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Domenica al pozzo di Samaria

Avvolta in abiti orientali, con un viso dolcissimo, avanzava lentamente con la maestà di una principessa. Un’anfora sulle spalle, portata con elegante leggerezza, la definiva subito: era la Samaritana. Blessy, una ragazza filippina aveva accolto volentieri questo impegno. Mentre Son, seminarista vietnamita, l’accompagnava con la musica di un flauto traverso. Il sapore orientale era tutto lì, in quei passi lenti e in quelle note.

‘Mi sembrava di essere proprio in Samaria!’, vi confesserà, poi, Pina, ancora piena di emozione. La Samaritana era sbucata di sorpresa alle spalle dell’’assemblea domenicale di sant’Agostino (Reggio Calabria), per percorrere calmamente tutta la navata centrale e sedersi ai piedi dell’altare, accanto ad un pozzo. Preparato nottetempo, infatti, questo era spuntato come un fungo da terra, tra sassi, decori e piante grasse: ‘Anche i bambini – vi dirà Enza – rimanevano conquistati, incantati dalla magia della scena’.

Mentre scorreva, poi, il racconto del Vangelo… Gesù, Parola viva, iniziava il dialogo con la donna Samaritana, rompendo per primo il silenzio. I loro sguardi si incrociano, i loro cuori entrano in sintonia. La Samaritana si fa ascolto. Sofferenza e umiliazione erano state fin qui sue compagne, ma ora si sente finalmente amata. A lei, donna straniera e di un’altro credo, il Messia dona l’acqua che disseta. Una sorgente, in lei ormai inaridita, ricomincia a sgorgare… si fa speranza e sorprendente energia missionaria.

La celebrazione si conclude, infine, mentre tutta l’assemblea si raccoglie in preghiera ai piedi della statua di Maria, la più umile ed eccelsa tra le donne. Proprio oggi, infatti, domenica 8 marzo, queste festeggiano la loro grande Giornata. Sopraggiunge, poi, la nostra Samaritana. Ed è per offrire un enorme bouquet di mimosa alla Madonna.

Il pensiero corre alle donne del nostro tempo, fragili, maltrattate e vittime di violenza, assetate di rispetto e dignità. Al canto finale, uscendo, ai fedeli sono distribuite frasi del vangelo in bocca a Gesù, preparate dai ragazzi della catechesi. Come a dissetare ad uno ad uno ogni discepolo con un’acqua viva: la Sua parola. Alle donne, evidentemente, anche un rametto di mimosa benedetta dallo sguardo di Maria. Strappa, così, spontaneo il loro sorriso… Sì, l’attesa della Pasqua apre sentieri di speranza davanti ad ognuno.

Papa Leone XIV: il centro della vita parrocchiale è l’Eucarestia

“E come siamo radunati noi qui questo pomeriggio, così Gesù vuole arrivare da noi, a casa nostra, in famiglia, tra gli amici, anche quando ci troviamo insieme in parrocchia, nei gruppi, nelle diverse attività (attività di carità) e soprattutto nella preghiera. E quanto è importante che tutti impariamo a pregare. Ad ascoltare Dio, ma anche a parlare con Dio, con le preghiere che abbiamo memorizzato e che diciamo sempre, ma anche con le nostre parole: parlare con Gesù, portare a Gesù le nostre preoccupazioni, le difficoltà, i dolori che viviamo tutti i giorni. Gesù è vicino a noi. Apriamo gli occhi.

Riconosciamo che anche nella persona accanto a noi, o nella persona che soffre, la persona che non ha dove vivere, dove dormire, che si trova per strada, la persona malata”: nel pomeriggio di oggi papa Leone XIV è arrivato nella parrocchia di ‘Santa Maria della Presentazione’ a Torrevecchia, penultima visita quaresimale nelle chiese della diocesi di Roma, e prima della celebrazione eucaristica ha incontrato bambini del catechismo e gruppi giovanili, esortandoli a rifiutare la violenza e ad accogliere Gesù, aprendosi agli altri.

