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‘I volti della povertà in carcere’: a Fabriano la mostra fotografica che racconta una realtà invisibile
Una realtà spesso invisibile, raccontata attraverso la forza della fotografia: dal 24 marzo al 12 aprile, l’Oratorio del Gonfalone di Fabriano ospiterà la mostra ‘I volti della povertà in carcere’, tratta dall’omonimo volume con fotografie di Matteo Perna Selci e testi di Rossana Ruggero, pubblicato da EDB – Edizioni Dehoniane Bologna.
L’evento, promosso dal Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV, si aprirà domani, martedì 24 marzo, con un doppio appuntamento: alle 10.30, presso l’accogliente sala AVIS in via Mamiani, si terrà la presentazione dell’evento, a seguire l’inaugurazione ufficiale della mostra all’Oratorio del Gonfalone.
La mostra, che resterà aperta fino a domenica 12 aprile, offrirà uno sguardo profondo e lontano dagli stereotipi sulla realtà carceraria: volti, storie e frammenti di vita restituiti attraverso immagini capaci di cogliere silenzi, solitudine, ma anche momenti di umanità e condivisione. Un racconto visivo che mette in luce un’umanità sospesa tra il peso del passato e la speranza di un futuro diverso.
Durante la mattinata interverranno i rappresentanti delle istituzioni locali, la responsabile del Settore Carcere e Devianza della Società di San Vincenzo De Paoli Antonella Caldart, il presidente del Consiglio centrale di Fabriano della Società di San Vincenzo De Paoli, Sandro Tiberi, il responsabile dell’evento Gabriele Cinti, che illustreranno il percorso e gli obiettivi educativi dell’iniziativa. A portare la vicinanza della diocesi sarà Gianluca Farnesi, direttore della Caritas diocesana.
“Si tratta di un’occasione preziosa per avvicinare i giovani a una realtà spesso sconosciuta, a un’umanità spesso dimenticata – sottolinea Antonella Caldart –. Soffermarsi a guardare questi volti significa cogliere le difficoltà delle persone detenute e riconoscere l’importanza di custodire la dignità di ogni individuo, stimolando consapevolezza e responsabilità civica”.
Particolare attenzione sarà rivolta proprio ai giovani: durante il periodo di apertura sono state invitate le scuole secondarie di secondo grado di Fabriano, con percorsi guidati di circa 75 minuti. Le visite prevedono un’introduzione, attività di gruppo sulle fotografie, momenti di restituzione e dialogo finale, con l’obiettivo di superare stereotipi e promuovere una comprensione più consapevole e responsabile della realtà carceraria.
“L’iniziativa intende offrire uno sguardo nuovo sulla realtà carceraria, aprendo simbolicamente le porte del carcere per far conoscere le storie vere di chi lo vive dall’interno”, ha dichiarato Sandro Tiberi, presidente del Consiglio centrale di Fabriano della Società di San Vincenzo De Paoli e ha aggiunto: “Attraverso immagini e parole, la mostra propone un percorso umano e sociale che invita alla riflessione sul legame tra povertà, marginalità e detenzione”.
Un messaggio ripreso da Gabriele Cinti, referente del progetto: “La mostra intende evidenziare il legame tra povertà, marginalità sociale e detenzione, stimolando nei visitatori una riflessione critica e favorendo la diffusione di una cultura della dignità e della corresponsabilità sociale”.
La mostra nei prossimi mesi sarà allestita in altre città italiane, tra cui Bologna e Cagliari. Ogni tappa porterà con sé il proposito di diffondere il valore dell’accoglienza e della dignità umana, soprattutto nelle situazioni di maggiore fragilità. Il Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV, è da anni impegnato in percorsi di formazione, sensibilizzazione e progettazione educativa per rafforzare il dialogo tra carcere e società.
39ª Giornata della Facoltà ‘Auxilium’: relazioni tra fratelli e sorelle nelle religioni del Libro Sacro
Venerdì 6 marzo per celebrare la 38^ Giornata della Facoltà ed in prossimità della Giornata Internazionale della Donna (8 marzo), la Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione ‘Auxilium’ di Roma propone il Convegno internazionale di studio ‘Le relazioni sorelle e fratelli in alcune Religioni del Libro Sacro. Percorsi e prospettive’, affidato tre studiose, rispettivamente dell’Ebraismo, Elena Lea Bartolini De Angeli, del Cristianesimo, Marinella Perroni, dell’Islam, Meryem Akabouch.
Il programma prevede il saluto iniziale della Preside, suor Piera Silvia Ruffinatto, e l’introduzione ai lavori da parte di suor Marcella Farina, Coordinatrice del Centro Studi Donne&Educazione. La parola passerà poi alla Prof.ssa Brigida Angeloni, docente di Educazione degli Adulti e di Pedagogia sociale presso la Facoltà, che modererà la tavola rotonda con gli interventi.
Elena Lea Bartolini De Angeli – Docente stabile di Ebraismo ed Ermeneutica ebraica presso l’ISSR di Milano collegato alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, Docente di Cultura Biblica presso l’ULPAN (Scuola di Lingua e cultura ebraica) di Milano e Docente invitata presso diversi Atenei Italiani – parlerà di ‘Sorelle e fratelli. Una relazione fra responsabilità e litigiosità costruttiva’.
‘Tra voi, però, non è così…’ è il titolo dell’intervento di Marinella Perroni, Docente emerita di Nuovo Testamento presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo e Docente invitata alla Pontificia Facoltà teologica Marianum di Roma, che ha fondato il Coordinamento Teologhe Italiane (CTI) di cui è stata anche presidente, e dirige con Stella Morra la collana ‘Sui generis’ per Effatà Editrice.
Meryem Akabouch – ricercatrice presso la Luiss Mediterranean Platform e specializzata in filosofia politica, relazioni internazionali e sviluppo, con particolare attenzione al mondo arabo e all’area del Mediterraneo – interverrà su ‘Le relazioni sorelle e fratelli dal punto di vista dell’Islam’.
Il pomeriggio di studio si colloca in uno specifico percorso di ricerca avviato l’8 marzo 2022 con il Convegno internazionale: ‘Le relazioni donna-uomo in alcune religioni del Libro Sacro. Percorsi e prospettive nel poliedro delle antropologie’, e proseguito poi con ‘Le relazioni madre figlia-figlio’ (2024) e ‘Le relazioni padre figlia-figlio’ (2025).
L’obiettivo era avviare un itinerario di riflessione e di studio sulla relazionalità umana, considerata una urgenza ed emergenza per una convivenza pienamente umana nell’attuale cambiamento d’epoca. Una convinzione è che le relazioni donna-uomo costituiscano il paradigma fondamentale che dà senso e direzione alle altre relazioni aperte alla costruttiva reciprocità, per una società più attenta al bene comune e alla vita di ciascuno.
In questa prospettiva, la Facoltà ‘Auxilium’ ha deciso di approfondire la tematica, esplorando anche l’apporto delle Religioni, in quanto esse possono offrire il loro prezioso apporto ‘a partire dal riconoscimento del valore di ogni persona umana come creatura chiamata ad essere figlio o figlia di Dio’ (Fratelli tutti n. 271).
