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#BullismoOut: un nuovo romanzo sull’amicizia per i giovanissimi
Cercate un libro da proporre ai giovanissimi su amicizia, rispetto di sé, accettazione del proprio corpo e integrazione all’interno di un gruppo? Forse ne abbiamo uno che fa al caso vostro, che siate genitori, insegnanti, educatori. E’ settembre. Lucia si ritrova improvvisamente in una nuova scuola, dove dovrà frequentare la seconda media. Il mondo sembra crollare sulle sue spalle. Perché deve lasciare le sue amiche, le sue abitudini, la sua classe di sempre? La madre ha deciso per lei questo cambiamento e, perciò, è molto arrabbiata. Perché non può scegliere da sola della sua vita?
Inizia così il romanzo, pensato per un pubblico di preadolescenti (dai 9 ai 13 anni), dal titolo ‘CambiaMenti. Bullismo out’ (Cecilia Galatolo, Mimep Docete), dove viene raccontata una storia che farà sorridere e commuovere al tempo stesso i nostri giovanissimi lettori. La protagonista, che non sa apprezzarsi, soprattutto perché non le piace il suo aspetto fisico, finirà per chiudersi in sé stessa, per mostrarsi fragile e insicura, e diverrà vittima di Micheal, il bullo della classe. Lui non perderà occasione per denigrarla e farla sentire ancora più sbagliata.
Anche Micheal porta dentro una grande sofferenza (si scoprirà solo poi), è incattivito, non cattivo, ma le sue parole sono come lame taglienti e Lucia sente di non farcela più. A chi chiedere aiuto? Se solo smettesse di vergognarsi, di credere che sia colpa sua e imparasse a confidarsi con un adulto…
Una notte, stanca di vivere così, di sentirsi sola, senza amicizie, presa di mira e spaesata, si ritrova a pregare davanti al presepe, realizzato in casa dal padre. Si rivolge a Gesù bambino, come ad un amico.
Piano piano, passate le vacanze di Natale, le cose prenderanno una piega diversa. Nicola e Viola saranno due personaggi chiave, terapeutici per lei. Con loro la vita diventa di nuovo meravigliosa e ricca di sorprese. Il libro tratta uno dei problemi che affliggono il mondo giovanile oggi: l’eccessiva aggressività di alcuni ragazzi che può sfociare anche nel bullismo. Attraverso le esperienze di una ragazzina, quasi in forma di diario, descrive il percorso proposto ai ragazzi per contrastare ogni forma di violenza e accrescere la coscienza del valore di sé e dei buoni rapporti di amicizia.
Si crea così una ‘rete’ di relazioni che tende a limitare i caratteri violenti e le espressioni aggressive.
si cerca di offrire, con realismo, una descrizione puntuale della situazione giovanile attraversata da tensioni nei rapporti tra i ragazzi ma anche da solide amicizie che offrono una via di uscita. Le buone relazioni prevarranno su tutti gli sbandamenti. Il punto di forza del libro è che parla nel linguaggio dei giovani ai giovani stessi.
Il messaggio principale è che ognuno di noi è unico e prezioso e che nessuno è condannato in eterno alla solitudine: esistono per tutti altri cuori che battono all’unisono con il proprio, basta solo desiderarli e cercarli. Gli amici sono un dono: per trovarli, però, bisogna aprirsi. Il libro vuol insegnare questo: che puoi trovare un amico se impari tu stesso, per primo, a farti amico.
Al Meeting di Rimini l’Intelligenza Artificiale è ricerca dell’essenziale?
Al Meeting dell’Amicizia tra i popoli, in svolgimento alla fiera di Rimini è andata in scena l’Intelligenza Artificiale con p. Paolo Benanti, docente all’Università Gregoriana di Roma, consigliere di papa Francesco sui temi dell’intelligenza artificiale e dell’etica della tecnologia e membro del Board Onu sull’ Intelligenza Artificiale e presidente della Commissione per l’Intelligenza Artificiale; dott. Luca Tagliaretti, direttore esecutivo del Centro europeo di competenza sulla cyber-sicurezza ed il prof. Mario Rasetti, presidente del Board scientifico di Centai, che hanno dibattuto sul tema ‘L’essenza dell’intelligenza artificiale. Strumento o limite per la libertà?’
Il ‘succo’ dell’incontro è stato il fatto che l’invenzione del transistor ha trasformato l’informatica da strumento di potere in mano a pochi ad innovazione diffusa, come ha sintetizzato il prof. Paolo Benanti, in quanto ‘sono stati inseriti elementi computazionali in qualsiasi aspetto della nostra vita’: “Se la realtà è definita dal software e noi possediamo il bene ma del software abbiamo solo una licenza a chi va usus, abusus e fructus del prodotto?”.
L’ultima innovazione in campo automotive, per esempio, “ha trasformato l’automobile in un oggetto definito dal software. Non si tratta più di acquistare l’oggetto macchina ma di pagare un canone che sblocca via software le funzioni volute. Rendersi conto di questo salto nella realtà definita dal software più che dalla materia ci serve per capire le sfide che viviamo. Di fatto oggi acquistiamo un bene ma abbiamo solo in licenza il software che lo rende fungibile. Nel diritto romano, la proprietà era definita come il pieno godimento assoluto di un oggetto o di un’entità corporea. A questi erano associati diversi elementi.
L’usus era il diritto che il possessore aveva di fare uso dell’oggetto secondo la sua destinazione o natura, il fructus era il diritto di ricevere i frutti, cioè lo sfruttamento economico e si riferisce ai frutti che possono essere raccolti periodicamente senza alterare la sostanza del bene stesso, l’abusus era, invece, il diritto di disposizione basato sul potere di modificare, vendere o distruggere l’oggetto o l’entità data”.
Con la ‘softwarizzazione pervasiva’, si rischia di ‘perderci il fructus’. “La realtà inizia ad essere definita sempre di più dal software e cambiano le catene del potere. Per questo, dobbiamo capire come fare a democratizzare il potere computazionale”.
Quindi la rivoluzione si chiama Intelligenza Artificiale, iniziata 15 anni fa ma solo adesso è da tutti riconoscibile grazie a Chapt Gpt; quindi l’Intelligenza Artificiale può cambiare il mondo ed in questa delicata fase l’uomo contemporaneo giocherà solo sulla difensiva o cercherà i fattori di crescita e sviluppo che l’IA porta con sé?, ha domandato p. Benanti: “E’ necessario costruire guard rail che impediscano alle macchine di finire fuori strada. Noi siamo la generazione che deve assumersi questa responsabilità…. Il 75% dell’umanità utilizza le ‘macchine’ programmate ma solo 27.000.000 sono in grado di parlare il loro linguaggio. Ciò significa che il 99% della popolazione è analfabeta”.