Ed agli anziani ed alle anziane ha ricordato la figliolanza di Dio: “Allo stesso tempo, però, vorrei sottolineare una cosa: ognuno di voi, anche la persona più anziana, la persona più malata, la persona più debole, ognuno di voi ha tantissimo valore, perché tutti siamo creati a immagine di Dio, tutti condividiamo questa dignità di essere figli e figlie di Dio. E tante volte il mondo di oggi vorrebbe farci dimenticare questo fatto, ma non è così.

E quindi la vostra presenza anche qui, questo pomeriggio, parla tantissimo: è una testimonianza bellissima del fatto che tutti noi, uniti come in una famiglia, abbiamo un grandissimo valore, perché siamo figli di Dio, creati a Sua immagine, amati da Dio, e allora chiamati, anche noi, a condividere questo amore con gli altri. E quindi la vostra voce, la vostra presenza, le vostre preghiere, anche la vostra sofferenza: tutto questo ha un valore grandissimo nel mondo di oggi”.

Nell’omelia della celebrazione eucaristica ha ricordato l’importanza di questa domenica quaresimale: “E’ una tappa importante nella nostra sequela di Gesù, fino alla sua Pasqua di passione, morte e risurrezione. In questo itinerario si intrecciano profondamente la vicinanza di Dio e la nostra vita di fede: rinnovando in ciascuno la grazia del Battesimo, il Signore ci chiama a convertirci, proprio mentre purifica il nostro cuore col suo amore e con le opere di carità che ci propone di compiere. A questo proposito, l’incontro tra Gesù e la donna samaritana ci coinvolge con grande intensità. Il Vangelo di oggi, infatti, oltre che parlare a noi, parla di noi e ci aiuta a rivedere il nostro rapporto con Dio”.

La sete di ricerca della Samaritana è la nostra: “La sete di vita e di amore della samaritana è la nostra sete: quella della Chiesa e dell’umanità intera, ferita dal peccato ma ancor più intimamente abitata dal desiderio di Dio. Lo cerchiamo come l’acqua, anche quando non ce ne rendiamo conto, ogni volta che ci chiediamo il senso degli avvenimenti, ogni volta che avvertiamo quanto ci manca il bene che vogliamo per noi e per chi ci sta accanto”.

Nella ricerca si trova Gesù: “Egli è già lì, al pozzo, dove la samaritana lo trova solo, sotto il sole di mezzogiorno, stanco del viaggio. La donna va al pozzo a quell’ora insolita forse per evitare gli sguardi carichi di pregiudizi delle altre donne. Gesù le legge nel cuore il motivo di questa emarginazione: i suoi matrimoni falliti e l’attuale convivenza la rendono indegna di accompagnarsi alle figlie, alle mogli e alle madri del villaggio.

Eppure, Gesù siede presso il pozzo come ad aspettarla. Questo appuntamento sorprendente è uno dei modi con cui, come amava ripetere papa Francesco, Cristo rivela il Dio delle sorprese: le più belle, quelle che cambiano la vita, dovunque la incontrino e comunque essa si presenti davanti al Signore”.

Ed è Gesù che prende l’iniziativa: “Sì, proprio per te, che non lo conoscevi, che ti ritenevi lontana e condannata. Questo dono ti trasformerà: diventerai tu stessa sorgente che zampilla per la vita eterna. In cambio della sete di prima, colma di amarezza e di aridità spirituale, il Figlio di Dio offre in dono una vita rinnovata dall’acqua che sgorga dalla misericordia del Padre. Tutto si trasforma nell’incontro con il Signore: la donna assetata diventa sorgente, l’esclusa diventa confidente”.