Infatti ‘senza un’apertura al Padre di tutti, non ci possono essere ragioni solide e stabili per l’appello alla fraternità’ (Fratelli tutti n. 272); ‘la ragione, da sola, è in grado di cogliere l’uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità’ (Caritas in Veritate n. 261).
Il Convegno di venerdì 6 marzo, pur circoscritto, presenta una vasta gamma esplorativa che si apre a interrogativi radicali che non si può non affrontare, in rete con studiose e studiosi, con coloro che operano in contesti educativi e formativi. Il pomeriggio di studio si svolgerà in presenza nell’Aula Magna ‘Giovanni Paolo II’ della Facoltà ‘Auxilium’ dalle ore 15:00 alle 18:00 e sarà trasmesso in diretta streaming sul Canale YouTube della Facoltà.
(Foto: Auxilium)
Papa Leone XIV chiede ai consulenti del lavoro il rispetto della persona
“Sono lieto di incontrarvi in occasione dei sessant’anni dall’istituzione dell’Albo di categoria dell’Associazione Consulenti del Lavoro. Il vostro è un impegno prezioso e ricco di responsabilità, che richiede competenza e senso di giustizia. Vorrei richiamarne con voi tre aspetti che ritengo particolarmente importanti: la tutela della dignità della persona, la mediazione e la promozione della sicurezza”: oggi lo ha detto papa Leone ricevendo in udienza l’Ordine dei consulenti del lavoro, chiedendo di mettere al centro della loro azione la persona.
Ed ha richiamato le parole di papa Francesco, che ha sottolineato che il lavoro aiuta la crescita della persona: “Queste parole ci ricordano che al centro di qualsiasi dinamica lavorativa non si devono mettere né il capitale, né le leggi di mercato, né il profitto, ma la persona, la famiglia e il loro bene, rispetto ai quali tutto il resto è funzionale. Tale centralità, costantemente affermata dalla Dottrina sociale della Chiesa, va tenuta ben presente in ogni programmazione e progettazione d’impresa, affinché lavoratori e lavoratrici siano riconosciuti nella loro dignità e ricevano risposte concrete alle loro esigenze reali”.
Quindi ha chiesto di conciliare sempre più i tempi del lavoro con i tempi della famiglia: “Penso, ad esempio, alla necessità di venire incontro ai bisogni delle giovani famiglie, dei genitori che hanno figli piccoli, come anche all’importanza di aiutare chi, pur lavorando, deve prendersi cura di familiari anziani o malati. Si tratta di bisogni che nessuna società veramente civile può permettersi di dimenticare o trascurare, e voi avete modo di sostenere chi fatica ad affrontarli. Oggi, in un contesto in cui la tecnologia e l’intelligenza artificiale sempre più gestiscono e condizionano le nostre attività, è urgente impegnarsi affinché le aziende si connotino prima di tutto e soprattutto come comunità umane e fraterne”.
Il secondo argomento ha riguardato il metodo della mediazione: “Nelle dinamiche aziendali, il vostro compito vi pone, in un certo senso, come cerniera di raccordo tra le figure dirigenziali e i dipendenti, rendendovi facilitatori di relazioni indispensabili sia per il buon funzionamento delle imprese che per il benessere di chi vi opera. Come consulenti del lavoro, gestite aspetti giuridici e amministrativi fondamentali per la vita dei lavoratori e delle loro famiglie, affiancandovi a imprese e dipendenti nella contrattualistica, in tema di assunzioni, di contributi e in molti altri adempimenti. In tale ruolo, due possono essere le tentazioni: da una parte, un’eccessiva burocratizzazione dei rapporti, dall’altra, la lontananza e il distacco dalla realtà. Entrambe sono dannose, perché alla lunga rendono invivibile l’ambiente dell’azienda impedendole di essere, secondo la sua vocazione più vera, una sinergia solidale”.
Ripetendo le parole dell’apostolo Giovanni papa Leone XIV li ha invitati a non guardare il lavoro solo dal lato professionale: “Vi invito, perciò, a non vivere la vostra professione schiacciati sul versante datoriale, quasi che il resto sia meno importante… Alla luce di queste parole, nel vostro farvi tramite nei rapporti tra le parti sociali, vi esorto a tenere sempre ben aperti gli occhi sulle persone che avete davanti, specialmente su chi è in difficoltà e ha meno possibilità di esprimere i propri bisogni e di far valere i propri interessi. Questo è un grande atto di giustizia e di carità”.
L’ultimo argomento ha riguardato la formazione dei lavoratori: “In proposito, a molto giova ciò che fate per la prevenzione degli infortuni attraverso la formazione e l’aggiornamento dei lavoratori. Si tratta di un servizio alla loro stessa vita. Purtroppo, ancora oggi, sono troppi gli incidenti e le ‘morti bianche’ che si consumano nei luoghi di lavoro”.
Per questo sono inconcepibili le morti sul lavoro: “Quelli che dovrebbero essere sempre spazi di vita (in cui le persone trascorrono ogni giorno molta parte del loro tempo e impiegano una grande porzione delle loro energie) frequentemente si trasformano in luoghi di morte e di desolazione… Per Prevenire è meglio che curare, e a ciò mirano i vostri preziosi contributi formativi”.
Infine l’incoraggiamento: “Cari amici, voi avete un compito importante. Vi incoraggio ad adempierlo con passione e dedizione, consapevoli che molti fratelli e sorelle contano sul vostro contributo per svolgere serenamente le loro attività lavorative. Vi affido all’intercessione della beata Vergine Maria e di san Giuseppe, Patrono dei lavoratori, mentre su voi e sulle vostre famiglie imparto di cuore la benedizione apostolica. E a tutti porgo i migliori auguri per un Santo Natale”.
(Foto: Santa Sede)
Ad Arezzo presentato il Rapporto diocesano sulle povertà: oltre 2000 le persone accolte nel 2024
Nei giorni scorsi è stato presentato il Rapporto diocesano sulle povertà relativo al 2024, redatto dalla Caritas di Arezzo in collaborazione con l’associazione Sichem. ‘Cercando l’invisibile’ è il titolo scelto per questa edizione, che intende far emergere le situazioni di fragilità spesso celate nel territorio e restituire visibilità a chi vive condizioni di disagio.
Il Rapporto si basa sui dati provenienti dal Centro di Ascolto della diocesi di Arezzo e dalle 35 Caritas parrocchiali. Il quadro che emerge mostra l’ampliarsi della cosiddetta ‘fascia grigia’, composta da persone e famiglie che non rientravano nei circuiti di aiuto ma che, per la prima volta, hanno richiesto sostegno: 378 nuovi utenti solo nel 2024, una parte di quel sommerso che tende a non manifestarsi.
Nel complesso, nel 2024 sono state registrate 2.086 prese in carico nominali, 19 in meno rispetto all’anno precedente. Il dato conferma una situazione stabile, in cui alcuni riescono a uscire da percorsi di povertà mentre altri vi entrano improvvisamente, rendendo fondamentale un accompagnamento costante verso forme reali di autonomia.