Quindi il problema è educativo: “Siamo di fronte a una questione educativa, di libertà e democrazia. E’ giusto inchinarsi allo 0,35% di ‘nuovi sacerdoti della nuova religione’, quella per la quale la realtà è definita dal software? Occorre democratizzare il potere computazionale. In gioco non c’è solo la tecnologia ma dunque la vita delle persone”.
D’accordo con p. Benanti è stato anche il prof. Mario Rasetti, che ha sottolineato che l’Intelligenza Artificiale è inevitabile: “L’Intelligenza Artificiale non è una bolla ma un processo da controllare, se vogliamo conservare i tratti caratteristici dell’umano, sapendo che il cervello umano è la macchina più strabiliante dell’universo”.
Però sull’uso dei dispositivi digitali da parte degli adolescenti occorre essere vigilanti, ha sottolineato lo psicoterapeuta Alberto Pellai, durante l’incontro ‘Social ed Intelligenza Artificiale: non serve lo schermo per crescere smart’, intervenuto con il prof. Luca Botturi, docente della Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI):
“Uno smartphone in mano ad un bambino è come un go kart in autostrada… La vita online dei ragazzi è un contesto che spesso riserva sorprese ai genitori. Dentro all’alleanza educativa, che coinvolge scuola e famiglia, vanno analizzate funzioni e caratteristiche specifiche di strumenti e piattaforme. Per esempio, il mondo online è basato sull’attivazione dopaminergica: genera dipendenza e frammentazione dell’attenzione, viene meno il sonno e, tra l’altro, i nostri figli dormono, grazie al digitale, due ore in meno a settimana rispetto a prima”.
Quindi per il prof. Luca Botturi è necessaria fornire ai ragazzi un’educazione al’uso digitale: “Non è l’iperconnessione dei ragazzi che sviluppa competenze digitali, ma una giusta formazione all’uso della tecnologia, perché lo sviluppo dei ragazzi ha bisogno di processi di elaborazione lenta”.
E sul tema educativo la Compagnia delle Opere ha sviluppato il tema dell’uso dell’Intelligenza Artificiale nella scuola, ‘L’intelligenza artificiale va a scuola?’, organizzato in collaborazione con DiSAL (Dirigenti scuole autonome e libere), Diesse (Didattica e innovazione scolastica) e l’associazione ‘Il rischio educativo’ con gli interventi del prof. Emanuele Frontoni, docente di informatica nell’Università di Macerata e co-director ‘Vrai’ (Vision Robotics & Artificial Intelligence Lab) e del prof. Pier Cesare Rivoltella, docente di didattica e tecnologie dell’educazione all’Università di Bologna, fondatore e presidente della Sirem (Società italiana di ricerca sull’educazione mediale):
“L’intelligenza artificiale è uno dei nuovi (relativamente nuovi, a dire il vero, visto che il termine è stato coniato da McCarthy nel 1954 ormai 70 anni fa!) modi con cui entriamo nel mondo digitale e dobbiamo ricordarci che è un prodotto del lavoro dell’uomo nel campo dell’informatica, per poter acquisire dati e produrre elaborazioni sfruttando potenze di calcolo inimmaginabili fino a 15/20 anni fa. Ma un prodotto che resta senza una sua reale (e spesso temuta) autonomia”.
I relatori hanno evidenziato che al centro della scuola c’è la relazione discente-docente, ponendo alcune domande fondamentali: “L’Intelligenza Artificiale può aiutare tale relazione? Può anzi contribuire a creare un clima collaborativo di comprensione e costruzione del senso degli oggetti di studio e della realtà che ci circonda?”
A tali domande occorre fornire il giusto spazio allo sviluppo delle competenze disciplinari ed interdisciplinari: “L’avvento dell’intelligenza artificiale rompe (forse) definitivamente l’immagine di una scuola che si realizza in un metodo trasmissivo e unidirezionale. Che senso ha chiedere informazioni e informazioni fini a sé stesse in un rigido nozionismo di fronte alla possibilità di ottenere quelle stesse informazioni con un mirato prompt a ChatGpt o a Gemini? La strada per arrivare a quelle informazioni, i passi per costruire qualcosa di nuovo ed originale devono diventare l’assetto nuovo dell’impegno di studenti e docenti a scuola”.
(Tratto da Aci Stampa)
Giro dell’Italia che Dona 2024: ad Aosta il 4 ottobre per conoscere tutti i vincitori
L’Italia del Dono si dà appuntamento quest’anno per la prima volta in Valle d’Aosta per la più grande festa del dono d’Italia realizzata dall’Istituto Italiano della Donazione (IID) in collaborazione con il CSV VDA ODV – Coordinamento Solidarietà Valle d’Aosta, che proprio quest’anno festeggia i suoi primi 25 anni.
Sarà Aosta, il prossimo 4 ottobre, il teatro delle premiazioni dei diversi contest per festeggiare il mese del dono, ottobre 2024: studenti pronti a raccontare la propria idea di dono, Enti del Terzo Settore del territorio, Comuni, Imprese virtuose e Cittadini. Il Giorno del Dono, arrivato alla sua 10^edizione e forte di una partecipazione corale nazionale in continua crescita, invita tutti a partecipare all’edizione 2024 che colorerà tutto lo stivale con elaborati artistici e iniziative dal 1° settembre al 31 ottobre.
Numerose le iscrizioni già arrivate per il prossimo Giorno del Dono promosso da IID, festa del dono e della donazione prevista per legge il 4 ottobre di ogni anno. Torna infatti l’appuntamento più amato da chi vuole costruire una cultura del dono concreta e condivisa: apre ufficialmente il cantiere #DonoDay2024, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione e del Merito, il Ministero della Giustizia – Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità e ANCI, per disegnare la mappa del Giro dell’Italia che Dona 10^ edizione.
Per la prima volta BPER Banca sostiene la decima edizione del Giorno del Dono contribuendo alla realizzazione dell’Osservatorio sul dono, fonte di riferimento per la cultura e la pratica del dono in Italia. “La nostra Banca sostiene con convinzione questo studio perché è un’importante occasione di promozione del valore della solidarietà – commenta Daniele Pedrazzi, Responsabile di BPER Bene Comune -. Oltre al sostegno a questa iniziativa, BPER partecipa a eventi e progetti che favoriscono l’inclusione e il benessere della comunità. Mette a disposizione, inoltre, competenze, servizi e soluzioni finanziarie per il Terzo Settore e la Pubblica Amministrazione, attraverso la divisione BPER Bene Comune, costituita di recente per costruire valore economico e sociale per la comunità”.
