Tag Archives: Sapore

Papa Leone XIV invita ad essere operatori di pace

“E’ una gioia per me stare con voi in questa regione che ha sofferto così tanto. Come le vostre testimonianze hanno appena dimostrato, l’esperienza vissuta della sofferenza da parte della vostra comunità ha solo reso più forte la vostra convinzione che Dio non ci ha mai abbandonati! In Dio, nella sua pace, possiamo sempre ricominciare da capo!”: nella cattedrale di san Giuseppe papa Leone XIV ha ascoltato il dolore di profughi e operatori di pace nell’incontro per la pace con le testimonianze del Capo Tradizionale Supremo di Mankon, Fon Fru Asaah Angwafor IV, del Moderatore Emerito della Chiesa Presbiteriana, Fonki Samuel Forba, dell’Imam della Moschea Centrale di Buea, Mohammad Abubakar.

Partendo dalla profezia di Isaia che annuncia la pace il papa ha esortato a non scoraggiarsi nell’annuncio: “Mi ha accolto con queste parole, e ora vorrei rispondere: quanto sono belli anche i tuoi piedi, polverosi da questa terra macchiata di sangue ma fertile che è stata maltrattata, eppure è ricca di vegetazione e frutta. I tuoi piedi ti hanno portato fino a qui, e nonostante le difficoltà e gli ostacoli, sono rimasti sulla strada della bontà. Che tutti noi continuiamo sulla via della bontà che conduce alla pace.

Sono grato per le vostre parole di benvenuto, perché è vero: sono qui per proclamare la pace. Eppure trovo che tu stia proclamando la pace a me e al mondo intero. Come uno di voi ha osservato, la crisi che ha avuto un impatto su queste regioni del Camerun ha avvicinato le comunità cristiane e musulmane che mai. In effetti, i vostri leader religiosi si sono riuniti per stabilire un Movimento per la Pace, attraverso il quale cercano di mediare tra le parti opposte”.

E’ stato un elogio al loro ‘lavoro’ per la pace: “Vorrei che questo accadesse in tanti altri luoghi del mondo. Il vostro testimone, il vostro lavoro per la pace può essere un modello per il mondo intero! Gesù ci ha detto: Beati gli operatori di pace! Ma guai a coloro che manipolano la religione e il nome stesso di Dio per il proprio guadagno militare, economico o politico, trascinando ciò che è sacro nelle tenebre e nelle porcherie”.

Da questa città, infatti, si può irradiare la ‘luce’ con l’invito a non perdere sapore: “Sì, mie care sorelle e fratelli, voi che avete fame e sete di giustizia, che siete poveri, misericordiosi, mansueti e puri di cuore, voi che avete pianto – siete la luce del mondo! Bamenda, oggi sei la città sulla collina, splendente agli occhi di tutti! Sorelle e fratelli, siate il sale che continuamente dà sapore a questa terra.

Non perdere il sapore, anche negli anni a venire! Amare tutti i momenti condivisi che vi hanno unito in questi tempi di dolore. Cerchiamo a tutti questo giorno di cuore quando ci siamo riuniti per lavorare per la pace! Siate come olio versato sulle ferite dei vostri fratelli e sorelle”.

Quindi ha ringraziato le donne, che hanno cura di chi ha subito violenza: “E’ un compito enorme che passa invisibile giorno dopo giorno, e come ci ha ricordato suor Carine, è anche pericoloso. I padroni di guerra fingono di non sapere che ci vuole solo un momento per distruggere, eppure una vita spesso non è sufficiente per ricostruire.

Chiudono un occhio sul fatto che miliardi di dollari vengono spesi per uccidere e devastare, ma le risorse necessarie per la guarigione, l’istruzione e il restauro non sono da nessuna parte. Coloro che derubano la vostra terra delle sue risorse generalmente investono gran parte del profitto nelle armi, perpetuando così un ciclo infinito di destabilizzazione e morte”.

Quindi ha ‘accusato’ coloro i quali alimentano le guerre: “E’ un mondo stravolto, uno sfruttamento della creazione di Dio che deve essere denunciato e rifiutato da ogni coscienza onesta. Dobbiamo fare un cambiamento decisivo, una vera conversione, che ci condurrà nella direzione opposta, su un percorso sostenibile ricco di fraternità umana. Il mondo è devastato da una manciata di tiranni, eppure è tenuto insieme da una moltitudine di fratelli e sorelle di supporto! Sono i discendenti di Abramo, numerosi come le stelle nel cielo e i granelli di sabbia sulla riva del mare”.

E’ stato un invito ad accettare il prossimo con un abbraccio di pace: “Guardiamo gli occhi degli altri: siamo queste persone immense! La pace non è qualcosa che dobbiamo inventare: è qualcosa che dobbiamo abbracciare accettando il nostro prossimo come nostro fratello e come nostra sorella. Non scegliamo i nostri fratelli e sorelle: dobbiamo semplicemente accettarci a vicenda! Siamo una famiglia, che abita la stessa casa: questo meraviglioso pianeta che le culture antiche hanno curato attraverso millenni”.

