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730ª Perdonanza Celestiniana. L’Arcivescovo metropolita de L’Aquila: il perdono è una festa

“Ricordiamo, ad esempio, la grande ‘perdonanza’ che san Celestino V volle concedere a quanti si recavano nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio, a L’Aquila, nei giorni 28 e 29 agosto 1294, sei anni prima che papa Bonifacio VIII istituisse l’Anno Santo. La Chiesa già sperimentava, dunque, la grazia giubilare della misericordia. Ed ancora prima, nel 1216, papa Onorio III aveva accolto la supplica di san Francesco che chiedeva l’indulgenza per quanti avrebbero visitato la Porziuncola nei primi due giorni di agosto. Lo stesso si può affermare per il pellegrinaggio a Santiago di Compostela: infatti Papa Callisto II, nel 1122, concesse di celebrare il Giubileo in quel Santuario ogni volta che la festa dell’apostolo Giacomo cadeva di domenica. E’ bene che tale modalità ‘diffusa’ di celebrazioni giubilari continui, così che la forza del perdono di Dio sostenga e accompagni il cammino delle comunità e delle persone”.

Così scrive papa Francesco nel cap. 5 della bolla di indizione giubilare ‘Spes non confundit’, commentato nei mesi scorsi dall’allora arcivescovo della diocesi de L’Aquila, card. Giuseppe Petrocchi: “La notizia della citazione della ‘grande Perdonanza’ di san Celestino V nella Bolla di indizione del Giubileo “accende il cuore degli Aquilani quindi di una città riconoscente verso Dio e verso papa Francesco. Considero questa Bolla per tutta la Chiesa una pietra miliare non soltanto sulla via della sinodalità ma anche sulla strada della Perdonanza… Perciò la speranza cristiana e umana è anche l’anima della Perdonanza Celestiniana, è un punto di riferimento importantissimo, una sorta di bussola che ci consente di orientarci nella vita ecclesiale e sociale”.

A pochi giorni dall’apertura della 730ª Perdonanza Celestiniana, abbiamo chiesto a mons. Antonio D’Angelo, neo arcivescovo metropolita de L’Aquila, di spiegarci il motivo della ‘concessione’ di questa indulgenza: “La Perdonanza Celestiniana è l’indulgenza plenaria concessa proprio a L’Aquila da san Celestino V all’indomani dell’inizio del suo ministero come successore di Pietro, per onorare la memoria di san Giovanni Battista. Il capoluogo d’Abruzzo dal 1294 celebra ogni anno, come previsto nella Bolla pontificia ‘Inter Sanctorum Solemnia’, questa grande festa del perdono dai primi vespri del 28 agosto ai secondi vespri del 29 agosto. San Celestino istituisce la Perdonanza perché ogni cristiano faccia esperienza della misericordia di Dio, un dono necessario alla vita del credente per il suo cammino di fede”.

Per quale motivo la remissione dei peccati è una festa?

“Recentemente ho avuto modo di ribadire che il perdono è medicina necessaria per sostenere il credente lungo il percorso della vita terrena. Senza il perdono diventa difficile trovare quell’equilibrio interiore capace di pesare le cose con verità e giustizia, condizione essenziale per ritrovare costantemente armonia con se stessi e con gli altri. La catena della rabbia, dell’aggressività, della rivalsa potrà essere spezzata solo con il perdono che porta alla vera pace. E’ una festa perché la persona ritrova se stessa, si riabilita per il cammino dell’esistenza, è un’esperienza di risurrezione, una nuova vita”.

Perché la Perdonanza è patrimonio immateriale dell’Unesco?

“La storia ci insegna che il perdono è sempre necessario tra le persone e le comunità nazionali. San Giovanni Paolo II, nel 2002, all’indomani degli eventi drammatici dell’11 settembre 2001 affermava: ‘In quanto atto umano, il perdono è innanzitutto un’iniziativa del singolo soggetto nel suo rapporto con gli altri suoi simili. La persona, tuttavia, ha un’essenziale dimensione sociale, in virtù della quale intreccia una rete di rapporti in cui esprime se stessa: non solo nel bene, purtroppo, ma anche nel male. Conseguenza di ciò è che il perdono si rende necessario anche a livello sociale.

Le famiglie, i gruppi, gli Stati, la stessa Comunità internazionale, hanno bisogno di aprirsi al perdono per ritessere legami interrotti, per superare situazioni di sterile condanna mutua, per vincere la tentazione di escludere gli altri non concedendo loro possibilità di appello. La capacità di perdono sta alla base di ogni progetto di una società futura più giusta e solidale’ (Giovanni Paolo II, Messaggio per la XXXV Giornata Mondiale della Pace, 1 Gennaio 2002, n. 9).

Dunque la scelta dell’Unesco di riconoscere la Perdonanza come Patrimonio immateriale dell’umanità penso risieda nella consapevolezza che il perdono sia necessario perché il mondo sia più giusto e capace di riconciliazione”.

In quale modo la Chiesa Aquilana si sta preparando al Giubileo?

“Dopo la storica visita pastorale di papa Francesco a L’Aquila, il 28 agosto 2022, l’Arcidiocesi, raccogliendo l’auspicio dello stesso papa, affinché L’Aquila possa diventare ‘Capitale di perdono, di pace e di riconciliazione’, sta vivendo un percorso spirituale di preparazione al Giubileo che coinvolge le comunità del territorio diocesano.

Infatti, dal 28 agosto 2022, grazie alla Penitenzieria Apostolica, la Comunità ecclesiale ha vissuto prima ‘l’Anno della Misericordia’ ed ora, fino a dicembre inizio dell’Anno giubilare, sta celebrando  ‘l’Anno del Perdono e della Preghiera’. Due anni in cui, oltre ai gruppi parrocchiali della Diocesi tanti altri pellegrini, da varie parti d’Italia, si sono recati in pellegrinaggio nella di Basilica di santa Maria di Collemaggio, per ottenere l’indulgenza plenaria.