Da questo incontro nasce la missione della samaritana: “La donna piena di vergogna ora è ricolmata di gioia; colei che stava muta nel villaggio diventa missionaria per tutti i suoi abitanti. Mai avrebbe immaginato che proprio lei, così disorientata e sconfitta dalla vita, avrebbe potuto un giorno gustare l’acqua fresca, puro dono di Dio, diventando a sua volta dono per gli altri. Come accade questo? Incontrando Gesù, dialogando con Lui, Verbo vivente di Dio fatto uomo per la nostra salvezza”.

Ed ecco il riferimento alla parrocchia: “Come al pozzo del Vangelo, in questa parrocchia arrivano uomini e donne feriti nell’animo, offesi nella dignità e assetati di speranza. A voi il compito, urgente e liberante, di mostrare la prossimità di Gesù, la sua volontà di riscattare la nostra esistenza dai mali che la minacciano con una proposta di vita giusta, vera, piena”.

Però tutte le attività parrocchiali hanno la fonte nell’Eucarestia: “Partendo dall’Eucaristia, cuore pulsante di ogni comunità cristiana, vi incoraggio a fare in modo che le attività parrocchiali siano segno di una Chiesa che – come una madre – si prende cura dei propri figli, senza condannarli, anzi accogliendoli, ascoltandoli e sostenendoli di fronte al pericolo. La parola del Vangelo, che zampilla in noi come fonte di verità, aiuti ciascuno ad aprire gli occhi, per saper valutare con saggezza ciò che è bene e ciò che è male, formando così coscienze libere e adulte”.

(Foto: Santa Sede)

Terza domenica di Quaresima: Gesù è acqua viva che disseta

Tema dominante nella Liturgia  oggi è l’ acqua; l’episodio si svolge nelle vicinanze di Sicar, dove è sito il pozzo di Giacobbe. Una donna samaritana  va ad attingere acqua, ma, forse, cercava anche un altro tipo di acqua, quando arriva Gesù stanco, assetato, nel momento in cui gli Apostoli erano andati a provvedersi di cibo. Si intavola un dialogo tra Gesù e la samaritana, che, dopo aver ascoltato Gesù, inizia  un vero itinerario di fede. E’ un cammino a tappe. La donna si accorse subito che Gesù era un giudeo speciale, atipico, ma non lo riconosce come il Messia, il Figlio di Dio.

Tutto si svolge nel simbolismo dell’acqua: simbolismo singolare negativo perché l’acqua risveglia l’idea del diluvio, del naufragio, alluvione; ma anche simbolismo altamente positivo: l’acqua è un dono che disseta, pulisce, purifica, dà vita e salvezza. L’acqua è il simbolo del Battesimo e della purificazione del corpo e dello spirito. E’ Gesù che cerca la pecorella smarrita; è Gesù  che   apre il dialogo dicendo: donna, mi dai da bere?, mi dai un sorso d’acqua?. Il ghiaccio si rombe e si trasforma man mano in un dialogo religioso. La donna meravigliata chiede: tu sei ebreo, come mai chiedi a me, samaritana, dell’acqua?

Ebrei e samaritani erano avversari e tra loro c’era più odio che rispetto reciproco. Gesù chiarisce: ‘Se tu conoscessi il dono di Dio, se tu sapessi chi ti ha chiesto dell’acqua, allora,  sono certo, che tu l’avresti chiesto a me ed io ti avrei dato acqua viva’. Proprio al pozzo, che Giacobbe aveva dato per dissetare la sua famiglia, il suo popolo, Gesù gli rivela un’altra acqua, ma acqua viva. La donna ora desidera gustarla: ‘Signore, dammi di quest’acqua perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua’. 

Parole vere che Gesù utilizza per un autentico esame di coscienza: ‘Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno’. E’ la prima volta che questa donna si trova davanti ad un uomo che non ha eguali: dirà, chi sei tu? Sei più grande di Giacobbe che ci ha regalato questo pozzo?; come puoi attingere acqua se non hai con te un secchio né una corda? Questa donna cerca allora di mettere Gesù, questo ebreo sconosciuto, davanti ad una prova.

