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Papa Leone XIV ai sacerdoti romani: ravvivare la Parola di Dio nella comunione
“E dico, se è vero che siamo all’inizio di questo cammino quaresimale, questo non è un atto di penitenza: è, almeno per me, una grande gioia! E lo dico sinceramente! All’inizio dell’anno pastorale ci siamo lasciati ispirare da ciò che Gesù dice alla donna samaritana presso il pozzo di Giacobbe: Se tu conoscessi il dono di Dio”: con questa citazione tratta dal vangelo di san Giovanni papa Leone XIV ha incontrato i sacerdoti romani.
Guardare ai segni dei tempi, intercettando i cambiamenti, per rilanciare l’annuncio del Vangelo al di là della stanchezza della vita sacerdotale è stata la sfida del papa: “Il dono, come sappiamo, è anche un invito a vivere una responsabilità creativa. Non siamo soltanto inseriti dentro il fiume della tradizione come esecutori passivi di una pastorale già definita ma, al contrario, con la nostra creatività e i nostri carismi, siamo chiamati a collaborare con l’opera di Dio.
A questo proposito, sono illuminanti le parole che l’apostolo Paolo rivolge a Timoteo: ‘Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te’. Queste parole sono rivolte, oltre che al singolo, anche alla comunità, e oggi possiamo sentirle rivolte a noi: Chiesa di Roma, ricordati di ravvivare il dono di Dio”.
Perciò il papa ha spiegato cosa significa ravvivare, utilizzando un’immagine di papa Francesco: “Paolo rivolge questa esortazione a una comunità che in qualche modo ha perso la freschezza delle origini e lo slancio pastorale; con il contesto che cambia e il tempo che passa, si ravvisa una certa stanchezza, qualche delusione o frustrazione, un certo decadimento spirituale e morale.
Ed allora l’Apostolo dice a Timoteo e a quella comunità: ricordati di ravvivare il dono che hai ricevuto. Questo verbo usato da Paolo (ravvivare) evoca l’immagine della brace sotto la cenere e, come disse papa Francesco, ‘suggerisce l’immagine di chi soffia sul fuoco per ravvivarne la fiamma’. Anche per il cammino pastorale della nostra diocesi possiamo dire: il fuoco è acceso, ma sempre di nuovo bisogna ravvivarlo”.
Quindi anche questo fuoco ‘acceso’ si trasforma in dono: “Il fuoco acceso è il dono irrevocabile che il Signore ci ha fatto, è lo Spirito che ha tracciato il cammino della nostra Chiesa, la storia e la tradizione che abbiamo ricevuto e quanto, in modo ordinario, portiamo avanti nelle nostre comunità. Allo stesso tempo, dobbiamo ammettere con umiltà che la fiamma di questo fuoco non conserva sempre la stessa vitalità e ha bisogno di essere riattizzata.
Incalzati dai repentini cambiamenti culturali e dagli scenari in cui si svolge la nostra missione, talvolta assaliti dalla stanchezza e dal peso della routine, oppure scoraggiati per la crescente disaffezione nei confronti della fede e della pratica religiosa, avvertiamo il bisogno che questo fuoco sia alimentato e ravvivato”.
Ciò vale per la vita pastorale: “Le fatiche e le incomprensioni, però, possono anche essere occasione di riflessione sulle sfide pastorali da affrontare. In particolare, circa la relazione tra iniziazione cristiana ed evangelizzazione, abbiamo bisogno di una chiara inversione di marcia; infatti, la pastorale ordinaria è strutturata secondo un modello classico che si preoccupa anzitutto di garantire l’amministrazione dei Sacramenti, ma un tale modello presuppone che la fede venga in qualche modo trasmessa anche dall’ambiente circostante, dalla società come dall’ambiente familiare. In realtà, i cambiamenti culturali e antropologici che sono avvenuti negli ultimi decenni ci dicono che non è più così, anzi, assistiamo a una crescente erosione della pratica religiosa”.
