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Papa Leone XIV in Africa per essere messaggero di pace
Terzo viaggio internazionale di papa Leone XIV che dal 13 al 23 aprile visita quattro Paesi del continente: in Algeria sui passi di sant’Agostino ed in dialogo con l’islam, in Camerun e Angola per invocare riconciliazione, in Guinea Equatoriale nel segno della speranza, con tre sfide importanti: dialogo, riconciliazione, giustizia. Il ‘pellegrinaggio’ comincia dopo la domenica in Albis ed è di ampio respiro, sia per la durata, sia per il numero delle nazioni che il papa visita.
Insieme al programma sono stati resi noti anche i loghi ed i motti del viaggio: per l’Algeria il logo, ispirato ad un antico bassorilievo, presenta due colombe che bevono dalla stessa coppa, simbolo di pace e comunione, e il Chi Rho, emblema cristiano, uniti alla mappa del Paese. Al centro ed in basso si trova il motto, ‘La pace sia con voi’: riportato in arabo, amazigh e francese, rappresenta il dialogo e l’incontro tra cristiani e musulmani ed è un invito universale a vivere la pace, la fraternità e la convivenza armoniosa.
Il richiamo alla pace è presente anche nel logo per il Camerun e che mostra una Bibbia sulla quale poggia la sagoma del Paese, con i colori della bandiera nazionale (verde, rosso e giallo). Sulla sinistra si innalza il Crocifisso, segno di evangelizzazione, ai cui piedi è disegnato il monogramma mariano. Al centro, è tratteggiata una colomba irradiata dallo Spirito Santo e infine, a destra, è raffigurato papa Leone XIV raccolto in preghiera. A lui e al suo motto episcopale è ispirato anche il motto del viaggio: ‘In illo uno unum – Che tutti siano uno’.
Infine, il logo scelto per la Guinea Equatoriale presenta in alto, una croce dorata, simbolo di Cristo Risorto e della fede cristiana. Al centro sono raffigurate la mappa e la bandiera del Paese, nonché la famiglia, richiamata dalle sagome di un uomo, una donna ed un bambino, con il motto: ‘Cristo, luce della Guinea Equatoriale, verso un futuro di speranza’.
Per comprendere meglio l’importanza del viaggio in Africa del papa come pellegrino di pace abbiamo interpellato il comboniano p. Elio Boscaini, collaboratore della rivista ‘Nigrizia’, missionario in Burundi (espulso nel 1977 con altri confratelli) e poi in Benin e nel Togo, che fornisce anche i numeri della presenza cattolica nel continente: “E’ questo il primo viaggio internazionale di papa Leone XIV (la visita al principato di Monaco è come una visita a una diocesi italiana; il suo viaggio a Nicea, per i 1700 anni del Credo, e Libano era una eredità di papa Francesco cui papa Leone XIV non ha inteso sottrarsi). Per noi missionari la scelta è molto significativa: l’Africa è il continente in cui la crescita cattolica nel mondo è più significativa (più di 8.000.000 di nuovi fedeli l’anno).
dLa Chiesa in Africa vive un vero boom, con tassi di espansione intorno al 3% annuo. Si calcola che a fine 2025 ci fossero in Africa oltre 230.000.000 cattolici. Cresce anche il numero dei seminaristi e delle religiose, oltre al numero di sacerdoti: in flessione importante nelle Chiese di antica tradizione, aumenta in Africa di più di 1600 nuove unità l’anno. Anche il numero dei vescovi cresce, come papa Leone XIV ben sa per aver retto il Dicastero dei vescovi, anche se per un breve periodo, come card. Prevost, prima di essere eletto papa”.
Quindi un viaggio apostolico con il filo conduttore della pace?
“Il papa va in Africa quale pellegrino di pace, perché sa che il continente è attraversato da conflitti senza fine che provocano sofferenze immani. Sono in corso oltre una dozzina di conflitti armati principali e decine di crisi minori, rendendo il continente una delle aree più instabili al mondo. Le zone più colpite includono il Sahel, il Corno d’Africa, la Repubblica democratica del Congo e il Sudan (un conflitto devastante tra fazioni che dura ormai da tre anni), spesso caratterizzate da terrorismo, guerre civili e conflitti interetnici.
Tanti, troppi sono inoltre i Paesi d’Africa che vivono situazioni di crisi umanitaria grave che purtroppo in Occidente facciamo finta di ignorare o ignoriamo del tutto. Lui sa che la prima causa delle miserie dell’umanità sofferente, anche in Africa è la guerra. Non visita paesi in guerra dichiarata (ad eccezione in parte del Camerun che vive una situazione di guerra civile con le due province anglofone dell’ovest), ma in tutti e quattro i Paesi in cui si sta per recare, i diritti umani non sono certo al top degli interessi dei reciproci governi.
Importante questo viaggio perché papa Leone XIV attira l’attenzione del mondo sull’Africa e la sua gente. La gente vede nel vescovo di Roma un difensore, un vero uomo di quella ‘pace disarmata e disarmante’, come l’ha definita nel suo presentarsi al mondo sulla loggia di san Pietro la sera dell’8 maggio 2025”.
Sui passi della pace: quanto è importante il dialogo tra le fedi per la pace?
“Sulle tracce di san Francesco che aveva una fede incrollabile nella necessità del dialogo interreligioso per la pace (suo viaggio a Damietta per incontrare, in piena crociata, il sultano) , anche papa Leone XIV con questo viaggio si immerge in un paese musulmano. Da 40 anni l’Algeria chiedeva una visita papale. E’ infatti ad Algeri che, da papa, Prevost incontra l’Africa per la prima volta. L’Algeria è un paese musulmano al 99%. Suo scopo primo non è il dialogo interreligioso. La piccola comunità cattolica (composta da circa 5.000 fedeli, cioè lo 0,01% della popolazione, è composta prevalentemente da studenti e intellettuali e migranti subsahariani e un esiguo numero di locali) vive già la sua vocazione all’incontro.
Papa Leone XIV vi va per incontrare Agostino d’Ippona, il grande vescovo africano, padre della Chiesa, a cui l’ordine religioso cui appartiene, gli agostiniani, si ispira. Ad Annaba (la Ippona, sede episcopale di Agostino, non lontana da Tagaste, oggi Souk Harras, dove il santo era nato nel 354), Prevost era già stato in quanto superiore degli agostiniani. L’Algeria aveva aperto uno spiraglio sul suo passato cristiano accogliendo Agostino come figlio del paese (lo aveva fatto l’allora presidente Bouteflika). Santa Monica, berbera e madre di Agostino, contribuiva con il figlio, a riabilitare i berberi come popolo originario d’Algeria…
E’ bene ricordare che papa Leone è stato eletto l’8 maggio, il giorno della festa liturgica dei 19 beati martiri d’Algeria (in quel giorno del 1994 sono stati trucidati i primi due martiri). Tra loro c’è Christian de Chergé (rapito con altri suoi 6 fratelli nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996, e le loro teste ritrovate il 21 maggio seguente), il priore del monastero trappista di Tibhirine.
Con il suo messaggio sulla ‘pace disarmata e disarmante’, ripetuto anche il 1^ gennaio di quest’anno, il papa ha ripreso il significato di una delle espressioni di frère Christian che, dopo essersi trovato di fronte a un terrorista la notte di Natale 1993, aveva detto: ‘La mia preghiera è: disarmalo. Ma poi non posso semplicemente domandare di disarmarlo senza chiedere di disarmarmi e di disarmarci’. Papa Leone XIV sa di essere il primo papa a visitare l’Algeria. Evidente che Algeri giocherà questa visita un po’ contro il Marocco (visitato da papa Francesco) per la questione del Sahara Occidentale con cui l’Algeria è schierata”.
Africa terra di martirio per i cristiani: per quale motivo sono perseguitati?
