Papa Leone XIV in Africa per essere messaggero di pace
Terzo viaggio internazionale di papa Leone XIV che dal 13 al 23 aprile visita quattro Paesi del continente: in Algeria sui passi di sant’Agostino ed in dialogo con l’islam, in Camerun e Angola per invocare riconciliazione, in Guinea Equatoriale nel segno della speranza, con tre sfide importanti: dialogo, riconciliazione, giustizia. Il ‘pellegrinaggio’ comincia dopo la domenica in Albis ed è di ampio respiro, sia per la durata, sia per il numero delle nazioni che il papa visita.
Insieme al programma sono stati resi noti anche i loghi ed i motti del viaggio: per l’Algeria il logo, ispirato ad un antico bassorilievo, presenta due colombe che bevono dalla stessa coppa, simbolo di pace e comunione, e il Chi Rho, emblema cristiano, uniti alla mappa del Paese. Al centro ed in basso si trova il motto, ‘La pace sia con voi’: riportato in arabo, amazigh e francese, rappresenta il dialogo e l’incontro tra cristiani e musulmani ed è un invito universale a vivere la pace, la fraternità e la convivenza armoniosa.
Il richiamo alla pace è presente anche nel logo per il Camerun e che mostra una Bibbia sulla quale poggia la sagoma del Paese, con i colori della bandiera nazionale (verde, rosso e giallo). Sulla sinistra si innalza il Crocifisso, segno di evangelizzazione, ai cui piedi è disegnato il monogramma mariano. Al centro, è tratteggiata una colomba irradiata dallo Spirito Santo e infine, a destra, è raffigurato papa Leone XIV raccolto in preghiera. A lui e al suo motto episcopale è ispirato anche il motto del viaggio: ‘In illo uno unum – Che tutti siano uno’.
Infine, il logo scelto per la Guinea Equatoriale presenta in alto, una croce dorata, simbolo di Cristo Risorto e della fede cristiana. Al centro sono raffigurate la mappa e la bandiera del Paese, nonché la famiglia, richiamata dalle sagome di un uomo, una donna ed un bambino, con il motto: ‘Cristo, luce della Guinea Equatoriale, verso un futuro di speranza’.
Per comprendere meglio l’importanza del viaggio in Africa del papa come pellegrino di pace abbiamo interpellato il comboniano p. Elio Boscaini, collaboratore della rivista ‘Nigrizia’, missionario in Burundi (espulso nel 1977 con altri confratelli) e poi in Benin e nel Togo, che fornisce anche i numeri della presenza cattolica nel continente: “E’ questo il primo viaggio internazionale di papa Leone XIV (la visita al principato di Monaco è come una visita a una diocesi italiana; il suo viaggio a Nicea, per i 1700 anni del Credo, e Libano era una eredità di papa Francesco cui papa Leone XIV non ha inteso sottrarsi). Per noi missionari la scelta è molto significativa: l’Africa è il continente in cui la crescita cattolica nel mondo è più significativa (più di 8.000.000 di nuovi fedeli l’anno).
dLa Chiesa in Africa vive un vero boom, con tassi di espansione intorno al 3% annuo. Si calcola che a fine 2025 ci fossero in Africa oltre 230.000.000 cattolici. Cresce anche il numero dei seminaristi e delle religiose, oltre al numero di sacerdoti: in flessione importante nelle Chiese di antica tradizione, aumenta in Africa di più di 1600 nuove unità l’anno. Anche il numero dei vescovi cresce, come papa Leone XIV ben sa per aver retto il Dicastero dei vescovi, anche se per un breve periodo, come card. Prevost, prima di essere eletto papa”.
Quindi un viaggio apostolico con il filo conduttore della pace?
“Il papa va in Africa quale pellegrino di pace, perché sa che il continente è attraversato da conflitti senza fine che provocano sofferenze immani. Sono in corso oltre una dozzina di conflitti armati principali e decine di crisi minori, rendendo il continente una delle aree più instabili al mondo. Le zone più colpite includono il Sahel, il Corno d’Africa, la Repubblica democratica del Congo e il Sudan (un conflitto devastante tra fazioni che dura ormai da tre anni), spesso caratterizzate da terrorismo, guerre civili e conflitti interetnici.