Accanto a un nucleo stabile di circa 1.500–1.600 utenti ricorrenti, si registra una crescita delle situazioni complesse: le richieste riguardano sempre più spesso problemi intrecciati, che richiedono interventi personalizzati, ha spiegato mons. Andrea Migliavacca: “E’ importante il lavoro di questo Rapporto sulle povertà, perché ci consente di avere un quadro di riferimento e di conoscenza della situazione aiutandoci a essere operativi e quindi passare dalle parole ai fatti nel vivere la carità nella nostra diocesi. Il mio grazie va a tutti gli operatori della Caritas diocesana”.
Gli ha fatto eco don Fabrizio Vantini, direttore della Caritas diocesana: “Spesso siamo disturbati dal virus dell’indifferenza verso chi, con la sua povertà, interrompe il nostro percorso ordinario. Questo Rapporto richiama ciascuno alla responsabilità civica e umana: agire per il bene ci rende tutti più umani, oltre appartenenze e differenze. E’ anche un appello alla Politica affinché le scelte di governo mettano al centro gli ultimi. I poveri non possono essere lasciati soli fino a diventare invisibili”.
Ecco le prime cinque nazionalità di chi ha fruito dei servizi: Italia (35,2%), Marocco (12,8%), Romania (8,7%), Albania (6,6%), Nigeria (5,4%). Le donne sono leggermente prevalenti (53,4%). Il 23,8% dei richiedenti ha più di 60 anni, spesso con difficoltà economiche e problemi sanitari o di solitudine. Il 33,1% ha figli minori a carico: 1.211 minori sostenuti indirettamente, ai quali si aggiungono 608 figli maggiorenni, per un totale di 1.819.
Invece queste sono le condizioni abitative di chi si è rivolto alla Caritas: Affitto: 58,3%; Edilizia popolare: 8,3%; Abitazione propria: 8,3%; Struttura di accoglienza/CAS: 7,6%; Ospitalità presso amici/familiari: 6,4%; Senza alloggio: 4,3%; Altre situazioni (datore di lavoro, baracca, auto, camper, tenda…): 6,8%.
Invece questa è la loro condizione lavorativa: disoccupati/inoccupati: 62,3%; occupati (inclusa cassa integrazione): 20%; pensionati: 7,5%; altre condizioni (invalidità, inabilità, assenza permesso lavoro): 10,2%; mentre le problematiche segnalate sono state 2.889, pari a una media di 1,4 per persona. Problematiche così ripartite: problemi economici: 67,2%; lavoro: 8,5%; salute: 7,1%; problemi familiari: 5,4%; casa: 3,9%; migrazione: 3,1%; istruzione: 1,7%; disabilità: 1,2%; dipendenze: 1%; altro: 0,6%; detenzione/giustizia: 0,3%.
Inoltre nel Centro di Ascolto diocesano (Via Fonte Veneziana) sono state accolte 470 persone/famiglie (42,3% italiani; 57,7% stranieri) con 8173 contatti front office; nell’ambulatorio medico sono state compiute 399 visite per un totale di 121 persone seguite, di cui il 13,2% sono italiani.
Inoltre sono stati erogati 263 buoni spesa (+40 per ospiti delle strutture) e 251 persone registrate nelle mense per 23.401 pasti erogati; mentre i prodotti alimentari ritirati da collette sono ammontati a 17.567 kg freschi/caldi + 9.805 kg a lunga conservazione. Infine queste sono state le accoglienze: Casa San Vincenzo: 39 persone; Casa Santa Luisa: 15 adulti e 9 minori; Dormitorio invernale: 30 persone (nov. 2024 – apr. 2025); Accoglienza profughi: 70 persone (19 nuovi ingressi).
(Foto: Diocesi di Arezzo – Cortona – SanSepolcro)
Disegnare nuove mappe di speranza: l’educazione nell’era dell’Intelligenza Artificiale
Nel sessantesimo anniversario della dichiarazione conciliare ‘Gravissimum educationis’, papa Leone XIV ha consegnato alla Chiesa una Lettera Apostolica che non si limita a commemorare un documento storico, ma che rilancia con forza e lucidità la missione educativa della comunità cristiana nel mondo contemporaneo. Si tratta di un testo profondo, profetico, che affronta le sfide del nostro tempo con lo sguardo della fede e la concretezza della Dottrina Sociale della Chiesa.
Tra i suoi passaggi più significativi, una sezione si impone come uno snodo cruciale, in cui il Pontefice affronta il tema dell’Intelligenza Artificiale (IA) e degli ambienti digitali con una visione etica e teologica all’altezza della complessità attuale: ‘Il punto decisivo non è la tecnologia, ma l’uso che ne facciamo. L’intelligenza artificiale e gli ambienti digitali vanno orientati alla tutela della dignità, della giustizia e del lavoro; vanno governati con criteri di etica pubblica e partecipazione; vanno accompagnati da una riflessione teologica e filosofica all’altezza’ (§9.3).
Queste parole, non sono solo un avvertimento, ma una chiamata alla responsabilità. Il papa non demonizza la tecnologia, né la esalta in modo acritico. Piuttosto, invita a un discernimento maturo, capace di riconoscere che ogni strumento tecnico è sempre frutto di scelte umane, e che il suo impatto dipende dall’orizzonte etico e spirituale in cui viene inserito.
Nel contesto educativo, l’IA rappresenta una sfida radicale. Essa promette efficienza, personalizzazione, accesso universale alla conoscenza. Ma al tempo stesso rischia di ridurre la relazione educativa a un’interazione algoritmica, di sostituire il dialogo con la simulazione, di confondere la libertà con la previsione statistica. Il Santo Padre ci invita a non cedere alla seduzione della neutralità tecnologica: il vero nodo non è la potenza dell’IA, ma il suo orientamento.
La Chiesa, in questo scenario, è chiamata a custodire la centralità della persona, a promuovere una cultura della dignità, a formare coscienze capaci di interrogare la tecnica. L’IA, scrive il Papa, deve essere orientata alla giustizia e al lavoro: non può diventare strumento di esclusione, né motore di precarizzazione. Deve essere governata con criteri di etica pubblica, cioè con regole condivise, trasparenti, partecipate. E deve essere accompagnata da una riflessione teologica e filosofica all’altezza, capace di interrogare il senso ultimo dell’agire umano.
Il tema dell’IA si colloca pienamente nel solco della Dottrina Sociale della Chiesa (DSC), che da sempre pone la persona al centro dell’economia, della politica, della cultura. I principi di dignità, giustizia, solidarietà e sussidiarietà, che costituiscono l’ossatura della DSC, trovano in questo testo una nuova declinazione digitale. L’educazione, secondo papa Leone XIV, non può essere lasciata alle logiche di mercato, né affidata esclusivamente agli algoritmi. Deve essere un atto di giustizia, un’opera di carità, un servizio al bene comune.
