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Mons. Toso: la democrazia è una ‘sfida’ per la Chiesa

Mercoledì 12 giugno, alla presenza del presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, il vescovo di Faenza – Modigliana, mons. Mario Toso, ha presentato a Roma il libro ‘Chiesa e democrazia’; e mons. Toso ha sottolineato il valore della democrazia e la necessità dei partiti: “I partiti sono il tronco che collega le radici della società civile con i rami delle istituzioni, ma al momento non c’è nessuna linfa… La democrazia è una sfida per i cittadini a essere migliori nella vita quotidiana” e “una sfida dell’uomo a se stesso”.

E le Settimane Sociali dei Cattolici in Italia, che si svolgeranno a Trieste nella prima settimana di luglio con la partecipazione conclusiva di papa Francesco, serviranno a comprendere quale democrazia volere e pensare a riforme che favoriscano la partecipazione: “In un contesto di terza guerra mondiale, in cui viene a prospettarsi una nuova configurazione dell’Occidente europeo rispetto alle grandi potenze mondiali emergenti, sembra essere messa in crisi la ‘promessa’ fondamentale che la modernità aveva immesso nel genoma della democrazia: l’emancipazione della soggettività e la liberazione dalle catene del dominio eteronomo per essere realmente autonomi e, per questo stesso, più liberi”.

La democrazia è in crisi a causa di un ‘indebolimento’ delle sue funzioni: “Ma se alla fine del secolo scorso la democrazia sembrava poter affermarsi in tutto il mondo, all’inizio di questo secolo appare ovunque in crisi. La sua promessa di libertà per tutti i popoli viene indebolita sia sul piano del funzionamento delle istituzioni democratiche (istituzioni di governo ai diversi livelli, da quello locale a quello internazionale, parlamenti, partiti), sia sul piano del coinvolgimento popolare nei processi decisionali ed elettorali (si pensi all’astensionismo e alla disaffezione), sia sul piano della sua anima etico-culturale. Nonostante l’accrescimento della comunicazione, prevalgono la frammentazione sociale, l’individualismo utilitarista, che lasciano poco spazio per pensarne il futuro”.

Infine ha ribadito la necessità di studiare la Dottrina Sociale della Chiesa: “Con cittadini e rappresentanti intrappolati in forme populiste e illiberali di democrazia, diventa sempre più difficile realizzare la democrazia sostanziale, partecipativa, solidale, deliberativa, inclusiva. Contrariamente a quanto si pensa comunemente, non giova rispetto al suddetto ideale di democrazia il concetto di un’autorità politica intesa prevalentemente come potere, che è un concetto sociologico, ossia inteso come capacità di imporre e di farsi valere sui popoli.

Appare, invece, più adeguato il concetto di autorità proposto dalla Dottrina sociale della Chiesa e inteso come capacità di comandare secondo ragione. Tale autorità mira a far crescere i cittadini secondo la loro dignità umana, in tutta la sua pienezza, nel contesto di una corresponsabilità posta al servizio del bene comune”.

Il card. Zuppi ha tratteggiato il rapporto tra Chiesa e democrazia: “La Chiesa italiana ha affrontato più volte il tema della democrazia nelle Settimane Sociali. Si pensi a quella del 1945, con l’Italia che cercava di voltare pagina dopo la Seconda guerra mondiale. I cattolici si sono ritrovati a Firenze riflettendo su ‘Costituzione e costituente’, dando forza alle idee che erano state condivise nel Codice di Camaldoli del luglio 1943. Nel 1964 a Pescara, in pieno Concilio Vaticano II, si è ragionato di ‘Persone e bene comune nello stato contemporaneo’. Nel 1993 a Torino si è discusso di ‘Identità nazionale, democrazia e bene comune’ e nel 2004 a Bologna si è trattato ancora di “Democrazia: nuovi scenari, nuovi poteri”. Arriviamo quest’anno a Trieste, con la 50^ Settimana Sociale dei cattolici in Italia: ‘Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro’. La democrazia è il filo rosso che ha attraversato la storia del nostro Paese dopo l’esperienza del totalitarismo fascista”.