Da qui l’invito ad annunciare il Vangelo: “Come tutti i grandi agglomerati urbani, la città di Roma è segnata dalla permanente mobilità, da un nuovo modo di abitare il territorio e di vivere il tempo, da tessuti relazionali e familiari sempre più plurali e talvolta sfilacciati. Perciò, è necessario che la pastorale parrocchiale rimetta al centro l’annuncio, per cercare vie e modi che aiutino le persone a entrare nuovamente in contatto con la promessa di Gesù. In questo contesto, l’iniziazione cristiana, spesso modulata su ritmi scolastici, ha bisogno di essere rivista: occorre sperimentare altre modalità di trasmissione della fede anche al di fuori dei cammini classici, per cercare di coinvolgere in modo nuovo i ragazzi, i giovani e le famiglie”.
Però l’annuncio deve essere fatto nella comunione: “Per dare il primato all’evangelizzazione in tutte le sue molteplici forme non possiamo pensare e agire in modo solitario. In passato, la parrocchia era legata più stabilmente al territorio e ad essa appartenevano tutti coloro che vi abitavano; oggi, però, i modelli e gli stili di vita sono passati dalla stabilità alla mobilità e tante persone, oltre che per motivi lavorativi, si muovono per esperienze di vario genere, vivendo anche le relazioni al di là dei confini territoriali e culturali di appartenenza”.
Una comunione capace di superare l’autoreferenzialità: “La sola parrocchia non è sufficiente per avviare qualche percorso di evangelizzazione capace di intercettare chi non può vivere un’adeguata partecipazione. In un territorio di grande dimensioni come quello romano, occorre vincere la tentazione dell’autoreferenzialità, che genera sovraffaticamento e dispersione, per lavorare sempre più insieme, specialmente tra parrocchie limitrofe, mettendo in comune i carismi e le potenzialità, programmando insieme ed evitando di sovrapporre le iniziative. Serve un coordinamento maggiore che, lungi dall’essere un espediente pastorale, intende esprimere la nostra comunione presbiterale”.
Da qui la richiesta di essere ‘vicino’ ai giovani: “Si tratta perciò di cogliere e leggere il profondo disagio esistenziale che li abita, il loro smarrimento, le loro molteplici difficoltà, come pure i fenomeni che li coinvolgono nel mondo virtuale e i sintomi di una preoccupante aggressività, che sfocia a volte nella violenza. So che conoscete questa realtà e vi impegnate per affrontarla. Non abbiamo soluzioni facili che ci assicurino risultati immediati ma, per quanto possibile, possiamo restare in ascolto dei giovani, renderci presenti, accoglierli, condividere un po’ della loro vita”.
Anche qui in sinergia con le Istituzioni: “Allo stesso tempo, poiché le problematiche interessano varie dimensioni della vita, cerchiamo anche, come parrocchie, di dialogare e interagire con le istituzioni presenti sul territorio, con la scuola, con gli specialisti nel campo educativo e delle scienze umane e con quanti hanno a cuore il destino e il futuro dei nostri ragazzi”.
Ha concluso l’incontro con un incoraggiamento: “Vi esorto alla fedeltà quotidiana nella relazione col Signore e a lavorare con entusiasmo anche se ora non vedete i frutti dell’apostolato. Soprattutto vi invito a non chiudervi mai in voi stessi: non abbiate paura di confrontarvi, anche sulle vostre stanchezze e sulle vostre crisi, specialmente con i confratelli che ritenete possano aiutarvi. A tutti noi, ovviamente, è richiesto un atteggiamento di ascolto e di attenzione, attraverso cui vivere concretamente la fraternità presbiterale. Accompagniamoci e sosteniamoci a vicenda”.
In precedenza aveva accolto i partecipanti al Capitolo generale dei Legionari di Cristo: “Il carisma è un dono dello Spirito Santo. Ogni istituto e ciascuno dei suoi membri sono chiamati a incarnarlo personalmente e comunitariamente, in un continuo processo di approfondimento della propria identità, che li colloca e li definisce nella Chiesa e nella società. Questo cammino, a sua volta, costituisce un prezioso contributo alla Chiesa nel suo insieme e, in particolare, alla famiglia spirituale del Regnum Christi”.