In particolare ricordo gli studenti delle Università Pontificie, i giovani e le famiglie della Regione Ecclesiastica di Abruzzo-Molise. Infine, il prossimo 7 settembre sarà presente a L’Aquila mons. Rino Fisichella, Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione e responsabile del Giubileo del 2025, nell’ambito del Terzo convegno storico-pastorale organizzato dall’Istituto Superiore di Scienze Religiose dell’Aquila ‘Fides et Ratio’ sul tema: San Celestino V, Pellegrino di Speranza”.

(Tratto da Aci Stampa)

Bernard Scholz: il Meeting va alla ricerca dell’essenziale

Domani, alla Fiera di Rimini si apre il Meeting dell’Amicizia fra i Popoli, giunto alla 45° edizione, in programma fino al 25 agosto con il titolo ‘Se non siamo alla ricerca dell’essenziale, allora cosa cerchiamo?’, caratterizzata da tavole rotonde, mostre, spettacoli, iniziative culturali, sportive e per ragazzi e trasmessa in diretta su più canali digitali e in più lingue, presentato nel mese di luglio dal presidente della Fondazione del Meeting, Bernhard Scholz:, Bernhard Scholz:

“Essenziale è ciò che genera una vita piena, libera e responsabile e una vita sociale feconda e solidale… Contro i veleni dell’odio e del disprezzo, dei complottismi e delle estreme polarizzazioni, gli antidoti essenziali sono l’incontro, il dialogo e il confronto. A maggior ragione vogliamo realizzare di nuovo un Meeting che mette a tema le grandi sfide di questo momento storico in un clima di rispetto reciproco, attraverso uno scambio e una condivisione di esperienze e di conoscenze… Al Meeting renderemo presenti germogli di riconciliazione che nascono in mezzo alle guerre, incontri che sono diventati cantieri di pace”.

Perché il Meeting pone questa domanda?

“Il titolo che abbiamo preso da un romanzo di Cormac McCarthy è una sfida importante per il momento in cui viviamo con cambiamenti che non abbiamo mai visto nella storia. Dobbiamo chiederci cosa vogliamo tramandare alle generazioni future. Cosa vuol dire educare oggi? Cosa vuol dire dare la certezza ai ragazzi per affrontare un futuro pieno di incognite?  Queste sono le domande che affronteremo in questa settimana riminese, perché la bellezza dà la possibilità di rigenerarci e guardare ciò che veramente è importante nella vita.

Quindi l’educazione è il tema più importante di tutte le altre tematiche, perché dobbiamo aiutare le giovani generazioni ad affrontare da protagonisti la vita, che è molto complessa; però sono certo che i giovani saranno capaci di creare un mondo migliore. Perciò la ricerca dell’essenziale non è qualcosa che riduce la vita ad un minimo indispensabile, ma al contrario fa vedere ogni singola cosa nel suo orizzonte di senso; fa conoscere i momenti della vita nella loro apertura verso un destino irriducibile;esalta la bellezza anche quando si nasconde sotto le macerie dell’indifferenza, valorizza il bene anche quando sembra annientato dal male”.

Ma, dopo 44 anni, per quale motivo il Meeting si pone alla ricerca dell’essenziale?
“E’ lo stesso motivo di sempre: la passione dell’inizio! In un intervento al Meeting del 1985 don Luigi Giussani dice che il cristianesimo non è nato come religione ma come ‘passione per l’uomo’. Chi ha fondato il Meeting è stato coinvolto proprio da questa sua passione ed ha voluto renderla presente attraverso i convegni, le mostre e gli spettacoli che se si sono susseguiti in tutti questi anni. E’ una passione per chi cerca, per chi soffre, per chi vive in condizioni avverse, ma anche una passione per l’uomo che si illude della propria autosufficienza, del suo potere”.

Per mons. Luigi Giussani in cosa consiste la ricerca dell’essenziale nella quotidianità?

“Di fronte ad una riduzione del cristianesimo ad una concezione astratta della vita o ad una pura etica don Giussani ha riproposto il cristianesimo come avvenimento: il Mistero di Dio ci viene incontro, ci raggiunge attraverso la realtà, prima di tutto attraverso la realtà sacramentale della Chiesa e le comunità che la vivono nella loro unità e la realtà delle circostanze che ci indicano in un dialogo continuo la strada che siamo chiamati a percorrere, la vocazione che ci siamo invitati a seguire.

In questo senso don Giussani ha parlato di Presenza, del Mistero di Dio che si rende presente nella realtà per incontrarci e lasciarsi incontrare. Questo incontro diventa poi fonte di una nuova scoperta affascinante della bellezza e della verità, diventa fonte di una nuova moralità, che nasce da una affezione vera e profonda e non da un moralismo che enfatizza le norme mettendo in ombra il più grande e incommensurabile dono di Dio: la sua misericordia. Questa riproposizione esistenziale dell’incarnazione come caratteristica fondamentale del cristianesimo ha coinvolto tante generazioni di giovani e meno giovani e penso che proprio in questo consista la sua attualità.

Vivere la propria vocazione in un’amicizia basata sulla fede dentro e attraverso le circostanze della vita vuol dire testimoniare il cristianesimo in tutti gli ambienti della vita stessa: famiglia, quartiere, lavoro, tempo libero, impegni nella società civile, politica. Ed è in questo modo che la fede si comunica, si manifesta come carità e crea una nuova cultura”.

Per i tempi che stiamo vivendo, in quale modo vedere la realtà?
“Don Giussani definisce il senso religioso come ‘complesso di esigenze e di evidenze con cui l’uomo è proiettato dentro il confronto con tutto ciò che esiste’. Mi sembra molto importante la sua osservazione che questa ‘scintilla che mette in azione il motore umano’ non si limita ad un ambito specifico, che potremmo chiamare anche spirituale, ma permea e penetra tutti gli aspetti della vita: ‘Qualunque affermazione della persona, dalla più banale e quotidiana alla più ponderata e carica di conseguenze, può avvenire solo in base a questo nucleo di evidenze ed esigenze originali’.