Tanti, troppi sono inoltre i Paesi d’Africa che vivono situazioni di crisi umanitaria grave che purtroppo in Occidente facciamo finta di ignorare o ignoriamo del tutto. Lui sa che la prima causa delle miserie dell’umanità sofferente, anche in Africa è la guerra. Non visita paesi in guerra dichiarata (ad eccezione in parte del Camerun che vive una situazione di guerra civile con le due province anglofone dell’ovest), ma in tutti e quattro i Paesi in cui si sta per recare, i diritti umani non sono certo al top degli interessi dei reciproci governi.
Importante questo viaggio perché papa Leone XIV attira l’attenzione del mondo sull’Africa e la sua gente. La gente vede nel vescovo di Roma un difensore, un vero uomo di quella ‘pace disarmata e disarmante’, come l’ha definita nel suo presentarsi al mondo sulla loggia di san Pietro la sera dell’8 maggio 2025”.
Sui passi della pace: quanto è importante il dialogo tra le fedi per la pace?
“Sulle tracce di san Francesco che aveva una fede incrollabile nella necessità del dialogo interreligioso per la pace (suo viaggio a Damietta per incontrare, in piena crociata, il sultano) , anche papa Leone XIV con questo viaggio si immerge in un paese musulmano. Da 40 anni l’Algeria chiedeva una visita papale. E’ infatti ad Algeri che, da papa, Prevost incontra l’Africa per la prima volta. L’Algeria è un paese musulmano al 99%. Suo scopo primo non è il dialogo interreligioso. La piccola comunità cattolica (composta da circa 5.000 fedeli, cioè lo 0,01% della popolazione, è composta prevalentemente da studenti e intellettuali e migranti subsahariani e un esiguo numero di locali) vive già la sua vocazione all’incontro.
Papa Leone XIV vi va per incontrare Agostino d’Ippona, il grande vescovo africano, padre della Chiesa, a cui l’ordine religioso cui appartiene, gli agostiniani, si ispira. Ad Annaba (la Ippona, sede episcopale di Agostino, non lontana da Tagaste, oggi Souk Harras, dove il santo era nato nel 354), Prevost era già stato in quanto superiore degli agostiniani. L’Algeria aveva aperto uno spiraglio sul suo passato cristiano accogliendo Agostino come figlio del paese (lo aveva fatto l’allora presidente Bouteflika). Santa Monica, berbera e madre di Agostino, contribuiva con il figlio, a riabilitare i berberi come popolo originario d’Algeria…
E’ bene ricordare che papa Leone è stato eletto l’8 maggio, il giorno della festa liturgica dei 19 beati martiri d’Algeria (in quel giorno del 1994 sono stati trucidati i primi due martiri). Tra loro c’è Christian de Chergé (rapito con altri suoi 6 fratelli nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996, e le loro teste ritrovate il 21 maggio seguente), il priore del monastero trappista di Tibhirine.
Con il suo messaggio sulla ‘pace disarmata e disarmante’, ripetuto anche il 1^ gennaio di quest’anno, il papa ha ripreso il significato di una delle espressioni di frère Christian che, dopo essersi trovato di fronte a un terrorista la notte di Natale 1993, aveva detto: ‘La mia preghiera è: disarmalo. Ma poi non posso semplicemente domandare di disarmarlo senza chiedere di disarmarmi e di disarmarci’. Papa Leone XIV sa di essere il primo papa a visitare l’Algeria. Evidente che Algeri giocherà questa visita un po’ contro il Marocco (visitato da papa Francesco) per la questione del Sahara Occidentale con cui l’Algeria è schierata”.
Africa terra di martirio per i cristiani: per quale motivo sono perseguitati?