“E’ vero che i cristiani in Africa, in alcuni Paesi specialmente, affrontano molte difficoltà nell’esercizio concreto della loro fede. Che sia, l’Africa, terra di martirio, non c’è dubbio. Lo è stata nei primi secoli del cristianesimo -quei martiri rappresentano una testimonianza fondamentale della diffusione del cristianesimo nel Nord Africa romano; tra i più celebri si annoverano i Martiri scillitani (180 d.C.), Perpetua e Felicita (203 d.C.), san Cipriano (258 d.C.) e i 49 martiri di Abitene (304) ‒ e lo è nell’epoca che è la nostra (senza risalire ai martiri d’Uganda, frutto dei primi anni dell’evangelizzazione in epoca moderna delle terre nel centro geografico del continente). Nel 1996, oltre a mons. Pierre Claverie, vescovo domenicano di Orano (Algeria) ucciso il 1 agosto (ultimo dei 19 martiri a essere ucciso), venivano uccisi altri due vescovi: Joachim Ruhuna, arcivescovo cattolico burundese di etnia tutsi ‒ noto per essere stato un coraggioso difensore dei diritti umani e un operatore di pace durante i conflitti etnici in Burundi (è considerato un ‘martire della solidarietà’ per aver pagato con la vita la sua denuncia delle violenze nel paese), ucciso il 9 settembre ‒ ed il congolese gesuita mons. Christophe Munzihirwa Mwene Ngabo, arcivescovo di Bukavu (Repubblica democratica del Congo), noto come il ‘Romero del Congo’ per la sua strenua difesa dei diritti umani e dei poveri durante la prima guerra del Congo, assassinato il 29 ottobre 1996.
Perché perseguitati? Fondamentalmente perché costituiscono una spina nel fianco dei poteri. Predicano e vivono solidarietà, uguaglianza, diritti, accoglienza, stessa dignità, rispetto per tutti, libertà, pace…Ciò dà fastidio ai potenti. Soprattutto se i loro vescovi, ben preparati, e oggi quasi tutti africani, non stanno zitti e denunciano senza mezzi termini l’oppressione, i giochi di potere sulle spalle della gente e l’impoverimento del loro popolo. Un solo esempio: i vescovi della Repubblica democratica del Congo che tengono testa al presidente Félix Tshisekedi. Per loro è chiaro di chi è la colpa del marasma in cui vive il paese.
Non è necessariamente all’odium fidei che è legato il loro essere perseguitati. Ci sono anche ragioni a volte legate a sequestri per avere un riscatto (vedi Nigeria…). Ma che poi sia Trump a intervenire per proteggere i cristiani nel nord della Nigeria bombardando…non c’è nulla di più lontano dalla fede appresa dal Maestro di Nazaret che altro non ci insegna che la nonviolenza e l’amore per i nemici”.
Quali sono le speranze dei cristiani nei Paesi che il papa visiterà?
“Le speranze dei cristiani sono tante, ma una in particolare: che la visita del vescovo di Roma porti pace, rispetto e ascolto degli ultimi, dei più poveri. Le folle che accoglieranno festanti papa Leone XIV (non gli verranno risparmiati i bagni di folla, anche se Prevost li vivrà con maggiore sobrietà del suo predecessore…), non gli sembreranno molto diverse da quelle che ha amato e servito da vescovo in Perù e che in libertà ha accolto anche nel loro modo tradizionale di esprimere la fede. Sono folle di diseredati, povera gente, spesso disprezzata, dimenticata, tenuta lontano dalla condivisione delle ricchezze che comunque questi paesi hanno. Ma che anche lui, come papa Francesco, riscopre come poeti sociali.
Ad accezione dell’Algeria (dove l’esercito detiene un ruolo centrale e dominante nel sistema politico, agendo come vero ‘arbitro’ del potere. Sebbene formalmente il Paese sia una repubblica con il presidente Abdelmadjid Tebboune, rieletto nel 2024, l’alto comando militare esercita un’influenza decisiva sulle principali decisioni politiche ed economiche), il papa visita paesi sì diversi ma accomunati dal fatto di essere delle dittature. Dittature personali per il Camerun (il presidente Paul Biya è lo stesso dal 6 novembre 1982 ed oggi ha più di 90 anni!) e la Guinea Equatoriale (Teodoro Obiang Nguema Mbasogo è al potere dal 3 agosto 1979, risultando il leader africano e mondiale più longevo) e dittatura in Angola del partito (il Movimento popolare di liberazione dell’Angola, Mpla, partito che governa ininterrottamente il paese fin dalla sua indipendenza dal Portogallo nel 1975).
Papa Leone XIV è anche un capo di stato benché infimo per superficie, quindi si accompagnerà obbligatoriamente a questi ‘dittatori’. Ma è anche un papa ‘religioso agostiniano’ e quindi non dimentica che il suo messaggio non è innanzitutto per i governanti (sì anche questo) ma per ‘il popolo santo e fedele di Dio’, come ci aveva abituati a chiamare la gente papa Francesco, che vive una situazione di grande povertà e incertezza per il futuro.
Quanto all’appartenenza religiosa: in Camerun, i cattolici rappresentano una parte significativa della popolazione, stimata tra il 36% e il 40% (su una popolazione di 28.000.000 abitanti); in Angola, il cattolicesimo è la religione maggioritaria, professata da circa la metà della popolazione; nella piccola Guinea Equatoriale, la Chiesa cattolica è la confessione maggioritaria in Guinea Equatoriale (abbracciando circa l’87-94% della popolazione, stimata in 1.700.000 abitanti). Nella parte subsahariana del continente, la Chiesa è cosciente che tanti suoi fedeli vivono di una doppia appartenenza: alla fede cattolica e alla tradizione cultural-religiosa ancestrale”.
Cosa significa essere missionari di speranza in Africa?
“I missionari italiani nel mondo sono una gran bella realtà che onora il nostro paese. Sono contati attorno ai 7.000 (4.000 sacerdoti, fratelli e religiose e 3.000 laici, anche professionisti medicosanitari) e la gran parte impegnata in Africa. Promuovono lo sviluppo sociale, tessono fili di dialogo interreligioso (servono le comunità locali in territori diversissimi, nei campi dell’educazione, formazione professionale e assistenza sanitaria).
Essere missionari di speranza in Africa significa solidarizzare con la fede attiva e resiliente della gente, che sa trasformare i momenti difficili, le grandi difficoltà in opportunità di testimonianza, fondandosi sulla certezza che Dio è là, presente anche nelle loro situazioni di sofferenza. Speranza che non è sempliciotto ottimismo, ma un dono di Dio che spinge al fare, al perdono e alla costruzione della pace in contesti spesso segnati da conflitti e povertà. Ogni missionario/missionaria ha mille fatti da raccontare su come la gente sa perseverare, perdonare, riconciliarsi, non abbattersi, credere che il domani sarà comunque migliore…Sì, gli africani si vogliono ‘sentinelle’ di un futuro migliore, testimoni di pace e riconciliazione.
Essere cristiani di speranza comporta il coraggio di amare e perdonare, agendo come costruttori di pace e giustizia sociale, specialmente in aree del continente colpite da crisi. Nella solidarietà comunitaria, perché l’ubuntu è quella ‘filosofia’ dell’Africa subsahariana, che dice che ‘io sono perché noi siamo’ quindi condivisione e rispetto reciproco, perché mi realizzo solo in una comunità, promuovendo empatia, compassione e armonia sociale. Ecco perché educazione, salute, aiuto ai poveri… sono segno tangibile dell’amore di Dio.
Questo è espresso nelle loro liturgie vivaci, coloratissime, festose sempre: la gioia profonda del vangelo, di quella fede che celebrando Cristo risorto tira la forza motrice per superare le avversità. Papa Benedetto XVI non ha forse descritto l’Africa come una ‘speranza per il futuro della Chiesa’? Se lo diceva lui da buon tedesco, dobbiamo credere che la vitalità della fede cristiana in Africa offre un modello di vita e di spiritualità a tutto il mondo, specialmente in Occidente”.
