Tag Archives: persona

Papa Leone XIV racconta l’importanza di aiutare

“Vorrei ringraziare Renzo per la sua lettera e per le domande che mi ha posto; cercherò di rispondere ad alcune di esse. A quella a cui ho già risposto è che non ho mai desiderato diventare Papa, né da giovane né da anziano, ma quando il Signore chiama, bisogna dire di sì. Prima di rispondere alle domande, vorrei solo ringraziarvi di cuore per l’accoglienza e dirvi che mi sento davvero a casa qui. E grazie per tutto ciò che rappresentate”: c’è stata una comunità intera di carità ed assistenza diocesana che si è raccontata al papa nella chiesa di Sant’Agustí, conosciuta come la ‘cattedrale dei poveri’, per il legame sociale con il quartiere Raval, una delle zone più problematiche della città catalana per questioni legate a povertà, immigrazione ed esclusione sociale.

Ed ha ricordato che in questa chiesa lui c’è stato: “Potreste pensare che il motivo sia ovvio, evidente, perché si tratta della chiesa di Sant’Agostino, ma lasciatemi dire che la prima volta che sono venuto in questa chiesa (questo arcivescovo non era qui con me) era il 1984. Stavo viaggiando via terra da Roma a León e, quando sono arrivato, ho detto: guardate, c’è una chiesa di Sant’Agostino a Barcellona, ​​andiamo a visitarla. Era chiusa; oggi è aperta. Ed è meraviglioso trovare una chiesa con una comunità agostiniana e così tante persone che vivono qui, che lodano Dio, che trovano comunità, accoglienza e integrazione in questa chiesa e in questo ministero sociale. Grazie di cuore a tutti, davvero”.

E’ stato un dialogo partendo dalla passione papale per lo sport: “Riguardo alla domanda sul calcio, tutti sanno che ora gioco a tennis. Da giovane giocavo a calcio, ma a football americano, un pò più fisico. Giocavo anche a calcio con i seminaristi quando ero a Trujillo, in difesa, se proprio volete saperlo. Non ero un grande goleador, ma quando ero a Roma, dove ho vissuto il mio primo Mondiale, nel 1982, che si è tenuto qui in Spagna, ho segnato diversi gol. Poi, in Perù con i seminaristi, ho seguito da vicino le squadre locali, ma ho anche giocato con loro”.

Per questo ha consigliato di praticare lo sport: “Un pò di sport fa bene a tutti; bisogna trovare il modo di mantenersi in salute: corpo, mente e spirito. Quindi sì, ha fatto parte della mia vita. Il calcio ci aiuta anche a ricordare una cosa molto importante: che la vita non è una corsa da affrontare da soli; è uno sport di squadra e bisogna imparare a correre insieme. Quindi, in questo senso, chi magari è una stella ma non passa mai la palla, beh, non permette agli altri di partecipare al gioco e probabilmente perderà”.

Ed ha risposto anche ad una domanda di Renzo: “Mi hai chiesto se, da piccolo, volevo diventare Papa. Beh, Renzo, non pensavo. Pensavo che ci avrei pensato. Ma posso dire una cosa: fin dall’inizio ho sentito il desiderio di dedicare la mia vita a Dio. Non sapevo come affrontare tutto, la gente comune si sarebbe presa cura del Signore. In questo momento scoprirete che Gesù ha mandato un servo per seguirlo come sacerdote, e che in questo cammino è passato attraverso la chiesa di Sant’Agostino. Ma ciò non vale solo per me. Ogni bambino è un sogno di Dio”.

Poi ha sottolineato l’importanza dei nonni: “Per quanto riguarda i nonni, sì, i nonni sono molto importanti nella vita familiare. Non dovrebbero mai essere lasciati soli. Spesso sono loro che si prendono cura dei nipoti mentre i genitori vanno a lavorare e, con amore e dedizione, aiutano i bambini a imparare l’amore per Dio e per il prossimo, affinché metta radici nei loro cuori e un giorno diventino uomini e donne buoni. E come dovremmo rispondere all’amore? Con amore. Questo è ciò che Gesù vuole che facciamo: prenderci cura dei nostri nonni e accompagnarli nella loro vecchiaia, proprio come loro, a suo tempo, si sono presi cura di noi. Non permettiamo che la solitudine e l’abbandono diventino la norma nella vita degli anziani”.

Ed anche l’importanza del perdono riprendendo il passo evangelico di san Matteo: “Con questo, Gesù intendeva dire: perdonate sempre. Ma dobbiamo comprendere cosa significhi perdonare. Perdonare non significa dire che ciò che è stato sbagliato era accettabile, né significa permettere a qualcuno di continuare a fare del male. Non significa costringere qualcuno a dimenticare, come se nulla fosse accaduto. Perdonare significa non lasciare che l’odio si impadronisca dei nostri cuori. Gesù ci chiede di perdonare perché è l’unico modo per sperimentare la pace di Dio e guarire le ferite spirituali. Quando perdoniamo, imitiamo l’esempio di Gesù, che perdonò coloro che lo crocifissero. La nostra disponibilità a perdonare è una condizione per il perdono che riceviamo da Dio”.

Tutto ciò è definito dalla carità: “La carità evangelica, fondata su Gesù Cristo e nutrita dal suo amore, plasma e definisce la vita personale e comunitaria di ogni cristiano. Pertanto, ogni comunità ecclesiale diocesana, mossa dalla carità e guidata dallo Spirito Santo, è chiamata ad accostarsi, secondo le proprie possibilità e capacità, con discrezione, sensibilità e perseveranza, alle ferite e ai bisogni dei più vulnerabili e indifesi, per alleviarne le sofferenze e porre rimedio alla loro povertà. Lo fa imitando la generosità del nostro Signore Gesù Cristo che, per amore nostro, pur essendo ricco, si fece povero per arricchirci con la sua grazia e la sua salvezza, e che ci chiama anche a riconoscerlo e ad assisterlo in coloro che sono più bisognosi”.