Ha concluso l’incontro con un pensiero di papa Francesco: “Così, il mio amato predecessore ci ha esortato a camminare insieme, ognuno di noi secondo la propria vocazione, estendendo i confini delle nostre comunità, a cominciare da sforzi concreti a livello locale, per amare il prossimo, chiunque e ovunque lui o lei sia. Voi siete testimoni di questa rivoluzione silenziosa!

Come ha detto l’Imam, ringraziamo Dio che questa crisi non è degenerata in una guerra religiosa, e che tutti stiamo ancora cercando di amarci l’un l’altro! Andiamo avanti con coraggio, senza perderci d’animo, e soprattutto, insieme, sempre insieme! Camminiamo insieme, innamorati, cerchiamo sempre la pace”.

E fuori dalla Cattedrale il papa ha invitato tutti ad essere operatori di pace: “Miei cari fratelli e sorelle, oggi il Signore ha scelto tutti noi per essere operai che portano la pace in questa terra! Diciamo tutti una preghiera al Signore, che la pace regnerà veramente in mezzo a noi, che mentre liberiamo queste colombe bianche, simbolo di pace, che la pace di Dio sarà su tutti noi, su questa terra, e ci terrà tutti uniti nella sua pace. Lodate il Signore!”

Prima che il papa prendesse la parola si sono alternate le testimonianza, come quella del Capo Tradizionale Supremo di Mankon, Fon Angwafor III: “Cogliamo questa opportunità per ringraziare il Papa per la grande opera di evangelizzazione svolta dalla Chiesa negli anni passati e ancora oggi, nonché per i servizi sociali che la Chiesa ha offerto alla nostra gente. La maggior parte delle migliori scuole e dei migliori istituti superiori è gestita dalla Chiesa cattolica, così come ospedali, orfanotrofi e, oggi, anche università. Speriamo che la Chiesa continui a migliorare la vita delle persone attraverso questi servizi.

Uno dei frutti positivi di questa crisi che ha scosso le nostre regioni del Camerun è che essa ha avvicinato come non mai le Chiese cristiane e la religione musulmana. La persecuzione e la sofferenza non conoscono né fede né razza, né lingua né colore. La persona che soffre ha bisogno di conforto, e l’essere umano che è in guerra ha bisogno di pace, qualunque sia il suo credo”.

Mentre l’imam Mohamad Abubakar ha raccontato alcuni episodi di violenza contro i fedeli: “La comunità islamica è lieta della sua presenza qui in qualità di rappresentante di Dio, che è l’artefice di tutto ciò che è buono, che è portatore di Pace e che ama l’intera umanità. Il 14 novembre 2025 alcuni uomini armati durante la preghiera hanno assaltato la moschea di Sagba, a circa 20 chilometri da Bamende, uccidendo tre persone e ferendone altre nove. Il 14 gennaio 2025 diversi uomini armati hanno aperto il fuoco su degli allevatori di bestiame della comunità etnica Mbororo, uccidendo almeno quindici persone, tra cui otto bambini.

La comunità islamica ha sofferto in molte città e in molti villaggi anglofoni, e ci sono state vittime musulmane in quello che è ormai noto come il massacro di Ngabur, nel quale nel 2020 sono stati uccisi 23 civili. Ringraziamo Dio perché questa crisi non è degenerata in una guerra religiosa e continuiamo a cercare di amarci gli uni gli altri nonostante le nostre religioni diverse. Santo Padre ci aiuti ad avere la pace”.

Ed anche suor Carine Tangiri Mangu ha raccontato il loro rapimento: “Da quando è iniziata questa crisi, svolgiamo il nostro lavoro con tanta paura e grande insicurezza. Il 14 novembre, mentre tornavamo da Bamenda a Elak-Oku, dove insegniamo nella scuola primaria, suor Mediatrix ed io siamo state rapite da alcuni uomini armati nei pressi di Baba 1 e portate nella boscaglia, dove siamo state tenute in ostaggio per tre giorni e tre notti.

Per tutti quei giorni e quelle notti non abbiamo dormito né mangiato. Siamo state spostate in moto da un posto all’altro, a volte all’una di notte per evitare di essere localizzati. Abbiamo iniziato uno sciopero della fame e abbiamo spiegato ai nostri rapitori che stavamo semplicemente svolgendo il nostro lavoro per i poveri e che non avevamo niente a che vedere con la politica.

Hanno preteso che dessimo loro dei numeri di telefono per poter richiedere un riscatto. E’ stato un momento difficile per noi, perché, oltre a essere sballottate da un posto all’altro non potevamo né lavarci, né mangiare o bere acqua a nostro piacimento o addirittura dormire. A mantenere viva la nostra speranza è stato il Rosario, che abbiamo recitato in continuazione per tutti quei giorni”.