(Tratto da Aci Stampa)
Per papa Leone XIV gli aerei devono essere vettori di pace
“La storia dei viaggi apostolici dei papi in aereo, a partire da san Paolo VI, è legata in modo speciale alla compagnia di bandiera italiana, prima Alitalia e ora ITA Airways. E anch’io, a Dio piacendo, avrò modo di avvalermi ancora del vostro servizio, tra venti giorni, per il viaggio in Africa”: questa mattina papa Leone XIV ha ricevuto in udienza i dirigenti ed il personale di ITA Airways, compagnia di bandiera italiana che accompagna i papi nei viaggi internazionali e di cui si avvarrà per la trasferta in Africa.
Nel discorso il papa ha elogiato il personale: “I miei Predecessori e i Collaboratori che li accompagnavano nei viaggi internazionali hanno trovato nel Personale di Alitalia e di ITA, oltre che dei professionisti qualificati ed esperti, anche delle persone capaci di creare un ambiente sereno, direi quasi familiare, dove il rispetto si sposa con la devozione. Incontrarvi mi dà modo di esprimere l’apprezzamento e la gratitudine miei personali e della Santa Sede per questo prezioso servizio”.
Ma anche una richiesta di ‘benevolenza’: “Confido altresì che, nello spirito di questa consolidata e cordiale collaborazione, l’accoglienza prestata al Santo Padre, al suo Seguito e ai giornalisti che volano con lui continui a riflettere quella particolare attenzione e benevolenza che i tempi in cui viviamo rendono sempre più necessaria”.
Ed ha richiamato alle missioni di pace dei papi: “I voli papali sono uno dei simboli più eloquenti della missione dei Successori di Pietro nell’epoca contemporanea. In modo particolare, nei suoi viaggi apostolici, il Papa appare a tutti come messaggero di pace: le sue rotte sono ciò che sempre dovrebbero essere, cioè ponti di dialogo, di incontro, di fraternità”.
Di conseguenza gli aerei non dovrebbero essere mai portatori di guerra: “Gli aerei dovrebbero essere sempre vettori di pace, mai di guerra! Nessuno dovrebbe aver paura che dal cielo arrivino minacce di morte e di distruzione. Dopo le tragiche esperienze del XX secolo, i bombardamenti aerei avrebbero dovuto essere banditi per sempre!”
Quindi ha esortato a mettere il progresso tecnologico a servizio della pace: “Invece, come sappiamo, ci sono ancora, e lo sviluppo tecnologico, in sé positivo, è messo al servizio della guerra. Questo non è progresso, è regresso! Cari amici, in questo scenario, diventa ancora più importante tracciare nei cieli rotte di pace, e vi ringrazio perché, nella missione che il Signore mi ha affidato, so di poter contare su di voi”.
Papa Leone XIV: la Trasfigurazione non è fuga dalla realtà
“Carissimi fratelli e sorelle, sono lieto di essere tra voi e di poter ascoltare, insieme con voi, la Parola di Dio con tutta la vostra comunità parrocchiale. Questa domenica ci pone di fronte al viaggio di Abramo ed all’evento della Trasfigurazione di Gesù. Con Abramo ognuno di noi può riconoscersi in viaggio. La vita è un viaggio che chiede fiducia, chiede affidamento alla Parola di Dio che ci chiama e che ci domanda talvolta di lasciare tutto”: nel pomeriggio di oggi papa Leone XIV ha visitato la parrocchia dell’Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo, nella periferia est di Roma, un territorio attraversato da tante fragilità e piagato dalla criminalità.
Di fronte a tali avvenimenti c’è la tentazione della fuga dal mondo: “Allora si può essere tentati di fuggire la precarietà come vertigine che sconvolge, mentre è proprio dal suo interno che si può apprezzare una promessa di grandezza inattesa. Accade ogni giorno, perché il mondo ragiona così, che prendiamo le misure di ogni cosa, ci affanniamo ad avere tutto sotto controllo. Ma in questo modo perdiamo l’occasione di scoprire il vero tesoro, la perla preziosa, come ci insegna il Vangelo, che a sorpresa Dio ha nascosto nel nostro campo”.
La chiamata di Abramo è un viaggio verso un nuovo orizzonte con la richiesta di abbandonare la sicurezza: “Il viaggio di Abramo comincia con una perdita: la terra e la casa che custodiscono le memorie del suo passato. Si compirà, però, in una nuova terra e in una immensa discendenza, in cui tutto diventa benedizione. Anche noi, se dalla fede ci lasciamo chiamare al cammino, a rischiare nuove decisioni di vita e di amore, smetteremo di temere di perdere qualcosa, perché sentiremo di crescere in una ricchezza che nessuno può rubare”.
La stessa richiesta è fatta agli apostoli: “Accadde anche ai discepoli di Gesù di misurarsi con un viaggio, quello che li avrebbe portati a Gerusalemme. Là, nella Città santa, il Maestro avrebbe compiuto la sua missione, donando la vita sulla croce e diventando per tutti e per sempre benedizione. Sappiamo quanta resistenza fecero Pietro e tutti gli altri a seguirlo”.
Il cammino deve essere effettuato attraverso un affidamento: “Ma dovevano capire che si può essere benedizione solo superando l’istinto di difendere sé stessi e accogliendo quanto Gesù affida al gesto eucaristico: la volontà di offrire il proprio corpo come pane da mangiare, di vivere e morire per dare vita. Ecco la domenica, cari fratelli e sorelle: è la sosta nel cammino che ci raduna attorno a Gesù. Gesù ci incoraggia, per non fermarci e per non cambiare direzione. Non c’è promessa più grande, non c’è tesoro più prezioso che vivere per dare la vita!”
Un affidamento per comprendere che Dio è altro dalla propria immaginazione: “Poco prima del giorno della Trasfigurazione, Gesù aveva confidato ai suoi discepoli quale sarebbe stato il punto di arrivo del viaggio che stavano facendo, e cioè la sua passione, morte e risurrezione. Ricorderete l’opposizione di Pietro e la reazione di Gesù che gli dice: ‘Tu mi sei di scandalo perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini’. Ed ecco che, sei giorni dopo, Gesù chiede a Pietro, Giacomo e Giovanni di accompagnarlo sulla montagna. Hanno ancora negli orecchi quelle parole difficili da sentire; hanno ancora in mente l’immagine per loro inaccettabile del Messia condannato a morte”.
Il Vangelo odierno è un invito ad ascoltare Gesù: “E io, carissimi, in mezzo a voi, voglio farmi eco di quell’appello e dirvi: Vi prego, sorelle e fratelli, ascoltiamolo! Lui viaggia con noi, ancora oggi, per insegnarci in questa città la logica dell’amore incondizionato, dell’abbandono di ogni difesa che diventa offesa. Ascoltiamolo, entriamo nella sua luce per diventare luce del mondo, a cominciare dal quartiere che abitiamo. Tutta la vita della parrocchia e dei suoi gruppi esiste per questo: è un servizio alla luce, un servizio alla gioia”.
Questa è la missione: “Dopo la Trasfigurazione sul monte, il viaggio di Gesù non si ferma. Ed anche la Chiesa, anche la vostra parrocchia riceve da questo Vangelo una missione. A fronte dei numerosi e complessi problemi di questo territorio, che incombono sui giorni del vostro abitare qui, a voi è affidata la pedagogia dello sguardo di fede, che trasfigura di speranza ogni cosa, mettendo in circolo passione, condivisione, creatività come cura delle tante ferite di questo quartiere”.
E chi annuncia il Vangelo è segno di speranza: “Cari fratelli e sorelle, voi siete segno di speranza. La luce della Trasfigurazione è già presente in questa comunità, perché qui opera il Signore e perché in tanti credete nella sua dolce potenza che tutto trasforma. Quando ci accorgiamo che tante cose attorno a noi non vanno, a volte viene da chiedersi: ma avrà un senso quello che stiamo facendo?”