Uno dei rischi più insidiosi dell’IA è la sua capacità di prevedere, orientare, influenzare le scelte individuali. In ambito educativo, questo si traduce nella possibilità di personalizzare i percorsi, ma anche di condizionare le libertà. Papa Prevost ci ricorda che l’educazione è formazione della coscienza, è esercizio della libertà, è apertura alla trascendenza. Nessun algoritmo può sostituire il discernimento, nessuna macchina può educare alla responsabilità.
Per questo, siamo chiamati a formare alla libertà digitale, alla cittadinanza critica, alla capacità di interrogare le tecnologie. Si deve insegnare ad usare l’IA come strumento, non come oracolo; come supporto, non come sostituto. È necessario promuovere una cultura dell’incontro, della relazione, della comunità, anche nei contesti virtuali.
Il richiamo della Lettera Apostolica alla riflessione teologica e filosofica, è anche un appello a una nuova alleanza tra fede e cultura. L’IA non è solo una questione tecnica: è una sfida antropologica, spirituale, escatologica. Interroga il senso dell’umano, la definizione di coscienza, il rapporto tra libertà e previsione. La teologia deve tornare a interrogare la tecnica, a illuminare le scelte, a custodire la speranza. E la filosofia deve aiutare a pensare criticamente, a decostruire le narrazioni dominanti, a restituire profondità al dibattito pubblico.
‘Disegnare nuove mappe di speranza’ è un documento che parla al cuore del nostro tempo e ci ricorda – tra l’altro – che l’educazione non può essere delegata alle macchine, ma richiede volti, mani, cuori. L’IA può essere alleata, ma non guida. Solo l’uomo può educare l’uomo. Come cristiani, come educatori, come cittadini, siamo chiamati a raccogliere questo appello. A disegnare mappe di speranza che non siano solo algoritmi, ma percorsi di libertà. Perché educare, oggi più che mai, è evangelizzare. Anche nell’era IA.
Cei: costruire un’architettura di pace
“Cari Confratelli, ci ritroviamo per questa sessione straordinaria del Consiglio Permanente in un momento di grande cambiamento nel mondo e nella Chiesa. Abbiamo salutato l’amato Papa Francesco che, fino all’ultimo, ha speso la sua vita per il gregge che gli era stato affidato. La sua morte ha addolorato tutti, grandi e piccoli, i potenti e gli ultimi della terra, credenti e non credenti. Tanti leader cristiani e di altre religioni; un popolo numeroso che, senza organizzazione, ma con intuito spirituale, ha reso omaggio a Francesco. In tanti hanno espresso, nei giorni passati, il senso di mancanza perché lui non era più con noi”: con queste parole sono stati aperti dal presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, i lavori del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana.
Nell’introdurre i lavori dei vescovi il card. Zuppi ieri ha reso omaggio a papa Francesco: “La sua non è stata una popolarità effimera; Francesco ha veramente avvicinato la Chiesa alla gente. Sono cadute parecchie preclusioni, anche consolidate, verso la Chiesa e il Papa, grazie a Francesco. La Chiesa in Italia, nella larga prospettiva della storia, ha un forte debito verso di lui. Abbiamo, vorrei sottolinearlo, la responsabilità di cogliere le strade che ha aperto, le domande esplicite e implicite che oggi si manifestano”.
Il papa defunto ha sempre ricordato che bisogna annunciare Cristo: “Ha chiesto a tutti di parlare di Cristo, ha parlato di Cristo con commovente insistenza e tanta sapienza umana, riproponendo l’essenzialità del kerygma, da cuore a cuore, mostrando l’umanità del Vangelo perché incontri oggi la ricerca di speranza, di senso, di futuro delle persone. Ci ha chiesto di farlo senza paura e senza supponenza, forti della santità, sempre con quella simpatia che attrae, comunica, crea relazioni con tutti, senza paura di farsi contaminare perché con identità chiara e con purezza di cuore, mettendo in circolo la fede nelle vene dell’umanità”.
Ma l’annuncio cristiano continua con papa Leone XIV: “Il passaggio di un Vescovo, soprattutto nella Chiesa di Roma che presiede nella carità, è un’esperienza di fede e non può essere ridotto alle sole interpretazioni umane, spesso distorcenti, esteriori, interessate, polarizzate. L’elezione del successore di Pietro (e quindi anche di papa Francesco) è un vero atto di tradizione, gesto con cui la Chiesa trasmette ‘tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede’. E’ stata una vera e propria epifania della Chiesa, manifestazione evidente della sua universalità”.
E’ stato un richiamo all’unità, ricordando il prossimo incontro con papa Leone XIV: “Al di là delle letture troppo politologiche della Chiesa, tutto si ricompone nell’unità, per opera dello Spirito e per la disponibilità dei cristiani alla sua azione… Sin d’ora, mi sia permesso di confermare a Papa Leone la nostra gratitudine per il dono dell’udienza che ha concesso alla Conferenza Episcopale Italiana per il prossimo 17 giugno: sarà un’occasione preziosa per pregare insieme, rinnovare la nostra professione di fede e ascoltare la sua parola alle Chiese in Italia”.
Richiamando l’appello di papa Leone XIV è stato rivolto un richiamo alla pace: “Chiediamo il rispetto del diritto internazionale umanitario, l’ingresso di aiuti senza restrizioni, l’apertura di corridoi umanitari e, soprattutto, la promozione di un dialogo che possa realizzare la soluzione ‘due popoli, due Stati’. Il nostro sguardo si rivolge anche all’Ucraina nell’auspicio che i fili del dialogo, già così difficili, siano rafforzati, trovino le garanzie necessarie inserite in un quadro che permetta una pace giusta e sicura. Non possiamo però dimenticare i tantissimi conflitti che insanguinano il pianeta. Abbiamo a cuore i popoli di Asia, Africa, America Latina piegati dalla tragedia delle armi, che portano morte e sofferenze, generando odio e ulteriori ingiustizie”.
Il cristiano è artigiano di pace: “Il cristiano è un artigiano di pace, che dal suo cuore trae la forza di una pace disarmata e disarmante. Ci aiutano due intense memorie storiche, tra loro correlate: l’80° della fine della Seconda guerra mondiale e il 75° della Dichiarazione Schuman (9 maggio 1950), con la quale i ‘padri fondatori’ dell’Europa avviarono il processo di pacificazione post-bellica e di integrazione comunitaria con l’obiettivo, esplicito, di riportare la pace nel continente e nel mondo intero.
Perché la pace non sia una tregua occorre imparare a pensarci non solo vicini ma insieme, a difendere la soluzione pacifica dei conflitti e rafforzare le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. Per questo occorre costruire un’architettura di pace, frutto di quei valori e della dolorosa consapevolezza che sono a fondamento dell’Europa, che non può essere ridotta a diritti individuali o burocrazia, perché fondata sulla difesa della persona nel suo valore indiscutibile e nella sua relazione con la comunità”.