Al termine di un excursus storico il presidente della Cei ha affermato che la democrazia è in una ‘rotonda’: “Nel mondo la democrazia si presenta con molteplici volti. Ogni anno l’Economist pubblica i dati sullo stato della democrazia nel mondo. Quasi la metà della popolazione mondiale vive in un sistema democratico (45,4%), ma solo il 7,8% vive in piena democrazia e più di un terzo della popolazione mondiale vive sotto un regime autoritario (39,4%)…

Le democrazie imperfette sono caratterizzate da libere elezioni ma con una partecipazione sempre più scarsa e talora si segnalano problemi circa la libertà di informazione. L’Italia si colloca tra questi ed è al 31^ posto in classifica. Ci sono poi i regimi ibridi, dove puntualmente si verificano irregolarità nelle elezioni, libere solo di facciata. Sono nazioni con un’opposizione controllata, la magistratura non indipendente e la corruzione estesa. Infine, i regimi autoritari non conoscono libertà e pluralismo. Si tratta di dittature assolute con violazioni delle libertà civili, elezioni non libere e media assoggettati al regime”.

Il pregio del libro di mons. Toso è quello di chiamare i cattolici ad avere una visione: “I cattolici sono presenti in tutti gli schieramenti e in tutti i partiti politici. Il vescovo di Faenza invita ad organizzarsi e a non dimenticare che per avere una chance di cambiare le cose occorre generare consenso e coinvolgere in un’idea che sia una visione. Altrimenti ci si condanna all’insignificanza. Con ogni probabilità, c’è da aspettarsi che a Trieste il tema tornerà e si potrà discutere apertamente della collocazione politica dei cattolici. La Chiesa viene prima dei partiti. Si avverte l’urgenza di disinnescare le bombe dovute alla priorità di indossare casacche di appartenenza per mettere al primo posto il comune legame con la comunità cristiana”.

(Foto: Diocesi di Faenza-Modigliana)

Cei: il lavoro è un bene per la democrazia

A fine febbraio la Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace ha pubblicato il messaggio dei Vescovi per la festa dei Lavoratori del 1° maggio: ‘Il lavoro per la partecipazione e la democrazia’, prendendo spunto dal passo del vangelo dell’apostolo Giovanni (‘Il Padre mio opera sempre e anch’io opero’), che riprende i pensieri delle encicliche sociali:

“Queste parole di Cristo aiutano a vedere che con il lavoro si esprime ‘una linea particolare della somiglianza dell’uomo con Dio, Creatore e Padre’ (Laborem exercens, 26). Ognuno partecipa con il proprio lavoro alla grande opera divina del prendersi cura dell’umanità e del Creato. Lavorare quindi non è solo un ‘fare qualcosa’, ma è sempre agire ‘con’ e ‘per’ gli altri, quasi nutriti da una radice di gratuità che libera il lavoro dall’alienazione ed edifica comunità”.

Al contempo è un invito a non dimenticare la Costituzione italiana, in vista delle Settimane Sociali: “In questa stessa prospettiva, l’articolo 1 della Costituzione italiana assume una luce che merita di essere evidenziata: la ‘cosa pubblica’ è frutto del lavoro di uomini e di donne che hanno contribuito e continuano ogni giorno a costruire un Paese democratico.

E’ particolarmente significativo che le Chiese in Italia siano incamminate verso la 50ª Settimana Sociale dei cattolici in Italia (Trieste, 3-7 luglio), sul tema ‘Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro’. Senza l’esercizio di questo diritto, senza che sia assicurata la possibilità che tutti possano esercitarlo, non si può realizzare il sogno della democrazia”.