 (Foto: Santa Sede)

Quaresima: il sapore della Parola

La osservo avanzare lentamente, fare un lieve inchino, presentarsi all’ambone. ‘Lettera di san Paolo…’. Maria, emigrata calabrese, a Londra già dagli anni ’60, inizia a leggere, ma solo dopo un lunghissimo respiro. Non legge, proclama. Lentissimamente. Pronuncia una parola dopo l’altra, articolandola come se dovesse raccontare qualcosa a un bambino con un’inflessione, un respiro e un ritmo senza tempo. Sospesi nell’aria. Non c’è assolutamente fretta o voglia di concludere. Ogni parola per un bambino è come una finestra che illumina un avvenimento o un’emozione dentro. Sarà importante, allora, prendere il tempo di affacciarsi…

Per san Paolo ogni parola è un messaggio, come un frutto gonfio di vita, rivolto a una comunità riunita. Maria si ferma ogni tanto con un silenzio interminabile. Benefico. ‘Ogni parola autentica nasce dal silenzio e dal silenzio è custodita’, afferma un autore. Pare quasi di capire che ogni parola dell’Apostolo è scavata nell’abisso della sua anima, nell’esperienza di lotta di un essere itinerante, migrante come lei. Come lui. Ma c’è anche l’amore per la nostra lingua. Nel mare di un’altra che all’estero ti circonda, la lingua materna è una terra di salvezza. Un incontro con quello che eri una volta, la tua origine stessa.

Pare di ascoltare da lei la lettera di un figlio che scrive dal fronte. Ogni parola viene pesata, sollevata, guardata, riguardata, gustata fino in fondo. E’ Paolo di Tarso dal fronte delle prime comunità e dello Spirito che le anima. Comunità raccolte da lui, ma fatte di mille pezzi diversi che Paolo amava come colei che le genera, come una madre.

Ed assomigliano tanto alla nostra comunità di oggi a Londra, fatta di calabresi e di friulani, di gente del sud e del nord messi insieme, con qualcuno del posto. Guardo con stupore questa assemblea composita di emigranti della nostra terra, che proprio qui assaporano la parola ‘unità’ e ‘comunione’ in nome di Dio.

E così penso al disagio che provo, a volte, nel rientrare al mio paese. La Parola di Dio in una celebrazione sembra qualcosa di letto velocemente, come una vecchia poesia che si impara a scuola e si ripete meccanicamente. Sembra quasi una parola che scivola via senza sapore, senza amore. Non vi avverti la fibra dell’Apostolo o il fuoco dello Spirito. Non vedi l’ansia o i mille volti di un popolo di Dio finalmente riunito. Sono i nostri, semplicemente.

Penso, allora, alla Parola di Dio vissuta qualche tempo fa in terra africana. Dopo il canto, i tamburi, le voci, le mani, il loro ritmo con due colpi e due pause, un lunghissimo grido corale si alzava al suo acme e tutto, infine, si spegneva d’incanto. Si piombava subito in un silenzio perfetto, immobile. Una miriade di volti neri ti fissava, allora, dall’assemblea con gli occhi ben aperti.

Lunghi momenti di attesa, mentre una vera emozione ti prende. Poi, la parola esce dalla bocca del lettore. Viene offerta con gesto lento come gustandola prima, ruotandola nel palato, assaporandola. Parola calma, sonora e solenne. Vedi subito dagli occhi e dal silenzio come ognuno la riceve: la attende, la gusta, gli risuona nelle tempie, gli fa brillare lo sguardo, scende nell’anima, in profondità.

Comprendi allora concretamente che cosa vuol dire una ‘civiltà della parola’ come questa, africana. La parola qui è sacra. E sintesi di cuore, di corpo e di mente. E ancor più dell’amore di Dio, fattosi Parola lui stesso. Essa si posa nella vita di ognuno dopo l’ascolto e la penetra per darne forza, bellezza e coraggio. E fa  comprendere, in fondo, la dignità della loro stessa esistenza, ‘una storia sacra’ scritta ai nostri giorni. Nelle lacrime, nelle gioie o nelle conquiste di povera gente che lotta, soffre e ama. Personaggi biblici di oggi. Essi hanno incontrato Dio, senza saperlo.

Papa Leone XIV: il cristiano sia sale e luce del mondo

“Con dolore e preoccupazione ho appreso dei recenti attacchi contro varie comunità in Nigeria, che hanno causato gravi perdite di vite umane. Esprimo la mia vicinanza orante a tutte le vittime della violenza e del terrorismo. Auspico che le Autorità competenti continuino ad adoperarsi con determinazione per garantire la sicurezza e la tutela della vita di ogni cittadino”: al termine della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha invitato a pregare per la pace, ricordando le violenze subite dai cristiani in Nigeria.

Inoltre ha ringraziato coloro che si impegnano per la dignità delle persone tratte in schiavitù nel giorno della memoria di santa Giuseppina Bakhita: “Oggi, memoria di santa Giuseppina Bakhita, si celebra la Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone. Ringrazio le religiose e tutti coloro che si impegnano per contrastare ed eliminare le attuali forme di schiavitù. Insieme a loro dico: la pace comincia con la dignità!”

E prima della recita dell’Angelus domenicale il papa ha sottolineato la necessità di essere ‘sale’ per dare sapore, dopo aver proclamato beato chi mette in pratica azioni in grado di trasformare il mondo: “E’ infatti la gioia vera a dare un sapore alla vita e a far venire alla luce ciò che prima non era. Questa gioia sprigiona da uno stile di vita, da un modo di abitare la terra e di vivere insieme che va desiderato e scelto.

