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Papa Leone XIV scrive una Lettera apostolica per l’unità dei cristiani
“Nell’unità della fede, proclamata fin dalle origini della Chiesa, i cristiani sono chiamati a camminare concordi, custodendo e trasmettendo con amore e con gioia il dono ricevuto. Esso è espresso nelle parole del Credo: ‘Crediamo in Gesù Cristo, Unigenito Figlio di Dio, disceso dal cielo per la nostra salvezza’, formulate dal Concilio di Nicea, primo evento ecumenico della storia della cristianità, 1700 anni or sono”: così inizia la lettera apostolica ‘In Unitate Fidei’ scritta da papa Leone XVI in occasione del viaggio apostolico in Turchia nella prossima settimana.
La lettera ha lo scopo di ravvivare la fede: “Mentre mi accingo a compiere il Viaggio Apostolico in Türkiye, con questa lettera desidero incoraggiare in tutta la Chiesa un rinnovato slancio nella professione della fede, la cui verità, che da secoli costituisce il patrimonio condiviso tra i cristiani, merita di essere confessata e approfondita in maniera sempre nuova e attuale.
A tal riguardo, è stato approvato un ricco documento della Commissione Teologica Internazionale: Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore. Il 1700° anniversario del Concilio Ecumenico di Nicea. Ad esso rimando, perché offre utili prospettive per l’approfondimento dell’importanza e dell’attualità non solo teologica ed ecclesiale, ma anche culturale e sociale del Concilio di Nicea”.
Per questo è essenziale non dimenticare l’importanza del Concilio di Nicea: “E’ quindi una provvidenziale coincidenza che in questo Anno Santo, dedicato alla nostra speranza che è Cristo, si celebri anche il 1700° anniversario del primo Concilio Ecumenico di Nicea, che proclamò nel 325 la professione di fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio. E’ questo il cuore della fede cristiana.
Ancor oggi nella celebrazione eucaristica domenicale pronunciamo il Simbolo Niceno-costantinopolitano, professione di fede che unisce tutti i cristiani. Essa ci dà speranza nei tempi difficili che viviamo, in mezzo a molte preoccupazioni e paure, minacce di guerra e di violenza, disastri naturali, gravi ingiustizie e squilibri, fame e miseria patita da milioni di nostri fratelli e sorelle”.
La lettera papale ripercorre il percorso bimillenario della Chiesa: “I tempi del Concilio di Nicea non erano meno turbolenti. Quando esso iniziò, nel 325, erano ancora aperte le ferite delle persecuzioni contro i cristiani. L’Editto di tolleranza di Milano (313), emanato dai due imperatori Costantino e Licinio, sembrava annunciare l’alba di una nuova epoca di pace. Dopo le minacce esterne, tuttavia, nella Chiesa emersero presto dispute e conflitti”.
Nei primi anni ‘turbolenti’ per la Chiesa ci fu questa importante professione di fede, che riconobbe Gesù come ‘Figlio di Dio’: “I Padri confessarono che Gesù è il Figlio di Dio in quanto è ‘dalla sostanza ( ousia) del Padre… generato, non creato, della stessa sostanza ( homooúsios) del Padre. Con questa definizione veniva radicalmente respinta la tesi di Ario.
Per esprimere la verità della fede, il Concilio ha usato due parole, ‘sostanza’ (ousia) e ‘della stessa sostanza’ ( homooúsios), che non si trovano nella Scrittura. Così facendo non ha voluto sostituire le affermazioni bibliche con la filosofia greca. Al contrario, il Concilio ha utilizzato questi termini per affermare con chiarezza la fede biblica distinguendola dall’errore ellenizzante di Ario”.