Quindi il ‘bene comune’ è la priorità del lavoro, come ha ricordato papa Francesco nell’enciclica ‘Fratelli tutti’: “Le politiche del lavoro da assumere a ogni livello della pubblica amministrazione devono tener presente che ‘non esiste peggiore povertà di quella che priva del lavoro’. Occorre aprirsi a politiche sociali concepite non solo a vantaggio dei poveri, ma progettate insieme a loro, con dei ‘pensatori’ che permettano alla democrazia di non atrofizzarsi ma di includere davvero tutti. Investire in progettualità, in formazione e innovazione, aprendosi anche alle tecnologie che la transizione ecologica sta prospettando, significa creare condizioni di equità sociale. E’ necessario inoltre guardare agli scenari di cambiamento che l’intelligenza artificiale sta aprendo nel mondo del lavoro, in modo da guidare responsabilmente questa trasformazione ineludibile”.

Perciò prendersi cura del lavoro è un atto di carità come riconoscimento della dignità: “A ciascuno il suo è questione elementare di giustizia: a chiunque lavora spetta il riconoscimento della sua altissima dignità. Senza tale riconoscimento, non c’è democrazia economica sostanziale. Per questo, è determinante assumere responsabilmente il ‘sogno’ della partecipazione, per la crescita democratica del Paese”.

Nel messaggio i vescovi sottolineano che le Istituzioni hanno l’obbligo di assicurare un lavoro dignitoso: “Le istituzioni devono assicurare condizioni di lavoro dignitoso per tutti, affinché sia riconosciuta la dignità di ogni persona, si permetta alle famiglie di formarsi e di vivere serenamente, si creino le condizioni perché tutti i territori nazionali godano delle medesime possibilità di sviluppo, soprattutto le aree dove persistono elevati tassi di disoccupazione e di emigrazione.

Tra le condizioni di lavoro quelle che prevengono situazioni di insicurezza si rivelano ancora le più urgenti da attenzionare, dato l’elevato numero di incidenti che non accenna a diminuire. Inoltre, quando la persona perde il suo lavoro o ha bisogno di riqualificare le sue competenze, occorre attivare tutte le risorse affinché sia scongiurato ogni rischio di esclusione sociale, soprattutto di chi appartiene ai nuclei familiari economicamente più fragili, perché non dipenda esclusivamente dai pur necessari sussidi statali”.

Lavoro dignitoso significa un equo salario, come aveva scritto san Giovanni Paolo II nell’enciclica ‘Laborem exercens’, in grado di non creare divari economici: “Un lavoro dignitoso esige anche un giusto salario e un adeguato sistema previdenziale, che sono i concreti segnali di giustizia di tutto il sistema socioeconomico.

Bisogna colmare i divari economici fra le generazioni e i generi, senza dimenticare le gravi questioni del precariato e dello sfruttamento dei lavoratori immigrati. Fino a quando non saranno riconosciuti i diritti di tutti i lavoratori, non si potrà parlare di una democrazia compiuta nel nostro Paese”.

A tale realizzazione sono ‘chiamati’ imprenditori, lavoratori e sindacati: “A questo compito di giustizia sono chiamati anche gli imprenditori, che hanno la specifica responsabilità di generare occupazione e di assicurare contratti equi e condizioni di impiego sicuro e dignitoso.

I lavoratori, consapevoli dei propri doveri, si sentano corresponsabili del buon andamento dell’attività produttiva e della crescita del Paese, partecipando con tutti gli strumenti propri della democrazia ad assicurare, non solo per sé ma anche per la collettività e per le future generazioni, migliori condizioni di vita. La dimensione partecipativa è garantita anche dalle associazioni dei lavoratori, dai movimenti di solidarietà degli uomini del lavoro e con gli uomini del lavoro che, perseguendo il fine della salvaguardia dei diritti di tutti, devono contribuire all’inclusione di ciascuno, a partire dai più fragili, soprattutto nelle aziende”.