Ed ha ribadito che la dignità della persona umana è ‘sacra’: “Vorrei sottolineare che, come cristiani, siamo chiamati al compito di rendere presente l’amore di Dio per ogni uomo e donna nel tessuto concreto della storia. Il libro della Genesi ci dice che Dio creò ‘l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò’. In ciò risiede l’inalienabile dignità di ogni essere umano, che non dipende dalle sue capacità, dalle ricchezze che accumula o dal ruolo che svolge, ma dal dono che lo precede e lo supera, un dono di Dio come espressione del suo amore incrollabile”.

Ha concluso l’incontro con un incoraggiamento ad essere testimoni della speranza: “Siate, quindi, testimoni credibili della speranza cristiana nel servizio sollecito ai fratelli e alle sorelle che, in una condizione di vita precaria, segnata dalla privazione, dalla fragilità o dalla marginalizzazione, oltre all’aiuto materiale e al sostegno morale, necessitano di Dio, della sua amicizia, della sua benedizione, della sua Parola, dei suoi Sacramenti e della proposta di un percorso di crescita e di maturazione nella fede”.

(Foto: Santa Sede)

Presentata a Palazzo Lombardia ‘Sezione Rondine. La scuola a dispersione zero’

La dispersione scolastica non si combatte soltanto con più didattica, ma con scuole capaci di ascoltare, includere, orientare e dare senso al futuro. È da questa convinzione che prende forma ‘Sezione Rondine. La scuola a dispersione zero”, il progetto presentato in Regione Lombardia da Rondine Cittadella della Pace, nell’ambito del programma ZeroNeet, promosso da Fondazione Cariplo e Regione Lombardia con la partecipazione di Intesa Sanpaolo.

L’iniziativa porta nelle scuole lombarde il ‘Metodo Rondine’, un approccio educativo centrato sulla trasformazione creativa del conflitto, sul dialogo e sulla corresponsabilità. L’obiettivo è rafforzare la qualità delle relazioni educative, prevenire il disagio giovanile, intercettare i segnali di demotivazione e contrastare l’abbandono scolastico agendo non sull’emergenza, ma sulle cause profonde della fragilità.

Alla conferenza stampa sono intervenuti Attilio Fontana, presidente di Regione Lombardia, Giovanni Azzone, presidente di Fondazione Cariplo, Simona Tironi, assessore all’Istruzione, Formazione e Lavoro della Regione Lombardia, Greta Corioni, studentessa della 5ª Sezione classico del Liceo Vida di Cremona, Amèlie Rose Cattaneo, Rondinella d’Oro, e Franco Vaccari, fondatore e presidente di Rondine Cittadella della Pace.

“Il fenomeno dei NEET ci interroga: dietro ogni ragazzo fermo – ha sottolineato il presidente Fontana – c’è un talento da riattivare. In Lombardia vogliamo intercettare quanto prima i segnali di fragilità e isolamento e, per questo, investiamo in percorsi che uniscano scuola, formazione e lavoro. ‘Sezione Rondine’ porta nelle classi relazioni educative più forti e orientamento vero. Prevenire la dispersione significa dare fiducia, metodo e prospettive concrete. La scuola non deve lasciare indietro nessuno, soprattutto nei momenti di difficoltà. Con ZeroNeet rafforziamo un’alleanza stabile con Fondazione Cariplo e Intesa Sanpaolo. È un patto territoriale che coinvolge istituzioni, comunità educanti e imprese”.

Il cuore del progetto è un’idea precisa: la scuola non è soltanto il luogo dell’istruzione, ma uno spazio decisivo di riconoscimento, crescita e costruzione della persona. In questo quadro, il Metodo Rondine diventa uno strumento concreto per migliorare il clima di classe, sostenere docenti e studenti e rendere più forte l’intera comunità educante. Un metodo riconosciuto dal Ministero dell’Istruzione e del Merito come percorso di sperimentazione per l’innovazione didattica.

“Con ‘Sezione Rondine’ – ha evidenziato l’assessore Tironi – portiamo nelle scuole lombarde un metodo che rimette al centro la persona e le relazioni. È qui che si gioca la battaglia contro la dispersione e, a cascata, del rischio di diventare NEET. Regione Lombardia sta rafforzando l’orientamento lungo tutto il percorso scolastico, con attenzione alle transizioni più delicate. Investiamo su formazione dei docenti, tutoraggio e alleanze stabili con famiglie, territorio e terzo settore. Stiamo potenziando i percorsi di istruzione e formazione professionale e i collegamenti con le imprese”.

“Con ZeroNeet – ha chiarito – uniamo risorse e competenze per intercettare i ragazzi che rischiano di uscire dai radar. L’obiettivo è costruire per ciascuno un progetto di vita, non una risposta temporanea all’emergenza. Rondine ci aiuta a trasformare i conflitti in crescita e a ricostruire motivazione e fiducia. È una sfida educativa e sociale che affrontiamo insieme, perché nessun giovane resti indietro”.

Il progetto ha già avviato una diffusione capillare sul territorio regionale, a partire da tre scuole pilota: ISIS Romero di Albino (Bergamo), Scuola Bottega (Brescia) e Liceo Vida (Cremona), dove sono state attivate sei Sezioni Rondine, primo nucleo di una sperimentazione destinata ad allargarsi. La formazione e la coprogettazione sono organizzate e realizzate da Rondine Academy insieme all’Ufficio scuola di Rondine Cittadella della Pace; la formazione dei tutor è progettata e realizzata da Rondine Academy in partnership con Università Cattolica del Sacro Cuore.