‘Voi ebrei andate a pregare nel tempio di Gerusalemme, noi samaritani saliamo sul monte per essere più vicini a Dio’; chi ha ragione?, dove è Dio? Gesù risponde con una espressione assai chiara e tagliente da lasciare la donna assai sorpresa: ‘Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte, né a Gerusalemme adorerete il Padre. Dio è spirito e quanti lo adorano, debbono adorarlo in spirito e verità’.

E’ la prima volta che quella donna è costretta a darsi per vinta e, benché  è consapevole che Gesù non ha né corda, né secchio, è costretta ad avanzare la sua proposta: ‘Signore, dammi quest’acqua perché io non abbia più sete!’ E Gesù di rimando: sì, ma vai prima a casa, chiama tuo marito e torna. Gesù stimola l’interesse della donna invitandola ad una vera revisione di vita e, dopo la risposta della donna: ‘Io non ho marito’, la rincalza: ‘Cinque ne  avesti, ed ora non è tuo questo che con te vive e non amò’.

Gesù le ricorda così il suo passato, le chiede di dare un nome alla sua sete, al suo malessere, un volto al suo disagio; Gesù si era servito  dell’acqua che disseta il corpo per condurre la donna verso un altro tipo di acqua: quella che disseta l’uomo (anima  corpo). La risposta della samaritana è spontanea: chi sei tu?, dirà, sei profeta?, sei Dio?, perché non ti sveli? La donna lascia l’anfora sull’orlo del pozzo, corre in città e conduce ai piedi di Gesù gli abitanti di Samaria. La donna diventerà un apostolo, è annoverata tra le primizie del cristianesimo; è  ricordata con il nome di Fotina e la Chiesa ne fa memoria il 20 marzo. 

Il cuore dell’uomo ha sete di una vera di gioia, di felicità, perché Dio lo ha creato con questa sete innata. Ci sono due modi per dissetarsi: o bere l’acqua delle pozzanghere, delle creature, cercare la vera gioia nelle cose terrene (denaro, sesso, fama, prestigio): tutte cose belle e buone se usate nel giusto modo ( non come fine a se stesso, ma come mezzo per andare avanti); oppure bere l’acqua della Verità, che è Dio; allora e solo allora la verità di Dio dilata il cuore, disseta la nostra sete d’infinito, permette di guardare la vita come itinerario verso il cielo.

Come la samaritana in questa quaresima dobbiamo operare la stessa richiesta a Cristo Gesù: ‘Signore, dacci quest’acqua’. Dio infatti vuole essere adorato in spirito e verità. Forse possiamo incontrare anche noi Gesù stanco, affaticato, che ci viene incontro come alla pecorella smarrita; sarà allora una vera Pasqua di risurrezione se abbiamo il coraggio della donna della Samaria, pronti ad essere non solo suoi ammiratori ma veri apostoli del regno di Dio.

Ieri come oggi il Signore si rivela sempre e a tutti.; è necessario aprire il cuore e la mente. La donna del Vangelo dalla conversazione con Cristo, scoprì il Messia e ne divenne apostolo; gli Ebrei nel deserto riconobbero che il Signore era in mezzo a loro dal miracolo dell’acqua che sgorgò dalla roccia per mezzo di Mosè; noi riconosciamo Dio in mezzo a noi dal miracolo del suo amore: Cristo muore in croce per noi; Cristo è presente nell’Eucaristia, nostro cibo; Cristo ci dà Maria, sua madre, come nostra madre. Da qui la nostra preghiera: Signore, dammi la tua acqua perché io non abbia più sete.      