In questo percorso la Chiesa non può sentirsi esclusa, che deve promuovere azioni che sollecitino nuove prospettive di lavoro nel territorio: “Le Chiese in Italia, impegnate nel cammino sinodale, continuano nell’ascolto dei lavoratori e nel discernimento sulle questioni sociali più urgenti: ogni comunità è chiamata a manifestare vicinanza e attenzione verso le lavoratrici e i lavoratori il cui contributo al bene comune non è adeguatamente riconosciuto, come anche a tenere vivo il senso della partecipazione.

In questa prospettiva, gli Uffici diocesani di pastorale sociale e gli operatori, quali i cappellani del lavoro, promuovano e mettano a disposizione adeguati strumenti formativi. Ciascuno deve essere segno di speranza, soprattutto nei territori che rischiano di essere abbandonati e lasciati senza prospettive di lavoro in futuro, oltre che mettersi in ascolto di quei fratelli e sorelle che chiedono inclusione nella vita democratica del nostro Paese”.

Da Taranto continua l’impegno sociale dei cattolici

Ieri con la Messa celebrata dal card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della CEI, si è conclusa a Taranto la 49ª Settimana Sociale dei cattolici italiani, che ha riunito oltre 700 delegate e delegati provenienti da tutta Italia insieme ad un centinaio di Vescovi, sacerdoti e religiosi, laici, rappresentanti delle Istituzioni, del mondo della politica e della cultura per riflettere sul tema ‘Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. #tuttoèconnesso’.

Da Taranto passi per rigenerare l’Italia

Oggi a Taranto si conclude la 49^ Settimana Sociale dei cattolici italiani con la richiesta di un nuovo stile di vita per orientare scelte di consumo sostenibili ed iniziative di cittadinanza attiva orientate a favorire la diffusione di modelli capaci di coniugare sviluppo e ambiente. Nello specifico sono stati lanciati 10 suggerimenti, di cui il primo punto consiste nell’educare alla sostenibilità integrale la cittadinanza, attraverso programmi straordinari di aggiornamento delle conoscenze e delle sensibilità per fasce di età 35-45 anni con bassa scolarizzazione.

La seconda richiesta esplicita riguarda la spinta al consumo e la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili; la terza ‘raccomandazione’ è sintetizzabile nello slogan ‘No plastic’, sostituendo la plastica monouso con prodotti creati da materiali riciclabili. Il quarto punto consiste nella valorizzazione dell’agricoltura km 0 in un’ottica di lotta agli sprechi e agli scarti. Invece il quinto invito è racchiuso nel titolo ‘Città fratelli tutti’, chiedendo di agire affinché i centri urbani si prendano cura del prossimo.

In queste raccomandazioni rientra l’utilizzo di mezzi di trasporto a minore impatto sulle emissioni climalteranti; la cura dei territori adoperandosi per la pulizia degli spazi pubblici delle città; il contrasto alla speculazione e alla finanza che non genera ecologia integrale, privilegiando investimenti in fondi responsabili. Gli ultimi due ‘stili di vita’ consigliati riguardano la comunità: lavorare insieme alle reti ed associazioni dei territori che s’impegnano a valorizzare i beni comuni ambientali-sociali-culturali locali; ed attivarsi per azioni di advocacy e class action contro speculazione e inquinatori.

Durante questi giorni  è stato proposto dai giovani un ‘manifesto’, che vuole essere un manifesto politico di ‘comunità’ per non far ‘morire’ la speranza: “Alla Settimana Sociale dei cattolici di Taranto abbiamo deciso di proporre un modello di condivisione, di cooperazione e discernimento collettivo che ci permetta insieme di rigenerare e condividere i rischi della transizione. Il manifesto è un messaggio di speranza che si basa su impegni concreti di alleanze per la transizione ecologica, economica e sociale integrale, speranza e impegni che ci fanno riscoprire fratelli e sorelle. Questo cammino si costituisce di tappe rigenerative, di Agorà digitali, di un Nuovo Vocabolario e di linee guida per alleanze concrete”.