Per questo la Chiesa opererà sempre per la pace: “Ecco perché la Chiesa in Italia continuerà a impegnarsi per tessere relazioni, per alimentare il dialogo, per iniziare percorsi di riconciliazione e di sviluppo, anche attraverso le attività e i progetti che i fondi dell’8xmille destinati alla Chiesa cattolica rendono possibili. Vogliamo contribuire a realizzare un mondo unito e in pace, dove non si senta più il rumore delle armi e dove tutti possono dirsi fratelli. La lotta alla povertà, l’educazione che la stessa presenza della Chiesa anima con le sue diverse realtà, l’impegno per lo sviluppo e gli aiuti al mondo, sono una parte del nostro sforzo”.
Quindi opere di pace sono realizzate grazie anche all’ottoxmille: “Per questo, esprimiamo gratitudine a quanti scelgono di destinare l’8xmille alla Chiesa cattolica: ciò consente di realizzare migliaia di progetti in Italia e nel mondo. Siamo poi fiduciosi che si agisca a correzione, secondo gli impegni assunti, sugli interventi apportati unilateralmente dal Governo, come anche da diversi altri precedenti, sul sistema dell’8xmille, ripristinandolo così come originariamente stabilito, nel rispetto della realtà pattizia dell’Accordo. Su questo tema torneremo in futuro”.
Quindi ha spiegato anche il motivo del rinvio delle votazioni sinodali: “Il cammino della Chiesa in Italia merita certamente una riflessione attenta, esaminando le reazioni che con accentuazioni differenti hanno fatto seguito alla Seconda Assemblea Sinodale… Tutti coloro che hanno partecipato ai lavori assembleari hanno visto nel rinvio ad ottobre per l’approvazione delle Proposizioni uno snodo che ha permesso allo Spirito di parlare ancora. Sin dall’inizio del percorso, abbiamo chiesto partecipazione e l’abbiamo avuta. E’ il segno, concreto, che nulla era stato prestabilito, confezionato, imposto dall’alto, ma frutto del discernimento delle Chiese che si sono messe in ascolto e hanno attivato processi inediti e forse, addirittura, inattesi”.
Infine ha sottolineato la dignità della vita di ogni persona: “In questa prospettiva, esprimiamo il pressante auspicio che le recenti sentenze con le quali la Corte costituzionale è nuovamente intervenuta sulla vita umana al suo sorgere e nella fase conclusiva non conducano a soluzioni legislative che finiscono col ridimensionare l’infinita dignità della persona dal concepimento alla morte naturale. Uno sguardo non parziale sui diritti della persona umana in ogni fase della sua vita, e in particolare nei momenti di massima vulnerabilità, ci induce poi a ribadire in materia di fine vita quanto già espresso nella nota della Presidenza CEI il 19 febbraio, con una duplice sottolineatura”.
Mattarella: dalla sussidiarietà nasce una ‘cultura’ di libertà
“Ringrazio di questa opportunità di riflessione che viene offerta dalla prima edizione del Premio, che la Fondazione per la Sussidiarietà, generosamente, ha ritenuto di assegnarmi. Rivolgo i complimenti al maestro Steiner per la raffigurazione artistica del premio. Ringrazio molto dei cortesi riferimenti che mi riguardano e sottolineo che, nelle parole del Presidente, professor Vittadini, si delinea una visione della società che fa perno sulla centralità della persona e della comunità in cui essa si riconosce e opera. Una visione coerente con le prospettive delineate dalla Costituzione, e tuttavia, assai impegnativa nell’attuale contesto, così incerto”.
Con queste parole il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, ha ricevuto al Quirinale la delegazione della Fondazione per la Sussidiarietà, guidata dal presidente Giorgio Vittadini, illustrando la centralità per la politica italiana di un principio cardine della storia culturale e sociale occidentale: “La sussidiarietà è un principio che lega e rafforza il rapporto tra istituzioni e società. Lega tra loro anche gli stessi ordinamenti delle istituzioni pubbliche, ciascuna nella sua autonomia e complementarietà. E’ nel vivo della società che la sussidiarietà trova la sua radice più profonda, e la sua ragione più esigente, perché essa è strettamente connessa con due valori di fondamentale rilievo: la libertà della persona e la solidarietà che essa esprime nell’ambito delle comunità in cui vive e realizza la propria esistenza”.
Quindi la sussidiarietà garantisce la libertà: “La sussidiarietà è, cioè, in primo luogo, espressione e garanzia di libertà per le persone e i corpi sociali che concorrono all’interesse generale e che, nella pluralità degli apporti, si adoperano per rigenerare continuamente quei valori di umanità e di corresponsabilità che rappresentano uno dei portati più preziosi del nostro modello sociale, del modello sociale europeo”.
Garantisce la libertà, in quanto è garante di autonomia: “Un modello che assicura spazi di autonomia, di partecipazione, di concorso delle persone, che trovano nelle formazioni espressive di valori e interessi delle comunità lo strumento per la loro affermazione, sconfiggendo sia le pretese di massificazione delle ideologie autoritarie del ‘900, che hanno portato all’oppressione dell’uomo sull’uomo, sia quelle nuove, con la verticalizzazione del potere e la prevalenza di quello finanziario”.
Per questo ha chiesto di non indebolire questo principio: “E’ importante irrobustire il principio di sussidiarietà: l’alternativa sarebbe introdurre arbitrari criteri gerarchici, addirittura favorendo, di fatto, poteri separati dalla società o concentrazioni che indeboliscono l’impianto democratico. La rete delle comunità e dei corpi intermedi tiene alta la stessa qualità della democrazia, rinvigorisce la libertà di ciascuno, perché la libertà si realizza insieme a quella degli altri, si realizza in quella degli altri”.
Ed ha ripercorso il tragitto compiuto da questo principio nella Costituzione italiana: “La sussidiarietà è uno dei vettori del percorso che abbiamo davanti e, ben prima che la parola entrasse nella Costituzione nel 2001, il principio della sussidiarietà è maturato lungo tutta la storia della Repubblica.
La nostra, come altre Costituzioni nate dalla Liberazione del continente dal nazifascismo, viene definita Costituzione ‘personalista’, perché colloca la dignità della persona, e non la ragione di Stato, al centro dell’azione della Repubblica. E sono proprio il principio personalistico e quello comunitario a farci dire che la sussidiarietà (sussidiarietà verticale ma, a maggior ragione, sussidiarietà orizzontale) è, dalle origini, pienamente dentro il disegno costituzionale, anzi ne è una sua esplicazione”.
Tale principio di sussidiarietà è un rimando alle autonomie, che contribuiscono alla vita democratica: “Le autonomie, territoriali e sociali, sono con evidenza incompatibili con i regimi autoritari, e proprio la loro inibizione è spesso la cartina di tornasole di restringimento delle libertà.
Ecco allora il contributo che esse recano vivificando libertà e democrazia di un popolo con la loro semplice esistenza. Contributo che trascende le finalità specifiche che le ha mosse, per divenire collante di una identità comune”.
E da queste ‘identità’ nasce la democrazia: “Le comunità che si organizzano, la solidarietà che prende forma associativa, la mutualità, il volontariato, il Terzo Settore costituiscono risorsa insostituibile. Lo spazio pubblico non vive di polarizzazione tra il potere delle istituzioni da un lato e il singolo individuo dall’altro. Senza comunità intermedie anche il riconoscimento dei diritti viene messo a rischio”.