Papa Francesco: l’incontro con Gesù svela la vita

Papa Francesco

“Cari fratelli e sorelle, dopo aver meditato sull’incontro di Gesù con Nicodemo, il quale era andato a cercare Gesù, oggi riflettiamo su quei momenti in cui sembra proprio che Lui ci stesse aspettando proprio lì, in quell’incrocio della nostra vita. Sono incontri che ci sorprendono, e all’inizio forse siamo anche un po’ diffidenti: cerchiamo di essere prudenti e di capire che cosa sta succedendo”: in questa seconda catechesi, annullata per la convalescenza a Casa Santa Marta dopo il ricovero di oltre un mese al Policlinico Gemelli per una infezione polimicrobica e una polmonite bilaterale, dedicata a ‘La vita di Gesù. Gli incontri’ il papa si è soffermato sul colloquio fra Cristo e la samaritana.

In questo incontro tra Gesù e la samaritana il papa ha sottolineato l’esperienza fatta da questa donna: “Lei non si aspettava di trovare un uomo al pozzo a mezzogiorno, anzi sperava di non trovare proprio nessuno. In effetti, va a prendere l’acqua al pozzo in un’ora insolita, quando è molto caldo. Forse questa donna si vergogna della sua vita, forse si è sentita giudicata, condannata, non compresa, e per questo si è isolata, ha rotto i rapporti con tutti”.

Tale presenza non è stata casuale, ma scelta proprio da Gesù: “Per andare in Galilea dalla Giudea, Gesù avrebbe potuto scegliere un’altra strada e non attraversare la Samaria. Sarebbe stato anche più sicuro, visti i rapporti tesi tra giudei e samaritani. Lui invece vuole passare da lì e si ferma a quel pozzo proprio a quell’ora! Gesù ci attende e si fa trovare proprio quando pensiamo che per noi non ci sia più speranza. Il pozzo, nel Medio Oriente antico, è un luogo di incontro, dove a volte si combinano matrimoni, è un luogo di fidanzamento. Gesù vuole aiutare questa donna a capire dove cercare la risposta vera al suo desiderio di essere amata”.

E’ un tentativo di dialogo attraverso un desiderio: “Il tema del desiderio è fondamentale per capire questo incontro. Gesù è il primo a esprimere il suo desiderio: ‘Dammi da bere!’. Pur di aprire un dialogo, Gesù si fa vedere debole, così mette l’altra persona a suo agio, fa in modo che non si spaventi. La sete è spesso, anche nella Bibbia, l’immagine del desiderio. Ma Gesù qui ha sete prima di tutto della salvezza di quella donna”.

Inoltre il papa ha sottolineato che nel racconto evangelico l’incontro avviene a mezzogiorno: “Se Nicodemo era andato da Gesù di notte, qui Gesù incontra la donna samaritana a mezzogiorno, il momento in cui c’è più luce. E’ infatti un momento di rivelazione. Gesù si fa conoscere da lei come il Messia e inoltre fa luce sulla sua vita. La aiuta a rileggere in modo nuovo la sua storia, che è complicata e dolorosa: ha avuto cinque mariti e adesso sta con un sesto che non è marito. Il numero sei non è casuale, ma indica di solito imperfezione. Forse è un’allusione al settimo sposo, quello che finalmente potrà saziare il desiderio di questa donna di essere amata veramente. E quello sposo può essere solo Gesù”.

Da tale confidenza il discorso si sposta sulla questione religiosa: “Questo capita a volte anche a noi mentre preghiamo: nel momento in cui Dio sta toccando la nostra vita coi suoi problemi, ci perdiamo a volte in riflessioni che ci danno l’illusione di una preghiera riuscita. In realtà, abbiamo alzato delle barriere di protezione. Il Signore però è sempre più grande, e a quella donna samaritana, alla quale secondo gli schemi culturali non avrebbe dovuto neppure rivolgere la parola, regala la rivelazione più alta: le parla del Padre, che va adorato in spirito e verità… E’ come una dichiarazione d’amore: Colui che aspetti sono io; Colui che può rispondere finalmente al tuo desiderio di essere amata”.