Un invito alla custodia del carisma: “Come accennato, il carisma è un dono dello Spirito Santo; è Lui che distribuisce i suoi doni, e lo fa per il rinnovamento e l’edificazione della Chiesa. Come dice san Paolo, ‘a ciascuno viene manifestato per l’utilità comune’. Pertanto, il carisma va accolto con gratitudine e consolazione. Ricordatevi, dunque, che non siete i proprietari del carisma, ma i suoi custodi e servitori. Siete chiamati a dare la vita affinché questo dono continui a portare frutto nella Chiesa e nel mondo.. Questo Capitolo vi invita a continuare a interrogarvi su come vivere oggi, con fedeltà creativa, l’intuizione carismatica che ha dato origine alla vostra famiglia religiosa”.
Ed ecco la missione: “La vostra missione è quella di offrire questa testimonianza visibile di ascolto reciproco e di ricerca congiunta della volontà di Dio, sia per le vostre comunità sia per coloro che incontrate lungo il cammino mentre compite la vostra missione… Non si tratta di eliminare le differenze, ma di avere la capacità di armonizzare le diversità a beneficio di tutti, accogliendo le divergenze come una ricchezza e discernendo insieme i cammini che il Signore ci propone”.
Quindi è un processo sinodale: “Questo processo richiede umiltà nell’ascolto, libertà interiore per esprimersi con sincerità e apertura ad accogliere il discernimento collettivo. È un requisito intrinseco di ogni vocazione vissuta in comunità. La Chiesa oggi vive una profonda chiamata alla sinodalità, cioè a camminare, ascoltare e discernere insieme. Il Capitolo Generale è, per sua stessa natura, un esercizio sinodale in cui tutti sono chiamati a contribuire con la propria esperienza e sensibilità per costruire insieme il futuro dell’istituto”.
(Foto: Santa Sede)
La Strenna Salesiana invita ad ‘abbandonarsi’ alla Parola di Dio
“La strenna che ci ha accompagnato l’anno scorso, costruita attorno al tema giubilare della speranza, ha offerto a tutti noi l’opportunità di guardare al mistero di Cristo come fonte di luce che ci aiuta a contemplare le meraviglie di Dio nel momento presente. Abbiamo vissuto momenti che ci hanno rafforzato nella fede in quello che il Signore ha ancora da rivelarci, e abbiamo percepito la speranza come forza del ‘già’ e come coraggio del ‘non ancora’. Abbiamo anche contemplato come per don Bosco la forza della speranza lo abbia aiutato e sostenuto nel suo cammino di scoperta e di messa in pratica del progetto di Dio”: questo è l’inizio della Strenna 2026, ‘Fate quello che vi dirà, titolo preso dal vangelo giovanneo, scritto dal Rettor Maggiore dei Salesiani don Fabio Attard, che ha come sottotitolo ‘Credenti, liberi per servire’, in occasione del 150^ anniversario della prima spedizione missionaria salesiana.
In questa Strenna, divisa in sei capitoli, il Rettor Maggiore invita a farsi guidare da questa frase: “Quest’anno vi propongo di assumere l’invito di Maria, con lo stesso atteggiamento di disponibilità e libertà che vediamo nei servi… Qualsiasi cosa Gesù ci dica, bisogna semplicemente accoglierla, assumerla e viverla, senza se e senza ma. Invito tutti, carissimi sorelle e fratelli, dopo aver vissuto la forza della speranza, quella ‘speranza che non delude’, a permettere che al nostro cuore giungano le parole di Maria, e a prestare il nostro sguardo e il nostro ascolto a Gesù, a quello che ci dirà, nella consapevolezza e nella gioia di essere servi”.
Ecco l’invito ad una particolare attenzione ai ‘segni dei tempi’: “Abbracciare il tempo e la storia come atteggiamento esistenziale implica alcune esigenze che solo alla luce della fede in Cristo possiamo cogliere e assumere. Nel campo educativo pastorale questa scelta di Maria è per noi un richiamo insieme forte e gentile a non cadere in quell’indifferenza che non solo giustifica le cose, ma anche passivamente e indirettamente le favorisce. Quante volte troviamo perfino gente cosiddetta ‘di chiesa’ che davanti al dramma dei rifugiati, dei poveri, dei vulnerabili, si ritirano nel loro ben-vivere considerandoli solo come disturbo e scarto?”