Questo vuol dire che tutto ciò che l’uomo desidera e realizza è originato da questo senso religioso, che può essere offuscato, tradito, relativizzato ma mai del tutto cancellato. Ed è una caratteristica essenziale dell’uomo che accumuna tutti gli uomini in quanto uomini”.

In quale modo il Meeting può narrare i ‘germogli di riconciliazione’?

“Lo sguardo sul mondo è prima di tutto caratterizzato dal fatto che il mondo è dato. Io non sono il frutto casuale di un processo fisico-biologico ma sono voluto da sempre e per sempre. Ed il mondo mi è dato per vivere questa chiamata, questa vocazione personale insieme agli altri fratelli uomini.

Le testimonianze ed i dialoghi del Meeting vogliono aprire quest’orizzonte di una vita che scopre la bellezza anche nei luoghi più oscuri, che cerca la verità anche se è offuscata, che vuole costruire un mondo più giusto anche in mezzo a mille ostacoli. E’ uno sguardo di positività basata su esperienze che la documentano come possibile, non su un ottimismo effimero e inconsistente. Questo sguardo sul mondo si vede poi negli sguardi delle migliaia di volontari che sono il vero cuore del Meeting.

Il loro sorriso, la loro disponibilità, la loro attenzione, la loro accoglienza dicono più di tante parole che il mondo può presentarci tante difficoltà e problemi ma che in questo mondo pulsa un cuore che ci attende. Quest’anno sentiremo in particolare testimonianze dalla Terra Santa, dall’Ucraina e dalla Russia, ma anche di tante altre nazioni sofferenti del mondo che mostrano l’irriducibilità di un’esperienza capace di perdonare, di costruire relazioni nuove, un’esperienza che rende la propria vita più bella anche nel dolore”.

(Tratto da Aci Stampa)

Sergio Paronetto: dal papa esperienze di riconciliazione

Di fronte a 12.500 persone, il dialogo del Papa con rappresentanti di società civile, movimenti e associazioni impegnati in percorsi di costruzione della pace: l’individualismo è la radice delle dittature, guardare con realismo ai conflitti per disinnescarli: una pace che va promossa, preparata, curata, sperimentata e organizzata. Di questo è convinta la rete di persone, dialogo a conclusione di un percorso, aperto a tutti, realizzato per la costruzione della pace, della giustizia e della cura della casa comune.

Il culmine dell’incontro è stato l’abbraccio di papa Francesco con l’israeliano Maoz Inon, a cui sono stati uccisi i genitori nell’attacco terroristico del 7 ottobre, e con il palestinese Aziz Sarah, a cui il conflitto ha strappato il fratello con l’invito a raccogliersi in silenzio: “Ambedue hanno perso i familiari, la famiglia si è rotta. A che serve la guerra? Per favore facciamo un piccolo spazio di silenzio. Non si può parlare troppo di questo. Ognuno preghi e faccia una riflessione interiore di fare qualcosa per finire con le guerre. In silenzio, un attimo. Pensiamo ai bambini in questa guerra e in tante guerre. Quale futuro avranno. Mi vengono in mente i bambini ucraini che vengono a Roma”.

Ed il centro del dialogo è stato il pensiero cattolico del teologo Romano Guardini, che si oppose al nazismo: “Oggi il Vescovo mi ha fatto vedere l’atto di nascita di un grande, Romano Guardini, che è nato qui a Verona. Lui diceva che sempre i conflitti si risolvono su un piano superiore, perché così i conflitti si trasformano in lievito di nuova cultura, di nuove cose per andare avanti. L’uniformità è un vicolo cieco: invece di andare avanti si va sotto; l’uniformità non serve, serve l’unità, e per raggiungere l’unità bisogna lavorare con i conflitti”.

Papa Francesco ha citato Romano Guardini, con l’invito a risolvere i conflitti su un piano superiore per trasformarli in lievito di nuova cultura: al presidente del Centro Studi di Pax Christi e partecipante al movimento ‘Beati i costruttori di pace’, Sergio Paronetto, chiediamo di spiegare in quale modo vivere con i conflitti: “Durante l’evento ‘Giustizia e pace si baceranno’ (Sal 85) dello scorso 18 maggio in Arena a Verona, papa Francesco, richiamandosi all’esortazione apostolica ‘Evangelii gaudium’ (226-230) ed all’enciclica ‘Fratelli tutti’ (244-245), osserva che ‘il primo passo da fare per vivere in modo sano tensioni e conflitti è riconoscere che fanno parte della nostra vita, sono fisiologici, quando non travalicano la soglia della violenza.

Quindi non averne paura… Ed il dialogo ci aiuta a risolvere i conflitti, sempre’. Dicendo questo, il papa ha in mente tante esperienze di riconciliazione, commissioni di ‘giustizia riparativa’ o ‘scuole di perdono’ diffuse in varie parti del mondo, comprese le zone ad alta conflittualità come Israele e Palestina, l’Africa e il Sud America (e anche in Italia)”.

Per quale motivo papa Francesco invoca sempre la pace?

“La invoca, ma, soprattutto, la testimonia, la promuove, la organizza. Prega e fa pregare per lei. Per lui costituisce la questione fondamentale dell’umanità, l’unico grande messaggio del Vangelo, anzi Gesù stesso ‘nostra pace’ (Ef), il cuore delle religioni, la sostanza di un nuovo umanesimo”.

Lei ha scritto un libro intitolato ‘Papa Francesco, l’uomo più pericoloso al mondo’: per quale motivo?

“Perché è un autentico rivoluzionario e chiede un cambio di rotta ai responsabili dell’economia e della politica. Perché è scomodo per i signori della guerra, per i predatori della finanza speculativa, per i negazionisti climatici, per nazionalisti e imperialisti. Lo definiscono pericoloso non solo i restaurazionisti o reazionari che guardano al passato ma anche i cosiddetti progressisti diventati devoti al dio del denaro e della guerra. Sono diffusi negli Stati Uniti, in Sud America, in Russia, in Europa e hanno tanti soldi con cui finanziano campagne denigratorie contro di lui. In ‘Arena’, sabato 18 maggio, gli ho detto che gli siamo grati per il suo coraggio, che siamo con lui, che vogliamo aiutarlo, che gli vogliamo bene”.