Quindi il cristianesimo non si ellenizzizò, ma si rifece alla tradizione biblica: “L’accusa di ellenizzazione non si applica dunque ai Padri di Nicea, ma alla falsa dottrina di Ario e dei suoi seguaci. In positivo, i Padri di Nicea vollero fermamente restare fedeli al monoteismo biblico e al realismo dell’incarnazione. Vollero ribadire che l’unico vero Dio non è irraggiungibilmente lontano da noi, ma al contrario si è fatto vicino e ci è venuto incontro in Gesù Cristo”.
Per questo il credo niceno testimonia che “il Figlio è ‘Dio vero da Dio vero’. In molti luoghi, la Bibbia distingue gli idoli morti dal Dio vero e vivente. Il vero Dio è il Dio che parla e agisce nella storia della salvezza: il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, che si è rivelato a Mosè nel roveto ardente, il Dio che vede la miseria del popolo, ascolta il suo grido, lo guida e lo accompagna attraverso il deserto con la colonna di fuoco, gli parla con voce di tuono e ne ha compassione”.
Quindi è una professione di fede: “Il Credo di Nicea non formula una teoria filosofica. Professa la fede nel Dio che ci ha redenti attraverso Gesù Cristo. Si tratta del Dio vivente: Egli vuole che abbiamo la vita e che l’abbiamo in abbondanza… Ciò rende chiaro che le affermazioni di fede cristologiche del Concilio sono inserite nella storia di salvezza tra Dio e le sue creature”.
E dopo molti secoli tale Credo richiama ancora la coscienza di ciascuno al rapporto con Dio: “Il Credo di Nicea ci invita allora a un esame di coscienza. Che cosa significa Dio per me e come testimonio la fede in Lui? L’unico e solo Dio è davvero il Signore della vita, oppure ci sono idoli più importanti di Dio e dei suoi comandamenti? Dio è per me il Dio vivente, vicino in ogni situazione, il Padre a cui mi rivolgo con fiducia filiale?
E’ il Creatore a cui devo tutto ciò che sono e che ho, le cui tracce posso trovare in ogni creatura? Sono disposto a condividere i beni della terra, che appartengono a tutti, in modo giusto ed equo? Come tratto il creato, che è opera delle sue mani? Ne faccio uso con riverenza e gratitudine, oppure lo sfrutto, lo distruggo, invece di custodirlo e coltivarlo come casa comune dell’umanità?”
Inoltre il Concilio di Nicea richiama l’importanza dell’ecumenismo: “Il movimento ecumenico, grazie a Dio, ha raggiunto molti risultati negli ultimi sessant’anni. Anche se la piena unità visibile con le Chiese ortodosse e ortodosse orientali e con le Comunità ecclesiali sorte dalla Riforma non ci è ancora stata donata, il dialogo ecumenico ci ha portato, sulla base dell’unico battesimo e del Credo niceno-costantinopolitano, a riconoscere i nostri fratelli e sorelle in Gesù Cristo nei fratelli e sorelle delle altre Chiese e Comunità ecclesiali e a riscoprire l’unica e universale Comunità dei discepoli di Cristo in tutto il mondo”.
L’ecumenismo è un richiamo alla pace: “Così, in un mondo diviso e lacerato da molti conflitti, l’unica Comunità cristiana universale può essere segno di pace e strumento di riconciliazione contribuendo in modo decisivo a un impegno mondiale per la pace. San Giovanni Paolo II ci ha ricordato, in particolare, la testimonianza dei tanti martiri cristiani provenienti da tutte le Chiese e Comunità ecclesiali: la loro memoria ci unisce e ci sprona ad essere testimoni e operatori di pace nel mondo”.
Ed ecco l’invito ad un cammino di unità: “Per poter svolgere questo ministero in modo credibile, dobbiamo camminare insieme per raggiungere l’unità e la riconciliazione tra tutti i cristiani. Il Credo di Nicea può essere la base e il criterio di riferimento di questo cammino. Ci propone, infatti, un modello di vera unità nella legittima diversità. Unità nella Trinità, Trinità nell’Unità, perché l’unità senza molteplicità è tirannia, la molteplicità senza unità è disgregazione”.