Il Rettor Maggiore riprende l’insegnamento di san Giovanni Bosco di essere nella storia, che è il ‘cortile’ di Dio: “Tutta l’esperienza di don Bosco ci comunica che ‘il cortile’, quello fisico come quello metaforico, è il luogo della rivelazione della bontà di Dio. L’amorevolezza la comunichiamo vivendola in maniera serena quando siamo presenti tra e per i giovani, che così si sentono riconosciuti, apprezzati e amati. La condivisione la si costruisce nelle relazioni con i nostri collaboratori e collaboratrici quando ci chiedono quei ‘cinque minuti’ di ascolto. La sapienza pastorale e educativa passa per la quotidianità dei gesti, vissuti con un cuore aperto, disponibile, attento e pieno di affetto”.
E’ un invito a leggere gli eventi alla luce dello sguardo di Gesù: “Ci sono diverse maniere di rispondere alle povertà. Il credente opta per questa: agire partendo dalla Parola di Gesù. Per il credente in Cristo vale ciò che tanti santi della carità hanno trasmesso con la loro vita e testimonianza. Lo stesso nostro padre don Bosco lo ha trasmesso in maniera netta: agire nel nome di Gesù. E’ di grande rilevanza per noi quanto i primi salesiani hanno conservato nel loro ricordo della figura di don Bosco, soprattutto nei suoi aspetti più profondamente spirituali e mistici”.
Per questo le ‘nozze di Cana’ è un invito a vivere la chiamata di Dio con libertà: “E’ importante e decisivo sentirsi parte della storia dell’umanità, accogliendo e ‘leggendo’ i segni dei tempi; è assolutamente necessario essere radicati nella fede in Cristo. Ma la verità di questi due atteggiamenti si evidenzia al massimo grado nel momento in cui si accoglie e si vive la Parola. Emerge allora il cammino di una fede autentica, segnato da una crescita sana e solida”.
E’ un invito ad ‘abbandonarsi’ alla Parola di Dio: “Come ci testimoniano i servi, come ci testimoniano don Bosco e tanti Salesiani conosciuti, con le loro scelte concrete, sempre precedute da una precisa e sistematica attenzione alle fonti della loro vita. Da questo spazio sacro e profondo è emanato tutto. Sono stati discepoli e servi che della loro vita per e con gli altri hanno fatto un’esperienza che prolungava la loro relazione con Gesù, vissuta con la forza della sua Parola.
Il loro non era devozionismo astratto o pietismo emozionale, ma espressione e sintesi di maturità umana e spirituale, di lungimiranza intelligente e sapiente, di empatia umana e slancio mistico. Nel loro ob-audire vissuto con una personalità forte e determinata non vediamo segni di debolezza, di rassegnazione passiva”.
In questo modo le ‘nozze’ diventano una festa grazie all’azione dei servi: “Le nozze di Cana sono state una ‘festa’ arricchita per la fiduciosa e generosa risposta dei servi all’invito di Maria di fare quello che Gesù ha detto loro di fare. Quando il servire è segnato dalla generosa dedizione di sé, una generosità radicata nella fede, i risultati sono un dono per tutti.
Lo possiamo constatare nei vari processi educativo-pastorali condotti da persone dedicate alla missione, da collaboratori e collaboratrici che si sentono parte viva del carisma e del progetto pastorale salesiano. Dedizione e appartenenza che sono vera e reale assunzione della chiamata, realizzazione di essa, non una semplice appendice”.
E’ un’audacia chiesta dalla fede: “L’audacia della fede è una conferma che vogliamo prendere sul serio la chiamata ad essere cooperatori nel progetto di Dio per i giovani. Questa chiamata don Bosco l’ha vissuta con una straordinaria consapevolezza e l’ha fatta diventare sistema, progetto, esperienza di famiglia… L’audacia della fede la viviamo per favorire un futuro segnato dalla speranza. L’audacia della fede che trova le sue radici nel cuore dell’educatore, del pastore, che non smette mai di amare, di sperare, di voler bene al suo gregge”.