Testimoniare il Vangelo davanti le difficoltà vuol dire sconfiggere la tentazione della demotivazione: “Si insinua la tentazione dello scoraggiamento, con la perdita di motivazioni e di slancio. Invece è proprio di fronte al mistero del male che dobbiamo testimoniare la nostra identità di cristiani, di persone che vogliono rendere percepibile il Regno di Dio nei luoghi e nei tempi in cui vivono. E’ il mio augurio per tutti voi, per questa comunità parrocchiale e per i tanti fratelli e le tante sorelle che ancora non hanno riconosciuto in Gesù la vera luce e la vera gioia”.
Mentre al termine della recita dell’Angelus il papa ha pregato per la pace, soprattutto in Asia: “Seguo con profonda preoccupazione quanto sta accadendo in Medio Oriente e in Iran, in queste ore drammatiche. La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile”.
Davanti alla guerra il papa ha invitato alla responsabilità della pace: “Dinanzi alla possibilità di una tragedia di proporzioni enormi, rivolgo alle parti coinvolte l’accorato appello ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile! Che la diplomazia ritrovi il suo ruolo e sia promosso il bene dei popoli, che anelano a una convivenza pacifica, fondata sulla giustizia. E continuiamo a pregare per la pace.
In questi giorni arrivano, inoltre, notizie preoccupanti di scontri tra Pakistan e Afghanistan. Elevo la mia supplica per un ritorno urgente al dialogo. Preghiamo insieme, affinché prevalga la concordia in tutti i conflitti nel mondo. Solo la pace, dono di Dio, può sanare le ferite tra i popoli”.
(Foto: Santa Sede)
Hildegard von Bingen. La fonte della Sapienza
Skira presenta ‘Hildegard von Bingen. La fonte della Sapienza’, un ampio volume che – dopo Viaggio nelle immagini (2019) e Nel cuore di Dio (2021) – rappresenta il capitolo conclusivo della trilogia a cura di Sara Salvadori dedicata alla poliedrica figura di Hildegard von Bingen, storica monaca benedettina, scrittrice, teologa, santa e dottore della Chiesa.
Il volume intende ripercorrere attraverso le immagini i viaggi pastorali che la monaca benedettina intraprese in tarda età (fino al 1170), raggiungendo con la propria parola le cattedrali di tutta Europa. Fu proprio durante questi spostamenti che Hildegard affidò la propria opera alla pittura, trasmettendo il suo messaggio religioso mediante illustrazioni in cui forme, colori e movimento esprimono la meraviglia da lei provata di fronte all’ordinamento divino.
La pubblicazione affianca le riproduzioni in formato originale delle immagini contenute nei codici ildegardiani a una selezione di illustrazioni inedite, finora celate all’interno delle miniature.
Il volume si articola in tre sezioni: la prima dedicata alla ricostruzione del viaggio cosmico immaginato da Hildegard tra la cosiddetta sfera della creazione e quella dell’anima; la seconda incentrata sull’analisi del processo di scrittura e di composizione delle immagini; la terza rivolta all’approfondimento del codice sapienziale utilizzato per la costruzione dell’opera, basato sulle arti e sulle scienze del quadrivium (aritmetica, geometria, musica e astronomia).
L’inedito approccio di ricerca di Sara Salvadori applicato alla trilogia ha reso nuovamente accessibile la visionaria opera di Hildegard von Bingen, aprendo al contempo la strada a un nuovo filone di studi sulle opere medievali. Attraverso un’approfondita analisi iconografica e del simbolismo nascosto nelle immagini, la curatrice è riuscita a ricostruire la visione originaria in uno spazio tridimensionale, rivelando la poetica e le immagini rimaste finora inedite all’interno del codice sapienziale.
Il volume fa parte di una trilogia in cui i due titoli precedenti, Viaggio nelle immagini (2019) e Nel cuore di Dio (2021), sono dedicati rispettivamente alla riscoperta del complesso testo profetico Scivias e allo studio delle raffinate miniature contenute nel Codice di Lucca.
Mons. Paolo Bizzeti: la pace è convivenza accogliente e rispettosa dei diritti e della dignità di ogni persona
E’ stato annunciato in questi giorni che il primo viaggio apostolico di papa Leone XIV sarà in Turchia e Libano (27 novembre-2 dicembre) con pellegrinaggio all’antica Nicea a 1700 anni dal Concilio.Abbiamo chiesto quale valore assume questo gesto alvescovo Paolo Bizzeti, dal 2015 al 2024 vicario apostolico dell’Anatolia, che ha commentato: “Visitare il gregge di persona e portare la vicinanza del Buon Pastore è il senso di questi viaggi papali. La Turchia e il Libano sono paesi importantissimi non solo per il passato cristiano ma anche per l’oggi della vita cristiana: sono un laboratorio in cui dobbiamo essere presenti attivamente e umilmente. L’anniversario di Nicea è un’occasione per ravvivare lo spirito che animò i padri conciliari: esprimere in termini e categorie nuove la propria fede, cercando ciò che unisce”.
Mons. Paolo Bizzeti, che per alcuni anni è stato anche docente della Facoltà teologica del Triveneto, ha presieduto lo scorso 8 ottobre la celebrazione eucaristica di apertura dell’anno accademico 2025/2026. Nell’occasione ha rilasciato un’ampia intervista (pubblicata nel sito della Facoltà www.fttr.it) sulla sua esperienza in Turchia, sul tema della pace e della condivisione possibile fra le religioni.
In questa terra dalle molte anime, etniche, culturali, religiose, il cristianesimo ha una tradizione vivissima, insediata fin dai primordi, sebbene oggi ridotta a numeri modesti: “Oggi i cattolici sono una minoranza insignificante e tuttavia viva, accettando di essere marginali ma consapevoli del dono di credere in Gesù salvatore. Ci sono poi i rifugiati cristiani che provengono dai paesi vicini e i neofiti che saranno probabilmente la chiesa del prossimo futuro. Ed essendo tutte le confessioni cristiane costituite da numeri assai piccoli, la collaborazione ecumenica è vivace e serena, accettando le differenze, costitutive da secoli”.
I rapporti con il mondo islamico, aggiunge, “sono molto variegati a seconda degli interlocutori e del taglio di ogni corrente dello stesso mondo islamico. L’Islam politico è molto preoccupato della propria leadership anche a causa di una dissennata politica occidentale che ha danneggiato molto il cristianesimo, ad esempio con le due sciagurate guerre del Golfo”.
La Turchia (o meglio) come afferma mons. Bizzeti, le molte Turchie “è un grande laboratorio di diversità che devono imparare a vivere insieme: non c’è alternativa. Il governo attuale è al potere da moltissimi anni e tanta gente desidera un cambiamento, non mi sembra sia scandaloso. Però i grandi detentori del potere mondiale non devono condizionare la ricerca del popolo turco di un proprio assetto. Tra Europa e Turchia credo si debbano trovare forme reali di collaborazione, uscendo dal vicolo cieco di un sì o un no totalizzanti”.
Il vescovo ha parlato della pace definendola come “il frutto di una convivenza dove l’altro è accolto nella sua diversità, rispettando i diritti umani e la dignità di ogni persona”. Anzitutto, “tutti gli uomini religiosi devono essere risoluti nel vietare l’uso del nome di Dio per giustificare la violenza o la conquista della terra. Sulla terra siamo tutti ospiti di Dio”. Ed ha aggiunto: “Non è giustificabile l’invasione di terre altrui o bombardamenti che negano il diritto internazionale, le risoluzioni dell’ONU, così come misure di ritorsione economica che di fatto rafforzano i gruppi al potere e affamano il popolo”.
La libertà di scelta religiosa poi è considerata un pilastro irrinunciabile della pace e non va relegata all’interiorità: “Ma le religioni devono accettare che l’unico Dio ha molte strade diverse per condurre gli uomini alla salvezza, purché rispettino la dignità e uguaglianza di ogni membro della famiglia umana, particolarmente quella delle persone più vulnerabili”.