L’abbraccio del papa con un israeliano ed un palestinese è stato un segno evidente: in cosa consiste la ‘geopolitica’ della misericordia del papa?

“Ne ha parlato molto nel 2015, anno della misericordia. La misericordia è la profezia di un mondo nuovo. Cerca un nuovo ordine internazionale basato sul rispetto della dignità della persona e sui pilastri della pace, indicati dall’enciclica ‘Pacem in terris’ (verità, giustizia, libertà, amore). Misericordia è uno dei nomi della nonviolenza attiva. Assieme alla compassione e alla tenerezza, per lui costituisce anzi lo stile di Dio”.

Il primo incontro del 1986 dell’Arena di Pace verteva sull’educazione di pace: dopo 38 anni quanto è necessario educare alla pace?

“E’ decisivo. Tante sono le responsabilità delle violenze  ma la responsabilità educativa coinvolge tutti e tutte. La pace è un bene da cercare, studiare, preparare, diffondere. Un cammino pedagogico verso la nonviolenza deve cominciare tra le mura di casa e di scuola. E’ fondamentale risvegliare la passione educativa e coltivare l’intelligenza emotiva, cioè la capacità di prefigurare un’altra storia possibile. La scuola può organizzare la formazione alla nonviolenza facendo conoscere esperienze di gestione dei conflitti e pratiche di riconciliazione”.

‘In piedi tutti, costruttori di pace!’, ha invitato papa Francesco concludendo l’incontro: come rendere ancora vitale questo invito di mons. Bello?

“In tre modi. In primo luogo, cercando di conoscere bene l’opera di don Tonino, leggendolo in gruppi operativi. In secondo luogo, seguendo il magistero di papa Francesco che è l’erede del suo pensiero cui attinge moltissimo (ho detto, anzi, che Francesco è don Tonino diventato papa). In terzo luogo mettendosi in rete. Sono tante le iniziative in cantiere, comprese quelle indicate nei documenti dei cinque tavoli di Arena (democrazia, economia, ecologia, migrazioni, disarmo) e nel documento finale”.

Sant’Antonio protettore dei deboli

In continuità iconografica con lo scorso anno, ed al tempo stesso calata nell’attualità, l’immagine scelta per la manifestazione antoniana di quest’anno, giunta alla sua 18^ edizione, è ancora un affresco di Pietro Annigoni custodito nella ‘Cappella delle Benedizioni al Santo’, sulla parete di destra: ‘Sant’Antonio affronta il tiranno Ezzelino da Romano’.

L’opera, che guarda l’affresco ‘Sant’Antonio che predica ai pesci’, utilizzata lo scorso anno, raffigura l’incontro con Ezzelino da Romano, che si racconta essere accaduto poche settimane prima della morte del santo, secondo l’agiografia nel palazzo del tiranno a Verona nel maggio del 1231. Sebbene indebolito nel fisico e stremato nelle forze, sant’Antonio si recò a perorare la liberazione del conte Rizzieri di san Bonifacio e di altri nobili padovani catturati in battaglia durante un agguato, animato da umana solidarietà e con un’audacia quasi temeraria. Le sue parole però non sortirono effetto e fu cacciato dal despota.

Quindi il significato di questo episodio è il fil rouge della rassegna di quest’anno che guarda all’attualità: ‘Antonio difensore dei più deboli’, siano essi vittime del terrorismo o di guerre; donne maltrattate, violate o uccise dagli uomini; persone disabili o persone alla ricerca di giustizia e capaci di perdono, come ha raccontato padre Antonio Ramina, rettore della basilica di sant’Antonio da Padova:

“Molto probabilmente sant’Antonio ha capito ben presto che per cercare e incontrare Dio occorre chinarsi sui più deboli e sui più indifesi. I grandi uomini di fede lo capiscono subito: cercare Dio è impossibile se si escludono dai propri orizzonti le persone povere e indifese. Perché Dio ha cura di loro. La sua non è una scelta solo di carattere ‘sociale’, ma una scelta umana e di fede, allo stesso tempo. Gesù nel suo Vangelo ha ‘raccontato’ a tutti il volto misericordioso del Padre. Ed i primi a capirlo sono sempre stati i poveri. In questo Antonio ha cercato di seguire lo stesso stile di Gesù”.

Sant’Antonio dove trova la forza per affrontare il tiranno Ezzelino da Romano?

“Sant’Antonio trova questa forza semplicemente in se stesso, si potrebbe dire; nel senso che in se stesso ha sempre coltivato una grande amicizia e profondità con il Signore. Quando la fede diventa la ‘bussola’ e il senso della vita, allora emergono anche energie e coraggio inaspettati. Non si è più troppo preoccupati di se stessi, di perdere qualcosa; ci si sente al sicuro nelle mani di Dio, nel suo cuore. Ed allora anche le sfide che sembrano insormontabili diventano meno paurose. Sant’Antonio affronta il tiranno sapendo di non essere solo, di agire ‘per conto’ di Dio. Forse aveva anche fiducia che quel tiranno, in fondo, si sarebbe sentito toccato, mosso a cambiare. Sempre così: fede in Dio, fede nell’umano. Un unico anello”.

In quale modo sant’Antonio era uomo di riconciliazione?

Sono tanti i modi con cui sant’Antonio ha manifestato il suo essere ‘uomo di riconciliazione’. Predicando ha toccato il cuore di molti. Le divisioni all’interno delle famiglie trovavano via di uscita e si ristabiliva nuova comunione. Anche città tra loro in lotta, a volte, ispirate dalla parola forte di Antonio intuivano che la strada migliore sarebbe stata quella di coltivare ponti, legami. Ma Antonio è stato uomo di riconciliazione anche nei confronti dei peccatori che accoglieva e ascoltava. Intuiva nel loro cuore e nel loro pentimento il desiderio di poter ripartire, riconciliati con Dio, rappacificati nell’animo. E il suo stile di uomo forte sapeva da un lato condannare con forza il peccato e la sopraffazione; dall’altro accogliere tutti ed essere mediatore del perdono di Dio”.