In questo consiste la ‘visione’ di san Giovanni Bosco: “L’originale visione di don Bosco ci interpella ancora, perché ci invita a rinnovare oggi quello stesso spirito apostolico che lui sognava come base e fondamento. Per don Bosco la figura del Salesiano Cooperatore era come una figura poliedrica con un’identità e una missione ben precise.
La sua identità era quella di un salesiano nel mondo: cristiano (laico, prete, uomo o donna) che vive lo spirito salesiano nella propria condizione di vita, in famiglia e nella società. Non è un religioso, ma condivide con i religiosi salesiani lo stesso cuore e la stessa passione per la salvezza dei giovani”.
Conclude la Strenna con l’invito ad essere portatori di ‘vino nuovo’: “Il vino nuovo delle nozze di Cana, che simboleggia la novità promossa da chi crede, noi lo portiamo con gioia e speranza anche e soprattutto in mezzo a sfide e difficoltà, dubbi e incertezze. Sia nella Chiesa come nella società, i giovani che accompagniamo sono portatori di una sete di vita autentica. Cercano di incontrare credenti, che comunicano una proposta cristiana credibile e per questo sono da loro creduti”.
Papa Leone XIV invita le congregazioni a cogliere i segni dei tempi
“Quella dei vostri Istituti ‘è una testimonianza splendida e varia, nella quale si rispecchia la molteplicità dei doni elargiti da Dio a fondatori e fondatrici che, aperti all’azione dello Spirito Santo, hanno saputo interpretare i segni dei tempi e rispondere in modo illuminato alle esigenze via via emergenti’. Così Brigida di Gesù Morello, già nel diciassettesimo secolo, attraverso la formazione delle giovani, in tempi nei quali non sempre la società ne riconosceva appieno il valore, inaugurava un’opera di promozione della donna che avrebbe portato molti frutti nel futuro.
Allo stesso modo san Gaspare del Bufalo, due secoli dopo, a Roma, con le missioni popolari e con la diffusione della devozione al Sangue di Cristo, si impegnava a combattere il dilagante spirito di ‘empietà ed irreligione’ che affliggeva il suo tempo. Un’impresa simile affrontava, in Francia, padre Jean-Claude Colin, ispirandosi, nel suo apostolato, allo spirito di umiltà e nascondimento di Maria di Nazareth”.
Con queste parole papa Leone XIV, questa mattina, in udienza ha salutato i partecipanti ai Capitoli Generali ed Assemblee di varie Congregazioni e Istituti (quali missionari del Preziosissimo Sangue; Società di Maria (Maristi); Frati Francescani dell’Immacolata; e Orsoline di Maria Immacolata), ricordando l’opera dei fondatori nel sottolineare alcuni particolari di tali congregazioni: “Il primo è l’importanza, nella vocazione religiosa che condividete, della vita comune, come luogo di santificazione e fonte di ispirazione, testimonianza e forza nell’apostolato…
Non per nulla lo Spirito Santo ha ispirato a chi vi ha preceduto di unirsi a sorelle e fratelli che la Provvidenza ha posto sul suo cammino, perché nella comunione dei buoni il bene si moltiplicasse e crescesse. Così è stato agli inizi delle vostre fondazioni e lungo i secoli e così continua ad essere anche ora”.
L’altro aspetto riguarda la scelta religiosa, prendendo spunto da un sermone di sant’Agostino: “Il secondo aspetto su cui vorrei soffermarmi è il valore fondamentale, nella consacrazione religiosa, dell’obbedienza come atto d’amore. Gesù ce ne ha dato l’esempio nel suo rapporto col Padre: ‘Non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato’…
Oggi parlare di obbedienza non è molto di moda: la si considera una rinuncia alla propria libertà. Ma non è così. L’obbedienza, nel suo significato più profondo di ascolto fattivo e generoso dell’altro, è un grande atto d’amore con cui si accetta di morire a sé stessi perché il fratello e la sorella possano crescere e vivere.