Ad oggi, ‘Sezione Rondine. La scuola a dispersione zero’ in Lombardia coinvolge la Città Metropolitana di Milano, 10 Province, 24 scuole, 236 docenti in formazione, 224 docenti già formati, 26 tutor formati, 6 Sezioni Rondine attivate e 111 studenti inseriti nel percorso. Numeri che raccontano non soltanto l’avanzamento del progetto, ma la possibilità concreta di costruire una scuola più vicina, più consapevole e più capace di non perdere nessuno.

‘Sezione Rondine’ non si configura come un’attività aggiuntiva o episodica, ma come un percorso che entra in modo strutturale nella vita della scuola. Il progetto prevede infatti la formazione dei docenti dei Consigli di classe al Metodo Rondine, la preparazione di tutor capaci di agire come facilitatori relazionali, la co-progettazione del PTOF (Piano Triennale dell’Offerta Formativa) attraverso il Percorso Ulisse – che integra orientamento, educazione civica e formazione scuola-lavoro – e l’attivazione di pratiche educative e laboratoriali in grado di connettere competenze cognitive, trasversali e socio-emotive.

La finalità è chiara: individuare in anticipo i segnali di disagio, isolamento e rischio di abbandono, aiutando ogni studente e ogni studentessa a sentirsi riconosciuto, sostenuto e protagonista del proprio cammino. In questa visione, apprendimento e relazione non sono due piani separati: il successo scolastico passa anche dal benessere, dal senso di appartenenza e dalla qualità dei legami che si costruiscono in classe.

“I 150.000 Neet presenti oggi in Lombardia – ha commentato il presidente Azzone – rappresentano una sfida che riguarda il futuro sociale, economico e civile della nostra regione. Per questo abbiamo scelto di lavorare insieme in una partnership fondata su un obiettivo condiviso: ridurre il fenomeno, fino ad azzerarlo. Accanto al recupero dei ragazzi che oggi sono fuori dai percorsi di studio e lavoro, è decisiva la prevenzione, perché evitare che nuovi giovani restino indietro è la forma più efficace di intervento.

In questo quadro, il modello Rondine ci offre una prospettiva concreta e innovativa: mettere al centro la persona, riconoscerne l’unicità e costruire risposte formative più adatte ai cambiamenti della società e del mercato del lavoro. La scuola e i processi educativi non possono restare gli stessi di vent’anni fa, mentre tutto intorno cambia profondamente. Questa sperimentazione potrà diventare un’esperienza da scalare e rafforzare”.

“Questa sperimentazione – ha spiegato il presidente Vaccari – nasce da un incontro, dal coraggio di mettersi in ascolto e dalla volontà di costruire insieme qualcosa di concreto per i giovani. La Sezione Rondine è, prima di tutto, questo: persone e istituzioni diverse che si riconoscono in un obiettivo comune e decidono di lavorare nella stessa direzione. Oggi sappiamo che il processo educativo ha bisogno di essere ripensato in profondità, perché non possiamo continuare a rispondere con gli strumenti di ieri alle fragilità e alle domande di oggi.

Vogliamo raggiungere risultati concreti, certo, ma vogliamo farlo creando un habitat della fiducia, perché è nella fiducia, anche quando è ferita, che si trova la forza per ripartire e generare cambiamento. Per questo il grazie oggi va a tutti coloro che stanno rendendo possibile questo percorso: istituzioni, dirigenti scolastici, mondo della scuola e giovani, che sono il cuore di questa sfida”.

All’incontro con la stampa sono intervenute anche Greta Corioni, studentessa della 5^ sezione classico del Liceo Vida di Cremona e Amèlie Rose Cattaneo, Rondinella d’Oro, in quanto ha frequentato lo scorso anno il borgo Rondine vicino ad Arezzo.

‘I volti della povertà in carcere’: a Fabriano la mostra fotografica che racconta una realtà invisibile

Una realtà spesso invisibile, raccontata attraverso la forza della fotografia: dal 24 marzo al 12 aprile, l’Oratorio del Gonfalone di Fabriano ospiterà la mostra ‘I volti della povertà in carcere’, tratta dall’omonimo volume con fotografie di Matteo Perna Selci e testi di Rossana Ruggero, pubblicato da EDB – Edizioni Dehoniane Bologna.

L’evento, promosso dal Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV, si aprirà domani, martedì 24 marzo, con un doppio appuntamento: alle 10.30, presso l’accogliente sala AVIS in via Mamiani, si terrà la presentazione dell’evento, a seguire l’inaugurazione ufficiale della mostra all’Oratorio del Gonfalone.

La mostra, che resterà aperta fino a domenica 12 aprile, offrirà uno sguardo profondo e lontano dagli stereotipi sulla realtà carceraria: volti, storie e frammenti di vita restituiti attraverso immagini capaci di cogliere silenzi, solitudine, ma anche momenti di umanità e condivisione. Un racconto visivo che mette in luce un’umanità sospesa tra il peso del passato e la speranza di un futuro diverso.

Durante la mattinata interverranno i rappresentanti delle istituzioni locali, la responsabile del Settore Carcere e Devianza della Società di San Vincenzo De Paoli Antonella Caldart, il presidente del Consiglio centrale di Fabriano della Società di San Vincenzo De Paoli, Sandro Tiberi, il responsabile dell’evento Gabriele Cinti, che illustreranno il percorso e gli obiettivi educativi dell’iniziativa. A portare la vicinanza della diocesi sarà Gianluca Farnesi, direttore della Caritas diocesana.  

“Si tratta di un’occasione preziosa per avvicinare i giovani a una realtà spesso sconosciuta, a un’umanità spesso dimenticata – sottolinea Antonella Caldart –. Soffermarsi a guardare questi volti significa cogliere le difficoltà delle persone detenute e riconoscere l’importanza di custodire la dignità di ogni individuo, stimolando consapevolezza e responsabilità civica”.