Allora, è ancora possibile annunciare la liberazione?

“Sempre è possibile annunciare la liberazione. Credo che nella misura in cui ciascuno, nella propria vita ordinaria, si contrappone alle ingiustizie, agli inganni, alle bramosie di successo a scapito di altri, si sta annunciando liberazione. Non solo con le parole, ma soprattutto con la concretezza del proprio comportamento. A volte è importante anche esprimersi, a parole, contro ogni forma di schiavitù: le ingiustizie dello sfruttamento nel lavoro; le ingiustizie della violenza contro le donne; le ingiustizie contro i migranti. Sono solo alcuni esempi. Forse ci tornerebbe più comodo stare zitti, non interrogarci. E invece è importante riflettere, parlarne, capire, per poter denunciare tante forme di schiavitù e collaborare a creare una ‘forma mentis et cordis’ (‘forma della mente e del cuore’, ndr.) di persone libere e rispettose”.

Per quale motivo è importante essere ‘custode’?

“Di solito si custodisce ciò che è prezioso e ciò che è fragile. Se una cosa non è preziosa, non la si custodisce. Se una cosa non è fragile, non ha bisogno di custodia. La vita umana, la dignità delle persone, la qualità bella delle nostre relazioni: sono tra alcuni esempi, i  più alti, di ciò che è immensamente prezioso e decisamente fragile. Tutto questo va custodito. E la prima forma di ‘nemico’ da combattere, per essere custodi della vita degli altri, dei nostri fratelli e sorelle, è il nemico della indifferenza. L’indifferenza ci farebbe andare diritti per le nostre strade, ci porterebbe a non scomodarci.

La persona che sa custodire, è innanzitutto una persona che di fronte agli altri sta ‘sentendosi in debito’, sentendo cioè che l’altro si aspetta sempre qualcosa di buono da lei. Noi siamo custodi degli altri se allontaniamo l’indifferenza e la paura, se apriamo occhi e cuore alle vite degli altri, se non giudichiamo secondo i nostri pregiudizi e se sappiamo accogliere gli altri facendoli ‘respirare’ meglio”.

Sull’esempio di sant’Antonio in quale modo i frati minori conventuali lavorano per la pace?

“Come frati minori conventuali cerchiamo di fare nostro lo stile di Antonio: Vangelo e carità. La pace si costruisce così: cercando nel Vangelo la ragione per cui vivere, vale a dire l’amore di Dio riversato su tutti gratuitamente. E avendo scoperto il vangelo come fonte di vita, si capisce che tale tesoro così grande non può essere trattenuto, ma va condiviso. Ed allora si aprono tante iniziative di carità, che nel nome di sant’Antonio sono davvero tante sparse in tutto il mondo. Non sono solo i frati conventuali a fare questo.

I frati sono solo delle mediazioni, ma la vera ricchezza è quella di tantissime persone che, pour non essendo ricche, scelgono di donare qualcosa per i poveri, per i bisognosi. E’ davvero fonte di meraviglia continua poter constatare che ci sono tantissime persone generose sparse in tutto il mondo disposte a privarsi di qualcosa per curare e soccorrere chi è meno fortunato. Noi frati conventuali abbiamo molto da imparare da tantissime persone buone e generose; e molto da ringraziare!”

(Tratto da Aci Stampa)

Manifestazioni per non dimenticare piazza Tiananmen

Il 4 giugno dal 1989, al culmine delle proteste che coinvolsero molti giovani ed intellettuali della società cinese, l’esercito della Repubblica Popolare Cinese aprì il fuoco contro i dimostranti in piazza Tiananmen, a Pechino, causando un numero incerto di morti calcolato dalle centinaia alle migliaia. In occasione di questa 35^ ricorrenza il giornale ‘Chistian Times’ pubblica una pagina bianca, come ha riportato il sito ‘Asia News’, motivando la scelta, in quanto la ‘situazione attuale’ si può raccontare solo ‘trasformando i paragrafi in linee vuote e spazi bianchi’ in una società sempre più ‘restrittiva’.

Per tale anniversario il sito di Asia News ha riportato l’appello di ‘Chinese Human Rights Defenders’ per la liberazione di 14 protagonisti del 1989 ancora in galera: “Per 35 anni, tutti i massimi dirigenti cinesi, da Li Peng a Xi Jinping, si sono preoccupati di cancellare i ricordi del 4 giugno perseguitando coloro che pacificamente chiedono di assumersene la responsabilità. Tutti coloro che hanno a cuore la giustizia dovrebbero chiedere pubblicamente alle autorità cinesi di rilasciare immediatamente e senza condizioni questi e tutti gli altri prigionieri di coscienza in Cina”.

Inoltre Asia News ha tradotto una riflessione del vescovo di Hong Kong, card. Stephen Chow Sau-yan, sull’anniversario pubblicata sul sito del settimanale diocesano ‘Sunday Examiner’, in cui auspica un ‘perdono’, che non significa dimenticare, ma che possa permettere alla Cina di voltare pagina:

“Quanto è successo 35 anni fa ha lasciato una ferita profonda in alcune parti della nostra psiche, anche se è stata seppellita e cicatrizzata. Tuttavia, rimane un punto dolente che richiede un’attenzione adeguata per la guarigione. E io sto pregando affinché questa guarigione avvenga. Detto questo, capisco che non dobbiamo fermarci, ma andare avanti.  Una vita sana non dovrebbe rimanere bloccata in uno spazio buio di dolore e risentimento senza fine.

Questo non significa, però, che io possa dimenticare ciò che ho visto e sentito così profondamente quella notte e nelle settimane successive. Anche se i miei ricordi non sono più vividi, il mio cuore ha sentimenti che rimangono vivi, soprattutto in questo periodo dell’anno”.

Ed ha sottolineato che Dio è misericordioso: “Il suo perdono è sempre disponibile per quanti ne hanno bisogno ma non hanno ancora il coraggio di chiederlo. L’amore incondizionato di Dio per noi si esprime in modo travolgente attraverso la Passione e la morte del suo unico Figlio, anche quando viviamo in uno stato di peccato che non confessiamo.