Infine, per molti anni presidente di Caritas Anatolia, che in questi anni è stata chiamata a un grande impegno per la popolazione provata dalla guerra, dal dramma dei profughi provenienti da Siria, Afghanistan, Iraq e Iran, e dal terribile terremoto del 6 febbraio 2023, il vescovo ha sottolineato come “anzitutto i poveri ci aiutano a fare verità, a guardare con altri occhi il mondo che abbiamo costruito.
Allora si comprende che abbiamo bisogno di cambiare la nostra civiltà, disumana e poco progredita in umanità. Inoltre, i rifugiati cristiani che io seguo in Turchia e in Italia sono una grande risorsa e non ha senso chiudere le porte per paura, quando invece essi ci portano una ventata di novità e di fede viva, insieme ai loro molti problemi che però sono l’occasione per uscire da noi stessi e dare un senso alla nostra vita e alle nostre risorse. In concreto noi adesso aiutiamo nel cercare lavoro e casa in modo da dare dignità e possibilità di un buon inserimento a questi fratelli e sorelle: è un vantaggio per tutti”.
L’intervista integrale: https://www.fttr.it/la-pace-e-convivenza-accogliente-e-rispettosa-dei-diritti-e-della-dignita-di-ogni-persona/
L’Associazione Ospitalità Religiosa Italiana aderisce al World Religious Tourism Network (WRTN)
L’Associazione Ospitalità Religiosa Italiana (ORI) https://ospitalitareligiosa.it/ ha annunciato con soddisfazione di essere stata accolta nel World Religious Tourism Network (WRTN), http://www.tourismandsocietytt.com/red-mundial-turismo-religioso rete internazionale che rappresenta un’importante piattaforma di confronto e collaborazione tra realtà culturali e religiose di 18 diversi Paesi, con l’obiettivo di promuovere una visione inclusiva e pacifica del turismo spirituale.
Coordinatore per l’Italia del Network è il giornalista, scrittore e comunicatore Biagio Maimone, da tempo attivo nella promozione del valore etico e interculturale del viaggio come strumento di conoscenza e fratellanza tra i popoli.
L’ingresso dell’Associazione nel WRTN intende offrire un contributo concreto alla crescita e al consolidamento di questa iniziativa globale, portando l’esperienza maturata nel contesto italiano dell’accoglienza religiosa e dell’ospitalità solidale. Con oltre 1300 strutture aderenti e 3000 censite sul territorio nazionale, l’Associazione si pone come punto di riferimento per un’accoglienza ispirata ai valori dell’incontro, della spiritualità e del servizio, in dialogo con il mondo:
“Entrare a far parte del WRTN – afferma il Presidente dell’Associazione, Fabio Rocchi – rappresenta un naturale sviluppo della nostra missione, rafforzando i legami internazionali e offrendo nuove opportunità di confronto e crescita per tutte le strutture religiose italiane. La dimensione spirituale del viaggio è oggi più che mai uno strumento potente per costruire ponti tra culture e fedi diverse”.
Con questa nuova collaborazione, l’Associazione Ospitalità Religiosa Italiana intende rafforzare il proprio impegno verso un turismo ispirato ai valori della solidarietà, della sostenibilità e della pace, contribuendo al disegno di un mondo più aperto, accogliente e fraterno.
Ragazzi con disabilità: Juppiter, la carovana europea ‘Back Home’
Ad inizio giugno ha preso il via da Roma con destinazione Londra, ‘Back Home’, la carovana europea promossa da Juppiter, fondata da Salvatore Regoli, in occasione del Giubileo della speranza. Dopo l’esperienza di ‘Destinazione Capo Nord’, quindi da Londra il gruppo torna in cammino, attraversando l’Europa fino a Roma lungo l’antico tracciato della via Francigena. Un percorso simbolico di oltre 3.000 chilometri che parla di pace, bellezza, fraternità, libertà e uguaglianza.
Scortati da una Lamborghini Urus della Polizia di Stato, con a bordo un medico specializzato e due agenti della Stradale, stanno attraversando il cuore dell’Europa da nord a sud, toccando Inghilterra, Francia, Svizzera e Italia, con soste significative in 18 città e 3 capitali europee, come ha sottolineato il presidente dell’associazione, Salvatori Regoli: “Abbiamo sempre pensato che fossero i più forti ad aiutare i più fragili. In questo viaggio è vero il contrario: sono proprio le fragilità a diventare la guida per tutti. Il rovesciamento di prospettiva è il cuore di Back Home: non siamo noi a portare loro, ma loro a portare noi. E’ un invito a guardare il mondo con occhi nuovi, dove la diversità non è qualcosa da colmare, ma un dono da accogliere”, ha concluso Salvatore Regoli, presidente dell’Associazione Juppiter.
Due gli ambasciatori italiani che i ragazzi hanno incontrato: a Londra ed a Parigi, grazie alla collaborazione del Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale ed al ministro Antonio Tajani, che ha ospitato alla Farnesina la presentazione della carovana. Cinque ragazzi con diverse abilità saranno il cuore pulsante di questo viaggio: in un sorprendente rovesciamento di prospettiva, saranno infatti loro a prendersi cura di quattro adolescenti tra i 12 e i 18 anni.
Un cammino in cui la fragilità non è un limite, ma una risorsa educativa, una chiave per la scoperta e la crescita reciproca. ‘Back Home’ è un pellegrinaggio che vuole parlare ai giovani e alle comunità ed ogni tappa è occasione di incontro, dialogo e riflessione, come ha ricordato don Antonio Mazzi, il fondatore di Exodus, dalla quale l’associazione trae ispirazione: “I giovani hanno bisogno di vivere avventure positive: un cammino che trasforma la fragilità in risorsa e l’esperienza in crescita”. L’iniziativa si svolge sotto l’alto patrocinio del Parlamento europeo e coinvolge numerose istituzioni pubbliche e private. Un viaggio che è molto più di un attraversamento geografico: è un ritorno alle radici, un invito a riscoprire l’Europa della solidarietà e della speranza.
Mentre nelle settimane precedenti era stato presentato il docufilm ‘Nella Tana del Sole – La Carovana di Destinazione Capo Nord’, che ha raccontato un viaggio straordinario: una carovana di 39 persone composta da adolescenti, ragazzi diversamente abili, educatori e comunicatori, autieri ed una equipe medica della polizia di stato ha attraversato l’Europa da Civita di Bagnoregio fino a Capo Nord. Un percorso di 5000 km in auto 100 km a piedi e 190 miglia nautiche, partito da Civita di Bagnoregio.
Al presidente dell’associazione ‘Juppiter’, Salvatore Regoli, abbiamo chiesto di raccontare l’idea di questo docufilm: “Il docufilm nasce con l’intento di raccontare il lungo viaggio dei ragazzi speciali e degli adolescenti di Juppiter da Civita di Bagnoregio a Capo Nord. Con la voglia di dimostrare che, come abbiamo scritto sui titoli di coda ‘Se puoi sognarlo, puoi farlo’. Durante questa avventura, la carovana ha catturato paesaggi, storie e tradizioni locali attraverso fotografie e riprese video, che sono stati poi utilizzati per realizzare il docufilm, che è stato presentato ufficialmente nelle scorse settimane alla Camera dei Deputati, e poi è stato diffuso nelle scuole del Lazio e di alcune città italiane, perché questo messaggio di speranza potesse arrivare ad un alto numero di giovani”.
Per quale motivo si intitola ‘Nella tana del sole’?
“Il titolo richiama il fatto che, in Scandinavia, durante l’estate il sole non tramonta mai, creando
un’atmosfera di luce perenne, strana e suggestiva. Il fatto di essere arrivati lì, nella tana del sole, dove non ci sono distinzioni di età, sesso, nazionalità, estrazione sociale, talenti o disabilità. Per il sole siamo tutti uguali e per noi il sole è uno. L’idea di essere ‘nella tana del sole’ ci ha permesso di attraversare non solo i confini fisici di un territorio, ma anche quelli interiori di ognuno di noi”.
