’oratorio di Via Casarano.

 Il ‘bilancio Caritas diocesano 2024’, che sarà illustrato da don Lucio Ciardo, andrà a raccontare la storia di uomini e donne che hanno incrociato i vari servizi promossi dalla Caritas diocesana e dalle Caritas parrocchiali dandogli l’opportunità di riscattarsi. Un documento utile a comprendere le dinamiche sociali, monitorare l’impatto delle diverse forme di povertà (non solo economica, ma anche abitativa, sanitaria, ecc.) e a orientare l’azione pastorale e sociale della Caritas stessa.

Nel Rapporto annuale dalla Caritas Italiana dal titolo ‘Fuori Campo –  Lo Sguardo Della Prossimità – Rapporto su povertà ed esclusione  sociale in Italia 2025’, presentato in occasione della IX Giornata Mondiale dei Poveri, svoltasi lo scorso 16 novembre, si evidenzia, secondo gli ultimi dati ISTAT, che in Italia la povertà assoluta coinvolge il 9,8% della popolazione, pari a oltre 5.700.000 persone, con 2.200.000 famiglie che vivono in condizioni di indigenza (l’8,4% dei nuclei familiari totali).

Un dato ancora più critico riguarda la vulnerabilità finanziaria: almeno 10 milioni di adulti in Italia dispongono di risparmi liquidi inferiori ai 2.000 euro, una somma ritenuta insufficiente per assorbire uno shock economico improvviso, come la perdita del lavoro o una malattia grave. Nel 2024, Caritas Italiana ha sostenuto 277.775 famiglie, pari a circa il 12% delle famiglie in povertà assoluta. Questo numero registra un aumento significativo: +3% rispetto al 2023 e un balzo del +62,6% rispetto al 2014.

La mensa, finanziata da Caritas Italiana con il contributo di FIPE, non sarà solo un luogo dove trovare un pasto caldo, ma anche un luogo di ascolto  e conviviale dove ognuno si sente a casa. Un’altra mensa si aggiunge nel territorio diocesano dopo le tre: la ‘Locanda della Fraternità’ a Tricase, la Mensa Solidale a Ugento e presso la Città della Domenica a Ruffano, ammodernate o realizzate, negli anni scorsi, grazie al contributo a fondo perduto erogato dal GAL Capo di Leuca.

Don Marco Pagniello, direttore della Caritas italiana, nell’introduzione del Rapporto ha scritto: “Il ‘fuori campo’ e ciò che non si vede, ma che pure da senso a tutto il resto. E’ la parte invisibile, laterale, quella che sfugge allo sguardo immediato, ma che sostiene la scena e che, se non ci fosse, anche ciò che generalmente osserviamo perderebbe il suo senso più profondo. Cosi è la povertà oggi: non sempre visibile, spesso silenziosa, frammentata, trasversale e multidimensionale”. Diretta Streaming – https://radiodelcapo.it

Papa Leone XIV invita i vescovi italiani a guardare Gesù ed il povero

“E sono contento di questa mia prima sosta, seppur brevissima, ad Assisi, luogo altamente significativo per il messaggio di fede, fraternità e pace che trasmette, di cui il mondo ha urgente bisogno. Qui san Francesco ricevette dal Signore la rivelazione di dover ‘vivere secondo la forma del santo Vangelo’. Il Cristo, infatti, che era ricco sopra ogni altra cosa, volle scegliere in questo mondo, insieme alla beatissima Vergine, sua madre, la povertà”: traendo spunto dalle Fonti francescane oggi papa Leone XVI ha concluso l’Assemblea generale della CEI ad Assisi, con la richiesta di una ‘Chiesa collegiale’ attraverso un umanesimo integrale.

Nella basilica di Santa Maria degli Angeli il papa ha invitato a guardare Gesù, come aveva detto nell’incontro dello scorso giugno: “Guardare a Gesù è la prima cosa a cui anche noi siamo chiamati. La ragione del nostro essere qui, infatti, è la fede in Lui, crocifisso e risorto… E questo vale prima di tutto per noi: ripartire dall’atto di fede che ci fa riconoscere in Cristo il Salvatore e che si declina in tutti gli ambiti della vita quotidiana”.

Solo attraverso lo sguardo sul viso di Gesù si riesce a vedere lo sguardo del povero: “Tenere lo sguardo sul Volto di Gesù ci rende capaci di guardare i volti dei fratelli. E’ il suo amore che ci spinge verso di loro. E la fede in Lui, nostra pace, ci chiede di offrire a tutti il dono della sua pace. Viviamo un tempo segnato da fratture, nei contesti nazionali e internazionali: si diffondono spesso messaggi e linguaggi intonati a ostilità e violenza; la corsa all’efficienza lascia indietro i più fragili; l’onnipotenza tecnologica comprime la libertà; la solitudine consuma la speranza, mentre numerose incertezze pesano come incognite sul nostro futuro”.

Nonostante questo ciascuno è esortato a divenire ‘artigiani’ della fraternità: “Eppure, la Parola e lo Spirito ci esortano ancora ad essere artigiani di amicizia, di fraternità, di relazioni autentiche nelle nostre comunità, dove, senza reticenze e timori, dobbiamo ascoltare e armonizzare le tensioni, sviluppando una cultura dell’incontro e diventando, così, profezia di pace per il mondo. Quando il Risorto appare ai discepoli, le sue prime parole sono: ‘Pace a voi’. E subito li manda, come il Padre ha mandato Lui: il dono pasquale è per loro, ma perché sia per tutti!”