E’ la vita che risplende in Gesù, il sapore nuovo dei suoi gesti e delle sue parole. Dopo che lo si è incontrato, sembra insipido e opaco ciò che si allontana dalla sua povertà di spirito, dalla sua mitezza e semplicità di cuore, dalla sua fame e sete di giustizia, che attivano misericordia e pace come dinamiche di trasformazione e di riconciliazione”.

Riprendendo il vangelo delle beatitudini il papa ha sottolineato che occorre gesti concreti per essere sale e luce: “Il profeta Isaia elenca gesti concreti che interrompono l’ingiustizia: dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire chi vediamo nudo, senza trascurare i vicini e le persone di casa… Da una parte la luce, quella che non si può nascondere, perché è grande come il sole che ogni mattina scaccia le tenebre; dall’altra una ferita, che prima bruciava e ora guarisce”.

Essere sale e luce significa non rinunciare alla gioia: “E’ doloroso, infatti, perdere sapore e rinunciare alla gioia; eppure, è possibile avere questa ferita nel cuore. Gesù sembra mettere in guardia chi lo ascolta, perché non rinunci alla gioia… Quante persone (forse è capitato anche noi) si sentono da buttare, sbagliate. E’ come se la loro luce sia stata nascosta. Gesù, però, ci annuncia un Dio che mai ci getterà via, un Padre che custodisce il nostro nome, la nostra unicità. Ogni ferita, anche profonda, guarirà accogliendo la parola delle Beatitudini e rimettendoci a camminare sulla via del Vangelo”.

Sono i gesti che danno gioia, anche se vanno in controtendenza: “Sono infatti gesti di apertura agli altri e di attenzione, quelli che riaccendono la gioia. Certo, nella loro semplicità ci pongono controcorrente. Gesù stesso fu tentato, nel deserto, da altre strade: far valere la sua identità, esibirla, avere il mondo ai propri piedi. Respinse, però, le vie in cui si sarebbe perso il suo vero sapore, quello che ritroviamo ogni domenica nel Pane spezzato: la vita donata, l’amore che non fa rumore”.

Però tutto ciò va compiuto senza esibizionismo: “Fratelli e sorelle, lasciamoci alimentare e lasciamoci illuminare dalla comunione con Gesù. Senza alcuna esibizione saremo allora come una città sul monte, non solo visibile, ma anche invitante e accogliente: la città di Dio in cui tutti, in fondo, desiderano abitare e trovare pace”.

Prima della recita dell’Angelus, come era successo in precedenza, il papa ha ringraziato il personale, con i familiari, preposto ai servizi della floreria e dell’edilizia: “Come dirigenti, impiegati e maestranze di questi due settori operativi della Città del Vaticano, avete dimostrato grande passione per i vostri incarichi, soprattutto durante l’Anno giubilare da poco concluso. Anche grazie al vostro comune impegno, milioni di pellegrini hanno potuto vivere con ordine e serenità il passaggio della Porta Santa, partecipando fruttuosamente alle celebrazioni liturgiche, alle udienze e agli altri eventi”.

Riconoscenza come sprone per rendere più belli ed accoglienti gli spazi vaticani: “La riconoscenza, che di cuore vi esprimo, diventa sprone per i progetti futuri, che riguardano sia il costante aggiornamento dei servizi tecnici e logistici, sia l’attenta cura degli ambienti vaticani, soprattutto degli spazi dedicati alla preghiera e agli incontri con il papa.

Il decoro delle aree e la sicurezza delle strutture trovano infatti il loro senso più alto nel sostegno dato alla devozione dei fedeli e all’opera pastorale della Chiesa. In particolare, la Basilica di San Pietro è luogo sacro che chiede di essere custodito anzitutto come tempio di contemplazione, raccoglimento e meraviglia spirituale. La Piazza antistante, che abbraccia il mondo con il suo stupendo colonnato, è il ‘biglietto da visita’, come si suol dire, della nostra accoglienza verso tutti”.

Ed anche questi lavori sono opera missionaria: “Carissimi, l’opera che svolgete ogni giorno rappresenta certamente un servizio discreto e prezioso per la missione apostolica del papa. Si inserisce infatti nella complessa attività del Governatorato e della Direzione per le infrastrutture e i servizi, che lodo per la solerte gestione di molte incombenze all’interno dello Stato vaticano.

Ciascuno per la propria parte, soprattutto nei momenti di prova, ricordiamo di essere membra di un unico organismo, che ha per fine la testimonianza del Vangelo secondo il comando del Signore, Pastore buono e Capo della Chiesa”.

(Foto: Santa Sede)

V Domenica del tempo ordinario: voi siete la luce del mondo

E’ un avvertimento che ci proviene da Cristo Gesù: ‘Voi siete luce del mondo; voi siete sale della terra’. Il brano del vangelo si collega al ‘Discorso della Montagna’ o delle beatitudini: Gesù non solo parla a noi, ma parla di noi : quella che deve essere la missione del cristiano, il suo ruolo nel mondo. Gesù è luce del mondo: una luce infinita, inaccessibile; ma questa luce, quando arriva a noi, come in un prisma di cristallo, viene scomposta in varie tonalità di colori, creando la bellezza dell’universo, la varietà dei suoi elementi  tutti buoni perché attingono all’infinita luce divina, che dà senso e valore alla miriade degli esseri.