E l’unità si realizza con ‘et- et’: “La dinamica trinitaria non è dualistica, come un escludente aut-aut, bensì un legame coinvolgente, un et–et: lo Spirito Santo è il vincolo di unità che adoriamo insieme al Padre e al Figlio. Dobbiamo dunque lasciarci alle spalle controversie teologiche che hanno perso la loro ragion d’essere per acquisire un pensiero comune e ancor più una preghiera comune allo Spirito Santo, perché ci raduni tutti insieme in un’unica fede e un unico amore”.
Ribadendo, però, l’impossibilità di un ritorno alle origini, papa Leone XIV esorta al dialogo, in quanto l’unità arricchisce: “Questo non significa un ecumenismo di ritorno allo stato precedente le divisioni, né un riconoscimento reciproco dell’attuale status quo della diversità delle Chiese e delle Comunità ecclesiali, ma piuttosto un ecumenismo rivolto al futuro, di riconciliazione sulla via del dialogo, di scambio dei nostri doni e patrimoni spirituali.
Il ristabilimento dell’unità tra i cristiani non ci rende più poveri, anzi, ci arricchisce. Come a Nicea, questo intento sarà possibile solo attraverso un paziente, lungo e talvolta difficile cammino di ascolto e accoglienza reciproca. Si tratta di una sfida teologica e, ancor più, di una sfida spirituale, che chiede pentimento e conversione da parte di tutti. Per questo abbiamo bisogno di un ecumenismo spirituale della preghiera, della lode e del culto, come accaduto nel Credo di Nicea e Costantinopoli”.
Tale lettera apostolica si chiude con una preghiera allo Spirito Santo per proseguire in questo cammino: “Santo Spirito di Dio, tu guidi i credenti nel cammino della storia. Ti ringraziamo perché hai ispirato i Simboli della fede e perché susciti nel cuore la gioia di professare la nostra salvezza in Gesù Cristo, Figlio di Dio, consostanziale al Padre. Senza di Lui nulla possiamo. Tu, Spirito eterno di Dio, di epoca in epoca ringiovanisci la fede della Chiesa.
Aiutaci ad approfondirla e a tornare sempre all’essenziale per annunciarla. Perché la nostra testimonianza nel mondo non sia inerte, vieni, Spirito Santo, con il tuo fuoco di grazia, a ravvivare la nostra fede, ad accenderci di speranza, a infiammarci di carità. Vieni, divino Consolatore, Tu che sei l’armonia, a unire i cuori e le menti dei credenti. Vieni e donaci di gustare la bellezza della comunione. Vieni, Amore del Padre e del Figlio, a radunarci nell’unico gregge di Cristo. Indicaci le vie da percorrere, affinché con la tua sapienza torniamo ad essere ciò che siamo in Cristo: una sola cosa, perché il mondo creda. Amen”.
Cristianesimo nella storia: quale potere?
La rivista ‘Studia patavina’ dedica un focus a un tema vivo e attuale: il nesso fra cristianesimo e potere. Un rapporto sempre nell’atto di costruirsi, in un processo non sempre del tutto lineare; condizione per una chiesa nel mondo fedele alla sua vocazione e per una realtà politica e sociale rispettosa della dignità di ogni vita.
È in uscitaun nuovo numero di Studia patavina (1/2025), la rivista della Facoltà teologica del Triveneto, che presenta un focus dal titolo Cristianesimo nella storia: quale potere? «Si tratta di un approfondimento interdisciplinare che indaga sulle forme del potere in esercizio nel, dal e sul cristianesimo» spiega Roberto Tommasi, ordinario di Filosofia alla Facoltà, che con Enrico Riparelli, docente di Teologia all’Istituto superiore di Scienze religiose di Padova, ha coordinato il lavoro. «Una questione complessa e ineludibile – prosegue – sulla quale il focus intende offrire differenti sguardi prospettici che mostrano come il cristianesimo, in quanto nel mondo, è esercizio di potere e si intreccia con i poteri operanti nel mondo, mentre in esso opera una forma singolare di potere radicata nell’incarnazione del Verbo di Dio. La storia di Gesù di Nazareth, infatti, con il concetto dell’amore (agape) destinato a tutti come dono e come vocazione, testimonia all’umanità la possibilità di un senso nuovo e una nuova linfa della potenza, della forza e del potere».