Solo attraverso il principio di sussidiarietà si può rilanciare una cultura di comunità: “Per affrontare le sfide locali come quelle nazionali, come quelle globali, è indispensabile rilanciare la cultura che viene espressa dal ‘noi’. ‘Noi’ come responsabilità comune, ‘noi’ come volontà di partecipazione, “noi” come costruzione di comunità larghe e aperte. L’albero della sussidiarietà ha molti rami. Coltivarlo è un grande servizio al nostro Paese”.
(Foto: Quirinale)
La sofferenza, il dolore, la morte come affrontarle da cristiani
I temi del dolore, della malattia e della morte sono racchiusi in un libro di don Francesco Scanziani, docente di antropologia teologia ed escatologia alla Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale di Milano e della psicologa Cecilia Pirrone, docente di psicologia dello sviluppo alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, dal titolo ‘Vorrei starti vicino’, presentato al monastero ‘Santa Teresa’ delle Carmelitane Scalze di Tolentino nell’incontro ‘Accompagnare bambini ed adolescenti di fronte a sofferenza, malattia e morte’.
I relatori si sono interrogati su ‘cosa genera la sofferenza in un bambino, in un ragazzo o in un adolescente? Come stare loro accanto nella dura stagione della malattia? E’ possibile affrontare la morte, con parole di speranza?’ Domande essenziali per gli adulti, che diventano fondamentali nella vita di un bambino e bambina ed essenziali per ragazze e ragazzi,per cui i relatori hanno messo in evidenza che a nessuno ‘piace’ soffrire: “Nemmeno a Dio piace la sofferenza. Gesù sapeva piangere e arrabbiarsi, si prendeva cura dei malati e ha resuscitato Lazzaro. Egli stesso è passato attraverso la sofferenza e al morte, vincendola con la Resurrezione”.
Al termine dell’incontro abbiamo incontrato don Francesco Scanziani partendo dal messaggio della XXXIII Giornata mondiale del Malato: “Il messaggio di questa Giornata mondiale del Malato si colloca all’interno dell’anno giubilare, che ha come motto: ‘Pellegrini di speranza’. La stretta relazione tra malattia e speranza viene evocata nella riflessione dell’Apostolo ai Romani, rileggendo la condizione umana alla luce dell’evento pasquale di Gesù Cristo, il Figlio di Dio crocifisso e risorto. Il tema di questa Giornata ripropone a tutti i credenti la forza della speranza nel mistero pasquale di Gesù Cristo. In esso si coglie la pienezza dell’annuncio cristiano. Il tempo presente è caratterizzato dalle prove e dalle tribolazioni che segnano l’esistenza dei singoli e delle comunità. Il rischio più grande è rappresentato dalla mistificazione operata dei ‘falsi profeti’ e dalle loro illusorie speranze”.
Cosa significa ‘avere il limite’ come orizzonte cristiano?
“Innanzitutto significa riconoscere anzitutto quello che noi siamo: la nostra identità e la nostra natura. Ma non guardarle con uno sguardo pessimistico. Abbiamo voluto osservarla con quella provocazione di Baricco in ‘Oceano’, in cui dice che la natura ha le sue perfezioni proprio perché è limitata e fa il paragone di dove finiscono i giorni e le notti: lì esplode lo spettacolo, l’alba ed il tramonto. Allora, conoscere i limiti vuol dire scoprire qualcosa di profondo di noi stessi. Nella visione cristiana la notizia più sconvolgente è quella di Dio che è infinito si è incarnato, cioè si è fatto limitato. Il finito è un luogo dove Dio si è rivelato”.
Perché la società contemporanea evita temi come la sofferenza e il dolore?
“Rimuove il confronto con questi argomenti perché li ostenta; in questo modo la nostra cultura, che si vanta di aver superato tabù ancestrali, ne ha creato uno insuperabile. La paura della morte. Succede sempre di più anche in famiglia, certamente nel sincero desiderio di proteggere i figli. Il rischio, però, è che i figli si troveranno soli e impreparati, quando sofferenza e morte busseranno inevitabilmente alla loro porta”.
Che consigli offrite a tal proposito ai genitori, che debbono affrontare tali temi con i figli?
“La sofferenza fa parte della vita, la morte è l’altra faccia della vita. La nostra cultura esorcizza e allontana questi temi, poiché sembrano il fallimento della medicina o della tecnologia. E’ importante educare al tema del limite. E’ un discorso realista, non pessimista. Occorre avvicinarsi a chi soffre entrando in colloquio diretto con lui, oppure accompagnando chi è più piccolo per avvicinarlo gradualmente alla malattia con verità rassicuranti”.
Per quale motivo la Chiesa dedica una giornata al malato?
“La Chiesa mette al centro la persona. La malattia è un tratto della vita ed è l’occasione per dire che ognuno è persona anche nella malattia. Per valorizzare l’atteggiamento di Gesù, che ha dedicato tantissima parte della sua vita a stare accanto, ad ascoltare, ad entrare in contatto con il malato ed addirittura nel capitolo 25 dell’evangelista Matteo si è addirittura identificato con coloro che avevano fame e sete, con gli ammalati ed i carcerati. Più vicino di così si muore, verrebbe da dire. Gesù ha fatto anche quello: è morto per noi”.
Come si pone la fede di fronte alle pagine dolorose della vita?
“Il cristiano non ha soluzioni da offrire; tanto meno parole consolanti che pretendono di rispondere ai ‘perché’ drammatici della vita. Ha solo una storia da narrare quella di Gesù. Come scriveva lo scrittore francese Paul Claudel: Dio non è venuto a spiegare la sofferenza, è venuto a riempirla della sua presenza”.
Esiste un nesso tra il significato della morte ed il significato della vita?
“La prima cosa è domandarsi se hanno un senso il male, la sofferenza o la morte. Forse dovremmo accettare la durezza di esperienze che non hanno un senso. La Pasqua ci aiuta a capire che il male è il nemico dell’uomo e di Dio. Gesù è venuto nel mondo per combattere questo male, riempiendolo del Suo senso, cioè l’Amore. Nella Pasqua scopriamo la rivelazione di Dio ed il senso della vita”.
Quindi è più ‘facile’ rimettere i peccati o dire ‘alzati e cammina’?
“Solo Gesù può fare questo e soprattutto ci ha mostrato che Lui non ‘lega’ la malattia al peccato, ma mostra che sono tutte e due ‘nemici’ dell’uomo e di Dio. Quello che ci consola è che Dio è sempre in lotta contro il male in ogni sua forma: il peccato, la sofferenza e la morte”.
Quale è la ‘genesi di questo libro?