Non è un elemento che imita l’altro, ma tutti attingiamo all’Essere divino, alla somma Sapienza e al primo Amore. Da qui l’universo chiamato ad essere un magnifico caleidoscopico. Gesù dice categoricamente: voi siete il sale, voi siete la luce. E’ una affermazione categorica che evidenzia la vera identità del cristiano. Se siamo ‘sale’, riusciamo a dare  ai vari elementi del cosmo il sapore di Cristo?; ci sforziamo di testimoniare con la nostra vita in mezzo ai fratelli la bontà misericordiosa di Cristo creatore e padre? Il cristianesimo è amore: come cristiani, ciascuno facendo leva sui carismi e talenti ricevuti, è chiamato a testimoniare l’amore di Dio in casa, nel lavoro, nell’assemblea del popolo di Dio.

E’ il momento di un serio esame di coscienza, altrimenti vanifichiamo la nostra missione nel mondo. Essere ‘sale’: il sale dà il sapore (senza sale il cibo è scipito); il comportamento di chi crede deve essere consone con il ruolo che ciascuno è chiamato a svolgere. E’ un esame non generico ma specifico; va fatto da persona a persona: tu, uomo politico, tu industriale, tu operaio, tu docente, tu sacerdote , tu padre o madre, tu figlio o figlia; Se riscontri una falla, è necessario intervenire e riparare. Diceva l’apostolo Paolo: ‘Bisogna ritenere di non sapere altro se non Cristo crocifisso e risorto’.

Tu sei ‘luce del mondo’: non si accende una luce per metterla sotto il banco ma in un posto alto per illuminare quanti si avvicinano. Quando si battezza una persona si accende il ‘cerone pasquale’ ad indicare Cristo Gesù che è Luce; il cristiano deve camminare alla luce di Cristo. Dio ci ha conferito due lucerne: la coscienza e la fede. La coscienza è la voce di Dio in noi che ci loda, se si compie il bene, ci richiama (il rimorso della coscienza) quando operiamo il male.

Tutti siamo chiamati a vivere conforme alla nostra coscienza: quella voce che richiama Caino, dopo avere ucciso il fratello Abele. Caino fugge, ma la voce si fa sempre più impellente: Caino, dov’è tuo fratello Abele?, cosa hai fatto? Caino fugge ma la voce lo insegue sino a quando è costretto a dare una risposta chiara. La seconda luce è la ‘fede’: una virtù teologale, dono di Dio che parla di amore.

Nel Battesimo lo Spirito Santo ci conferisce la fede come un seme che deve crescere, chiarire, illuminare, additare ciò che è buono e gradito al Signore Gesù. Essere ‘luce’ significa ‘amare’: la fede ci fa vedere tutto in chiave di amore: ‘Ascolta, Israele, amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore … amerai il prossimo tuo come te stesso’. Sei luce, se ami; tu vivi da figlio di Dio, se in ogni uomo (piccolo o grande) sai vedere un fratello o una sorella.

Vero cristiano non è chi rimane chiuso nella sacrestia, ma quando esci allo scoperto ed il ‘mio pane’ diventa ‘pane nostro’ perché condiviso e non possesso geloso; puoi invocare Dio ‘Padre nostro’ se ti riscopri fratello e sorella in mezzo al mondo, se in ogni uomo scopri un figlio di Dio. Sei ‘luce’ quando illumini gli altri e questa luce ti permette di scoprire meglio te stesso. Il Vangelo, Parola di Dio, è proprio questa luce che deve illuminare la tua mente, riscaldare il tuo cuore, testimoniare la sua presenza non a parole ma con le opere.    

L’uomo lontano dal Vangelo, lontano da Cristo, è colui che vive e si fa dominare solo dall’egoismo, dall’orgoglio, dalla superbia. Chi è vero amico di Gesù, ama! Ma ‘amare’ è servire, condividere, comunione. La logica di Dio è solo la logica dell’amore, ma amore concreto che comunica il sapore del divino che c’è in Lui e in noi. Gesù si esprime assai chiaramente: ‘Se il sale non dà sapore non serve a nulla’ e l’agire dell’uomo diventa scipito ed insignificante.

Siete luce: se la luce non illumina è come una lampadina fulminata da buttare nella spazzatura. E’ certo una missione difficile essere luce del mondo e sale della terra; è difficile realizzare tale missione perché siamo deboli e fragili; siamo sempre coscienti  dei nostri limiti e deficienze, ma, ancorati a Cristo, luce viva, e nutriti dell’Eucaristia, pane di vita, si riacquistano forze e vivacità.