Professata e vissuta con fede, essa traccia un cammino luminoso di donazione, che può aiutare molto il mondo in cui viviamo a riscoprire il valore del sacrificio, la capacità di rapporti duraturi e una maturità nello stare insieme che va oltre il ‘sentire’ del momento per cementarsi nella fedeltà. L’obbedienza è una scuola di libertà nell’amore”.
Infine il papa ha sottolineato la necessità di prestare attenzione ai ‘segni dei tempi’: “Infine, il terzo aspetto su cui vorrei soffermarmi è l’attenzione ai segni dei tempi. Senza questo sguardo aperto e sollecito sulle reali esigenze dei fratelli, nessuna delle vostre Congregazioni sarebbe mai nata. I vostri fondatori e fondatrici sono stati persone capaci di osservare, valutare, amare e poi partire, anche a rischio di grandi sofferenze, anche a costo di rimetterci del proprio, per servire i fratelli nelle loro reali necessità, riconoscendo nell’indigenza del prossimo la voce di Dio”.
E’ stato un invito a non dimenticare il motivo delle loro fondazioni, come aveva suggerito papa Francesco nella lettera apostolica sulla vita consacrata: “Per questo è importante per voi lavorare nella memoria viva di tali inizi coraggiosi, non nel senso ‘di fare dell’archeologia o di coltivare inutili nostalgie, quanto piuttosto di ripercorrere il cammino delle generazioni passate per cogliere in esso la scintilla ispiratrice, le idealità, i progetti, i valori che le hanno mosse’, individuandone potenzialità magari ancora inesplorate, per metterle a frutto nel servizio del ‘qui ed adesso’.
Carissimi, so quanto bene voi fate ogni giorno, in tante parti del mondo, un bene spesso sconosciuto agli occhi degli uomini, ma non a quelli di Dio! Ve ne ringrazio e vi benedico di cuore, incoraggiandovi a continuare con fede e generosità la vostra missione”.
(Foto: Santa Sede)
Facoltà Teologica del Triveneto: la teologia per nuove sfide
Al ‘Dies academicus’ dell’inaugurazione del ventennale di fondazione della Facoltà teologica del Triveneto è stata letta la lettera inviata da papa Francesco, che ha ringraziato per il servizio svolto ed la incoraggiato a proseguire nel cammino tracciato: “Il 20° anniversario di fondazione della Facoltà teologica del Triveneto mi offre l’occasione per unirmi al comune rendimento di grazie al Signore per il bene compiuto in questi anni, specialmente in favore delle giovani generazioni del territorio. Incoraggio l’intera famiglia accademica a perseverare nella collaborazione alla missione della chiesa, per diffondere il messaggio di Cristo nel mondo, fedele alla genuina tradizione, ma aperta a leggere i segni dei tempi”.
Papa Francesco ha inviato al preside, don Maurizio Girolami, una lettera che è stata letta durante l’inaugurazione di martedì scorso, incoraggiando ad affrontare ‘nuove sfide’: “Si tratta di raccogliere con coraggio le nuove sfide per portare efficacemente la verità del Vangelo all’uomo contemporaneo. Per aggiungere questo obiettivo, la vostra Facoltà è chiamata a essere sempre più luogo di formazione non solo attraverso lo studio e l’approfondimento della teologia, ma anche con la testimonianza cristiana di ciascuno”.
Ha chiesto ai docenti di aiutare i giovani nello studio: “Auspico che i docenti sappiano aiutare soprattutto i giovani a realizzare se stessi sulla base della verità, del bene e della bellezza che hanno la loro fonte in Dio. Con tali sentimenti, rinnovo la mia gratitudine per l’importante missione educativa finora svolta e, nell’invocare sul nuovo cammino la protezione di Maria, Sede della Sapienza, di cuore invio la mia Benedizione”.
Questa inaugurazione dell’anno accademico avuto come filo conduttore lo sguardo sulla cultura in Europa e per l’Europa, come ha sottolineato il preside, don Maurizio Girolami, riprendendo le parole del presidente Mattarella pronunciate a Marsiglia: “Un tema che interessa tutti noi, poiché si comprende bene che negli scenari mondiali emergenti l’Europa, con tutto il tesoro di cultura e civiltà che porta con sé, rischia di essere schiacciata e di divenire insignificante. Con rinnovata attenzione all’impegno universitario, «con i nostri vent’anni di vita desideriamo continuare a essere luogo di ricerca, terreno dove saperi e menti si incontrano e si scontrano e, per amore della verità, fanno crescere il bene comune”.