Fortunatamente, è attraverso questo atto d’amore auto-sacrificale che siamo consapevoli del nostro bisogno di perdono di Dio. E con la risurrezione del Figlio, possiamo godere di un nuovo inizio. Proprio perché il perdono di Dio non richiede il nostro pentimento, possiamo anche imparare a perdonare in modo proattivo. Perdonare non significa dimenticare, ma offre una condizione preliminare per la nostra libertà interiore e un futuro più luminoso per tutti”.

La riflessione è stata conclusa con una preghiera: “Oh, Signore della storia, nelle preghiera ho camminato con le vittime e le loro famiglie negli ultimi 35 anni; non ho mancato di accompagnarle con momenti di riflessione e una tristezza altalenante che a volte sembra infinita. Allo stesso tempo, però, mantengo la mia speranza nel Signore risorto che è passato attraverso questa stessa morte. Ora, mi presento davanti a te in preghiera. Con fede e speranza, Signore, ti affido lo sviluppo democratico del Paese.

Tu che sei sempre giusto e saggio. Fammi indossare il tuo giogo e imparare da te. Che io possa intravedere, attraverso la tua bontà e umiltà, il desiderio eterno della vita. Avanzando nell’amore, sostenendoci a vicenda nell’affrontare le nostre contraddizioni, godiamo della bellezza della comunione trinitaria. Oh Signore, guidaci! Cammina con noi, popolo della Cina!”.

Priora del convento di santa Rita da Cascia: ‘facciamo tacere le armi’

“La santità della nostra amata Rita passa per la sua umanità, come figlia, donna, moglie, madre e suora calata nel mondo e in relazione con l’altro. A conclusione della Festa a lei dedicata, voglio lanciare con forza un nuovo appello per la pace nel mondo, a partire dalle martoriate Ucraina e Terra Santa, ricordando che essa dipende proprio dalla salvaguardia della nostra umanità. Che passa dall’amore per il prossimo, attraverso l’empatia, la compassione, il rispetto reciproco, la solidarietà. Invito tutti a coltivare la cura dell’altro e il dialogo, con la consapevolezza che ogni vita è sacra. E che non esiste amore senza giustizia, né giustizia senza amore”.

Così ha commentato suor Maria Rosa Bernardinis, priora del Monastero Santa Rita da Cascia, al termine dei festeggiamenti solenni della taumaturga umbra, che ha visto confluire nella cittadina umbra migliaia di pellegrini da tutto il mondo, con il tutto esaurito nelle strutture ricettive.

Anche il card. Robert F. Prevost, prefetto del dicastero dei Vescovi, nell’omelia del solenne Pontificale, ha citato Santa Rita come esempio di pace, certo che arriverà se la chiederemo a Dio con la sua stessa fede: “In questi tempi colpiti dalla violenza della guerra dove sembra che la rivalità e l’odio abbiano l’ultima parola, santa Rita appare chiaramente come un’agente di   autentica pace e riconciliazione.

A lei, che è riuscita a ottenere la riconciliazione tra la sua famiglia e quella del suo defunto marito, chiediamo, con la nostra preghiera, che ci aiuti ad avere il dono della pace nel mondo, specialmente in Medio Oriente, in Ucraina e in tanti posti dove il grido degli innocenti non viene ascoltato”.

Però, ha sottolineato che la pace nel mondo nasce dalla pace interiore: “Ma sappiamo che la pace esterna è frutto della pace interna, la pace spirituale. Dall’amicizia dell’uomo con Dio proviene l’amicizia tra gli uomini, cioè la pace tra i popoli. Il Signore sempre aspetta la conversione dei suoi figli, aspetta la nostra conversione.

Quante conversioni si sono realizzate con l’intercessione di santa Rita, quante riconciliazioni tra gli uomini, quanti miracoli nel passato e adesso; per questo la chiamiamo la Santa degli impossibili. Nulla è impossibile a Dio, bisogna soltanto pregare con una fede incrollabile. Chiediamo la pace per il mondo con la stessa fede di Santa Rita e Dio ascolterà la nostra voce”.

Per questo, nell’anno dedicato alla preghiera ha invitato a vivere più intensamente la fede: “Cari fratelli e sorelle, che la festa di oggi ci incoraggi a vivere con coraggio la fede come la visse Santa Rita nelle diverse circostanze e che la sua continua intercessione faccia di noi veri discepoli cristiani uniti totalmente al Signore, e agenti della pace che al mondo può concedere soltanto Dio”.

Intanto continua anche dopo la Festa la campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi della Fondazione Santa Rita da Cascia, creata nel 2012 dalle monache agostiniane per rendere più strutturate le loro opere di solidarietà, in favore dei suoi progetti per i più fragili in Italia e nel mondo, tra cui quello con destinazione Cuzco, in Perù. Per maggiori informazioni festadisantarita.org.

(Foto: SantaRitadaCascia)

Sud Sudan, la Chiesa e la riconciliazione possibile per il vescovo di Rumbek

200.000.000 di persone vivono nei 6 Paesi del Corno d’Africa: Gibuti, Etiopia, Eritrea, Somalia, Sud Sudan e Sudan e nei prossimi trent’anni il loro numero raddoppierà, ma nessuno di questi paesi dispone di un’infrastruttura di governance che sia in grado di gestire quest’aumento della popolazione, e ancor meno le sempre maggiori aspettative dei loro giovani, la cui crescita è ancora più rapida. Con la traiettoria attuale, si sta andando verso il collasso dello stato in tutta la regione, a causa delle guerre in Sudan e in Etiopia. Tutte le parti in guerra stanno usando la fame come arma, assediando le città, tagliando le linee di rifornimento e distruggendo le infrastrutture essenziali.