Gesù dice infatti: ‘Siete stanchi, affaticati, oppressi?, venite a me e vi ristorerò’. Ecco la necessità della Messa domenicale: acquistare forza e vivacità per vivere la nostra missione, per superare la nostra povertà esistenziale. Anche Paolo apostolo era cosciente dei suoi limiti, della sua debolezza ma ciò non lo rese mai pigro ma sempre uomo d’avanguardia nel nome di Cristo Gesù. Allora, scrive il profeta Isaia: ‘Lo invocherai e il Signore ti risponderà’.

Tu sei luce, tu sei sale non per te ma per gli altri; sei vero cristiano se impari a spezzare il pane con l’affamato, a dare da bere all’assetato; un vestito a chi è ignudo, un sorriso e un abbraccio a chi ha bisogno di aiuto. La Vergine Santissima, Madre della grazia, interceda per me, per te, per il mondo intero.     

Papa Francesco in Sud Sudan: insaporire il Paese

E’ terminato il pellegrinaggio di papa Francesco in Congo e Sud Sudan, insieme all’arcivescovo di Canterbury ed al moderatore dell’Assemblea Generale della Chiesa di Scozia, salutato dal presidente della Repubblica all’ingresso della VIP Lounge. Al termine della celebrazione eucaristica ha ringraziato il popolo sud sudanese per l’accoglienza:

V Domenica del tempo ordinario: voi siete la luce del mondo

E’ un avvertimento che ci proviene da Cristo Gesù: ‘Voi siete luce del mondo; voi siete sale della terra’. Il brano del vangelo si collega al ‘Discorso della Montagna’ o delle beatitudini: Gesù non solo parla a noi, ma parla di noi: quella che deve essere la missione del cristiano, il suo ruolo nel mondo.

Congresso eucaristico: mons. Caiazzo, arcivescovo di Matera-Irsina, racconta il gusto del pane

‘Torniamo al gusto del pane. Per una Chiesa eucaristica e sinodale’ è il tema del Congresso eucaristico nazionale, fino al 25 settembre a Matera, che “è parte integrante del Cammino sinodale delle Chiese in Italia, in quanto manifestazione di una Chiesa che trae dall’Eucaristia il proprio paradigma sinodale. A fare da filo rosso alle giornate sarà, dunque, il tema del ‘pane’ che richiama quello della comunione, della partecipazione e della missione, in un’ottica di conversione ecologica, pastorale e culturale”.

Per comprendere il sapore del gusto del pane abbiamo chiesto all’arcivescovo dell’arcidiocesi di Matera-Irsina, mons. Antonio Caiazzo, presidente del Comitato per i Congressi Eucaristici nazionali ed autore del libro ‘Tornare al gusto del pane. E farci noi stessi pane’, abbiamo chiesto di spiegarci cosa vuol dire tornare al gusto del pane: “Tornare al gusto del pane significa sentire il sapore dell’amore di Dio donato nell’Eucaristia, Parola che si è fatta carne nel seno di Maria e a noi donata nel Figlio, Gesù. Quanti riceviamo Gesù, diventiamo figli nel Figlio, quindi fratelli che si sanno accogliere, perdonare, gioire e piangere insieme, condividendo ogni cosa, facendo festa. E’ la logica del dono.

‘Tornare al gusto del pane’, per essere Chiesa in cammino, Chiesa Eucaristica capace di adorare e di nutrirsi del Dio che si è fatto carne in Gesù. Sfuggire la tentazione della ‘magia’ che viene creata e che dura un istante, un effimero istante e tutto ritorna esattamente come prima. L’Eucaristia che celebriamo ci rimanda esattamente a quell’inizio in cui Dio, prendendo carne da quella di Maria, si è mostrato per essere cibo di vita eterna. L’Eucaristia è l’oggi di Dio che nasce e si dona a noi. Se non c’è Eucaristia non ci potrà essere nemmeno il Natale di Gesù.

‘Tornare al gusto del pane’ per poter far nostro il contenuto di un’antica e bella preghiera eucaristica del XV secolo che dice: ‘Ave vero corpo, nato da Maria Vergine, che veramente patì e fu immolato sulla croce per l’uomo, dal cui fianco squarciato, sgorgarono acqua e sangue; fa’ che noi possiamo gustarti, nella prova suprema della morte. O Gesù dolce, o Gesù pio, o Gesù figlio di Maria: pietà di me. Amen’. Il profumo del pane che soprattutto nei vicinati dei Sassi si sentiva, inebriando anche le case di chi non aveva impastato e infornato, lo sentiamo in quello eucaristico perché sia desiderato anche da coloro che, pur non ricevendolo, lo avvertono attraverso noi.

‘Tornare al gusto del pane’ per non spegnere la speranza verso il futuro. Questo è possibile solo se saremo capaci di ritornare all’esperienza passata. Stiamo correndo il rischio di cancellare la memoria. Il vero virus che circola indisturbato, infettando cuori e menti, è l’Alzheimer che conduce alla morte della memoria. Voler continuare a cancellare ogni radice cristiana o riferimento alla cultura religiosa del cristianesimo, in un’Europa che dice di essere attenta al rispetto delle minoranze, significa rimuovere il nostro passato a favore di una visione superficiale della storia.