Ed ha ribadito che l’università è un luogo di ricerca: “Il Dies odierno è carico di significati, anche perché si colloca nel contesto dell’anno giubilare e del cammino sinodale che la Chiesa italiana porterà a compimento nel prossimo aprile. Inoltre, si inaugura il 20° anno di vita della Facoltà teologica del Triveneto, istituzione accademica eretta dalla Santa Sede, voluta e sostenuta dai Vescovi delle 15 diocesi della regione ecclesiastica, perché sia espressione della missione della Chiesa di farsi portatrice del vangelo di Gesù Cristo in dialogo con il mondo, come ci insegna il Concilio vaticano II, di cui ricorre quest’anno il 60° anno dalla sua conclusione. Papa Francesco, lungo tutto il suo pontificato, si è fatto autentico interprete delle istanze del Concilio, invitando la Chiesa a essere in uscita, non solo nelle periferie esistenziali, ma anche in quelle intellettuali, perché la luce del vangelo illumini ogni uomo”.
Infine ha ricordato alcune importanti tappe di quest’anno giubilare: “Sul tema del pellegrinaggio avremo il Convegno di Facoltà a Vicenza e a Padova il prossimo 27-28 marzo. Sarà un’occasione per renderci conto del valore non solo teologico, ma anche antropologico del pellegrinaggio della fede. Lontano dal voler dimenticare qualcuno, vorrei ricordare l’arrivo degli studenti cappuccini, venuti ad arricchire la presenza francescana in Padova, sotto lo sguardo di sant’Antonio e san Leopoldo.
Il movimento nato da Francesco d’Assisi più di 800 anni orsono è strettamente legato a questa città e alla nascita delle università europee e, pertanto, possiamo essere felici di questa presenza religiosa che ci provoca nel cercare l’essenzialità della fede, la semplicità della vita e la gioia della sequela cristiana. Segno di speranza sarà anche il pellegrinaggio giubilare che vivremo ad Aquileia il prossimo il 14 giugno assieme alle altre Facoltà ecclesiastiche presenti nel Triveneto”.
Sulla complessa e lacerata cultura contemporanea, in cui la Facoltà opera a servizio delle chiese e delle comunità civili del Nordest mettendo in gioco le sue competenze, si è sviluppata la prolusione: ‘Quale cultura per l’Europa? Ragioni di speranza nel tempo dello smarrimento: interpretare il presente, progettare il futuro’, tenuta dal gran cancelliere mons. Francesco Moraglia, patriarca di Venezia:. “Cercare le ragioni della speranza significa, innanzitutto, non disperare del nostro tempo gravato da crescenti conflitti planetari, in una situazione geopolitica preoccupante che moltiplica smarrimento ed incertezza.
Di un tale smarrimento ed incertezza sono segni eloquenti tanto la perdita di senso nell’agire, quanto la confusione delle coscienze chiamate a discernere, sia le frequenti e gratuite violenze che dicono mancanza di consapevolezza. Viene alla mente la ‘banalità del male’ come la descrive Hannah Arendt. A tutto ciò si aggiunge, poi, il giudizio negativo sull’Occidente come se ad esso andasse attribuito quanto di peggio ha prodotto l’umanità”.
Il patriarca ha delineato alcuni tratti essenziali riguardanti la cultura odierna e, nel tempo del soggettivismo e dello smarrimento, ha evidenziato tra le ‘ragioni di speranza’ la capacità dell’uomo di orientarsi al Vero e al Bene e, attraverso di essi, incontrare Dio, che lo trascende e che costituisce il riferimento ultimo di senso:
“Le ragioni di speranza, e non per un futuro astrattamente migliore, ma per un rinnovato vissuto di realtà saldamente ancorato all’esperienza e alle coordinate fondamentali di orientamento esistenziale, sono ancor oggi riposte in questa capacità di universalità che è capacità di Verità, di Bontà, di Bellezza ed, attraverso queste, di Dio, che qualifica nell’intimo il cuore dell’uomo, anche quando sembra dirottarsi dalle sue fonti primarie di senso e perdersi inseguendone le fuorvianti apparenze”.