Ed hanno proposto sette punti che consente di ‘far fiorire l’ambiente’: “Attraverso l’ambiente possiamo stringere nuove alleanze nei territori tra associazioni, amministrazioni, diocesi, aziende, centri di formazione e parrocchie. Facciamo ‘squadra’ con obiettivi concreti a sostegno di una conversione ecologica integrale per illuminare il futuro. Riscopriamo la sostenibilità come nuovo orizzonte di fraternità”.

Occorre cooperare nella costruzione del bene comune: “Creiamo insieme comunità educanti, capaci di attivare alleanze con il mondo della scuola e la società civile. I giovani siano protagonisti di processi rigenerativi immaginati da loro e con loro. Costruiamo insieme un vero sistema educante”.

Da questa costruzione può nascere una nuova imprenditoria sostenibile: “Favoriamo la proliferazione di iniziative imprenditoriali. Creiamo alleanze tra imprenditrici e imprenditori, riscoprendoci fratelli e sorelle tramite la condivisione di esperienze e desideri. Il sistema imprenditoriale crei una forte sostenibilità economica, sociale e ambientale con i lavoratori, il territorio e la pubblica amministrazione”.

I giovani chiedono un nuovo modo di fare impresa, che non disperda la tradizione delle comunità locali: “Incrementiamo la partecipazione ai processi di valorizzazione delle comunità locali per il bene comune. Creiamo alleanze tra cittadine e cittadini per generare processi di corresponsabilità. Riscopriamo la diversità come profonda ricchezza da custodire. I cittadini siano i primi alleati della pubblica amministrazione per rigenerare spazi verdi e donare nuova vita agli immobili in disuso. Puntiamo ad essere Communitas, torniamo ad essere dono”.

E per costruire la communitas occorre una corresponsabilità: “Creiamo un’alleanza di corresponsabilità tra i giovani e le diocesi, perché queste ultime si riscoprano luoghi di incontro e di accoglienza. Diamo in questo modo concretezza ai progetti e ai processi, con fiducia verso i giovani e il diritto all’errore. Trasformiamo il nostro stile di vita in testimonianza”.

Ed ecco l’invito a diventare simboli di generatività: “Divertiamoci insieme nella condivisione e nella riscoperta di alleanze, con la gioia di chi spera, la fiducia attiva di chi si sente parte di un’alleanza, e l’impegno di chi si sente madre, padre, fratello, sorella, figlia e figlio per le nuove generazioni e il proprio pianeta”.

Ed anche nell’omelia di ieri l’arcivescovo di Taranto, mons. Filippo Santoro, ha sottolineato la concretezza delle opere: “Offriamo la speranza non nel teorizzare soluzioni, ma rischiando in prima persona, mettendoci in gioco, rimboccandoci le maniche. Donandoci. Stiamo riflettendo sul #tuttoèconnesso. La prima connessione è la fraternità che contempliamo in questa assemblea. Siamo connessi gli uni agli altri.

Perché nel nostro modus di essere sociali, vi è un legame molto più profondo, mai sacrificabile in nome del profitto, del tornaconto. Il pianeta ha bisogno dell’apertura di corridoi percorribili secondo lo Spirito, perché anche tra le contraddizioni e le croci siamo predestinati alla gioia che già inizia in questa terra, che è del Signore con tutto quello che essa contiene quando cerchiamo il suo volto come abbiamo pregato nel salmo”.

Riprendendo la parabola del vignaiuolo l’arcivescovo di Taranto ha chiesto cura e pazienza per rigenerare: “E’ così che il Signore, con una breve parabola, descrive il processo di conversione che è un itinerario passionale di pazienza e di cura. Un fico infatti non metteva frutti e di fronte alla sua infruttuosità il suo padrone decide di sradicarlo.

Il contadino chiede pazienza al padrone, promette di prendersene cura, di stare ad esso vicino. La conversione infatti inaugura un tempo di misericordia, un tempo necessario perché il cuore torni ad appartenere a Dio, perché il fico riemetta i suoi germogli. Interessante il concetto di cura e di pazienza quale viatico indispensabile perché si porti frutto, perché anche quel fico si converta e torni alla sua vera vocazione”.