“Questo libro è nato dalla conoscenza e dalla stima reciproca maturata nell’esperienza parrocchiale e affinata dal lavoro comune nell’equipe dei coniugi Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini, pedagogisti lecchesi, noti per un approccio sistematico, ma anche dalla ricchezza di uno sguardo che unisse il taglia femminile a quello maschile, lo sguardo di una donna, moglie e madre confrontato con quello di un prete, la competenza psicologica e quella teologica. E’ uno stile che aiuta entrambi a crescere, arricchente per le proprie ricerche, ma anche uno stimolante stile di chiesa. Questo libro è nata dalle domande, spesso tacitate delle persone che incontriamo di fronte al dolore della morte e al dramma della sofferenza, accentuate in modo unico con l’esplosione della pandemia. Il desiderio non è dare soluzioni, ma accompagnare con rispetto le persone”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco ai vescovi statunitensi: lottare per la dignità umana
“Vi rivolgo alcune parole in questi momenti delicati che state vivendo come Pastori del Popolo di Dio che cammina negli Stati Uniti d’America”: con questo inizio di lettera papa Francesco ha scritto ai vescovi statunitensi, che si trovano ad affrontare una ‘crisi’ con il programma di ‘deportazione di massa’ di immigrati e rifugiati clandestini, voluto dall’amministrazione del presidente Trump, esortandoli in dieci punti a non cedere a ‘narrazioni’ discriminatorie.
Dopo la presa di posizione dei vescovi statunitensi il papa ha sottolineato che la storia del popolo ebreo è un esempio per la società contemporanea: “Il cammino del popolo d’Israele dalla schiavitù alla libertà, narrato nel libro dell’Esodo, ci invita a guardare alla realtà del nostro tempo, così marcatamente segnata dal fenomeno delle migrazioni, come a un momento decisivo della storia per riaffermare non solo la fede in un Dio sempre vicino, incarnato, migrante e rifugiato, ma anche l’infinita e trascendente dignità di ogni persona umana”.
Quindi ha voluto evidenziare che le sue parole non sono inventate, ma poggiano sulla Sacra Scrittura: “Le parole con cui inizio non sono pronunciate artificialmente. Anche un esame superficiale della Dottrina sociale della Chiesa mostra con grande forza che Gesù Cristo è il vero Emmanuele e che Egli non ha vissuto senza la difficile esperienza di essere espulso dalla propria terra a causa di un rischio imminente per la sua vita, e senza l’esperienza di dover rifugiarsi in una società e in una cultura estranee alla sua. Il Figlio di Dio, facendosi uomo, ha scelto di vivere anche il dramma dell’immigrazione”.
Ed ha ricordato anche le espressioni di papa Pio XII sulla cura dei migranti, che parla della famiglia di Nazareth costretta alla fuga: “Mi piace ricordare, tra le altre, le parole con cui Papa Pio XII iniziò la sua Costituzione apostolica sulla cura dei migranti, considerata la Magna Carta del pensiero della Chiesa sulle migrazioni:
La famiglia di Nazareth in esilio, Gesù, Maria e Giuseppe, emigranti in Egitto e lì profughi per sfuggire all’ira di un re empio, sono il modello, l’esempio e la consolazione degli emigranti e dei pellegrini di ogni età e paese, di tutti i profughi di qualsiasi condizione che, spinti dalla persecuzione o dalla necessità, sono costretti ad abbandonare la loro patria, i loro amati familiari e i loro cari amici per recarsi in terre straniere”.
Queste ‘deportazioni’ ledono la dignità umana, a cui i cristiani devono conformarsi: “Allo stesso modo, Gesù Cristo, amando tutti con un amore universale, ci insegna a riconoscere permanentemente la dignità di ogni essere umano, senza eccezioni. Infatti, quando parliamo di ‘dignità infinita e trascendente’, vogliamo sottolineare che il valore più decisivo che la persona umana possiede supera e sostiene qualsiasi altra considerazione giuridica che possa essere fatta per regolare la vita nella società. Pertanto, tutti i fedeli cristiani e le persone di buona volontà sono chiamati a considerare la legittimità delle norme e delle politiche pubbliche alla luce della dignità della persona e dei suoi diritti fondamentali, e non viceversa”.
Il messaggio è un invito ad esprimere un pensiero critico a seguito di una giusta informazione: “Ho seguito da vicino la grande crisi che si sta verificando negli Stati Uniti a causa dell’avvio di un programma di deportazioni di massa. Una coscienza debitamente formata non può esimersi dal formulare un giudizio critico e dall’esprimere il proprio dissenso nei confronti di qualsiasi provvedimento che identifichi, tacitamente o esplicitamente, la condizione di illegalità di alcuni migranti con la criminalità”.
Però riconosce anche il diritto di uno Stato a proteggere i propri cittadini senza ferire la dignità di una persona: “Allo stesso tempo, deve essere riconosciuto il diritto di una nazione a difendersi e a proteggere le proprie comunità da coloro che hanno commesso crimini violenti o gravi mentre si trovavano nel paese o prima di arrivarci. Detto questo, l’atto di deportare persone che in molti casi hanno abbandonato la propria terra per motivi di estrema povertà, insicurezza, sfruttamento, persecuzione o grave degrado ambientale, ferisce la dignità di molti uomini e donne, di intere famiglie, e li pone in uno stato di particolare vulnerabilità e indifesa”.
La giustizia di uno Stato si fonda su questo principio: “Non si tratta di una questione di poco conto: un autentico Stato di diritto si verifica proprio nel trattamento dignitoso che tutti gli uomini meritano, soprattutto i più poveri ed emarginati. Il vero bene comune si promuove quando la società e il governo, con creatività e rigoroso rispetto dei diritti di tutti (come ho affermato in numerose occasioni) accolgono, proteggono, promuovono e integrano i più fragili, indifesi e vulnerabili.
Ciò non impedisce lo sviluppo di una politica che regoli la migrazione ordinata e legale. Tuttavia, la suddetta ‘maturazione’ non può essere costruita attraverso il privilegio di alcuni e il sacrificio di altri. Ciò che si costruisce sulla base della forza, e non sulla base della verità sulla pari dignità di ogni essere umano, inizia male e finirà male”.
In ciò consiste l’amore cristiano che si differenzia da quello filantropico: “Noi cristiani sappiamo bene che solo affermando l’infinita dignità di tutti può giungere a maturazione la nostra identità come persone e come comunità. L’amore cristiano non è un’espansione concentrica di interessi che si estendono gradualmente ad altre persone e gruppi.
In altre parole: la persona umana non è un semplice individuo, relativamente espansivo, con qualche sentimento filantropico! La persona umana è un soggetto dotato di dignità che, attraverso la relazione costitutiva con tutti, specialmente con i più poveri, può maturare gradualmente la sua identità e vocazione. Il vero ‘ordo amoris’ da promuovere è quello che scopriamo meditando costantemente la parabola del ‘buon samaritano’, cioè meditando sull’amore che costruisce la fraternità”.
Per il papa risulta pericoloso riflettere solo su se stessi, riconoscendo il ‘lavoro’ svolto dalla Conferenza episcopale statunitense: “Preoccuparsi dell’identità personale, comunitaria o nazionale, al di fuori di queste considerazioni, introduce facilmente un criterio ideologico che distorce la vita sociale e impone la volontà del più forte come criterio di verità.