E dall’esperienza di un incontro nasce la missione: “A quel punto la donna corre a chiamare la gente del villaggio, perché è proprio dall’esperienza di sentirsi amati che scaturisce la missione. E quale annuncio potrà mai aver portato se non la sua esperienza di essere capita, accolta, perdonata? E’ un’immagine che dovrebbe farci riflettere sulla nostra ricerca di nuovi modi per evangelizzare”.

Da questo incontro con Gesù nasce la riconciliazione che rigenera la vita: “Il passato non è più un peso; lei è riconciliata. Ed è così anche per noi: per andare ad annunciare il Vangelo, abbiamo bisogno prima di deporre il peso della nostra storia ai piedi del Signore, consegnare a Lui il peso del nostro passato. Solo persone riconciliate possono portare il Vangelo. Cari fratelli e care sorelle, non perdiamo la speranza! Anche se la nostra storia ci appare pesante, complicata, forse addirittura rovinata, abbiamo sempre la possibilità di consegnarla a Dio e di ricominciare il nostro cammino. Dio è misericordia e ci attende sempre!”

Il Sinodo è una comunione che irradia

La seconda settimana di lavori della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi è iniziata con la messa in rito bizantino presieduta dal patriarca di Antiochia dei Greco-Melchiti Youssef Absi, mentre l’omelia è stata pronunciata da Sua Beatitudine, card. Béchara Boutros Pierre Raï, patriarca di Antiochia dei Maroniti (Libano), il quale ha sottolineato che Gesù provava compassione per la grande folla che lo seguiva e così disse ai suoi discepoli: “Il raccolto è abbondante ma gli operai sono pochi; quindi chiedi al padrone del raccolto di inviare lavoratori per il suo raccolto”.

I lavori dei membri del Sinodo si sono concentrati sul tema della comunione che si irradia, come ha detto il relatore generale, cardinale Hollerich: “Tutti sono invitati a far parte della Chiesa. Se ci comportiamo come Gesù testimonieremo l’amore di Dio per il mondo. Se non ci riusciamo, assomiglieremo a un club identitario. Dobbiamo partire da esperienze concrete, le nostre personali e soprattutto l’esperienza collettiva del Popolo di Dio che ha parlato attraverso la fase di ascolto”.

Di seguito il metropolita ortodosso di Pisidia, Job Getcha, delegato del Patriarcato ecumenico, copresidente della Commissione mista internazionale di dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, ha specificato il senso del sinodo e della sinodalità per gli ortodossi: “Per gli ortodossi, la sinodalità corrisponde alla prassi stabilita dal primo concilio ecumenico (Nicea, 325) di riunire i vescovi di una regione almeno due volte l’anno sotto la presidenza del loro protos”.

Quindi per il metropolita ortodosso “Un sinodo è una riunione deliberativa di vescovi, non un’assemblea consultiva clero-laicale. Non può esserci un sinodo senza un primate/proto e non può esserci un primate/proto senza un sinodo. Il primate/proto è parte del sinodo; non ha un’autorità superiore al sinodo, né ne è escluso. La concordia/omonoia che si esprime attraverso il consenso sinodale riflette il mistero trinitario della vita divina.

E’ attraverso questa pratica della sinodalità, come descritta dai Canoni Apostolici e dai Canoni del Primo Concilio Ecumenico, che la Chiesa ortodossa è stata amministrata nel corso dei secoli fino ai giorni nostri, sebbene la frequenza e la costituzione dei sinodi possano variare da una Chiesa locale autocefala all’altra.

Alla luce di ciò, potremmo dire che la comprensione della sinodalità nella Chiesa ortodossa differisce molto dalla definizione di sinodalità data dalla vostra attuale assemblea del Sinodo dei vescovi”.