Quale è stato il motivo di attraversare l’Europa fino a Capo Nord?
“Destinazione Capo Nord nasce dal sogno di uno dei nostri ragazzi speciali che un giorno, come fanno i bambini, ci ha chiesto ‘mi porti a Capo Nord?’ Dalla follia iniziale il sogno ha preso forma grazie alla collaborazione dell’associazione ‘Sport e Comunità’, all’Associazione Nazionale Autieri d’Italia che ha accompagnato guidando le vetture, alla concessionaria Audi L’Automobile Roma che ha messo a disposizione i mezzi, alla Polizia di Stato che ha scortato tutta la carovana con un equipaggio medico e una Lamborghini Urus ed ai tanti sostenitori istituzionali e privati…
Così Capo Nord è diventato molto più di una semplice destinazione: un simbolo ricco di significato, un viaggio che va oltre l’esplorazione dei luoghi per diventare un racconto di incontri, scoperte interiori e crescita personale. La strada ci ha cambiati, si è aperta nelle storie e nei volti di coloro che l’hanno vissuta, un percorso fatto di bellezza e fragilità. Un gruppo di persone, animato da coraggio e fragilità, si è messo in cammino verso il Nord per esplorare soprattutto le emozioni ed i mondi interiori di ciascuno”.
Per quale motivo questo viaggio si chiama ‘Back Home’?
“Back Home rappresenta il nostro ritorno a casa, ma anche ritorno alla nostra umanità. Dopo aver
raggiunto Capo Nord, torniamo indietro, per tornare in noi. E’ un viaggio di rientro che diventa anche un’occasione di condivisione e di crescita; nell’anno del Giubileo, ripercorriamo la via Francigena da Canterbury (prima tappa Londra) a Roma, per arrivare il 27 giugno al Quirinale, accolti dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il titolo sottolinea quindi il valore del ritorno, non solo fisico ma anche simbolico, a casa, in noi stessi”.
Allora, cosa vuol dire essere ‘pellegrini di speranza’?
“Pellegrini di speranza richiama il titolo del Giubileo e racchiude diversi significati simbolici e spirituali. Per l’associazione ‘Juppiter’ si collega alla speranza nascosta in ogni ragazzo speciale, in ogni adolescente, di essere testimoni ed ambasciatori di una umanità migliore, che si incontra per strada, si abbraccia, si arricchisce dello scambio reciproco”.
Al termine del colloquio il presidente Regoli ci spiega la scelta del nome ‘Juppiter’: “E’ il nome di una famosa sinfonia di Mozart, la numero 41. Una sinfonia è una composizione musicale per orchestra, solitamente di grandi dimensioni, è un insieme di suoni diversi dunque… Così è ‘Juppiter’, un insieme di persone che da 33 anni si sono succedute, sono cambiate, incontrando altre persone e costruendo sogni che sembravano folli. Partendo dalla musica, visto che io sono un musicista e direttore d’orchestra. Oggi Juppiter conta 15 sedi nel Lazio tra centri giovanili, case
famiglia per ragazzi speciali, scuole di musica, progetti con le scuole, con gli adolescenti, progetti culturali e sociali, declinando l’educazione attraverso quattro linguaggi, che sono le quattro ‘ruote’ di don Antonio Mazzi, fondatore di Exodus e nostro ispiratore: musica, sport, comunicazione e gratuità”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco: Dio si manifesta nell’umiltà
“E penso a tanti Paesi che sono in guerra. Sorelle, fratelli, preghiamo per la pace. Facciamo di tutto per la pace. Non dimenticatevi che la guerra è una sconfitta. Sempre. Noi non siamo nati per uccidere, ma per far crescere i popoli. Che si trovino cammini di pace. Per favore, nella vostra preghiera quotidiana, chiedete la pace. La martoriata Ucraina … quanto soffre. Poi, pensate alla Palestina, a Israele, al Myanmar, al Nord Kivu, Sud Sudan. Tanti Paesi in guerra. Per favore, preghiamo per la pace. Facciamo penitenza per la pace”: anche oggi al termine dell’udienza generale papa Francesco ha chiesto di pregare per la pace, ribadendo con poca voce, in quanto ancora affetto da bronchite, specificando che occorre ‘ascoltare il grido dei fratelli.
Questo invito riprende le parole scandite ieri nel collegamento con il festival di Sanremo prima del duetto tra la cantante israeliana Noa e la cantante palestinese Mira Awad, in ebraico, arabo e inglese sulle note della canzone ‘Imagine’ di John Lennon: “La musica è bellezza, la musica è strumento di pace. E’ una lingua che tutti i popoli, in diversi modi, parlano e raggiunge il cuore di tutti. La musica può aiutare la convivenza dei popoli… Le guerre distruggono i bambini. Non dimentichiamo mai che la guerra è sempre una sconfitta”.
Ha concluso il messaggio invitando gli spettatore a vivere il festival di Sanremo con uno spirito di pace: “La musica può aprire il cuore all’armonia, alla gioia dello stare insieme, con un linguaggio comune e di comprensione facendoci impegnare per un mondo più giusto e fraterno”.
Ed oggi nell’udienza generale, continuando il ciclo di catechesi per l’Anno Giubilare, ‘Gesù Cristo nostra speranza’, ha affrontato il tema della nascita di Gesù e la visita dei pastori, raccontata dall’evangelista Luca eletta sempre da don Pierluigi Giroli, a causa della bronchite:
“Il Figlio di Dio entra nella storia facendosi nostro compagno di viaggio e inizia a viaggiare quando è ancora nel grembo materno. L’evangelista Luca ci racconta che appena concepito andò da Nazaret fino alla casa di Zaccaria ed Elisabetta; e poi, a gravidanza ormai compiuta, da Nazaret a Betlemme per il censimento. Maria e Giuseppe sono costretti ad andare nella città del re Davide, dove era nato anche Giuseppe. Il Messia tanto atteso, il Figlio del Dio altissimo, si lascia censire, cioè contare e registrare, come un qualunque cittadino. Si sottomette al decreto di un imperatore, Cesare Augusto, che pensa di essere il padrone di tutta la terra”.
Riprendendo il racconto dell’infanzia di Gesù di papa Benedetto XVI, papa Francesco ha sottolineato che Dio si manifesta in un luogo nascosto ma fondamentale: “Dio che viene nella storia non scardina le strutture del mondo, ma vuole illuminarle e ricrearle dal di dentro. Betlemme significa ‘casa del pane’. Lì si compiono per Maria i giorni del parto e lì nasce Gesù, pane disceso dal cielo per saziare la fame del mondo… Tuttavia, Gesù nasce in un modo del tutto inedito per un re… Il Figlio di Dio non nasce in un palazzo reale, ma nel retro di una casa, nello spazio dove stanno gli animali”.
La manifestazione al mondo avviene attraverso i pastori: “Luca ci mostra così che Dio non viene nel mondo con proclami altisonanti, non si manifesta nel clamore, ma inizia il suo viaggio nell’umiltà. E chi sono i primi testimoni di questo avvenimento? Sono alcuni pastori: uomini con poca cultura, maleodoranti a causa del contatto costante con gli animali, vivono ai margini della società. Eppure essi praticano il mestiere con cui Dio stesso si fa conoscere al suo popolo”.
Il ‘mondo’ non ha trovato posto per accogliere Gesù: “I pastori apprendono così che in un luogo umilissimo, riservato agli animali, nasce il Messia tanto atteso e nasce per loro, per essere il loro Salvatore, il loro Pastore. Una notizia che apre i loro cuori alla meraviglia, alla lode e all’annuncio gioioso”.