“E’ vero che i cristiani in Africa, in alcuni Paesi specialmente, affrontano molte difficoltà nell’esercizio concreto della loro fede. Che sia, l’Africa, terra di martirio, non c’è dubbio. Lo è stata nei primi secoli del cristianesimo -quei martiri rappresentano una testimonianza fondamentale della diffusione del cristianesimo nel Nord Africa romano; tra i più celebri si annoverano i Martiri scillitani (180 d.C.), Perpetua e Felicita (203 d.C.), san Cipriano (258 d.C.) e i 49 martiri di Abitene (304) ‒ e lo è nell’epoca che è la nostra (senza risalire ai martiri d’Uganda, frutto dei primi anni dell’evangelizzazione in epoca moderna delle terre nel centro geografico del continente). Nel 1996, oltre a mons. Pierre Claverie, vescovo domenicano di Orano (Algeria) ucciso il 1 agosto (ultimo dei 19 martiri a essere ucciso), venivano uccisi altri due vescovi: Joachim Ruhuna, arcivescovo cattolico burundese di etnia tutsi ‒ noto per essere stato un coraggioso difensore dei diritti umani e un operatore di pace durante i conflitti etnici in Burundi (è considerato un ‘martire della solidarietà’ per aver pagato con la vita la sua denuncia delle violenze nel paese), ucciso il 9 settembre ‒ ed il congolese gesuita mons. Christophe Munzihirwa Mwene Ngabo, arcivescovo di Bukavu (Repubblica democratica del Congo), noto come il ‘Romero del Congo’ per la sua strenua difesa dei diritti umani e dei poveri durante la prima guerra del Congo, assassinato il 29 ottobre 1996.
Perché perseguitati? Fondamentalmente perché costituiscono una spina nel fianco dei poteri. Predicano e vivono solidarietà, uguaglianza, diritti, accoglienza, stessa dignità, rispetto per tutti, libertà, pace…Ciò dà fastidio ai potenti. Soprattutto se i loro vescovi, ben preparati, e oggi quasi tutti africani, non stanno zitti e denunciano senza mezzi termini l’oppressione, i giochi di potere sulle spalle della gente e l’impoverimento del loro popolo. Un solo esempio: i vescovi della Repubblica democratica del Congo che tengono testa al presidente Félix Tshisekedi. Per loro è chiaro di chi è la colpa del marasma in cui vive il paese.
Non è necessariamente all’odium fidei che è legato il loro essere perseguitati. Ci sono anche ragioni a volte legate a sequestri per avere un riscatto (vedi Nigeria…). Ma che poi sia Trump a intervenire per proteggere i cristiani nel nord della Nigeria bombardando…non c’è nulla di più lontano dalla fede appresa dal Maestro di Nazaret che altro non ci insegna che la nonviolenza e l’amore per i nemici”.
Quali sono le speranze dei cristiani nei Paesi che il papa visiterà?
“Le speranze dei cristiani sono tante, ma una in particolare: che la visita del vescovo di Roma porti pace, rispetto e ascolto degli ultimi, dei più poveri. Le folle che accoglieranno festanti papa Leone XIV (non gli verranno risparmiati i bagni di folla, anche se Prevost li vivrà con maggiore sobrietà del suo predecessore…), non gli sembreranno molto diverse da quelle che ha amato e servito da vescovo in Perù e che in libertà ha accolto anche nel loro modo tradizionale di esprimere la fede. Sono folle di diseredati, povera gente, spesso disprezzata, dimenticata, tenuta lontano dalla condivisione delle ricchezze che comunque questi paesi hanno. Ma che anche lui, come papa Francesco, riscopre come poeti sociali.
Ad accezione dell’Algeria (dove l’esercito detiene un ruolo centrale e dominante nel sistema politico, agendo come vero ‘arbitro’ del potere. Sebbene formalmente il Paese sia una repubblica con il presidente Abdelmadjid Tebboune, rieletto nel 2024, l’alto comando militare esercita un’influenza decisiva sulle principali decisioni politiche ed economiche), il papa visita paesi sì diversi ma accomunati dal fatto di essere delle dittature. Dittature personali per il Camerun (il presidente Paul Biya è lo stesso dal 6 novembre 1982 ed oggi ha più di 90 anni!) e la Guinea Equatoriale (Teodoro Obiang Nguema Mbasogo è al potere dal 3 agosto 1979, risultando il leader africano e mondiale più longevo) e dittatura in Angola del partito (il Movimento popolare di liberazione dell’Angola, Mpla, partito che governa ininterrottamente il paese fin dalla sua indipendenza dal Portogallo nel 1975).