Ricchissimo il parterre di patrocini e partner dell’iniziativa già confermati: oltre al sostegno di BPER Banca e Fondazione CRC ricordiamo i partner tecnici che quest’anno regaleranno i premi ai vincitori dei contest: Esse Due S.a.s. che, come da tradizione, donerà supporti tecnologici per la didattica e F.I.L.A. – Fabbrica Italiana Lapis ed Affini – l’azienda icona della creatività italiana nel mondo con i suoi prodotti per colorare, disegnare, dipingere, scrivere e modellare (con brand come GIOTTO, GIOTTO be-bè, Didò, Tratto e le carte Canson) – che donerà kit di materiali creativi alle scuole vincitrici del contest.
Quest’anno Rai rafforza il suo sostegno al Giorno del Dono: alla riconfermata concessione del Patrocinio di Rai Per la Sostenibilità ESG si affianca l’autorizzazione della Media partnership Rai.
Inoltre, dal 22 settembre al 15 ottobre, non solo Rai ma anche Mediaset, La7 e, per la prima volta Discovery+ trasmetteranno gratuitamente lo spot “Donare rende felici” dedicato al Giorno del Dono.
Commenta Ivan Nissoli, neo presidente IID: “Il Giorno del Dono nasce per dare meritata visibilità alle iniziative sul territorio che restituiscono l’immagine di un’Italia viva, sensibile, intelligente: Scuole, Comuni, Associazioni, Imprese, Cittadini, Mezzi d’informazione e Servizi Minorili della Giustizia insieme per formare la mappa dell’Italia che dona, un Paese capace di reagire alle difficoltà facendo della gratuità la propria bandiera. Ad oggi circa 100 Scuole e più di 30 Servizi minorili hanno già aderito, ora lo stesso invito viene rivolto a tutti: grazie infatti alla piattaforma www.giornodeldono.org tutti possono candidare le proprie iniziative per festeggiare insieme il mese del dono, ottobre 2024”.
Anche quest’anno il Giro prevede una partecipazione corale: tutti possono organizzare una o più iniziative dal 1° settembre al 31 ottobre, partecipando così ai contest #DonareMiDona disponibili sul sito www.giornodeldono.org. In settembre tutti potranno cercare l’iniziativa più vicina nella mappa del Giro dell’Italia che Dona e votarla sempre sulla piattaforma www.giornodeldono.org; i vincitori dei diversi contest verranno premiati nel corso delle celebrazioni del Giorno del Dono che si terranno ad Aosta il prossimo 4 ottobre nella più grande festa del dono d’Italia realizzata in collaborazione con il CSV VDA ODV – Coordinamento Solidarietà Valle d’Aosta.
Non si esauriscono qui le possibilità di prendere parte a #DonoDay2024: per tutte le categorie si può optare per l’adesione morale, dichiarando così di sottoscrivere i valori del Giorno del Dono e divenendo testimonial dell’iniziativa.
Il calendario degli appuntamenti si intensificherà in settembre/ottobre con gli eventi targati IID e non solo, ecco quelli già programmati: il 26 settembre a Milano l’evento in collaborazione con BPER Banca, il 29 settembre a Courmayeur presso Skyway Monte Bianco l’evento Montagna e Solidarietà, il 2 ottobre la Presentazione del 7° rapporto sul dono ‘Noi Doniamo’ con focus Piemonte e Valle d’Aosta al Forte di Bard, il 4 ottobre l’evento Giorno del Dono: Valle d’Aosta Capitale del Dono 2024 presso il Teatro Giacosa e in Piazza Chanoux ad Aosta e venerdì 18 ottobre a Cuneo l’evento ll dono, forza creativa e narrativa in collaborazione con la Fondazione CRC che sostiene il Giorno del Dono.
Tutte le informazioni su #DonoDay2024 e sui contest promossi da IID in occasione del Giorno del Dono sono disponibili su www.giornodeldono.org e www.istitutoitalianodonazione.it.
Il ruolo della scuola cattolica nel cammino sinodale della Chiesa cattolica in Italia
“Le Linee Guida per la fase sapienziale del Cammino Sinodale delle Chiese in Italia invitano a ricercare le ‘condizioni di possibilità’ per una conversione pastorale e missionaria delle nostre Chiese, focalizzandosi non su che cosa il mondo deve cambiare per avvicinarsi alla Chiesa, ma su come la Chiesa debba cambiare per favorire l’incontro del Vangelo con il mondo… Il ‘camminare insieme’, infatti, sta sempre più caratterizzando la vita delle scuole cattoliche e dei loro organismi, come dimostra il lavoro stesso del Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica, improntato a reciproca stima e collaborazione e promotore a sua volta di un ampio discernimento sul futuro della Scuola cattolica e della Formazione professionale di ispirazione cristiana in Italia”: così inizia il ‘contributo per il Cammino Sinodale della Chiesa in Italia’ del Consiglio nazionale della scuola cattolica (Cnsc), inviato al Comitato del Cammino sinodale della Chiesa italiana quale contributo alla seconda fase del percorso sinodale, che riguarda il cammino ‘sapienziale’.
Da tale inizio abbiamo iniziato un colloquio con il prof. Ernesto Diaco, direttore dell’Ufficio Nazionale per l’educazione, la scuola e l’università della CEI e segretario della Giunta del Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica, chiedendo di spiegare quale contributo offre la scuola cattolica al cammino sinodale: “Il cammino sinodale della Chiesa in Italia ha come primo obiettivo quello di rinvigorire la missione ecclesiale ‘secondo lo stile della prossimità’. Le scuole cattoliche si collocano proprio al fianco delle famiglie, per sostenere il loro compito educativo, e accanto ai ragazzi, con un’offerta formativa ispirata ai valori del Vangelo. In questo modo, mostrano il volto di una Chiesa vicina alle persone nella quotidianità, attenta alle loro fatiche e speranze.
Ci sono anche altri modi in cui la scuola cattolica può essere una risorsa importante per il cammino sinodale: penso alle sue competenze culturali, alle alleanze educative, a quell’esperienza di sinergia e collaborazione che sta crescendo fra le stesse scuole cattoliche: sono segnali importanti che vanno nella direzione della sostenibilità e della corresponsabilità”.
E’ possibile educare nel cambiamento?
“Non solo è possibile ma è necessario, come ripete spesso papa Francesco ricordando che ogni cambiamento ha bisogno di educazione. Educare, infatti, non significa solo evidenziare i legami con il passato, ma ancor più attrezzarsi davanti alle sfide del presente e immaginare un futuro da costruire insieme. Certo le difficoltà non mancano, ma non ci sono mai stati tempi facili per l’educazione. Il cambiamento d’epoca a cui richiama il papa provoca a una responsabilità e un investimento educativo diffuso e concorde. In questo, il pluralismo culturale non è necessariamente un ostacolo, a patto che si stringa un patto comune sui valori fondamentali e ci si impegni a testimoniarli, ognuno nel proprio campo”.