E’ una regione segnata da dittature longeve e instabilità politica, ma anche da importanti svolte politiche, quali, recentemente, la caduta del presidente Omar al-Bashir in Sudan e la storica pace stipulata tra Eritrea ed Etiopia. Tra economie in forte crescita (Kenya, Etiopia) e Paesi che arrancano (Sud Sudan), restano diffusi forti livelli di disuguaglianza. Conflitti, instabilità politica e difficili condizioni socio-economiche alimentano i movimenti migratori, in larga maggioranza costituiti da giovani. Uganda, Etiopia e Sudan sono tra i paesi che ospitano il maggior numero di rifugiati in Africa.

Da mons. Christian Carlassare, vescovo di Rumbek, ci siamo fatti raccontare la situazione in Sud Sudan: “La situazione del paese sembra abbastanza tranquilla. Il governo è piuttosto forte, e le opposizioni non hanno tanta voce. Ci sono ancora aree del Paese dove c’è insicurezza a causa delle tante armi che ci sono nel territorio, ma non sono conflitti di natura politica ma legati alla natura dei popoli pastori che si spostano in cerca di pascoli e acqua andando a scontrarsi con altri gruppi. È necessario l’impegno del governo e delle amministrazioni locali per prevenire e risolvere questi conflitti intercomunitari.

Ma il vero problema che il paese deve affrontare è la crisi economica dovuta ad una incapacità o impossibilità quasi endemica di usare e produrre risorse o ricchezze. Manca l’imprenditoria locale quasi in tutti i settori. I prodotti vengono quasi tutti importati. L’entrata che viene dal petrolio non viene investita nel promuovere l’economia locale. Buona parte finisce all’estero. E quello che rimane serve per sostenere l’apparato burocratico del Paese.

La quota assegnata all’istruzione e alla sanità pubblica non sembra adeguata a rispondere ai bisogni della popolazione. La moneta perde di valore. Il lavoro non è ben remunerato a meno che si tratti di lavoro per organizzazioni non governative e agenzie per lo sviluppo. La popolazione soffre povertà e miseria”.

Quanto pesa la situazione in Sudan sulla popolazione del Sud Sudan?

“La situazione nella regione dell’Alto Nilo è molto difficile. Il Sud Sudan ha aperto le braccia

a Sud Sudanesi che rientrano scappando dalla guerra del Sudan. Fra i rifugiati ci sono anche sudanesi e gente di altre nazionalità. Ma pur accogliendo, non ha grandi risorse od opportunità da offrire, se un po’ di tranquillità, ma nell’Alto Nilo neanche tanta. Le famiglie che sono arrivate a Rumbek e nella regione dei Laghi trovano le basi per sistemarsi pur nella fatica di trovare una occupazione per vivere. A Khartoum c’erano Sud Sudanesi istruiti e con buone qualifiche e professioni, questi si potranno inserire in Sud Sudan abbastanza rapidamente perché il paese ha comunque bisogno di loro: medici, ingegneri, professori. Ma nel caso di lavoratori non qualificati, non sarà facile, specie per quei Sud Sudanesi nati e cresciuti in Sudan e senza connessioni al Sud”.

Quale futuro oltre la guerra?

“Purtroppo il conflitto in Sudan non sembra voler cessare. Manca la volontà di dialogare e di raggiungere un compromesso. D’altronde non so quale accordo sia possibile trovare quando a combattersi sono gruppi militari senza politica che hanno semplicemente l’intenzione di preservare potere e controllo su risorse. Unica speranza è che ci sia la possibilità di ritornare a un dialogo politico dove i cittadini e gruppi civili abbiamo la parola. Probabilmente c’è bisogno di una mediazione della comunità internazionale e dell’Unione Africana. Riguardo al Sud Sudan, il paese è esausto. Nessuno vuole la guerra. Solo alcuni gruppi quando non sono ascoltati, o quando sperano di alzare la posta in gioco e ottenere qualcosa per sé. C’è bisogno di una politica illuminata che promuova uno spirito nazionale, piuttosto che tribale, lo spirito del bene comune piuttosto che degli interessi di gruppo”.

Come si sta preparando la popolazione per le elezioni del prossimo dicembre?

​“E’notizia dei giorni scorsi che il governo ha approvato il preventivo di spesa per le prossime elezioni. C’è quindi un primo passo, quello di garantire fondi perché le elezioni possano essere fatte. Allo stesso tempo, Charles Gituai Tai, interim president di R-JMEC, ha chiesto a governo e rappresentanti dei partiti di chiarificare al più presto come intendono arrivare a elezioni pacifiche, genuine, libere, giuste e credibili. Permangono dei dubbi. Sembra necessario un censimento per determinare il corpo votante.

Non è ancora chiaro se rifugiati e sfollati potranno votare e in quali circoscrizioni. Ancora non c’è chiarezza su partiti e candidati. Un processo democratico richiede tappe precise che ancora non sembrano essere raggiunte. Ma in molti citano il proverbio: povere elezioni, meglio di nessuna elezione (Bad election is better than no election). Anche la Santa Sede, con la visita del card. Czerny, ha incoraggiato il governo di favorire il processo elettivo: questo è un momento critico nella vita politica del vostro Paese.

Preparatevi alle elezioni con la preghiera e l’impegno per garantire che siano non violente, giuste, trasparenti, credibili e pacifiche. Per raggiungere questo obiettivo ci sono delle basi importanti: mettere in atto le strutture necessarie nella sfera politica, disporre cuori e menti a una possibile transizione. Un trasferimento pacifico del potere non è solo un segnale politico di maturità,  ma assicura anche il buon governo e lo sviluppo olistico della nazione. Esorto pertanto tutte le parti a rimanere fedeli all’accordo di pace che prevede le elezioni”.

Quale è il ruolo della Chiesa per la riconciliazione del Paese?

“Dall’ultimo Sinodo per l’Africa abbiamo imparato che l’evangelizzazione prende il nome di riconciliazione. In generale c’è bisogno di un cammino verso l’unità sia del genere umano che della casa comune in cui abitiamo. E così anche nel particolare della storia del Sud Sudan. Evangelizzare significa umanizzare in forza dell’incarnazione, il mistero di un Dio fatto uomo perché recuperassimo la nostra somiglianza a Lui. E quindi una Chiesa che si fa prossima ad ogni gruppo umano lo fa sentire parte di una stessa umanità con la stessa dignità e casa ovunque si trovi.