Apre il focus Enzo Pace (Università di Padova) riflettendo su come, dagli anni Ottanta del secolo scorso ad oggi, il fattore ‘religione’ costituisca il valore aggiunto per comprendere le relazioni internazionali contemporanee, dove le religioni rientrano in gioco perché le politiche d’identità nazionale hanno bisogno di una legittimazione simbolica (Il fattore religione nella geopolitica contemporanea). Si cala in un periodo storico diverso Paolo Bettiolo (Università di Padova), che studia i rapporti del cristianesimo (minoritario) con i poteri secolari nell’impero persiano tra IV e VII secolo, dove emerge la dinamica del compromesso con il potere e la cultura dominante (Tra Dio e Cesare. Il caso della chiesa siro-orientale).
La forza tipica del soft power della chiesa e, più ampiamente, del cristianesimo è messa in luce da Felix Körner (Humboldt-Universität, Berlino), per cui la teologia cristiana deve saper guardare all’insieme politico dello Stato – ai politici, al governo, ai partiti e ai loro programmi – alla luce del già e non ancora Regno di Dio (Religione come relativizzazione del potere umano. Ripensando la teologia politica in chiave critica).
Il nodo del rapporto che il cristianesimo stabilisce con il potere è al centro del contributo di Silvano Petrosino (Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano), che si sofferma sulle distinzioni potenza-potere e religiosità-religione per esaminare poi il ruolo che il potere svolge all’interno del cristianesimo a partire dalla consapevolezza che quest’ultimo è, al tempo stesso, una religione e un al di là di ogni religione (Il potere nel cristianesimo: tra ambivalenze e contaminazioni).
Con l’attenzione al fenomeno sempre più pervasivo dell’incontro interculturale e interreligioso, e all’affermarsi nella nostra epoca di una vera e propria civiltà delle immagini, Enrico Riparelli affronta il rapporto fra religione e potere attraverso il prisma della correlazione fra religione e arte (Religione e arte: un potere per chi non ha potere).
L’approfondimento del nesso tra cristianesimo e potere prosegue nell’Agorà, con due riflessioni dal punto di vista delle donne. Chiara Tintori, politologa e saggista, intervistata da Assunta Steccanella (Facoltà teologica del Triveneto) affronta la relazione tra donne e potere in ambito sociale ed ecclesiale (Quale genere di potere? Donne e leadership nella società e nella Chiesa). Stefanie Knauss, docente di Teologia alla Villanova University (USA),intervistata da Stefano Didonè (Facoltà teologica del Triveneto) approfondisce i possibili intrecci fra teologia e potere sotto la prospettiva di genere (Cristianesimo e potere: una storia solo al maschile?).
Oltre al Focus, la rivista propone i seguenti articoli: Essere preti per evangelizzare: sfide e opportunità per il presente, di Rolando Covi (Facoltà teologica del Triveneto); Kierkegaard e l’arte di diventare se stessi, di Igor Tavilla (Central European Institute Søren Kierkegaard, Ljubljana); «L’immensa maggioranza del popolo di Dio» (EG 102). Solo una formula a effetto?, di Ugo Sartorio (Facoltà teologica del Triveneto); infine, «Il matrimonio come segno implica un processo dinamico»: provocazioni per la sacramentalità del matrimonio, tra racconti biblici e vita coniugale, ultimo lavoro di Andrea Albertin – scritto a quattro mani con Francesco Pesce – completato prima della sua improvvisa e prematura scomparsa nel luglio scorso.