In quale modo la scuola cattolica può generare responsabilità nei giovani?
“In primo luogo, aiutandoli a vivere il percorso scolastico in modo attivo e non passivo. Da protagonisti. Nel progetto educativo della scuola cattolica si parla da sempre di personalizzazione dell’insegnamento e dell’apprendimento. Non è solo un modo diverso di impostare gli obiettivi e le lezioni da parte dei docenti, ma anche un modo nuovo di vivere la scuola da parte degli alunni, che in essa hanno l’occasione di conoscersi e mettersi alla prova, di imparare a superare gli ostacoli, di mettere a frutto (e a servizio di tutti) i propri talenti, scoprendo così anche la propria vocazione nella vita”.
Con quale linguaggio la scuola cattolica può comunicare la sua proposta formativa?
“Fin dai suoi primi discorsi, papa Francesco ha indicato agli educatori, non solo cattolici, la necessità di usare un triplice linguaggio: quello della testa, del cuore e delle mani. Il messaggio è chiaro: occorre rivolgersi a tutta la persona, non solo a una sua parte. Ecco perché, nella scuola, si deve curare la formazione intellettuale senza trascurare quella degli affetti e dei sentimenti, della volontà e del desiderio. Considerando, inoltre, che la dimensione trascendente è connaturata alla persona, che è sempre in ricerca di senso, ovvero di ragioni di vita e di speranza. In questo campo, decisivi sono gli insegnanti, maestri di sapere e di saper fare e, non di meno, di saper essere”.
In quale modo la scuola cattolica si inserisce nel ‘Patto educativo globale’?
“Per prima cosa direi: non chiudendosi in se stessa. Non considerandosi autosufficiente o esclusiva. La scuola cattolica deve sentire la vocazione a richiamare tutta la comunità in cui vive, sia quella ecclesiale che quella sociale, a impegnarsi per rendere quel territorio un luogo favorevole all’educazione, ossia alla crescita armoniosa ed equilibrata dei più piccoli. E stringere ‘alleanze’ all’interno e all’esterno della comunità cristiana: con le istituzioni e con le forze del mondo del lavoro, delle arti, della salute, del volontariato, dello sport, dei media”.
(Tratto da Aci Stampa)
ISMU: in Italia aumentano gli immigrati cristiani
Nei giorni scorsi è stato presentato il report della Fondazione ISMU, che in base alle ricerche sul campo e ai dati relativi agli iscritti in anagrafe, stima che al 1° gennaio 2024 tra gli stranieri residenti in Italia le persone di religione cristiana, compresi i minori, siano circa 2.800.000, un centinaio di migliaia in più rispetto alla stessa data dello scorso anno.
Nel complesso i cristiani immigrati rappresentano il 53% su un totale di 5.300.000 di residenti stranieri e si confermano il gruppo religioso maggioritario, con un leggero aumento d’incidenza percentuale, oltre che assoluto, rispetto a dodici mesi prima. Tra i cristiani, il gruppo più numeroso è costituito prevalentemente da ortodossi (1.500.000) e cattolici (circa 900.000), seguiti da evangelici (145.000), copti (circa 85.000) e persone di altre appartenenze minori (nel complesso, quasi un altro paio di centinaia di migliaia).
Mentre gli stranieri residenti in Italia di fede musulmana sono circa 1.600.000 (più stabili in numerosità in valore assoluto rispetto al 1° gennaio 2023). In misura minore, sempre tra gli stranieri, sono presenti buddisti (circa 180.000), induisti (circa 110.000), sikh (90.000) ed altri (nel complesso, sono circa un altro paio di decine di migliaia). Molto importante è ancora la quota di atei e agnostici, circa il 10% in totale e oltre mezzo milione in termini assoluti.
Secondo l’indagine della Fondazione Ismu si stima che più di un quarto dei musulmani residenti in Italia al 1° gennaio 2024 sia di cittadinanza marocchina, per un totale di quasi 420.000 persone. Seguono i cittadini musulmani di Albania (circa 160.000), Bangladesh (150.000) e Pakistan (circa 140.000). Tra i cristiani ortodossi primeggiano invece i rumeni (circa 880.000), che da soli rappresentano nettamente la maggioranza assoluta di tale componente religiosa tra gli stranieri, seguiti da ucraini (circa 230.000) e moldovi (circa 100.000). Per quanto riguarda i cattolici, invece, tra le nazionalità più numerose si segnalano i filippini (circa 140.000) e gli albanesi (circa 90.000).
Inoltre UNICEF e Fondazione ISMU hanno pubblicato anche il rapporto ‘L’implementazione della piattaforma digitale Akelius: risultati, impatto e sostenibilità per documentare i risultati raggiunti con l’app Akelius in Italia’. Akelius è la piattaforma innovativa che rende l’apprendimento delle lingue un’esperienza divertente e interattiva. Adottata in 13 Paesi grazie alla collaborazione tra UNICEF e Fondazione Akelius, l’app offre lezioni, giochi ed esercizi di ascolto, lettura, scrittura e comprensione orale, adattandosi ai diversi livelli di competenza degli studenti, trasformando l’apprendimento in un’avventura coinvolgente e personalizzata.
In Italia, introdotta dall’UNICEF nel 2021, ha l’obiettivo di supportare gli alunni con background migratorio nell’apprendimento dell’italiano come seconda lingua (ITA L2), in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione e del merito. Akelius promuove così un approccio di apprendimento misto, coniugando l’utilizzo dell’app e di strumenti digitali in classe con i metodi tradizionali di insegnamento.
Dopo una fase pilota in partenariato con AIPI, l’UNICEF ha esteso il programma, grazie alla collaborazione con Fondazione ISMU, a 55 Istituti Comprensivi e 5 strutture ucraine in contesti extra scolastici, coinvolgendo, solo nell’anno 2022-23, oltre 1.000 studenti e 450 docenti. Dal 2021 il progetto Akelius ha raggiunto circa 700 docenti e oltre 2.500 studenti nelle scuole primarie e secondarie di primo grado, favorendo l’acquisizione della lingua italiana e l’inclusione di alunni neoarrivati, tra i quali bambine e bambini rifugiati ucraini in Italia.