‘Tornare al gusto del pane’ per ritornare alla sapienza che a Betlemme in Giudea si è mostrata, e oggi, nelle nostre Betlemme continua ad essere luce. Se è vero che il termine ‘sapienza’ deriva dal latino ‘sapere’, che letteralmente significa ‘avere sapore’, ‘ritrovare il gusto’, allora ritorniamo alla sapienza cristiana e impediamo che il virus dell’Alzheimer continui a contagiarci. Per curare questo tipo di malattia abbiamo bisogno del vaccino dell’amore eucaristico che diventa carne nella nostra carne, sangue nel nostro sangue. C’è bisogno di una memoria vivida, vissuta e vivente, che sia sempre testimone e mai abitudine.

‘Tornare al gusto del pane’ significa, allora, ritrovare il volto del Padre misericordioso, del Dio amore che mette l’anello al dito del figlio ritrovato, i sandali ai piedi, i vestiti regali. E’ il Dio di Gesù Cristo che ridona dignità a chi l’ha perduta, apre i mari della disperazione, calma le acque agitate, fa approdare a nuovi lidi”.

Come potere farsi pane per gli altri?

“Ieri, come oggi, non si tratta di soddisfare solo il bisogno materiale del momento, ma di intridere il cuore di chi ha fede del grande insegnamento della condivisione: i discepoli devono dare ‘loro stessi da mangiare’. Questo ci fa capire che non è possibile scindere il dono del ‘Pane di vita’ dalla passione, morte e risurrezione. Banchetto conviviale e banchetto sacrificale stanno insieme. Se partecipare alla celebrazione eucaristica significa fare festa e convivialità, non bisogna mai dimenticare che il mistero pasquale è passione, morte e risurrezione, quindi il banchetto eucaristico resta sempre banchetto sacrificale.

La nostra vera ricchezza è esattamente ciò che avremo dato con gioia. Alla fine dei nostri giorni sul nostro ‘conto’ troveremo ciò che siamo stati capaci di condividere con gli altri, soprattutto con chi non conoscevamo. Se continueremo a fare solo adorazione eucaristica senza aprirci alla condivisione, saremo religiosi ma poco credibili perché poco credenti. Solo così comprendiamo che l’Eucaristia è il compendio e la somma della nostra fede: ‘Il nostro modo di pensare è conforme all’Eucaristia, e l’Eucaristia, a sua volta, si accorda con il nostro modo di pensare”.

In quale modo è possibile costruire una Chiesa eucaristica e sinodale?

“Quando parliamo di Eucaristia, secondo la felice espressione di san Tommaso, si intende come: ‘cibo per coloro che camminano’. Non semplice ricordo celebrato in un rito ma mistero celebrato nell’azione liturgica per la vita della Chiesa, che nel suo camminare ha bisogno sempre di nutrirsi del pane di vita eterna.

Nel linguaggio comune quando si parla di sinodo si pensa ad un evento nel quale s’incontrano tante persone. In realtà s’intende molto di più: compagni di viaggio di Cristo stesso, proprio in virtù del medesimo battesimo che abbiamo ricevuto: ‘Credi in Cristo Gesù. Egli ti sarà compagno (σύνοδος) lungo il sentiero pericoloso, ti sarà guida verso il regno suo e di suo Padre’. Se Cristo è compagno di viaggio, vuol dire che quanti camminano con lui, i battezzati, diventano anche loro sinodo. I battezzati formano la Chiesa, popolo di Dio in cammino accanto al Maestro e Signore, Cristo Gesù.

E quando si ritorna alla Chiesa, significa che si avverte il bisogno di ‘tornare al gusto del pane’ perché sappiamo benissimo che ‘la Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia fa la Chiesa’.

Chi ascolta la Parola partecipa all’Eucaristia, avviando processi a lungo termine attraverso un cammino sinodale che si svela man mano che si va avanti. Non significa prendere decisioni ma strade che spesso sono faticose, in salita come da Emmaus verso Gerusalemme, condividendo l’esperienza del Risorto oggi e qui, maturando e rispettando i tempi che la legge naturale indica: arare, seminare, crescere, maturare, mietere, macinare, impastare, cuocere, gustare”.

Il pane richiama alla crisi del cibo, accentuata dalla guerra: come essere solidali con i popoli?

“L’Eucaristia non è solo pane e vino che attraverso la transustanziazione diventano ‘corpo’ e ‘sangue’ di Cristo, ma pane spezzato e vino versato. In questo modo riusciamo a cogliere il senso della sua vita offerta per noi. E la logica del dono ci aiuta a capire che celebrare l’Eucaristia, ricevere Gesù Eucaristia, non significa stare bene, aver soddisfatto il precetto, aver ricordato l’anima di una persona cara. E’ anche questo! Ma prima di tutto cogliere che partecipare all’Eucaristia significa spendere, come Gesù, la propria vita in un dono, che si fa pane spezzato e nutrimento per il bene dei fratelli.