Particolare attenzione sarà rivolta proprio ai giovani: durante il periodo di apertura sono state invitate le scuole secondarie di secondo grado di Fabriano, con percorsi guidati di circa 75 minuti. Le visite prevedono un’introduzione, attività di gruppo sulle fotografie, momenti di restituzione e dialogo finale, con l’obiettivo di superare stereotipi e promuovere una comprensione più consapevole e responsabile della realtà carceraria.

“L’iniziativa intende offrire uno sguardo nuovo sulla realtà carceraria, aprendo simbolicamente le porte del carcere per far conoscere le storie vere di chi lo vive dall’interno”, ha dichiarato Sandro Tiberi, presidente del Consiglio centrale di Fabriano della Società di San Vincenzo De Paoli e ha aggiunto: “Attraverso immagini e parole, la mostra propone un percorso umano e sociale che invita alla riflessione sul legame tra povertà, marginalità e detenzione”.

Un messaggio ripreso da Gabriele Cinti, referente del progetto: “La mostra intende evidenziare il legame tra povertà, marginalità sociale e detenzione, stimolando nei visitatori una riflessione critica e favorendo la diffusione di una cultura della dignità e della corresponsabilità sociale”.

La mostra nei prossimi mesi sarà allestita in altre città italiane, tra cui Bologna e Cagliari. Ogni tappa porterà con sé il proposito di diffondere il valore dell’accoglienza e della dignità umana, soprattutto nelle situazioni di maggiore fragilità. Il Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV, è da anni impegnato in percorsi di formazione, sensibilizzazione e progettazione educativa per rafforzare il dialogo tra carcere e società.

39ª Giornata della Facoltà ‘Auxilium’: relazioni tra fratelli e sorelle nelle religioni del Libro Sacro

Venerdì 6 marzo per celebrare la 38^ Giornata della Facoltà ed in prossimità della Giornata Internazionale della Donna (8 marzo), la Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione ‘Auxilium’ di Roma propone il Convegno internazionale di studio ‘Le relazioni sorelle e fratelli in alcune Religioni del Libro Sacro. Percorsi e prospettive’, affidato tre studiose, rispettivamente dell’Ebraismo, Elena Lea Bartolini De Angeli, del Cristianesimo, Marinella Perroni, dell’Islam, Meryem Akabouch.

Il programma prevede il saluto iniziale della Preside, suor Piera Silvia Ruffinatto, e l’introduzione ai lavori da parte di suor Marcella Farina, Coordinatrice del Centro Studi Donne&Educazione. La parola passerà poi alla Prof.ssa Brigida Angeloni, docente di Educazione degli Adulti e di Pedagogia sociale presso la Facoltà, che modererà la tavola rotonda con gli interventi.

Elena Lea Bartolini De Angeli – Docente stabile di Ebraismo ed Ermeneutica ebraica presso l’ISSR di Milano collegato alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, Docente di Cultura Biblica presso l’ULPAN (Scuola di Lingua e cultura ebraica) di Milano e Docente invitata presso diversi Atenei Italiani – parlerà di ‘Sorelle e fratelli. Una relazione fra responsabilità e litigiosità costruttiva’.

‘Tra voi, però, non è così…’ è il titolo dell’intervento di Marinella Perroni, Docente emerita di Nuovo Testamento presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo e Docente invitata alla Pontificia Facoltà teologica Marianum di Roma, che ha fondato il Coordinamento Teologhe Italiane (CTI) di cui è stata anche presidente, e dirige con Stella Morra la collana ‘Sui generis’ per Effatà Editrice.

Meryem Akabouch – ricercatrice presso la Luiss Mediterranean Platform e specializzata in filosofia politica, relazioni internazionali e sviluppo, con particolare attenzione al mondo arabo e all’area del Mediterraneo  – interverrà su ‘Le relazioni sorelle e fratelli dal punto di vista dell’Islam’.

Il pomeriggio di studio si colloca in uno specifico percorso di ricerca avviato l’8 marzo 2022 con il Convegno internazionale: ‘Le relazioni donna-uomo in alcune religioni del Libro Sacro. Percorsi e prospettive nel poliedro delle antropologie’, e proseguito poi con ‘Le relazioni madre figlia-figlio’ (2024) e ‘Le relazioni padre figlia-figlio’ (2025).

L’obiettivo era avviare un itinerario di riflessione e di studio sulla relazionalità umana, considerata una urgenza ed emergenza per una convivenza pienamente umana nell’attuale cambiamento d’epoca. Una convinzione è che le relazioni donna-uomo costituiscano il paradigma fondamentale che dà senso e direzione alle altre relazioni aperte alla costruttiva reciprocità, per una società più attenta al bene comune e alla vita di ciascuno.

In questa prospettiva, la Facoltà ‘Auxilium’ ha deciso di approfondire la tematica, esplorando anche l’apporto delle Religioni, in quanto esse possono offrire il loro prezioso apporto ‘a partire dal riconoscimento del valore di ogni persona umana come creatura chiamata ad essere figlio o figlia di Dio’ (Fratelli tutti n. 271).

Infatti ‘senza un’apertura al Padre di tutti, non ci possono essere ragioni solide e stabili per l’appello alla fraternità’ (Fratelli tutti n. 272); ‘la ragione, da sola, è in grado di cogliere l’uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità’ (Caritas in Veritate n. 261).

Il Convegno di venerdì 6 marzo, pur circoscritto, presenta una vasta gamma esplorativa che si apre a interrogativi radicali che non si può non affrontare, in rete con studiose e studiosi, con coloro che operano in contesti educativi e formativi. Il pomeriggio di studio si svolgerà in presenza nell’Aula Magna ‘Giovanni Paolo II’ della Facoltà ‘Auxilium’ dalle ore 15:00 alle 18:00 e sarà trasmesso in diretta streaming sul Canale YouTube della Facoltà.