Attraverso un test di valutazione sviluppato per le abilità di lettura e ascolto, è emerso come oltre il 90% degli studenti abbia raggiunto gli obiettivi di apprendimento di italiano L2 che si erano prefissati, con il 57% degli studenti che ha aumentato le proprie capacità di oltre un livello del Quadro Comune Europeo di Riferimento per le Lingue. Valutazioni positive emergono anche da parte degli insegnanti: l’81% ritiene che l’utilizzo di Akelius nelle lezioni di italiano L2 possa migliorare e accelerare l’apprendimento.
Il rapporto ha evidenziato anche alcune sfide per garantire un’implementazione efficace e la sostenibilità del programma nel sistema scolastico. Tra queste, emergono difficoltà organizzative nella gestione degli strumenti tecnologici, nell’integrazione di contenuti digitali nelle lezioni in modalità mista, ma anche la necessità di investire maggiormente sulla formazione degli insegnanti, sia per le competenze digitali sia per quelle specifiche dell’insegnamento dell’italiano L2.
Save the Children: in Italia 336.000 ragazzi tra i 7 e i 15 anni lavorano per aiutare la famiglia
In Italia si stima che 336.000 minori tra i 7 e i 15 anni abbiano avuto esperienze di lavoro e che 58.000 adolescenti tra i 14-15 anni siano stati coinvolti in attività lavorative dannose per i percorsi scolastici e per il benessere psicofisico: sono i dati di una ricerca di Save the children dedicata al tema della povertà minorile e delle aspirazioni degli adolescenti, intitolata ‘Domani (Im)possibili’, attraverso interviste ad un campione rappresentativo di giovani tra i 15 e i 16 anni, in occasione della Giornata mondiale contro il lavoro minorile che ricorre oggi, 12 giugno.
Dal rapporto emerge che il 43,7% degli adolescenti tra i 15 e i 16 anni aiuta in vario modo la famiglia ad affrontare le spese e, tra questi, il 18,6% ha svolto e svolge qualche attività lavorativa per non gravare sulla famiglia in difficoltà (uno su due ha meno di 16 anni). Le testimonianze sono state raccolte da un gruppo di 25 adolescenti tra i 15 e i 21 anni individuati nell’ambito dei progetti promossi da Save the children e da altre organizzazioni e realizzate con la metodologia della ‘ricerca tra pari’ a Palermo, Scalea, Roma e Torino, tramite interviste singole o di gruppo e video reportage che hanno consentito di raccogliere 40 storie che restituiscono la grande eterogeneità delle situazioni legate al fenomeno.
Tra i motivi e le cause che spingono ragazzi e ragazze ad intraprendere percorsi di lavoro ci sono l’avere soldi per sé, che riguarda il 56,3%, la necessità o volontà di offrire un aiuto materiale ai genitori, per il 32,6%. Non trascurabile è il 38,5% di chi afferma di lavorare per il piacere di farlo. Il livello di istruzione dei genitori, in particolare della madre, è significativamente associato al lavoro minorile.
La percentuale di genitori senza alcun titolo di studio o con la licenza elementare o media è significativamente più alta tra gli adolescenti che hanno avuto esperienze di lavoro, un dato che deve far riflettere sulla trasmissione intergenerazionale della povertà e dell’esclusione.
La maggioranza dei minori, 53,8%, ha dichiarato di aver lavorato durante l’ultimo anno o in passato, ha iniziato dopo i 13 anni, mentre il 6,6% prima degli 11 anni. Circa due terzi dei minorenni che hanno sperimentato forme di lavoro sono di genere maschile (65,4%) e il 5,7% ha un background migratorio. Molti i racconti che parlano di minorenni che combinano la frequenza scolastica con l’attività lavorativa, una scelta motivata in alcuni casi da una necessità economica, in altri dalla concezione del ‘lavoro come valore’ che integra il percorso educativo. La conciliazione di studio e lavoro si rivela però difficile da sostenere per la maggior parte dei ragazzi intervistati.
Dall’indagine ‘Non è un gioco’ è emerso che tra i 14-15enni intervistati che lavorano, quasi 1 su 3 (29,9%) lo fa durante i giorni di scuola, tra questi il 4,9% salta le lezioni per lavorare. Dai dati si evince che la percentuale di minori bocciata durante la scuola secondaria di I o di II grado è quasi doppia tra chi ha lavorato prima dei 16 anni rispetto a chi non ha mai lavorato.
Il lavoro minorile può anche influenzare la condizione futura di giovani ‘NEET’ (Not in Education, Employment, or Training), alimentando la trasmissione intergenerazionale della povertà e dell’esclusione sociale. I ragazzi e le ragazze di età compresa tra 15 e 29 anni in questa situazione in Italia sono più di 1.500.000 nel 2022, il 19 % della popolazione di riferimento, con un valore in Europa secondo solo a quello osservato in Romania.
I settori prevalentemente interessati dal fenomeno del lavoro minorile in Italia sono quelli più tradizionali come la ristorazione (25,9%) e la vendita al dettaglio nei negozi e attività commerciali (16,2%), seguiti dalle attività in campagna (9,1%), in cantiere (7,8%), dalle attività di cura con continuità di fratelli, sorelle o parenti (7,3%)[6], ma non mancano le nuove forme di lavoro online (5,7%), come la realizzazione di contenuti per social o videogiochi, o il reselling di sneakers, smartphone e pods per sigarette elettroniche. Sebbene il 70,1% dei 14-15enni che lavorano o hanno lavorato, lo abbiano fatto in periodi di vacanza o in giorni festivi, il lavoro è faticoso da un punto di vista della frequenza e dell’intensità: quando lavorano, più della metà dei 14-15enni lo fa tutti i giorni o qualche volta a settimana, circa 1 su 2 lavora più di 4 ore al giorno.
CittadinanzAttiva e Save the Children: rendere servizio pubblico le mense scolastiche
€ 84 ed € 85 al mese: è quanto una famiglia ha speso in media nell’anno scolastico in corso per la mensa di un figlio iscritto rispettivamente alla scuola dell’infanzia e alla primaria. Si tratta di € 4,20 ed € 4,26 a pasto. La regione mediamente più costosa è la Basilicata (109€ mensili) mentre quella più economica è la Sardegna (61€ nell’infanzia e 65€ per la primaria), secondo un’indagine svolta da CittadinanzAttiva; quindi l’incremento rispetto alla precedente indagine, riferita al 2022/23, è stato di oltre il 3%, ma le variazioni sono molto differenti a livello regionale: in Calabria si registra un aumento di oltre il 26%, mentre in Umbria la riduzione più evidente di circa il 9%.
A livello di singoli capoluoghi di provincia, sono le famiglie di Barletta a spendere di meno per il singolo pasto (2€ sia per l’infanzia che per la primaria) mentre per l’infanzia si spende di più a Torino (6,60€ a pasto) e per la primaria a Livorno e Trapani (6,40€). Fra le città metropolitane, soltanto Roma rientra nella classifica delle meno care, con un costo a pasto per la famiglia ‘tipo’ di circa 2,32€ in entrambe le tipologie di scuola.