Riprendendo il discorso dell’incontro dello scorso giugno il papa ha sottolineato il valore della sinodalità, come un camminare insieme: “Dal Signore riceviamo la grazia della comunione che anima e dà forma alle nostre relazioni umane ed ecclesiali. Sulla sfida di una comunione effettiva desidero che ci sia l’impegno di tutti, perché prenda forma il volto di una Chiesa collegiale, che condivide passi e scelte comuni. In questo senso, le sfide dell’evangelizzazione e i cambiamenti degli ultimi decenni, che interessano l’ambito demografico, culturale ed ecclesiale, ci chiedono di non tornare indietro sul tema degli accorpamenti delle diocesi, soprattutto laddove le esigenze dell’annuncio cristiano ci invitano a superare certi confini territoriali e a rendere le nostre identità religiose ed ecclesiali più aperte, imparando a lavorare insieme e a ripensare l’agire pastorale unendo le forze”.

Conoscendo tale sforzo ha esortato al discernimento: “Al contempo, guardando la fisionomia della Chiesa in Italia, incarnata nei diversi territori, e considerando la fatica e talvolta il disorientamento che tali scelte possono provocare, auspico che i Vescovi di ogni Regione compiano un attento discernimento e, magari, riescano a suggerire proposte realistiche su alcune delle piccole diocesi che hanno poche risorse umane, per valutare se e come potrebbero continuare a offrire il loro servizio”.

Infatti il discernimento si realizza solo attraverso uno stile sinodale: “Ciò che conta è che, in questo stile sinodale, impariamo a lavorare insieme e che nelle Chiese particolari ci impegniamo tutti a edificare comunità cristiane aperte, ospitali e accoglienti, nelle quali le relazioni si traducono in mutua corresponsabilità a favore dell’annuncio del Vangelo”.

Infatti la sinodalità ha l’esigenza di ascoltare anche il popolo di Dio: “La sinodalità, che implica un esercizio effettivo di collegialità, richiede non solamente la comunione tra di voi e con me, ma anche un ascolto attento e un serio discernimento delle istanze che provengono dal popolo di Dio. In questo senso, il coordinamento tra il Dicastero per i Vescovi e la Nunziatura Apostolica, ai fini di una comune corresponsabilità, deve poter promuovere una maggiore partecipazione di persone nella consultazione per la nomina di nuovi Vescovi, oltre all’ascolto degli Ordinari in carica presso le Chiese locali e di coloro che si apprestano a terminare il loro servizio”.

Ecco il motivo per cui il papa ha invitato a vivere un ‘umanesimo integrale’: “In questa prospettiva, la Chiesa in Italia può e deve continuare a promuovere un umanesimo integrale, che aiuta e sostiene i percorsi esistenziali dei singoli e della società; un senso dell’umano che esalta il valore della vita e la cura di ogni creatura, che interviene profeticamente nel dibattito pubblico per diffondere una cultura della legalità e della solidarietà”.

Vivere tale dimensione significa anche affrontare la sfida delle nuove tecnologie: “Non si dimentichi in tale contesto la sfida che ci viene posta dall’universo digitale. La pastorale non può limitarsi a ‘usare’ i media, ma deve educare ad abitare il digitale in modo umano, senza che la verità si perda dietro la moltiplicazione delle connessioni, perché la rete possa essere davvero uno spazio di libertà, di responsabilità e di fraternità”.

Questo vuol dire essere una Chiesa sinodale: “Camminare insieme, camminare con tutti, significa anche essere una Chiesa che vive tra la gente, ne accoglie le domande, ne lenisce le sofferenze, ne condivide le speranze. Continuate a stare vicini alle famiglie, ai giovani, agli anziani, a chi vive nella solitudine. Continuate a spendervi nella cura dei poveri: le comunità cristiane radicate in modo capillare nel territorio, i tanti operatori pastorali e volontari, le Caritas diocesane e parrocchiali fanno già un grande lavoro in questo senso e ve ne sono grato”.

E non ha dimenticato una particolare cura per i più deboli: “Su questa linea della cura, vorrei anche raccomandare l’attenzione ai più piccoli e vulnerabili, perché si sviluppi anche una cultura della prevenzione di ogni forma di abuso. L’accoglienza e l’ascolto delle vittime sono il tratto autentico di una Chiesa che, nella conversione comunitaria, sa riconoscere le ferite e si impegna per lenirle.. Vi ringrazio per quanto avete già fatto e vi incoraggio a portare avanti il vostro impegno nella tutela dei minori e degli adulti vulnerabili”.

Insomma una sinodalità come quella vissuta da san Francesco con i suoi compagni: “Carissimi fratelli, in questo luogo san Francesco e i primi frati vissero appieno quello che, con linguaggio odierno, chiamiamo ‘stile sinodale’. Insieme, infatti, condivisero le diverse tappe del loro cammino; insieme si recarono dal Papa Innocenzo III; insieme, di anno in anno, perfezionarono e arricchirono il testo iniziale che era stato presentato al Pontefice, composto, dice Tommaso da Celano, ‘soprattutto di espressioni del Vangelo’, fino a trasformarlo in quella che oggi conosciamo come prima Regola. Questa scelta convinta di fraternità, che è il cuore del carisma francescano insieme alla minorità, fu ispirata da una fede intrepida e perseverante”.

Prima dell’incontro con i vescovi il papa aveva pregato sulla tomba di san Francesco: “E’ una benedizione poter venire qui oggi in questo luogo sacro. Siamo vicini agli 800 anni dalla morte di San Francesco, questo ci dà modo di prepararci per celebrare questo grande umile e povero Santo mentre il mondo cerca segni di speranza”.

(Foto: Santa Sede)

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