(Foto: Auxilium)

Papa Leone XIV chiede ai consulenti del lavoro il rispetto della persona

“Sono lieto di incontrarvi in occasione dei sessant’anni dall’istituzione dell’Albo di categoria dell’Associazione Consulenti del Lavoro. Il vostro è un impegno prezioso e ricco di responsabilità, che richiede competenza e senso di giustizia. Vorrei richiamarne con voi tre aspetti che ritengo particolarmente importanti: la tutela della dignità della persona, la mediazione e la promozione della sicurezza”: oggi lo ha detto papa Leone ricevendo in udienza l’Ordine dei consulenti del lavoro, chiedendo di mettere al centro della loro azione la persona.

Ed ha richiamato le parole di papa Francesco, che ha sottolineato che il lavoro aiuta la crescita della persona: “Queste parole ci ricordano che al centro di qualsiasi dinamica lavorativa non si devono mettere né il capitale, né le leggi di mercato, né il profitto, ma la persona, la famiglia e il loro bene, rispetto ai quali tutto il resto è funzionale. Tale centralità, costantemente affermata dalla Dottrina sociale della Chiesa, va tenuta ben presente in ogni programmazione e progettazione d’impresa, affinché lavoratori e lavoratrici siano riconosciuti nella loro dignità e ricevano risposte concrete alle loro esigenze reali”.

Quindi ha chiesto di conciliare sempre più i tempi del lavoro con i tempi della famiglia: “Penso, ad esempio, alla necessità di venire incontro ai bisogni delle giovani famiglie, dei genitori che hanno figli piccoli, come anche all’importanza di aiutare chi, pur lavorando, deve prendersi cura di familiari anziani o malati. Si tratta di bisogni che nessuna società veramente civile può permettersi di dimenticare o trascurare, e voi avete modo di sostenere chi fatica ad affrontarli. Oggi, in un contesto in cui la tecnologia e l’intelligenza artificiale sempre più gestiscono e condizionano le nostre attività, è urgente impegnarsi affinché le aziende si connotino prima di tutto e soprattutto come comunità umane e fraterne”.

Il secondo argomento ha riguardato il metodo della mediazione: “Nelle dinamiche aziendali, il vostro compito vi pone, in un certo senso, come cerniera di raccordo tra le figure dirigenziali e i dipendenti, rendendovi facilitatori di relazioni indispensabili sia per il buon funzionamento delle imprese che per il benessere di chi vi opera. Come consulenti del lavoro, gestite aspetti giuridici e amministrativi fondamentali per la vita dei lavoratori e delle loro famiglie, affiancandovi a imprese e dipendenti nella contrattualistica, in tema di assunzioni, di contributi e in molti altri adempimenti. In tale ruolo, due possono essere le tentazioni: da una parte, un’eccessiva burocratizzazione dei rapporti, dall’altra, la lontananza e il distacco dalla realtà. Entrambe sono dannose, perché alla lunga rendono invivibile l’ambiente dell’azienda impedendole di essere, secondo la sua vocazione più vera, una sinergia solidale”.

Ripetendo le parole dell’apostolo Giovanni papa Leone XIV li ha invitati a non guardare il lavoro solo dal lato professionale: “Vi invito, perciò, a non vivere la vostra professione schiacciati sul versante datoriale, quasi che il resto sia meno importante… Alla luce di queste parole, nel vostro farvi tramite nei rapporti tra le parti sociali, vi esorto a tenere sempre ben aperti gli occhi sulle persone che avete davanti, specialmente su chi è in difficoltà e ha meno possibilità di esprimere i propri bisogni e di far valere i propri interessi. Questo è un grande atto di giustizia e di carità”.

L’ultimo argomento ha riguardato la formazione dei lavoratori: “In proposito, a molto giova ciò che fate per la prevenzione degli infortuni attraverso la formazione e l’aggiornamento dei lavoratori. Si tratta di un servizio alla loro stessa vita. Purtroppo, ancora oggi, sono troppi gli incidenti e le ‘morti bianche’ che si consumano nei luoghi di lavoro”.

Per questo sono inconcepibili le morti sul lavoro: “Quelli che dovrebbero essere sempre spazi di vita (in cui le persone trascorrono ogni giorno molta parte del loro tempo e impiegano una grande porzione delle loro energie) frequentemente si trasformano in luoghi di morte e di desolazione… Per Prevenire è meglio che curare, e a ciò mirano i vostri preziosi contributi formativi”.

Infine l’incoraggiamento: “Cari amici, voi avete un compito importante. Vi incoraggio ad adempierlo con passione e dedizione, consapevoli che molti fratelli e sorelle contano sul vostro contributo per svolgere serenamente le loro attività lavorative. Vi affido all’intercessione della beata Vergine Maria e di san Giuseppe, Patrono dei lavoratori, mentre su voi e sulle vostre famiglie imparto di cuore la benedizione apostolica. E a tutti porgo i migliori auguri per un Santo Natale”.

(Foto: Santa Sede)

Ad Arezzo presentato il Rapporto diocesano sulle povertà: oltre 2000 le persone accolte nel 2024

Nei giorni scorsi è stato presentato il Rapporto diocesano sulle povertà relativo al 2024, redatto dalla Caritas di Arezzo in collaborazione con l’associazione Sichem. ‘Cercando l’invisibile’ è il titolo scelto per questa edizione, che intende far emergere le situazioni di fragilità spesso celate nel territorio e restituire visibilità a chi vive condizioni di disagio.

Il Rapporto si basa sui dati provenienti dal Centro di Ascolto della diocesi di Arezzo e dalle 35 Caritas parrocchiali. Il quadro che emerge mostra l’ampliarsi della cosiddetta ‘fascia grigia’, composta da persone e famiglie che non rientravano nei circuiti di aiuto ma che, per la prima volta, hanno richiesto sostegno: 378 nuovi utenti solo nel 2024, una parte di quel sommerso che tende a non manifestarsi.