Questi i dati che emergono dalla VII Indagine sulle mense scolastiche, con la quale abbiamo ha preso in esame le tariffe di tutti i 110 capoluoghi di provincia sia per la scuola dell’infanzia che per la primaria, come ha dichiarato Adriana Bizzarri, coordinatrice nazionale ‘Scuola’ di Cittadinanzattiva:
“Da anni chiediamo che la ristorazione scolastica diventi un servizio pubblico essenziale, e fra le raccomandazioni previste anche dal ‘Piano di Azione nazionale per l’attuazione della garanzia infanzia’ vi è quella di rendere il pasto scolastico gradualmente gratuito per tutti, partendo dai bambini e dalle bambine che vivono in famiglie in povertà assoluta.
Una condizione che purtroppo accomuna sempre più minori: il 4,9% dei minori di 16 anni è in condizione di deprivazione alimentare e il 2,5% non può permettersi un pasto proteico al giorno. Nel frattempo riteniamo prioritario che la Commissione Parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, insieme a tutti gli stakeholder interessati compresi gli utenti, avvii una indagine conoscitiva per individuare un piano di interventi su aspetti quali: qualità e costo delle derrate alimentari, filiera di approvvigionamento, rispetto dei menù, ruolo delle Commissioni Mensa, fasce di agevolazione nelle tariffe, sistema degli appalti, condizioni lavorative del personale addetto, rispetto dei CAM, monitoraggio dei programmi pubblici mense bio e frutta e verdura a scuola, progetti di educazione all’alimentazione corretta”.
Secondo l’Anagrafe nazionale, un terzo degli edifici scolastici, ossia 13.533 su 40.160, sono dotati di locale mensa. La distribuzione però non è omogenea, in quanto nelle regioni del Sud Italia poco più di un edificio su cinque dispone di una mensa scolastica (al Centro è il 41% e al Nord il 43%) e la quota scende al 15,6% in Campania e al 13,7% in Sicilia. La regione con un numero maggiore di scuole dotate di mensa è la Valle d’Aosta (72%), seguita da Piemonte, Toscana e Liguria dove è presente in 6 edifici su 10. In Puglia, Abruzzo e Lazio sono presenti in un edificio su quattro.
Il PNRR non viene incontro alle esigenze delle scuole del Sud, almeno non nella misura sperata. Su 1052 interventi previsti ed € 600.000.000 di fondi stanziati, il Sud riceve (da graduatorie di giugno 2023, le ultime disponibili) la metà delle risorse, contro il 58% previsto da piano originario.
Inoltre, sul totale degli interventi previsti a livello nazionale, poco più della metà (541 su 1052) prevede la costruzione di nuovi locali mensa; per il 21% si tratta di interventi di demolizione, ricostruzione ed ampliamento e per il 28% di riqualificazione, riconversione e messa in sicurezza di spazi e mense preesistenti.
Per questo CittadinanzAttiva propone di riconoscere le mense scolastiche come servizio pubblico essenziale e di impedire qualsiasi forma di esclusione dai bambini le cui famiglie siano in condizioni di povertà; contrastare i casi di morosità ingiustificata; uniformare le tariffe minime e massime, almeno per aree territoriali del Paese (Nord, Centro e Sud).
L’altra proposta è quella di rendere gli studenti protagonisti dell’educazione alimentare e dei corretti stili di vita, mettendoli al centro dei percorsi formativi in ambito scolastico affinché diventino essi stessi informatori di salute presso i loro coetanei e le proprie famiglie; quindi eliminare dai distributori automatici delle scuole il cibo spazzatura, ed inserire solo prodotti freschi e naturali, possibilmente locali.
Quindi anche per l’ong ‘Save the Children’ è prioritario rendere le mense scolastico un servizio pubblico: “Il servizio della mensa scolastica diventa ogni anno più costoso per le famiglie in Italia e le disuguaglianze territoriali penalizzano il Sud dove bambine e bambini hanno minori possibilità di accesso. I dati diffusi oggi da Cittadinanzattiva confermano la necessità di un investimento maggiore per garantire a tutti gli alunni della scuola primaria, su tutto il territorio nazionale, l’accesso servizio di refezione scolastica”.
La mensa scolastica è fondamentale per garantire a studentesse e studenti, soprattutto quelli in condizioni di maggior bisogno, il consumo di almeno un pasto sano ed equilibrato al giorno. Ad oggi invece solo poco più di un bambino su due in Italia (55,2% degli alunni della scuola primaria) ha accesso alla mensa e meno di due classi su cinque (38,3%) sono a tempo pieno: “E’ necessario rendere l’offerta di un pasto sano al giorno un servizio pubblico essenziale per il quale stabilire uno specifico LEP (livello essenziale delle prestazioni). Un primo passo in questa direzione sarebbe istituire un ‘Fondo di contrasto alla povertà alimentare a scuola’ da destinare ai comuni che utilizzano una quota di bilancio per consentire l’accesso alla mensa agli studenti della scuola primaria in difficoltà economiche e aumentare le risorse destinate al Fondo di solidarietà comunale”.
Papa Francesco: l’educazione semina speranza
“Desidero ringraziarvi, a nome mio e della Chiesa, per il lavoro che svolgete nelle scuole dei gesuiti e nelle altre scuole legate alla missione, che hanno deciso di unirsi allo sforzo apostolico della Compagnia di Gesù. E’ vero che sant’Ignazio ed i primi compagni non considerarono l’importanza delle scuole all’inizio della fondazione della Compagnia. Ma è anche vero che ben presto si resero conto dell’immenso potenziale evangelizzatore e lo accolsero con entusiasmo e dedizione”.
Papa Francesco, ricevendo in mattinata i membri della Commissione Internazionale sull’Apostolato dell’Educazione dei Gesuiti, ha sottolineato l’importanza delle scuole, in quanto sono la cinghia di trasmissione per l’evangelizzazione nelle generazioni:
“Senza dubbio, le scuole dei gesuiti hanno permesso che il messaggio del Vangelo continuasse a farsi sentire tra le nuove generazioni, accompagnato dal rigore accademico e intellettuale che le caratterizza. Ma il centro è stato e deve continuare ad essere Gesù. Ecco perché i gesuiti, attraverso i programmi di studio e le attività nelle scuole, si adoperavano affinché i giovani potessero entrare in contatto con il Vangelo, con il servizio agli altri e, così, contribuire al bene comune”.