La catechesi è chiusa dall’appello a comprendere il significato della nascita di Gesù: “Fratelli e sorelle, chiediamo anche noi la grazia di essere, come i pastori, capaci di stupore e di lode dinanzi a Dio, e capaci di custodire ciò che Lui ci ha affidato: i talenti, i carismi, la nostra vocazione e le persone che ci mette accanto. Chiediamo al Signore di saper scorgere nella debolezza la forza straordinaria del Dio Bambino, che viene per rinnovare il mondo e trasformare la nostra vita col suo disegno pieno di speranza per l’umanità intera”.
(Foto: Santa Sede)
A Tolentino un convegno su francescani e Marco Polo: appunti di viaggio
“In occasione del convegno di studi sulle figure di fra Tommaso da Tolentino e di padre Matteo Ricci, come pure di Marco Polo nei suoi rapporti con i francescani il Sommo Pontefice è lieto di rivolgere il cordiale saluto, esprimendo apprezzamento per l’iniziativa volta ad approfondire l’opera missionaria e l’attività culturale di così illustri personaggi, amici e benefattori dell’Oriente, Sua Santità auspica che il ricordo di questi protagonisti del loro tempo, attenti ai mutamenti sociali e impegnati nel tessere rapporti tra la civiltà europea e quella asiatica riaffermi l’importanza del dialogo tra popolazioni, tradizioni e religioni diverse nel rispetto reciproco, per costruire ponti fra tutti gli uomini, così che ognuno possa trovare nell’altro non un nemico, non un concorrente, ma un fratello da accogliere e da abbracciare. Con tali sentimenti il Santo Padre augura ogni buon esito ai lavori congressuali ed invia agli organizzatori, ai relatori ed ai presenti tutti la benedizione apostolica”.
Con questo messaggio augurale del segretario di stato vaticano, card. Pietro Parolin, a nome di papa Francesco, nei giorni 18 e 19 ottobre, in occasione del Centenario per i 700 anni della morte di Marco Polo, con la partecipazione dell’Università ‘Ca’ Foscari’ di Venezia, della Pontificia Università ‘Antonianum’ di Roma, del ‘Kyrgyz-Russian Slavic University’ della Repubblica del Kyrghyzstan e dell’Università di Macerata, del ‘Comitato nazionale per le celebrazioni dei 700 anni dalla morte di Marco Polo’, della Provincia Picena ‘San Giacomo della Marca dei Frati Minori’, della Città di Venezia, della Regione Marche, del Comune di Tolentino e della diocesi di Macerata, a Tolentino, nelle Marche si è svolto il convegno di studi internazionali, ‘Appunti di viaggio: Marco Polo ed i Francescani in Oriente’, organizzato dal ‘Comitato per le celebrazioni in memoria del beato Tommaso da Tolentino’ e da ‘BAP – Biblioteca Archivio Pinacoteca’ (Biblioteca storico-francescana e picena ‘S. Giacomo della Marca’), con il sostegno del dal Sermit odv (Servizio missionario Tolentino), che sostiene i missionari in Brasile, in India ed in Burundi, dell’ASSM (Azienda Specializzata Settore Multiservizi) e delle ‘Terme Santa Lucia’ di Tolentino, a cui hanno partecipato i professori Antonio Montefusco, Eugenio Burgio, Raissa de Gruttola, Samuela Simion, Giuseppe Mascherpa, Pier Giorgio Borbone, Maela Carletti, Nadezhda Romanovna Khan, Lorenzo Turchi, Alessio Mecella e Carlo Vurachi.
Al messaggio papale è seguito il video saluto del prefetto apostolico di Ulaanbaatar, in Mongolia, card. Giorgio Marengo, che ha ringraziato gli organizzatori del convegno: “Ho la grazia di trovarmi in queste terre raggiunte in antichità dal grande movimento evangelizzatore degli Ordini mendicanti, soprattutto i francescani. Per me è un onore rappresentare l’ultimo ‘anello’ di una catena di missione, di scambio culturale e di ponte tra culture, che ha visto certamente l’ordine francescano in prima linea,in particolare fra Giovanni di Pian del Carpine, che per noi in Mongolia è una figura molto conosciuta dai nostri fedeli cattolici.
E’ stata provvidenziale la visita del Santo Padre, accogliendo l’invito del presidente: erano trascorsi 777 anni dall’arrivo di fra Giovanni alla corte degli imperatori mongoli; quindi questa storia di contatti con l’Occidente, favorita dai francescani della ‘prima generazione’, ha potuto conoscere un momento di particolare intensità proprio in occasione della visita del Santo Padre. Fra Giovanni del Pian del Carpine e fra Guglielmo di Rubruck hanno contribuito in modo decisivo a far conoscere il mondo il mondo mongolo in Occidente attraverso i loro appunti di viaggio e con la storia vissuta, che hanno potuto testimoniare”.
Ed ha ricordato la presenza della Chiesa oggi in Mongolia, in ricerca delle proprie radici: “La Chiesa è configurata come una prefettura apostolica e conta un esiguo numero di fedeli, tutti locali, che in questi 32 anni, da quando sono state siglate le relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Mongolia, hanno scelto di aderire alla fede cattolica.
Questa piccola comunità è molto interessata a scoprire le proprie radici: il cristianesimo, nella forma nestoriana, era ben conosciuto in questa parte di mondo (i diari di fra Giovanni e di fra Guglielmo lo testimoniano); e ci fu un altro grande francescano, che lasciò un segno della storia della Chiesa in questa parte di mondo: fra Giovanni da Montecorvino, perché fu proprio nella Cina di Kubilai Khan, che il primo vescovo di Pechino prese a cuore la componente mongola dell’Impero, che allora era consistente.
Quindi ricordiamo fra Giovanni da Montecorvino per il suo contributo alla traduzione della Bibbia in lingua mongola. Oggi collaboriamo con la Società biblica mongola, che è un’istituzione evangelica per la traduzione e la diffusione del testo biblico nelle lingue locali. Con la Società biblica mongola stiamo avviando una collaborazione, che ci porterà in pochi anni alla traduzione dei libri deuterocanonici, in modo che potremo avere in breve tempo la pienezza del testo biblico secondo il canone cattolico”.
Il convegno internazionale è stato anticipato, venerdì 18 ottobre, da un incontro con il direttore dell’Agenzia Fides, Gianni Valente, che ha raccontato il Primum Concilium Sinense, svoltosi a Shanghai nel 1924, inframmezzato da brani musicali del tenore fra Alessandro Giacomo Brustenghi, ed i saluti del vescovo della diocesi di Macerata, mons. Nazzareno Marconi, del custode del Sacro Convento di Assisi, fra Marco Moroni, ed il provinciale dei Frati Minori delle Marche, fra Simone Giampieri.
Iniziando l’incontro il direttore dell’Agenzia Fides ha raccontato la storia del Primum Concilium Sinense: “A Shanghai, il 15 maggio 1924: nella cattedrale di sant’Ignazio di Loyola su mandato del Vescovo di Roma si riuniscono vescovi, vicari generali, religiosi e sacerdoti, nati per lo più in Paesi lontani e arrivati in terra cinese come missionari.
Si riuniscono con il mandato di rilanciare la missione della Chiesa in terra cinese, per favorire e accompagnare il fiorire di una Chiesa autoctona, con Vescovi e sacerdoti cinesi a cui affidare la guida delle comunità locali. Questa è la loro missione. Ma tra i 42 vescovi presenti, che guidano le comunità cattoliche in Cina, nessuno è cinese. Sono francesi, italiani, statunitensi, olandesi e di altre nazioni occidentali”.
Però tra la Cina e la Chiesa, nei secoli, è sempre esistito un ‘filo rosso’: “Mi sembra di poter dire che il filo rosso degli incontri positivi tra Cina e cristianesimo, unisce le esperienze dell’Antica Chiesa d’Oriente, dei viaggiatori francescani e poi dei gesuiti. Quel filo rosso più volte interrotto, si è sempre riannodato. Poteva essersi spezzato per sempre dopo il passaggio del colonialismo. Il cristianesimo poteva essere per sempre bollato in Cina come manifestazione religiosa di civiltà ostili. Invece questo filo rosso intermittente, che coinvolge anche i viaggiatori francescani del Trecento, è tornato a riannodarsi anche grazie al Concilio di Shanghai”.