Nel complesso, nel 2024 sono state registrate 2.086 prese in carico nominali, 19 in meno rispetto all’anno precedente. Il dato conferma una situazione stabile, in cui alcuni riescono a uscire da percorsi di povertà mentre altri vi entrano improvvisamente, rendendo fondamentale un accompagnamento costante verso forme reali di autonomia.

Accanto a un nucleo stabile di circa 1.500–1.600 utenti ricorrenti, si registra una crescita delle situazioni complesse: le richieste riguardano sempre più spesso problemi intrecciati, che richiedono interventi personalizzati, ha spiegato mons. Andrea Migliavacca: “E’ importante il lavoro di questo Rapporto sulle povertà, perché ci consente di avere un quadro di riferimento e di conoscenza della situazione aiutandoci a essere operativi e quindi passare dalle parole ai fatti nel vivere la carità nella nostra diocesi. Il mio grazie va a tutti gli operatori della Caritas diocesana”.

Gli ha fatto eco don Fabrizio Vantini, direttore della Caritas diocesana: “Spesso siamo disturbati dal virus dell’indifferenza verso chi, con la sua povertà, interrompe il nostro percorso ordinario. Questo Rapporto richiama ciascuno alla responsabilità civica e umana: agire per il bene ci rende tutti più umani, oltre appartenenze e differenze. E’ anche un appello alla Politica affinché le scelte di governo mettano al centro gli ultimi. I poveri non possono essere lasciati soli fino a diventare invisibili”.

Ecco le prime cinque nazionalità di chi ha fruito dei servizi: Italia (35,2%), Marocco (12,8%), Romania (8,7%), Albania (6,6%), Nigeria (5,4%). Le donne sono leggermente prevalenti (53,4%). Il 23,8% dei richiedenti ha più di 60 anni, spesso con difficoltà economiche e problemi sanitari o di solitudine. Il 33,1% ha figli minori a carico: 1.211 minori sostenuti indirettamente, ai quali si aggiungono 608 figli maggiorenni, per un totale di 1.819.

Invece queste sono le condizioni abitative di chi si è rivolto alla Caritas: Affitto: 58,3%; Edilizia popolare: 8,3%; Abitazione propria: 8,3%; Struttura di accoglienza/CAS: 7,6%; Ospitalità presso amici/familiari: 6,4%; Senza alloggio: 4,3%; Altre situazioni (datore di lavoro, baracca, auto, camper, tenda…): 6,8%.

Invece questa è la loro condizione lavorativa: disoccupati/inoccupati: 62,3%; occupati (inclusa cassa integrazione): 20%; pensionati: 7,5%; altre condizioni (invalidità, inabilità, assenza permesso lavoro): 10,2%; mentre le problematiche segnalate sono state 2.889, pari a una media di 1,4 per persona. Problematiche così ripartite: problemi economici: 67,2%; lavoro: 8,5%; salute: 7,1%; problemi familiari: 5,4%; casa: 3,9%; migrazione: 3,1%; istruzione: 1,7%; disabilità: 1,2%; dipendenze: 1%; altro: 0,6%; detenzione/giustizia: 0,3%.

Inoltre nel Centro di Ascolto diocesano (Via Fonte Veneziana) sono state accolte 470 persone/famiglie (42,3% italiani; 57,7% stranieri) con 8173 contatti front office; nell’ambulatorio medico sono state compiute 399 visite per un totale di 121 persone seguite, di cui il 13,2% sono italiani.

Inoltre sono stati erogati 263 buoni spesa (+40 per ospiti delle strutture) e 251 persone registrate nelle mense per 23.401 pasti erogati; mentre i prodotti alimentari ritirati da collette sono ammontati a 17.567 kg freschi/caldi + 9.805 kg a lunga conservazione. Infine queste sono state le accoglienze: Casa San Vincenzo: 39 persone; Casa Santa Luisa: 15 adulti e 9 minori; Dormitorio invernale: 30 persone (nov. 2024 – apr. 2025); Accoglienza profughi: 70 persone (19 nuovi ingressi).

(Foto: Diocesi di Arezzo – Cortona – SanSepolcro)

Disegnare nuove mappe di speranza: l’educazione nell’era dell’Intelligenza Artificiale

Nel sessantesimo anniversario della dichiarazione conciliare ‘Gravissimum educationis’, papa Leone XIV ha consegnato alla Chiesa una Lettera Apostolica che non si limita a commemorare un documento storico, ma che rilancia con forza e lucidità la missione educativa della comunità cristiana nel mondo contemporaneo. Si tratta di un testo profondo, profetico, che affronta le sfide del nostro tempo con lo sguardo della fede e la concretezza della Dottrina Sociale della Chiesa.

Tra i suoi passaggi più significativi, una sezione si impone come uno snodo cruciale, in cui il Pontefice affronta il tema dell’Intelligenza Artificiale (IA) e degli ambienti digitali con una visione etica e teologica all’altezza della complessità attuale: ‘Il punto decisivo non è la tecnologia, ma l’uso che ne facciamo. L’intelligenza artificiale e gli ambienti digitali vanno orientati alla tutela della dignità, della giustizia e del lavoro; vanno governati con criteri di etica pubblica e partecipazione; vanno accompagnati da una riflessione teologica e filosofica all’altezza’ (§9.3).

Queste parole, non sono solo un avvertimento, ma una chiamata alla responsabilità. Il papa non demonizza la tecnologia, né la esalta in modo acritico. Piuttosto, invita a un discernimento maturo, capace di riconoscere che ogni strumento tecnico è sempre frutto di scelte umane, e che il suo impatto dipende dall’orizzonte etico e spirituale in cui viene inserito.

Nel contesto educativo, l’IA rappresenta una sfida radicale. Essa promette efficienza, personalizzazione, accesso universale alla conoscenza. Ma al tempo stesso rischia di ridurre la relazione educativa a un’interazione algoritmica, di sostituire il dialogo con la simulazione, di confondere la libertà con la previsione statistica. Il Santo Padre ci invita a non cedere alla seduzione della neutralità tecnologica: il vero nodo non è la potenza dell’IA, ma il suo orientamento.