Riconosco i preziosi sforzi di voi, cari vescovi degli Stati Uniti, mentre lavorate a stretto contatto con i migranti e i rifugiati, annunciando Gesù Cristo e promuovendo i diritti umani fondamentali. Dio ricompenserà abbondantemente tutto ciò che fai per proteggere e difendere coloro che sono considerati meno preziosi, meno importanti o meno umani!”
Il messaggio è un’esortazione alla costruzione di ‘ponti’ di fraternità: “Esorto tutti i fedeli della Chiesa cattolica e tutti gli uomini e le donne di buona volontà a non cedere a narrazioni che discriminano e causano inutili sofferenze ai nostri fratelli migranti e rifugiati. Con carità e chiarezza siamo tutti chiamati a vivere in solidarietà e fraternità, a costruire ponti che ci avvicinino sempre di più, a evitare muri di ignominia e a imparare a donare la nostra vita come Gesù Cristo ha offerto la sua, per la salvezza di tutti”.
Ed ha invitato a pregare la Madonna di Guadalupe: “Chiediamo alla Beata Vergine Maria di Guadalupe di proteggere le persone e le famiglie che vivono nella paura o nel dolore a causa della migrazione e/o della deportazione. La ‘Vergine oscura’, che ha saputo riconciliare i popoli quando erano in conflitto, ci conceda di rincontrare tutti come fratelli, nel suo abbraccio, e di fare così un passo avanti nella costruzione di una società più fraterna, inclusiva e rispettosa della dignità di tutti”.
Persona, cura, dedizione e solidarietà: i quattro pilastri dell’ecosistema Gemelli
‘Persona, cura, dedizione e solidarietà sono i pilastri sui quali si fonda l’ecosistema Gemelli’, cui danno vita il Policlinico insieme alla Facoltà di Medicina e chirurgia: ‘un sistema integrato di condivisione ideale e competenza scientifica’: nel suo discorso inaugurale nella sede di Roma dell’Università Cattolica del Sacro Cuore il rettore Elena Beccalli ha proposto l’orizzonte ideale che fa del Gemelli ‘un punto di riferimento per la sanità nazionale’.
Nel suo discorso il rettore ha tratteggiato il ‘quadro difficile e articolato’ della sanità italiana: “La sanità è una questione nevralgica per il paese… Eppure, una sanità accessibile è una forma di “diritto di cittadinanza” riconosciuto dalla nostra Carta Costituzionale nell’articolo 32, che recita: ‘La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività’. Un principio che trova attuazione nel Servizio Sanitario Nazionale istituito nel 1978 proprio da una nostra laureata”,
Ed ha sottolineato l’importanza del Servizio sanitario: “Tina Anselmi, prima donna a ricoprire l’incarico di Ministro della Salute della Repubblica italiana. Un Servizio finemente definito dallo stesso Presidente Matterella «presidio insostituibile di unità del paese» e pertanto ‘un patrimonio prezioso da difendere ed adeguare’. Un diritto che dobbiamo salvaguardare con ancora maggiore tenacia di fronte alle forti disuguaglianze, alle laceranti polarizzazioni e alle crescenti povertà che sempre più riscontriamo nei nostri territori”.
Però ha sottolineato che il Servizio sanitario è ad un bivio: “Senza i giusti interventi, non certo semplici da individuare data la complessità delle questioni sanitarie, il rischio che ne consegue è un aumento delle già profonde divaricazioni presenti nella nostra società. Come sottolinea l’articolo che ricordavo, una riforma sistemica rappresenta l’unica via per garantire un’assistenza equa ed efficiente, preservando la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale”.
Ed ecco i quattro pilastri a cui l’Università Cattolica non può rinunciare: “Dunque, se dovessi riassumere l’orizzonte ideale verso il quale auspico debba rivolgersi la nostra azione, sarei propensa a utilizzare quattro termini: persona, cura, dedizione, solidarietà. Nelle attività del Policlinico presupposto imprescindibile è l’avere un’attenzione alla persona nella sua interezza, che può essere assicurata solo da una genuina vocazione alla cura di medici e operatori sanitari.
Tutto ciò deve avvenire, giorno dopo giorno, con quella dedizione che muove coloro che sono al servizio delle istituzioni nell’ottica di contribuire al bene comune. E, allo stesso tempo, con spirito di solidarietà, uno dei cardini della Dottrina sociale della Chiesa, cui il personale docente e sanitario è chiamato a ispirare il lavoro quotidiano per l’edificazione propria e di tutta la società”.
Da qui lo sviluppo di un piano per l’Africa: “Declinata in questo modo, la solidarietà diviene il presupposto principale per l’ideazione e l’attuazione del Piano Africa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Si tratta di una struttura d’azione, in coerenza con l’indirizzo di apertura proprio di una Università che vuole essere la migliore per il mondo, con l’intento di porre il continente africano al cuore delle progettualità sanitarie, assistenziali, educative, di ricerca e di terza missione. In uno spirito di reciprocità con l’Africa, l’Ateneo intende diventare polo educativo dalla triplice finalità: formare medici in Africa, offrire ai giovani africani di seconda generazione opportunità di studio, integrare le esperienze di volontariato dei nostri studenti nei percorsi accademici”.
Il preside della Facoltà di Medicina e chirurgia, prof. Antonio Gasbarrini, ha sottolineato che “un aspetto cruciale del nostro operato risiede nella collaborazione costante con le istituzioni sanitarie, in particolare con la Regione Lazio, nostro principale committente in ambito sanitario pubblico, e con il ministero della Salute, che stabilisce le regole e crea le opportunità per garantire una sanità pubblica nazionale equa e accessibile…
Oltre al nostro ruolo nelle patologie elettive, infatti, stiamo sviluppando con entrambe le istituzioni, regionale e nazionale, politiche al servizio della cruciale rete dell’emergenza/urgenza, quella rete che rappresenta la colonna portante delle politiche sanitarie», «fondamentale per salvare vite, ridurre le complicanze e garantire la presa in carico integrata del paziente, dal primo intervento alla riabilitazione”.
All’inaugurazione dell’anno accademico è intervenuto anche il direttore di ‘Medici con l’Africa Cuamm’, organizzazione che da 75 anni è impegnata in Africa, don Dante Carraro: “Nel nostro nome è racchiuso lo stile che guida il nostro intervento: non ‘per’ ma ‘con’ l’Africa. Camminiamo a fianco delle popolazioni locali, all’interno del sistema sanitario cercando di esserne lievito, intervenendo in partnership con le autorità locali e partendo dai bisogni reali. Non caliamo interventi dall’alto, ma costruiamo insieme delle risposte che possano essere sostenibili e possano garantire futuro.
Ci stanno a cuore, soprattutto, le mamme e i bambini, fragili tra i fragili, specie nel momento del parto e nei primi mesi di vita. Infine, crediamo che una leva fondamentale di cambiamento sia l’investimento in formazione, dei giovani italiani e anche africani, per questo collaboriamo con 39 università italiane e con tanti partner di ricerca nel mondo, così da poter dare solidità al nostro intervento, perché siamo convinti che una medicina per i poveri, non debba essere una medicina povera”.
(Foto: Università Cattolica)




