(Foto: Settimana Sociale dei Cattolici italiani)

Da Taranto un invito a non perdere la speranza

“Questo appuntamento ha un sapore speciale. Si avverte il bisogno di incontrarsi e di vedersi in volto, di sorridere e di progettare, di pregare e sognare insieme. Ciò è tanto più necessario nel contesto della crisi generata dal Covid, crisi insieme sanitaria e sociale. Per uscirne è richiesto un di più di coraggio anche ai cattolici italiani. Non possiamo rassegnarci e stare alla finestra a guardare, non possiamo restare indifferenti o apatici senza assumerci la responsabilità verso gli altri e verso la società. Siamo chiamati a essere lievito che fa fermentare la pasta”.

Settimana Sociale: mons. Santoro spiega che #tuttoèconnesso

A Taranto inizia la 49ª Settimana Sociale dei cattolici italiani sul tema ‘Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro #tuttoèconnesso’, che terminerà domenica 24 ottobre con la celebrazione della Messa alla Concattedrale della città, a cui prendono parte oltre 80 Vescovi, 670 delegate e delegati (tra cui numerosi giovani), provenienti da 208 Diocesi con una consistente presenza femminile: ben un terzo dei partecipanti è costituito da donne, la cui fascia di età più rappresentata è quella fino ai 35 anni.

Il presidente delle Acli, Manfredonia, chiede un lavoro che non uccide

“Oggi ricorre la Giornata nazionale per le Vittime degli Incidenti sul Lavoro che, come ogni anno, vuole commemorare coloro che hanno perso la vita o hanno subito infortuni svolgendo la propria attività lavorativa. Una ferita sociale che non trova soluzione, ma purtroppo è sempre in aumento e diventa lacerante ogni volta che si apprendono, come in queste ultime settimane, quotidiani e drammatici aggiornamenti di incidenti avvenuti”.

Con questo messaggio il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, domenica 10 ottobre ha ricordato la giornata dei Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro, sottolineando che la Costituzione Italiana tutela la salute del lavoratore: “Affinché questo diritto sia effettivamente garantito, uno Stato democratico deve consentire a ognuno di svolgere la propria attività lavorativa, tutelandone la salute e assicurandone lo svolgimento nella più totale sicurezza.

Le tragedie a cui stiamo assistendo senza tregua sono intollerabili e devono trovare una fine, rafforzando la cultura della legalità e della prevenzione. Le leggi ci sono e vanno applicate con inflessibilità”.

Le denunce di infortunio sul lavoro presentate all’Inail entro agosto sono state 349.449, oltre 27.000 in più (+8,5%) rispetto alle 322.132 dei primi otto mesi dello scorso anno, sintesi di un decremento delle denunce osservato nel trimestre gennaio-marzo (-11%) e di un incremento nel periodo aprile-agosto (+26%) nel confronto tra i due anni.

I dati evidenziano un aumento a livello nazionale degli infortuni in itinere, occorsi cioè nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il posto di lavoro (+20,6%, da 38.001 a 45.821 casi), che sono diminuiti del 32% nel primo bimestre di quest’anno e aumentati del 59% nel periodo marzo-agosto (complice il massiccio ricorso allo smart working nello scorso anno, a partire proprio dal mese di marzo), e un incremento del 6,9% (da 284.131 a 303.628) di quelli avvenuti in occasione di lavoro, che sono calati del 10% nel primo trimestre di quest’anno e aumentati del 22% nel periodo aprile-agosto.

Dall’analisi territoriale emerge una diminuzione delle denunce soltanto nel Nord-Ovest (-3,6%), al contrario delle Isole (+16,5%), del Sud (+14,9%), del Centro (+14,5%) e del Nord-Est (+13,6%). Tra le regioni si registrano decrementi percentuali solo in Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia e Provincia autonoma di Trento, mentre gli incrementi percentuali più consistenti sono quelli di Basilicata, Molise e Campania.