Completa il fascicolo una ricca sezione di recensioni e segnalazioni bibliografiche.
Ilfascicolo 1/2025 può essere richiesto (al costo di € 17,00) a studiapatavina.abbonamenti@fttr.ited è in vendita su Libreriadelsanto.it
Papa Francesco invita alla comunione tra Chiese
In mattinata papa Francesco ha ricevuto in udienza il personale sanitario degli ospedali di Catanzaro, Cosenza, Crotone e Vibo Valentia, a cui ah consegnato il discorso a motivo di problemi salutari, nel quale ha ‘esaltato’ la professione delle ostetriche e dei ginecologi: “In effetti, in Italia, e anche in altri Paesi, sembra si sia perso l’entusiasmo per la maternità e la paternità; le si guarda come fonte di difficoltà e di problemi, più che come lo spalancarsi di un nuovo orizzonte di creatività e di felicità”.
E’ stato un appello ad invertire la ‘rotta’ della denatalità, soffermandosi su tre parole: “E questo dipende molto dal contesto sociale e culturale. Per questo voi, come Ordine professionale, vi siete dati un obiettivo programmatico: invertire la tendenza della denatalità. Bravi! Mi congratulo con voi. E allora vorrei riflettere con voi su tre ambiti complementari e interdipendenti della vostra vita e della vostra missione: la professionalità, la sensibilità umana e, per chi crede, la preghiera”.
Per il papa, innanzitutto, è necessario essere professionali: “Il continuo miglioramento delle competenze è parte non solo del vostro codice deontologico, ma anche di un cammino di santità laicale. La competenza è lo strumento con cui potete esercitare al meglio la carità che vi è affidata, sia nell’accompagnamento ordinario delle future mamme, sia affrontando situazioni critiche e dolorose. In tutti questi casi la presenza di professionisti preparati dona serenità e, nelle situazioni più gravi, può salvare la vita”.
Però, oltre la professionalità, occorre possedere la sensibilità: “In un momento cruciale dell’esistenza come quello della nascita di un figlio o di una figlia, ci si può sentire vulnerabili, fragili, e perciò più bisognosi di vicinanza, di tenerezza, di calore. Fa tanto bene, in tali circostanze, avere accanto persone sensibili e delicate. Vi raccomando perciò di coltivare, oltre all’abilità professionale, anche un grande senso di umanità”.
Infine ha invitato anche a mettere al centro della professione la preghiera: “E veniamo al terzo punto: la preghiera. E’ una medicina nascosta ma efficace che chi crede ha a disposizione, perché cura l’anima. A volte sarà possibile condividerla con i pazienti; in altre circostanze, la si potrà offrire a Dio con discrezione e umiltà, nel proprio cuore, rispettando il credo e il cammino di tutti…
Vi incoraggio perciò a sentire nei confronti delle mamme, dei papà e dei bambini che Dio mette sulla vostra strada, la responsabilità di pregare anche per loro, specialmente nella Santa Messa, nell’Adorazione eucaristica e nell’orazione semplice e quotidiana”.
Inoltre ha incontrato anche i sacerdoti ed i monaci delle Chiese Autocefale Orientali, a cui ha detto (sempre nel discorso consegnato) di essere contento della visita: “Questa è la quinta visita di studio per giovani sacerdoti e monaci ortodossi orientali organizzata dal Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Visite simili per sacerdoti cattolici sono state preparate dal Catholicossato armeno di Etchmiadzin e dalla Chiesa Ortodossa Sira Malankarese. Sono molto grato per questo ‘scambio di doni’, promosso dalla Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa Cattolica e le Chiese Ortodosse Orientali, perché permette di affiancare il dialogo della carità al dialogo della verità”.
Quindi ha ricordato l’importanza del Concilio di Nicea: “La vostra visita ha una rilevanza particolare nell’anno in cui si celebra il 17° centenario del Concilio di Nicea, il primo Concilio ecumenico, che professò il Simbolo della fede comune a tutti i cristiani. Vorrei quindi riflettere con voi sul termine ‘Simbolo’, che ha una forte dimensione ecumenica, nel suo triplice significato.