La Chiesa in Sud Sudan ha sempre evangelizzato anche valorizzando l’importanza dell’istruzione come strumento importante verso una piena liberazione da schiavitù legate alla cultura tradizionale, all’appartenenza di sangue e alla posizione economica.

Nelle scuole cattoliche vediamo una nuova generazione emancipata da narrative di pregiudizio, di paura e di rancore, e pronte a riscrivere una nuova storia di comprensione, di coraggio, e di riconciliazione. La nostra diocesi di Rumbek ha anche valorizzato il ministero di giustizia e pace attraverso un ufficio specifico che propone momenti di dialogo tra comunità che sono state vittima di violenza, corsi di riconoscimento e cura del trauma.

Quest’ufficio ha anche stabilito comitati di giustizia e pace in tutto il territorio formando agenti capaci di promuovere ascolto e dialogo. Ultimamente abbiamo anche stabilito la commissione per la riconciliazione in diocesi per mettere in atto processi che aiutino la diocesi a superare quanto successo negli anni scorsi, sospetti, minacce, paure poi culminate anche nell’agguato di cui sono stato vittima.

La diocesi era vittima di una dinamica nociva che si protraeva da tempo. La diocesi si è trovata ad essere una parabola del paese che si trova vittimizzato da una struttura di peccato. Non c’è pace senza giustizia. Non c’è giustizia senza perdono. Non c’è perdono senza verità. Non c’è verità senza conversione. Non c’è conversione senza fede in Dio”.

Cosa significa vivere la sinodalità in Sud Sudan?

“Sinodalità in Sud Sudan chiede una Chiesa dell’ascolto e del dialogo. Anticipa una Chiesa meno clericale e più attenta e aperta al ruolo delle donne e dei laici. Prevede meccanismi di partecipazione e di responsabilizzazione. Per noi nello specifico, la sinodalità ci sta aiutando nella riorganizzazione della diocesi, forse in una Chiesa meno preoccupata del fare, ma più cosciente di quello che è con la gente. Non una Chiesa che si distingue dalla gente, ma una Chiesa che accoglie e chiede l’aiuto di tutti”.

Quale è opera di Fondazione Cesar in Sud Sudan?

“La Fondazione Cesar è attiva da più di 20 anni nella diocesi di Rumbek come Coordinamento Enti  Solidali di Rumbek. Da sempre il nostro impegno principale è quello di dedicarci alla formazione e lo facciamo su più fronti. Per esempio, nel tempo, abbiamo realizzato il Mazzolari Teachers College a Cueibet (Sud Sudan) che ci permette di formare i maestri e di garantire ai bambini che vanno a scuola di avere insegnanti preparati in modo adeguato e di dare, di conseguenza, un impulso al percorso che permetterà di avere una classe dirigente preparata. Oltre a portare avanti percorsi di abilitazione per docenti stiamo sostenendo, sempre per loro, il  percorso per il recupero del trauma, ed è stata costruita la biblioteca e siamo pronti per dare il via alla costruzione per il dormitorio per i docenti laici.

Importante è la nostra attenzione alla formazione delle ragazze, perché sono quelle più escluse dall’educazione e con il progetto ‘Education for Life’ per bambini/e e adolescenti e le borse di studio ‘Insieme a Damiana’ vogliamo dare formazione di qualità alle bambine  e ragazze del Sud Sudan. Questo è importante in quanto avrà ricadute sul paese, poiché queste studentesse diventeranno le adulte del domani, grazie ad un’adeguata preparazione culturale e professionale.

La malnutrizione è  un altro nostro ambito di intervento con azioni di prevenzione della malnutrizione per i bambini tra gli 0 e i 5 anni con visite mediche, individuazioni di cure personalizzate per i piccoli malnutriti  e corsi di formazione per le mamme, per aiutarle a capire come aiutare, accudire e crescere al meglio i propri figli.

Accanto a questo, sosteniamo anche il lavoro delle suore missionarie di Madre Teresa operative nella Casa Speranza a Rumbek dove sono ospitati bambini rimasti orfani (molti a causa dei conflitti interni) e con disabilità intellettive ai quali diamo sostegno. Altra attività che svolgiamo è il sostegno di piccoli progetti di micro-attività  economiche come la produzione del sapone e la realizzazione di manufatti artigianali realizzati della donne in Sud Sudan e che per loro rappresentano una piccola fonte di guadagno.

In Italia lavoriamo sulla sensibilizzazione, promozione per il Sud Sudan attraverso diverse iniziative come la raccolta fondi, le campagne di Natale e Pasqua, eventi di vario tipo e il concorso dedicato alla scuole. Tutte attività svolte nell’intento di raggiungere e coinvolgere il maggior numero possibile di e fare il bene per il Sud Sudan”.

(Tratto da Aci Stampa)

Suor Chiara Curzel: il Concilio di Nicea è importante per la trasmissione della fede

Ricevendo nello scorso maggio i partecipanti alla sessione plenaria del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, papa Francesco aveva auspicato che la celebrazione del prossimo anniversario del Concilio di Nicea, nel 2025, “abbia una rilevante dimensione ecumenica… Nonostante le travagliate vicende della sua preparazione e soprattutto del successivo lungo periodo di recezione, il primo Concilio ecumenico è stato un evento di riconciliazione per la Chiesa, che in modo sinodale riaffermò la sua unità intorno alla professione della propria fede”.

Catania chiede a sant’Agata di essere uomini e donne di speranza

“Permettete, all’inizio di questo messaggio, di volgere il nostro pensiero ai Paesi che sono in guerra, a coloro che in Ucraina, a Gaza e in molte parti del mondo stanno vivendo conflitti che si stanno rivelando vicoli ciechi. Nei giorni in cui godiamo della gioia della festa e della concordia, non possiamo non desiderare lo stesso clima di fraternità per tutti i popoli della Terra. Stiamo continuando a sperare e pregare affinché nasca nei cuori di tutti il desiderio di percorrere vie di riconciliazione, e che Dio susciti operatori di pace”.

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