Partendo da questi dati chiediamo al presidente nazionale delle Acli, Emiliano Manfredonia,di spiegarci perché dopo la pandemia le morti sul lavoro sono continuate a crescere: “Sono continuate a crescere perché ci siamo assolti da molti doveri. Oltre a quello di proteggerci dalla pandemia, uno è quello di rispettare tutte le regole delle norme di sicurezza nei luoghi di lavoro. Poi c’è sempre la solita struttura di chi pensa che il profitto è fondamentale ed aldilà della vita delle persone. Dobbiamo insistere sulla tutela della persona, perché il lavoro è anche vita e bellezza e non può finire in tragedia”.

Quale effetto ha avuto la pandemia sul lavoro?

“La pandemia ha avuto effetti non solo sulle dinamiche occupazionali ma anche sulla composizione stessa del mercato del lavoro e su interi settori produttivi. La pandemia ha impresso una spinta repentina verso l’evoluzione di alcuni settori con una conseguente richiesta di profili professionali nuovi, o comunque ridisegnando la domanda di lavoro rispetto alle diverse professionalità nei diversi settori. E’ quindi necessario agire in ottica previsiva per conoscere i fabbisogni occupazionali del tessuto produttivo e agire sul sistema formativo per preparare, in tempi contenuti, i lavoratori di cui le imprese hanno bisogno”.

E quale lavoro si prospetta dopo la pandemia?

“Dopo la pandemia dobbiamo iniziare a cambiare il paradigma, perché le fragilità del lavoro si sono acuite. Prima c’era chi era più o meno tutelato, ma c’era anche chi non aveva lavoro. Poi, purtroppo, c’erano persone che dovevano entrare nel mondo del lavoro ed hanno avuto molte difficoltà. Dobbiamo lavorare sulle politiche attive, soprattutto alla formazione continua per i lavoratori, e più specifica per chi cerca un lavoro, perché le aziende cercano un lavoro specializzato. Occorre aiutare i giovani ad avere la formazione utile per la ricerca del lavoro”.

Come ritessere sviluppo ed occupazione?

“Occorre puntare sull’economia sociale e sull’economia della cura, anche per favorire la permanenza al lavoro e la carriera delle donne. Molta nuova occupazione può nascere ed è già cresciuta in settori che vedono protagonista il Terzo settore. Una strategia italiana per l’economia sociale, in particolare, deve guardare all’economia del prendersi cura anche introducendo, analogamente all’economia verde, agevolazioni fiscali per favorire l’implementazione dei servizi e l’occupazione, nonché far emergere (prevedendone una qualificazione) centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori del settore domestico.

Proponiamo, a fianco della realizzazione della rete di protezione sociale e dei livelli essenziali delle prestazioni anche sociali, di prevedere una detrazione (o uno ‘sconto’ al fornitore o una elargizione equivalente per chi non ha reddito) a favore del lavoro sociale di assistenza familiare, o educativo con i minori, con persone non autosufficienti, di prevenzione e promozione della qualità della vita e della salute, dello sport”.

Fra pochi giorno a Taranto si svolgeranno le Settimane sociali dei cattolici sul tema della cura, ‘Il pianeta che speriamo: ambiente, lavoro, futuro’: in quale modo tutto #èconnesso?

“La Chiesa convoca i cattolici per la Settimana Sociale a Taranto, che è il luogo-simbolo, richiamandoci alla contraddizione tra il lavoro ed il rispetto della vita e dell’ambiente, in quanto rispetto vuol dire vivere in un luogo sano. Quindi mai più contraddizione tra lavoro ed ambiente; il lavoro non deve solo trasformare, ma deve curare i nostri territori e comunità. Dal lavoro si crea il valore di un’intera comunità. Da cattolici dobbiamo dare il contributo per rendere migliore l’Italia”.    

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