E’ stato un elogio alle Congregazioni Mariane, istituite dai Gesuiti: “Le Congregazioni Mariane furono un bellissimo esempio di come l’educazione gesuita volesse invitare i suoi studenti a diventare agenti di cambiamento ed agenti di evangelizzazione nel loro contesto. Si trattava di imparare fin da piccoli a scoprire Dio presente negli altri, soprattutto nei poveri e negli emarginati. Questa è la vera educazione, accompagnare i giovani a scoprire la costruzione del bene comune nel servizio agli altri e nel rigore accademico”.
Quindi ha spiegato il motivo per cui ha promosso il ‘Nuovo Patto Educativo Globale’ per un nuovo modo di pensare la cultura: “Proprio il Nuovo Patto Educativo Globale, che ho promosso, vuole attualizzare lo sforzo educativo affinché i giovani si preparino e comincino a cambiare la mentalità di un’educazione solo per il ‘mio’ successo personale, nella mentalità di un’educazione che li conduca per scoprire la vera pienezza della vita, quando i doni e le capacità personali vengono utilizzati in collaborazione con gli altri, per la costruzione di una società e di un mondo più umani e fraterni”.
Al centro di questo nuova cultura è la persona, come sottolineava p. Arrupe: “Dobbiamo passare dalla cultura dell’ ‘io’ alla cultura del ‘noi’, in cui l’istruzione di qualità è definita dai suoi risultati umanizzanti e non da quelli economici. Ciò significa mettere la persona al centro del processo. Ed era ciò che padre Arrupe ci ripeteva spesso quando insisteva sulla necessità di ‘educare le persone per gli altri’. Padre Arrupe aveva ben chiaro che la persona per gli altri è, per eccellenza, Gesù, il vero uomo con e per gli altri”.
Ha ribadito che si educa attraverso l’esempio, come ha fatto Gesù: “Come ben sapete, il modo migliore per educare è con l’esempio, modellando in noi stessi ciò che vogliamo nei nostri studenti. Così Gesù educò i suoi discepoli. Così siamo chiamati a educare nelle nostre scuole. Pertanto, tutto ciò che potete fare è importante affinché gli educatori delle nostre scuole comprendano esistenzialmente questa chiamata”.
Per questo tipo educativo occorra formare coloro che educano: “Mettere al centro la persona significa mettere gli educatori al centro della formazione, offrire loro una formazione e un sostegno che li aiuti anche a scoprire le loro potenzialità e la loro profonda vocazione ad accompagnare gli altri. Mettere la persona al centro significa decentrarsi per percepire gli altri, soprattutto coloro che sono ai margini delle nostre società e che non solo hanno bisogno del nostro aiuto, ma hanno molto da insegnarci e darci un contributo”.
Quindi ha detto che è essenziale il rapporto degli educatori con Gesù: “Naturalmente, come ho indicato nella mia lettera confermando le Preferenze Apostoliche Universali della Compagnia di Gesù, la prima preferenza è essenziale per comprendere il senso dell’educazione della Compagnia, perché senza un vero rapporto degli educatori con il Signore è non è possibile. Dobbiamo insistere su questo punto.
Per questo sono felice che avrete il Seminario Internazionale di Yogyakarta, per poter approfondire come condividiamo con i giovani il tesoro rivelato in Gesù e perché possano sperimentarne il mistero liberatore e salvifico. Ma ci riusciranno solo se riconosceranno nei loro educatori (compresi i genitori, primi educatori delle famiglie) quel rapporto con Dio e quel profondo rispetto per gli altri e per il creato. Per loro le nostre scuole devono essere anche educatrici di educatori, maestre di insegnanti”.
Inoltre la promozione del ‘nuovo patto educativo’ sviluppa la speranza: “Sono felice di contare su di voi per promuovere un nuovo patto educativo globale. Senza questo, il nostro mondo, che già soffre di tanta violenza e polarizzazione, non sarà in grado di creare un futuro di speranza o di superare le gravi sfide che lo colpiscono e che ci costringono a diventare più consapevoli che condividiamo la casa comune del nostro mondo”.
Infatti l’educazione semina speranza e si deve svolgere con pazienza: “Educare è compito di seminare e, come dice la Sacra Scrittura, molte volte ‘si semina tra le lacrime per raccogliere tra i canti’. L’educazione è un compito a lungo termine, da svolgere con pazienza, dove i risultati a volte non sono chiari; Anche Gesù all’inizio non ha avuto buoni risultati con i discepoli, ma è stato paziente, e continua ad essere paziente con noi per insegnarci che educare è aspettare, perseverare e insistere con amore”.
(Foto: Santa Sede)
Il Giorno del Dono nelle scuole
Motore trainante del Giorno del Dono sono gli studenti di ogni ordine e grado che possono candidare al contest #DonareMiDona Scuole uno o più elaborati artistici: non solo video ma anche testi, canzoni, fotografie e disegni che arricchiranno la gallery dedicata alle scuole che sarà disponibile su giornodeldono.org.
Sono già tanti i premi confermati per le scuole: oltre a F.I.L.A. – Fabbrica Italiana Lapis ed Affini che ha già confermato per il terzo anno consecutivo la donazione di forniture di strumenti creativi alle scuole che vinceranno il contest, anche le tecnologie per la didattica donate da Esse Due S.a.s, partner tecnico del Giorno del Dono dal 2019.
Anche per il 2024 le scuole saranno protagoniste del Giorno del Dono grazie alla consueta collaborazione dell’Istituto Italiano della Donazione con il Ministero dell’Istruzione e del Merito, che ha invitato tutte le scuole a partecipare a #DonoDay2024: saranno ancora una volta gli studenti a dare lezione di dono. Il progetto, che dal 2015 ha reso protagonisti oltre 102.000 studenti provenienti da 730 scuole con la produzione di 640 elaborati artistici, non comporta nessun costo per la scuola.
I riferimenti utili sono i consueti: il sito IID riporta il regolamento completo del contest, mentre nella sezione Scuole della piattaforma dedicata giornodeldono.org è online il modulo di iscrizione a #DonareMiDona Scuole, da compilare entro il prossimo 17 giugno. Sarà poi aperta la votazione online, che si concluderà il 21 luglio ed eleggerà i vincitori della ‘Giuria Popolare’ per i diversi ordini scolastici; è inoltre confermato anche il riconoscimento ‘Giuria Tecnica’ per tutte le categorie. Tutte le premiazioni avverranno in occasione delle celebrazioni del Giorno del Dono.
Oltre a tutto questo, le scuole possono comunque entrare a far parte delle ‘scuole del dono’ ed essere testimonial #DonoDay2024 semplicemente scegliendo l’adesione morale nel modulo di iscrizione e impegnandosi a diffondere i valori del Giorno del Dono durante l’attività didattica.