Oggi ci rendiamo conto di quanto sia difficile incontrarsi. Si sta insieme ma spesso si vive nell’indifferenza, anche nella stessa famiglia, tra coniugi, tra genitori e figli. Il silenzio o la violenza verbale spesso sostituiscono l’incontro di sguardi che dovrebbero comunicare gioia, amore, voglia di stare insieme, fecondità di vita. Il bisogno d’incontrarsi diventa sempre più impellente perché l’altro diventi punto di riferimento e di forza nell’affrontare la quotidianità. Non un semplice stare insieme ma mettersi a servizio dell’altro in forma gratuita. E’ la legge dell’amore che non ha prezzo: è gratuito perché immagine di Dio Amore che ci ama incondizionatamente.

Si avverte urgente il bisogno di tornare ad incontrarsi e capire che non siamo padroni della vita dell’altro che, invece, ci è stato affidato perché ce ne prendiamo cura. Cura che richiede sacrificio, sudore, tempo da dedicare, ascoltando, condividendo gioie e dolori. Fuori da questa logica, l’altro, anche l’affetto più grande come un figlio o il partner, diventa un problema che può portare a forme di malata possessività e violenza.

C’è bisogno di essere costruttori di umanità, in particolare in questo momento storico. Stiamo vivendo un momento davvero difficile, con tante sofferenze e tante paure. Si avverte il bisogno di uno spazio di dialogo vero, per costruire insieme una coscienza collettiva. La pandemia e la guerra hanno reso più evidente quanto sia importante rimettere al centro l’uomo, la persona, per tornare ad essere più umani, uomini che agiscono da uomini in favore degli altri uomini. Se manca questo significa che stiamo perdendo il contatto con la storia, consegnando alle nuove generazioni un mondo privo del senso più alto della parola umanità”.

Perché Matera è la città del pane?

“Matera ha una tradizione di panificazione che nel corso dei secoli ha sempre più sviluppato, affermandosi come città del pane. Questa nostra città, pur essendo una delle più antiche del mondo, da quando ha accolto l’annuncio evangelico ha saputo sviluppare una particolare teologia nella semplicità dei gesti e dei segni. Uno di questi è appunto il pane. Il suo profumo inebria le strade e le case, il suo sapore è una carezza per il cuore. Non a caso ogni fetta del pane tradizionale ha la forma del cuore. Un cuore che si dilata, si fa cibo, esattamente come Dio Trinità.

Anticamente le mamme di questa città, come un po’ dappertutto, iniziavano la lavorazione dell’impasto per il pane con il segno della croce. Successivamente, per risparmiare spazio nel forno e mettere più pani, si sviluppò la tecnica di creare un pane che lievitasse soprattutto in altezza. Questa tecnica si basa sulla teologia della Santissima Trinità. La pasta viene stesa a forma di rettangolo: si uniscono le estremità di un lato arrotolandola tre volte, mentre si pronuncia: ‘nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo’.

Dall’altro lato, con la stessa tecnica, si fanno due giri per ricordare la doppia natura di Gesù Cristo: umana e divina. Al termine l’impasto viene piegato al centro e fatti tre tagli sopra recitando: Padre, Figlio e Spirito Santo. A questo punto il pane viene lasciato riposare nel giaciglio caldo dove aveva dormito il marito: luogo sacro perché luogo dell’amore e nascita di vita nuova. La formula che la donna usava era questa: Cresci pane, cresci bene come crebbe Gesù nelle fasce. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Qui, continuando a lievitare con il lievito madre, si amalgamava diventando una sola massa”.

In quale modo Matera si è preparata a vivere il Congresso eucaristico ed a ricevere il papa?

“Come Chiesa locale abbiamo colto questo momento come evento che Dio ci ha regalato per riflettere insieme attraverso l’ascolto della Parola, la preghiera, riscoprendo la centralità dell’Eucaristia. E’ stata un’occasione per ritrovare fiducia, soprattutto dopo la dura prova della pandemia, e rinsaldare tra di noi quei vincoli di fede che ci aiutino a mostrare il vero volto di Chiesa in cammino, di famiglia di Dio.

L’ultima visita di una Papa a Matera risale a 31 anni fa con san Giovanni Paolo II. Per noi, se pur il programma sia stato ridimensionato a causa della coincidenza con le elezioni politiche, è motivo di grande gioia e soddisfazione poter godere della sua presenza e ascoltare la sua voce nel partecipare alla solenne concelebrazione eucaristica, per ‘tornare al gusto del pane per una Chiesa eucaristica e sinodale’. Tutti viviamo con ansia l’attesa di colui che viene nel nome del Signore”.

(Tratto da Aci Stampa)

Emma Ciccarelli racconta la gioia di vivere il ‘sapore di famiglia’

‘Ama chi dice all’altro: Tu non puoi morire’: in questa frase del filosofo francese Gabriel Marcel, si racchiude la sfida del libro ‘Sapore di famiglia’, scritto dai coniugi Emma Ciccarelli e Pier Marco Trulli, impegnati nell’associazionismo e nel sociale, che, sposati da quasi 30 anni, hanno quattro figli, come è riportato nella prefazione al libro dal card. Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino, che definisce la lettura del testo come ‘un grande aiuto per tutti’, dai giovani alle coppie mature, che ha sottolineato il valore della promessa nell’anno dedicato alla famiglia:

151.11.48.50