In senso teologico, per Simbolo s’intende l’insieme delle principali verità della fede cristiana, che si completano e si armonizzano tra loro. In questo senso, il Credo niceno, che espone sinteticamente il mistero della nostra salvezza, è innegabile e ineguagliabile”.
Ed ha spiegato il significato ecclesiologico di questo Simbolo: “Tuttavia, il Simbolo ha anche un significato ecclesiologico: infatti, oltre alle verità, unisce anche i credenti. Nell’antichità, la parola greca symbolon indicava la metà di una tessera spezzata in due da presentare come segno di riconoscimento. Il Simbolo è quindi segno di riconoscimento e di comunione tra i credenti”.
Ecco l’importanza del Simbolo: “Ognuno possiede la fede come “simbolo”, che trova la sua piena unità solo assieme agli altri. Abbiamo dunque bisogno gli uni degli altri per poter confessare la fede, ed è per questo che il Simbolo niceno, nella sua versione originale, usa il plurale ‘noi crediamo’. Andando oltre in questa immagine, direi che i cristiani ancora divisi sono come dei ‘cocci’ che devono ritrovare l’unità nella confessione dell’unica fede. Portiamo il Simbolo della nostra fede come un tesoro in vasi d’argilla”.
Infine il terzo significato è quello ‘spirituale’: “Non dobbiamo mai dimenticare che il Credo è soprattutto una preghiera di lode che ci unisce a Dio: l’unione con Dio passa necessariamente attraverso l’unità tra noi cristiani, che proclamiamo la stessa fede. Se il diavolo divide, il Simbolo unisce! Come sarebbe bello che, ogni volta che proclamiamo il Credo, ci sentissimo uniti ai cristiani di tutte le tradizioni!”
Ed ha auspicato che tale ‘fede comune’ possa diventare comunione: “La proclamazione della fede comune, difatti, richiede prima di tutto che ci amiamo gli uni gli altri, come la liturgia orientale invita a fare prima della recita del Credo: ‘Amiamoci gli uni gli altri, affinché in unità di spirito, professiamo la nostra fede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo’.
Cari fratelli, auspico che la vostra presenza diventi un ‘simbolo’ della nostra comunione visibile, mentre perseveriamo nella ricerca di quella piena unità che il Signore Gesù ha ardentemente desiderato”.
(Foto: Santa Sede)
A Tolentino inaugurata una statua alla santa Madre Teresa di Calcutta
Nel dicembre dello scorso anno la Comunità albanese di Tolentino ha festeggiato il 111° anniversario dell’indipendenza dell’Albania alla presenza dell’ambasciatrice della Repubblica del Kosovo, Lendita Haxhitasim, e del sindaco della città, Mauro Sclavi, i quali hanno ‘scoperto’ la statua dedicata a santa Madre Teresa di Calcutta, posizionata nel quartiere di viale Benadduci, benedetta da don Gianni Compagnucci, parroco della concattedrale di san Catervo, che all’inizio della sua vocazione di sacerdote è vissuto per oltre un anno in Albania.
La statua, alta 165 cm, realizzata in bronzo, da un artista kosovaro, è stata donata dalla famiglia di Gzim Gashi per ringraziare la Comunità tolentinate per quanto fatto in favore del popolo albanese. Infatti Gashi, a partire dal 1999, grazie alla collaborazione del Sermit e del comune tolentinate, ha promosso una raccolta sistematica di genere alimentari e di prima necessità che erano donati dai tolentinati e che lui personalmente trasportava ogni mese in Albania, poi distribuiti per aiutare le famiglie in difficoltà.