Sul sito IID tutti i dettagli. Non solo scuole: stanno infatti partendo in questi giorni le iniziative dedicate a Servizi minorili, Comuni, enti non profit ed aziende che permetteranno a sempre più realtà di essere protagoniste di #DonoDay2024. Dalla sua nascita il Giorno del Dono ha coinvolto più di 1.000 Comuni, 1.350 enti di terzo settore e 130 imprese.
Tutte le informazioni su #DonoDay2024 sono disponibili su www.giornodeldono.org e www.istitutoitalianodonazione.it.
Festa di santa Rita da Cascia: spiritualità e solidarietà insieme per costruire la speranza a Cuzco
Coniugare spiritualità e solidarietà, per costruire oggi un domani di speranza, partendo dall’ascolto dei bisogni dei più fragili. E’ questo l’obiettivo con cui, a un mese dalla Festa della Santa degli Impossibili del 22 maggio, la Fondazione Santa Rita da Cascia ets, che ancora una volta si fa portavoce del suo messaggio, secondo il volere delle monache agostiniane, ha avviato una campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi, quest’anno in particolare con destinazione Perù.
Si vuole sostenere il completamento dei lavori dell’Auditorium ‘Beata Maria Teresa Fasce’ dell’Istituto educativo ‘San Agustin de Hipona’, fondato dai missionari agostiniani nel 2012 nel distretto di San Jeronimo, a Cuzco, come ha dichiarato ha dichiarato Suor Maria Rosa Bernardinis, Madre Priora del Monastero e Presidente della Fondazione Santa Rita da Cascia:
“Siamo nel pieno dei preparativi della festa e, come Santa Rita ci ha insegnato, mentre viviamo uno stato di caos mondiale preoccupante, noi continuiamo a fare la nostra parte, aiutando chi ha bisogno, ets. Per noi monache spiritualità e solidarietà sono intrecciate e si sostengono a vicenda, per cui ogni anno, con la nostra Fondazione sosteniamo in particolare un progetto di solidarietà. La richiesta di aiuto, questa volta, ci è arrivata dai confratelli agostiniani di Cuzco. Vorremmo portare a termine i lavori del loro Auditorium, uno spazio in cui gli studenti, le loro famiglie e tutta la comunità locale possa ritrovarsi, superando traumi e difficoltà, per costruire un futuro più dignitoso per tutti loro”.
L’Auditorium, incompiuto a causa delle difficoltà post-pandemiche, sarà uno spazio polifunzionale dove organizzare seminari, laboratori, incontri di formazione e gruppi di mutuo aiuto, per supportare il diritto all’educazione e all’integrazione sociale degli oltre 300 alunni, delle loro famiglie e dei 32.000 rappresentanti della comunità locale, che vivono in un contesto caratterizzato da difficili condizioni: povertà, abuso di alcol e droga, violenza sulle donne, favoreggiamento della prostituzione, tratta dei minori, disabilità, elaborazione di gravi lutti familiari.
Chiunque vorrà sostenere la raccolta fondi, riceverà l’Ovunque di Santa Rita: il ciondolo a forma di cuore, su cui è incisa una rosa, e che conserva al suo interno l’immagine dell’amata Santa e la preghiera ‘Ovunque proteggimi’. Per maggiori informazioni www.festadisantarita.org.
Inoltre dopo tanta attesa da parte dei devoti di tutta Italia, sabato 18 e domenica 19 maggio, nel weekend precedente la Festa, tornano finalmente nelle piazze di tutte le regioni d’Italia le Rose di Santa Rita, altro evento di sensibilizzazione e raccolta fondi promosso dalla Fondazione per sostenere l’infanzia, con una donazione minima di € 15. Saranno 300 i punti di distribuzione, dove saranno attivi i tantissimi volontari, cuore dell’organizzazione ritiana. I progetti sostenuti vanno dall’Alveare, che a Cascia accoglie minori con situazioni familiari di disagio, fino agli stessi studenti di Cuzco.
Le rose sono il simbolo per eccellenza della santa più venerata in tutto il mondo. Questo fiore rappresenta l’amore di Santa Rita, che diffonde il suo profumo ovunque e in ogni tempo: come la rosa, la taumaturga umbra ha saputo fiorire nonostante le spine della vita, donando il buon profumo di Cristo e sciogliendo il gelido inverno di tanti cuori.
Per avere maggiori informazioni sui punti di distribuzione e cercare il volontario più vicino, si può consultare la mappa al link rosedisantarita.org Allo stesso link, per chi non potrà andare in piazza, fin d’ora e anche dopo l’evento, è già disponibile la piantina, con una donazione minima di € 25.
Parlando degli eventi della Festa, dal 12 al 20 maggio alle ore 11.50, per il secondo anno, si potrà seguire, in via esclusiva solo online, il Rosario che le monache reciteranno dal Coro del Monastero, luogo di clausura, in occasione della Novena di Santa Rita. Sarà possibile seguire tutte le celebrazioni più importanti della Festa, promossa dalle comunità agostiniane e dall’amministrazione comunale, in diretta streaming sui canali social del monastero agostiniano di Cascia. Per saperne di più www.santaritadacascia.org.
La Festa entrerà poi nel vivo lunedì 20 maggio, alle ore 10, quando saranno presentate le donne insignite del Riconoscimento Internazionale Santa Rita da Cascia 2024: Cristina Fazzi, Virginia Campanile, Anna Jabbour, presentate dal noto conduttore televisivo e giornalista Roberto Giacobbo. Si tratta di un premio unico nel suo genere che, dal 1988, viene conferito alle donne di ogni Paese e religione che incarnano i valori ritiani.
Sabato 21 maggio, intorno alle ore 17.30, si svolgerà la consegna del premio, accompagnata dal messaggio della Priora, e, infine, il Solenne Transito di Santa Rita. In serata, alle ore 21.30, la Fiaccola della Pace e del Perdono farà ritorno a Cascia, quest’anno da Enna, seguirà l’accensione del tripode votivo e l’avvio ufficiale dei festeggiamenti 2024.
Nel giorno solenne della Santa del 22 maggio, tutta la famiglia ritiana sarà in preghiera durante il Solenne Pontificale delle ore 11.00, presso la Sala della Pace, presieduto dal Cardinale Robert F. Prevost osa, Prefetto del Dicastero dei Vescovi. Al termine della Messa, la Processione, il tradizionale Corteo storico e la Statua proseguiranno fino al Sagrato della Basilica, dove si svolgeranno la Supplica a Santa Rita e la Benedizione delle Rose.
(Foto: Monastero Santa Rita da Cascia)




