La Chiesa, in questo scenario, è chiamata a custodire la centralità della persona, a promuovere una cultura della dignità, a formare coscienze capaci di interrogare la tecnica. L’IA, scrive il Papa, deve essere orientata alla giustizia e al lavoro: non può diventare strumento di esclusione, né motore di precarizzazione. Deve essere governata con criteri di etica pubblica, cioè con regole condivise, trasparenti, partecipate. E deve essere accompagnata da una riflessione teologica e filosofica all’altezza, capace di interrogare il senso ultimo dell’agire umano.

Il tema dell’IA si colloca pienamente nel solco della Dottrina Sociale della Chiesa (DSC), che da sempre pone la persona al centro dell’economia, della politica, della cultura. I principi di dignità, giustizia, solidarietà e sussidiarietà, che costituiscono l’ossatura della DSC, trovano in questo testo una nuova declinazione digitale. L’educazione, secondo papa Leone XIV, non può essere lasciata alle logiche di mercato, né affidata esclusivamente agli algoritmi. Deve essere un atto di giustizia, un’opera di carità, un servizio al bene comune.

Uno dei rischi più insidiosi dell’IA è la sua capacità di prevedere, orientare, influenzare le scelte individuali. In ambito educativo, questo si traduce nella possibilità di personalizzare i percorsi, ma anche di condizionare le libertà. Papa Prevost ci ricorda che l’educazione è formazione della coscienza, è esercizio della libertà, è apertura alla trascendenza. Nessun algoritmo può sostituire il discernimento, nessuna macchina può educare alla responsabilità.

Per questo, siamo chiamati a formare alla libertà digitale, alla cittadinanza critica, alla capacità di interrogare le tecnologie. Si deve insegnare ad usare l’IA come strumento, non come oracolo; come supporto, non come sostituto. È necessario promuovere una cultura dell’incontro, della relazione, della comunità, anche nei contesti virtuali.

Il richiamo della Lettera Apostolica alla riflessione teologica e filosofica, è anche un appello a una nuova alleanza tra fede e cultura. L’IA non è solo una questione tecnica: è una sfida antropologica, spirituale, escatologica. Interroga il senso dell’umano, la definizione di coscienza, il rapporto tra libertà e previsione. La teologia deve tornare a interrogare la tecnica, a illuminare le scelte, a custodire la speranza. E la filosofia deve aiutare a pensare criticamente, a decostruire le narrazioni dominanti, a restituire profondità al dibattito pubblico.

‘Disegnare nuove mappe di speranza’ è un documento che parla al cuore del nostro tempo e ci ricorda – tra l’altro – che l’educazione non può essere delegata alle macchine, ma richiede volti, mani, cuori. L’IA può essere alleata, ma non guida. Solo l’uomo può educare l’uomo. Come cristiani, come educatori, come cittadini, siamo chiamati a raccogliere questo appello. A disegnare mappe di speranza che non siano solo algoritmi, ma percorsi di libertà. Perché educare, oggi più che mai, è evangelizzare. Anche nell’era IA.

Cei: costruire un’architettura di pace

“Cari Confratelli, ci ritroviamo per questa sessione straordinaria del Consiglio Permanente in un momento di grande cambiamento nel mondo e nella Chiesa. Abbiamo salutato l’amato Papa Francesco che, fino all’ultimo, ha speso la sua vita per il gregge che gli era stato affidato. La sua morte ha addolorato tutti, grandi e piccoli, i potenti e gli ultimi della terra, credenti e non credenti. Tanti leader cristiani e di altre religioni; un popolo numeroso che, senza organizzazione, ma con intuito spirituale, ha reso omaggio a Francesco. In tanti hanno espresso, nei giorni passati, il senso di mancanza perché lui non era più con noi”: con queste parole sono stati aperti dal presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, i lavori del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana.

Nell’introdurre i lavori dei vescovi il card. Zuppi ieri ha reso omaggio a papa Francesco: “La sua non è stata una popolarità effimera; Francesco ha veramente avvicinato la Chiesa alla gente. Sono cadute parecchie preclusioni, anche consolidate, verso la Chiesa e il Papa, grazie a Francesco. La Chiesa in Italia, nella larga prospettiva della storia, ha un forte debito verso di lui. Abbiamo, vorrei sottolinearlo, la responsabilità di cogliere le strade che ha aperto, le domande esplicite e implicite che oggi si manifestano”.

Il papa defunto ha sempre ricordato che bisogna annunciare Cristo: “Ha chiesto a tutti di parlare di Cristo, ha parlato di Cristo con commovente insistenza e tanta sapienza umana, riproponendo l’essenzialità del kerygma, da cuore a cuore, mostrando l’umanità del Vangelo perché incontri oggi la ricerca di speranza, di senso, di futuro delle persone. Ci ha chiesto di farlo senza paura e senza supponenza, forti della santità, sempre con quella simpatia che attrae, comunica, crea relazioni con tutti, senza paura di farsi contaminare perché con identità chiara e con purezza di cuore, mettendo in circolo la fede nelle vene dell’umanità”.

Ma l’annuncio cristiano continua con papa Leone XIV: “Il passaggio di un Vescovo, soprattutto nella Chiesa di Roma che presiede nella carità, è un’esperienza di fede e non può essere ridotto alle sole interpretazioni umane, spesso distorcenti, esteriori, interessate, polarizzate. L’elezione del successore di Pietro (e quindi anche di papa Francesco) è un vero atto di tradizione, gesto con cui la Chiesa trasmette ‘tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede’. E’ stata una vera e propria epifania della Chiesa, manifestazione evidente della sua universalità”.