Al termine dell’inaugurazione abbiamo chiesto a Gashi Gzim di spiegare il motivo per cui ha donato una statua dedicata a santa Madre Teresa: “Lei è un simbolo del nostro Paese, perché è nata a Skopje ed è di origine albanese. Ha donato tutta se stessa alle persone bisognose di tutto il mondo; ha vissuto in posti, da cui tutti fuggivano; invece lei è stata lì. Sono orgoglioso che è parte della nostra comunità albanese.
La prima cosa a cui ho pensato è stata quella di donare la statua alla città di Tolentino, perché nel 1999 quando il popolo kosovaro è fuggito dall’Albania, perché era un Paese povero e non poteva ospitare le persone evacuate dal Kosovo per trovare la salvezza, è stato ospitato dalle città italiane. In quel tempo eravamo un unico Paese. Io sono a Tolentino da più di 30 anni e sono stato ben accolto.
Arrivato in città da Bari il presidente del Ser.Mi.T (Servizio Missionario Tolentino) di quel tempo, Sandro Luciani, mi ha accolto ed aiutato a sistemarmi; anche tutti i cittadini ci ha aiutato con cibo e vestiario. Quindi con questa statua voglio ringraziare la città per l’accoglienza. Poi mi hanno aiutato a trovare un lavoro ed una degna sistemazione: la statua è un pensiero per condividere il bene ricevuto”.
Per quale motivo ha regalato alcuni volumi su Madre Teresa al Sermit?
“Don Gjergje, sacerdote nella Pristina, ha seguito molto la storia della santa albanese ed ha scritto molti libri, tra cui ‘La spiritualità di Madre Teresa, in quanto ha trascorsi alcuni anni in missione con lei e voleva essere presente in città all’inaugurazione. Purtroppo non è potuto essere presente, ma mi ha consegnato alcuni libri da regalare al Sermit”.
Cosa è stato per lei il Sermit?
“Per me è stato un punto di riferimento, perché quello che il Sermit ha fatto per me è stato straordinario. I libri sono solo una testimonianza per tutte le persone che svolgono questo servizio di volontariato”.
Per chi voglia sostenere l’opera del SerMiT:
Intesa San Paolo IBAN: IT 94 D 03069 69200 100000 006377;
Poste Italiane: IBAN: IT 66 N 07601 13400 000014 616627.
Suor Chiara Curzel: il Concilio di Nicea è importante per la trasmissione della fede
Ricevendo nello scorso maggio i partecipanti alla sessione plenaria del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, papa Francesco aveva auspicato che la celebrazione del prossimo anniversario del Concilio di Nicea, nel 2025, “abbia una rilevante dimensione ecumenica… Nonostante le travagliate vicende della sua preparazione e soprattutto del successivo lungo periodo di recezione, il primo Concilio ecumenico è stato un evento di riconciliazione per la Chiesa, che in modo sinodale riaffermò la sua unità intorno alla professione della propria fede”.
La Facoltà teologica del Triveneto approfondisce il Concilio di Nicea
Alle soglie di un nuovo periodo storico che nel mondo greco-romano, dopo la grande persecuzione, inaugurò il tempo della cristianità, la Chiesa di Aquileia, Chiesa-madre del Nord-Est, ebbe un ruolo importante: polmone tra Roma e l’Oriente, fu un territorio sul quale visioni di Chiese diverse trovarono tensioni e scontri, ma fu anche ponte di dialogo nella catena di trasmissione della fede che si aprì, 1700 anni fa, con il Concilio di Nicea, primo evento ecumenico della storia della cristianità, da cui scaturì una professione di fede condivisa.
A Roma la IV Giornata delle Catacombe
Sabato 16 ottobre a Roma e domenica 17 ottobre in alcuni siti del Lazio torna l’appuntamento con la ‘Giornata delle Catacombe’, giunta alla quarta edizione, promosso dalla Pontifica Commissione di Archeologia sacra che permetterà di visitare, gratuitamente, anche alcune catacombe normalmente non aperte al pubblico.






