Nel giorno successivo il convegno storico è stato aperto dal prof. Antonio Montefusco, docente all’Università francese della Lorena, che ha raccontato i viaggi di Guglielmo di Rubruk e di Odorico da Pordenone: “Il libro di Marco Polo possiede una componente che permette di porlo accanto alla fascinosa letteratura di viaggio che era un tratto distintivo dell’impegno di scrittura dei missionari francescani.
Pur dando un impatto potente sulla cartografia e sulle programmazioni geografiche, esso ha tratti comuni con gli scritti dei missionari francescani del sec. XIII, quando l’azione missionaria dei Francescani nello spazio mongolico si è dimostrata molto ampia. Hanno avuto notevole diffusione la Historia Mongalorum, redatta negli anni 1245-47, dall’arcivescovo umbro Giovanni da Pian del Carpine (1182-1252) e l’Itinerarium del francescano fiammingo Guglielmo di Rubruck (1220-93). Vanno menzionati i beati francescani Tommaso da Tolentino (1260-1321) e Odorico da Pordenone (1286-1331), Giovanni da Montecorvino (1247-1328), arcivescovo di Pechino dal 1307 alla morte, avvenuta nel 1328, Giovanni de’ Marignolli (ca. 1290-1359).
Il viaggio di Guglielmo di Rubruck ha inizio nel 1253. Per due anni il frate fiammingo percorre i territori dell’Asia Centrale, attraversa la regione del Volga e raggiunge Qara Qorum, la centrale del potere mongolo del khan Sartaq. Sulla via del ritorno il monaco si ferma in Terrasanta dove, nel 1255, scrive l’Itinerarium: un resoconto ufficiale del viaggio in forma di lettera che possiede indubbie qualità narrative”.
Anche la narrazione di Odorico da Pordenone descrive il viaggio in Oriente con molta dovizia di particolari: “Odorico da Pordenone, al ritorno dal suo viaggio in Oriente, iniziato nel 1318 con la compagnia di fra’ Giacomo d’Irlanda, e completato con la permanenza a Pechino, avvenuta attorno agli anni 1323-26, ebbe modo di dettare a Padova, nel 1330, al confratello Guglielmo da Solagna, la ‘Relatio de mirabilibus orientalium Tatarorum’. Questo racconto, pur restato a lungo in forma manoscritta, fu tradotto in varie lingue vernacolari e divenne una delle più importanti fonti medievali per la conoscenza dell’Estremo Oriente”.
Un punto di vista interessante, emerso nel convegno, riguardante il dialogo interreligioso è stato offerto dalla prof.ssa Nadezhda Romanovna Khan, docente al ‘Kyrgyz-Russian Slavic University’ della Repubblica del Kyrghyzstan, che ha spiegato la sua presenza nel convegno sui francescani in Oriente: “Sono stata invitata come ospite speciale per questo convegno di studi, presentando la mia relazione su un progetto del dialogo interreligioso. In precedenza p. Lorenzo Turchi ed il prof. Piergiorgio Borbone sono stati ospitati dalla mia Università ed ora sono venuta io in questa bel teatro ‘Vaccaj’ per una conferenza. Il Kyrghyzstan è uno Stato dell’Asia centrale, che è stato anche una tappa del viaggio di Marco Polo”.
In quale modo la conoscenza può trasformarsi in un dialogo interculturale?
“Il primo passo di un dialogo è la conoscenza, che si basa sullo studio e sull’educazione. Senza la conoscenza non può esserci alcun dialogo. Io studio il fattore degli estremismi ed è lampante la corrispondenza tra conoscenza e dialogo: senza conoscenza non esiste dialogo”.
Al termine a tutti i relatori è stata donata dal dott. Antonio Mercuri un’incisione raffigurante frate Tommaso da Tolentino, realizzata dall’artista Ferdinando Piras.
(Tratto da Aci Stampa)
Papà Francesco si apre alle donne: la prima suora al comando per i pellegrinaggi
Don Piero Chiavarini tornerà parroco e suor Rebecca Nazzaro sarà a capo dell’Opera Romana Pellegrinaggi. Ecco la rivoluzione di papa Francesco. Il papa, spesso criticato ed accusato di essere un po’ chiuso ai cambiamenti, spiazza i detrattori e rallegra chi crede nelle sue scelte con questa novità.
Suor Rebecca Nazzaro, 67 anni, superiora delle Missionarie della Divina Rivelazione, un mezzosoprano diplomata in canto lirico al conservatorio di Santa Cecilia è, ora, diventata la prima donna chiamata a gestire la struttura in primo piano per l’accoglienza di milioni di pellegrini previsti per l’Anno Santo. Don Remo Chiavarini, suo predecessore, tornerà a fare il parroco.
Suor Rebecca, alla presentazione del programma viaggi 2025, usa parole umili e positive, anche riguardo al Papa: “Quando ho saputo che la scelta si stava orientando su di me non ci ho dormito due notti, per me è stata una autentica sorpresa (…) Penso sia un bellissimo segnale di apertura da parte del Pontefice. La donna, del resto, ha sempre avuto una grande rilevanza nella vita della Chiesa benché spesso nascosta.(…) Non sono un Ceo e nemmeno ci tengo. Dovrò però coordinare ogni settore, dare indirizzi di pastorale. E per quanto riguarda la parte amministrativa vi sarà un responsabile. Conterà tanto il gioco di squadra”.
“Ora si tratta di confermare o cambiare qualcosa, ma non so ancora di preciso, in ogni caso il lavoro che è stato fatto è straordinario”, spiega circa il Giubileo. Nonostante le domandine pepate dei giornalisti, la suora non crolla: tranquilla anche sulla parte dei conti che sono in attivo ma, giustamente, non dice alla stampa di quanto si stia parlando, la religiosa spiega loro tutto.
Nonostante la battuta d’arresto prima con il Covid e poi con la guerra in Medio Oriente che ha bloccato di nuovo i pellegrinaggi in Israele e Palestina le cose vanno bene, anzi: “Noi siamo pronti a riprenderli (i Pellegrinaggi n.d.r.) anche domani mattina, speriamo solo che questo quadro bellico finisca. Lo dico con il cuore gonfio di dolore per quanto sta accadendo, pensando alle comunità cristiane che stanno soffrendo in modo indicibile”.
La suora ricorda, mentre le località che saranno visitate nel 2025 scorrono sullo schermo, che in questa realtà diversa, a metà tra un’agenzia di viaggi e una esistenza spirituale, il centro del business resta l’evangelizzazione, la pastorale: “Dobbiamo trasmettere prima di tutto dei contenuti, dobbiamo evangelizzare. Il nostro obiettivo non è di certo il business”.
Quali saranno le mete dei viaggi? I media ci svelano quanto segue. Città italiane: Orvieto, Subiaco, L’Aquila, Anagni, Assisi, la Roma cristiana, dalle basiliche patriarcali alle catacombe. Santuari mariani: Lourdes, Fatima e Medjugorie. Mete estere più lontane: Cappadocia, alla scoperta di San Paolo, Marocco, Africa, alla scoperta di sant’Agostino (Tunisia e Algeria), Armenia, Arabia Saudita, (terra di radici abramitiche) ed Etiopia. Per altre conferme e novità si dovrà seguire ogni notizia sul Giubileo e i viaggi.
Chapeau a Papa Francesco per aver dato una ventata di aria fresca scegliendo una donna (ovviamente religiosa) per guidare un’organizzazione così importante. Potremmo aspettarci altri cambiamenti di questo tipo perché quando si incomincia una strada che funziona si può solo continuare.
Fonte: Il Messaggero




