(Foto: Facoltà Teologica del Triveneto)
Papa Francesco: l’intelligenza artificiale sia a servizio della pace
“La Sacra Scrittura attesta che Dio ha donato agli uomini il suo Spirito affinché abbiano ‘saggezza, intelligenza e scienza in ogni genere di lavoro’. L’intelligenza è espressione della dignità donataci dal Creatore, che ci ha fatti a sua immagine e somiglianza e ci ha messo in grado di rispondere al suo amore attraverso la libertà e la conoscenza. La scienza e la tecnologia manifestano in modo particolare tale qualità fondamentalmente relazionale dell’intelligenza umana: sono prodotti straordinari del suo potenziale creativo”.
Papa Francesco: intelligenza artificiale contribuisca alla pace
“La Sacra Scrittura attesta che Dio ha donato agli uomini il suo Spirito affinché abbiano ‘saggezza, intelligenza e scienza in ogni genere di lavoro’. L’intelligenza è espressione della dignità donataci dal Creatore, che ci ha fatti a sua immagine e somiglianza e ci ha messo in grado di rispondere al suo amore attraverso la libertà e la conoscenza. La scienza e la tecnologia manifestano in modo particolare tale qualità fondamentalmente relazionale dell’intelligenza umana: sono prodotti straordinari del suo potenziale creativo”.
Dai teologi un grido di profezia per il Mediterraneo
A metà giugno si è svolto a Molfetta un laboratorio di alcune facoltà teologiche del Mediterraneo, da cui è scaturito un documento in grado di offrire un contributo ‘teologico’ per contribuire a leggere quanto accade con spirito critico e profetico alla luce del Vangelo, in grado di denunciare il naufragio di civiltà che in esso si consuma, aprendo al riconoscimento del desiderio e della promessa di fraternità racchiusi in questo mare, dopo l’ultimo naufragio avvenuto nel mar Egeo:
Papa Francesco: la santità attraverso la cura dei poveri
Dopo due settimane oggi papa Francesco è tornato in piazza san Pietro per l’udienza generale (l’ultima prima della pausa estiva del mese di luglio, per cui le udienze riprenderanno mercoledì 9 agosto), riprendendo la catechesi sullo zelo apostolico, tracciando ‘alcune figure esemplari di uomini e donne di ogni tempo e luogo, che hanno dato la vita per il Vangelo’, scusandosi per il caldo: “Oggi dobbiamo avere un po’ di pazienza, con questo caldo! Grazie per essere venuti con questo caldo, con questo sole, grazie tante della vostra visita!”
‘Pacem in Terris’:diritti e doveri costruiscono la pace
Quando Papa Giovanni XXIII , il pontefice del Concilio Vaticano II che ha cambiato la Chiesa cattolica, presentò la ‘Pacem in Terris’, la sua ultima e più nota enciclica, era malato. Da lì a poco, sarebbe morto, e lo sapeva. Ma l’emozione per quel documento, a suo modo rivoluzionario, traspariva dalle sue parole. Era l’11 aprile 1963:
Salvatore Martinez: siamo invitati a seguire Gesù grazie allo Spirito Santo. Quale ‘cultura della Pentecoste’ è necessaria oggi?
‘Mi ami tu?’: questa la Parola che ha guidato la 46^ Conferenza Nazionale Animatori, a conclusione di questo speciale Anno giubilare, come ha affermato il presidente nazionale del ‘Rinnovamento nello Spirito’, Salvatore Martinez, consultore del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione: “Siamo invitati a seguire Gesù e a restare nell’effusione dello Spirito, a sentirne gli effetti benefici, a ricevere l’unzione necessaria per avanzare e fare avanzare il nostro cammino”.




