Papa Leone XIV è anche un capo di stato benché infimo per superficie, quindi si accompagnerà obbligatoriamente a questi ‘dittatori’. Ma è anche un papa ‘religioso agostiniano’ e quindi non dimentica che il suo messaggio non è innanzitutto per i governanti (sì anche questo) ma per ‘il popolo santo e fedele di Dio’, come ci aveva abituati a chiamare la gente papa Francesco, che vive una situazione di grande povertà e incertezza per il futuro.
Quanto all’appartenenza religiosa: in Camerun, i cattolici rappresentano una parte significativa della popolazione, stimata tra il 36% e il 40% (su una popolazione di 28.000.000 abitanti); in Angola, il cattolicesimo è la religione maggioritaria, professata da circa la metà della popolazione; nella piccola Guinea Equatoriale, la Chiesa cattolica è la confessione maggioritaria in Guinea Equatoriale (abbracciando circa l’87-94% della popolazione, stimata in 1.700.000 abitanti). Nella parte subsahariana del continente, la Chiesa è cosciente che tanti suoi fedeli vivono di una doppia appartenenza: alla fede cattolica e alla tradizione cultural-religiosa ancestrale”.
Cosa significa essere missionari di speranza in Africa?
“I missionari italiani nel mondo sono una gran bella realtà che onora il nostro paese. Sono contati attorno ai 7.000 (4.000 sacerdoti, fratelli e religiose e 3.000 laici, anche professionisti medicosanitari) e la gran parte impegnata in Africa. Promuovono lo sviluppo sociale, tessono fili di dialogo interreligioso (servono le comunità locali in territori diversissimi, nei campi dell’educazione, formazione professionale e assistenza sanitaria).
Essere missionari di speranza in Africa significa solidarizzare con la fede attiva e resiliente della gente, che sa trasformare i momenti difficili, le grandi difficoltà in opportunità di testimonianza, fondandosi sulla certezza che Dio è là, presente anche nelle loro situazioni di sofferenza. Speranza che non è sempliciotto ottimismo, ma un dono di Dio che spinge al fare, al perdono e alla costruzione della pace in contesti spesso segnati da conflitti e povertà. Ogni missionario/missionaria ha mille fatti da raccontare su come la gente sa perseverare, perdonare, riconciliarsi, non abbattersi, credere che il domani sarà comunque migliore…Sì, gli africani si vogliono ‘sentinelle’ di un futuro migliore, testimoni di pace e riconciliazione.
Essere cristiani di speranza comporta il coraggio di amare e perdonare, agendo come costruttori di pace e giustizia sociale, specialmente in aree del continente colpite da crisi. Nella solidarietà comunitaria, perché l’ubuntu è quella ‘filosofia’ dell’Africa subsahariana, che dice che ‘io sono perché noi siamo’ quindi condivisione e rispetto reciproco, perché mi realizzo solo in una comunità, promuovendo empatia, compassione e armonia sociale. Ecco perché educazione, salute, aiuto ai poveri… sono segno tangibile dell’amore di Dio.
Questo è espresso nelle loro liturgie vivaci, coloratissime, festose sempre: la gioia profonda del vangelo, di quella fede che celebrando Cristo risorto tira la forza motrice per superare le avversità. Papa Benedetto XVI non ha forse descritto l’Africa come una ‘speranza per il futuro della Chiesa’? Se lo diceva lui da buon tedesco, dobbiamo credere che la vitalità della fede cristiana in Africa offre un modello di vita e di spiritualità a tutto il mondo, specialmente in Occidente”.
(Tratto da Aci Stampa)


