Ripercorrendo la storia si ebbero sostanziali cambiamenti ma la situazione di Cipro è emblematica: “Questo culmina all’inizio del XX secolo nel Concilio locale della Chiesa di Russia (Mosca, 1917-1918) che propone che le decisioni ecclesiali siano prese da un consiglio (sobor) composto da rappresentanti dell’episcopato, del clero, dei monaci e dei laici. Tuttavia, la rivoluzione bolscevica non permise l’attuazione di questa nuova modalità di amministrazione nella Chiesa.

Tuttavia, nella Chiesa di Cipro, fino ad oggi, i vescovi non sono eletti esclusivamente dall’episcopato, ma anche dal clero e dai laici: in una prima fase, l’intera popolazione dell’isola vota dalla lista di tutti i candidati, poi, in una seconda fase, il sinodo dei vescovi sceglie uno dei tre candidati che hanno ottenuto la maggioranza dei voti.

Tuttavia, il caso della Chiesa di Cipro costituisce un caso eccezionale nell’Ortodossia contemporanea, dove, altrimenti, la pratica della sinodalità implica esclusivamente un’assemblea di vescovi. Così, il Santo e Grande Concilio (Sinodo) della Chiesa ortodossa riunitosi a Creta nel 2016 era composto da 162 vescovi delegati, mentre i 62 consiglieri (clero, monaci e laici) presenti non avevano diritto né di parola né di voto”.

Su questo tema si è soffermato anche la meditazione del domenicano p. Radcliffe, incentrando la meditazione sull’episodio evangelico della samaritana che dialoga con Gesù al pozzo: “Come fa Gesù a superare il suo isolamento? L’incontro si apre con poche parole brevi, solo tre in greco: ‘Dammi da bere’.

Gesù ha sete e non è solo acqua. Tutto il vangelo di Giovanni è strutturato attorno alla sete di Gesù. Il suo primo segno fu l’offerta di vino agli invitati assetati alle nozze di Cana. Quasi le sue ultime parole sulla croce sono ‘Ho sete’. Poi dice: ‘Tutto è compiuto’ e muore”.

Ed ha messo in guardia dal timore dell’isolamento: “Ciò che ci isola tutti è rimanere intrappolati nei piccoli desideri, nelle piccole soddisfazioni, come battere i nostri avversari o avere uno status, indossare un cappello speciale!

Secondo la tradizione orale, quando a Tommaso d’Aquino fu chiesto dalla sorella Teodora come diventare santo, egli rispose con una sola parola: Velle! Voglilo! Costantemente Gesù chiede alle persone che si avvicinano a lui: ‘Vuoi, vuoi?’; ‘Cosa posso fare per te?’ Il Signore vuole donarci la pienezza dell’amore. Lo vogliamo?”

Quindi l’incontro con Gesù trasforma la vita: “Il fondamento del nostro incontro amorevole ma non possessivo con l’altro è sicuramente il nostro incontro con il Signore, ciascuno al proprio posto, con i nostri fallimenti, debolezze e desideri. Egli ci conosce come siamo e ci rende liberi di incontrarci con un amore che libera e non controlla. Nel silenzio della preghiera siamo liberati.

Incontra colui che la conosce totalmente. Questo la spinge nella sua missione… Finora ha vissuto nella vergogna e nel nascondimento, temendo il giudizio dei suoi concittadini. Va al pozzo nella calura di mezzogiorno quando non c’è nessun altro.

Ma ora il Signore ha illuminato tutto ciò che lei è e la ama. Dopo la caduta, Adamo ed Eva si nascondono alla vista di Dio, vergognandosi. Ora entra nella luce. La formazione alla sinodalità toglie i nostri travestimenti e le nostre maschere, affinché entriamo nella luce”.

Papa Francesco: la preghiera è l’anima della Chiesa

Nella meditazione dell’udienza generale odierna, in diretta dal Palazzo apostolico, papa Francesco ha sottolineato che la Chiesa è maestra di preghiera, ricordando che ciascuno ha imparato le preghiere dai nonni o dai genitori:

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