E’ stato un richiamo all’unità, ricordando il prossimo incontro con papa Leone XIV: “Al di là delle letture troppo politologiche della Chiesa, tutto si ricompone nell’unità, per opera dello Spirito e per la disponibilità dei cristiani alla sua azione… Sin d’ora, mi sia permesso di confermare a Papa Leone la nostra gratitudine per il dono dell’udienza che ha concesso alla Conferenza Episcopale Italiana per il prossimo 17 giugno: sarà un’occasione preziosa per pregare insieme, rinnovare la nostra professione di fede e ascoltare la sua parola alle Chiese in Italia”.

Richiamando l’appello di papa Leone XIV è stato rivolto un richiamo alla pace: “Chiediamo il rispetto del diritto internazionale umanitario, l’ingresso di aiuti senza restrizioni, l’apertura di corridoi umanitari e, soprattutto, la promozione di un dialogo che possa realizzare la soluzione ‘due popoli, due Stati’. Il nostro sguardo si rivolge anche all’Ucraina nell’auspicio che i fili del dialogo, già così difficili, siano rafforzati, trovino le garanzie necessarie inserite in un quadro che permetta una pace giusta e sicura. Non possiamo però dimenticare i tantissimi conflitti che insanguinano il pianeta. Abbiamo a cuore i popoli di Asia, Africa, America Latina piegati dalla tragedia delle armi, che portano morte e sofferenze, generando odio e ulteriori ingiustizie”.

Il cristiano è artigiano di pace: “Il cristiano è un artigiano di pace, che dal suo cuore trae la forza di una pace disarmata e disarmante. Ci aiutano due intense memorie storiche, tra loro correlate: l’80° della fine della Seconda guerra mondiale e il 75° della Dichiarazione Schuman (9 maggio 1950), con la quale i ‘padri fondatori’ dell’Europa avviarono il processo di pacificazione post-bellica e di integrazione comunitaria con l’obiettivo, esplicito, di riportare la pace nel continente e nel mondo intero.

Perché la pace non sia una tregua occorre imparare a pensarci non solo vicini ma insieme, a difendere la soluzione pacifica dei conflitti e rafforzare le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. Per questo occorre costruire un’architettura di pace, frutto di quei valori e della dolorosa consapevolezza che sono a fondamento dell’Europa, che non può essere ridotta a diritti individuali o burocrazia, perché fondata sulla difesa della persona nel suo valore indiscutibile e nella sua relazione con la comunità”.

Per questo la Chiesa opererà sempre per la pace: “Ecco perché la Chiesa in Italia continuerà a impegnarsi per tessere relazioni, per alimentare il dialogo, per iniziare percorsi di riconciliazione e di sviluppo, anche attraverso le attività e i progetti che i fondi dell’8xmille destinati alla Chiesa cattolica rendono possibili. Vogliamo contribuire a realizzare un mondo unito e in pace, dove non si senta più il rumore delle armi e dove tutti possono dirsi fratelli. La lotta alla povertà, l’educazione che la stessa presenza della Chiesa anima con le sue diverse realtà, l’impegno per lo sviluppo e gli aiuti al mondo, sono una parte del nostro sforzo”.

Quindi opere di pace sono realizzate grazie anche all’ottoxmille: “Per questo, esprimiamo gratitudine a quanti scelgono di destinare l’8xmille alla Chiesa cattolica: ciò consente di realizzare migliaia di progetti in Italia e nel mondo. Siamo poi fiduciosi che si agisca a correzione, secondo gli impegni assunti, sugli interventi apportati unilateralmente dal Governo, come anche da diversi altri precedenti, sul sistema dell’8xmille, ripristinandolo così come originariamente stabilito, nel rispetto della realtà pattizia dell’Accordo. Su questo tema torneremo in futuro”.

Quindi ha spiegato anche il motivo del rinvio delle votazioni sinodali: “Il cammino della Chiesa in Italia merita certamente una riflessione attenta, esaminando le reazioni che con accentuazioni differenti hanno fatto seguito alla Seconda Assemblea Sinodale… Tutti coloro che hanno partecipato ai lavori assembleari hanno visto nel rinvio ad ottobre per l’approvazione delle Proposizioni uno snodo che ha permesso allo Spirito di parlare ancora. Sin dall’inizio del percorso, abbiamo chiesto partecipazione e l’abbiamo avuta. E’ il segno, concreto, che nulla era stato prestabilito, confezionato, imposto dall’alto, ma frutto del discernimento delle Chiese che si sono messe in ascolto e hanno attivato processi inediti e forse, addirittura, inattesi”.

Infine ha sottolineato la dignità della vita di ogni persona: “In questa prospettiva, esprimiamo il pressante auspicio che le recenti sentenze con le quali la Corte costituzionale è nuovamente intervenuta sulla vita umana al suo sorgere e nella fase conclusiva non conducano a soluzioni legislative che finiscono col ridimensionare l’infinita dignità della persona dal concepimento alla morte naturale. Uno sguardo non parziale sui diritti della persona umana in ogni fase della sua vita, e in particolare nei momenti di massima vulnerabilità, ci induce poi a ribadire in materia di fine vita quanto già espresso nella nota della Presidenza CEI il 19 febbraio, con una duplice sottolineatura”.

Mattarella: dalla sussidiarietà nasce una ‘cultura’ di libertà

“Ringrazio di questa opportunità di riflessione che viene offerta dalla prima edizione del Premio, che la Fondazione per la Sussidiarietà, generosamente, ha ritenuto di assegnarmi. Rivolgo i complimenti al maestro Steiner per la raffigurazione artistica del premio. Ringrazio molto dei cortesi riferimenti che mi riguardano e sottolineo che, nelle parole del Presidente, professor Vittadini, si delinea una visione della società che fa perno sulla centralità della persona e della comunità in cui essa si riconosce e opera. Una visione coerente con le prospettive delineate dalla Costituzione, e tuttavia, assai impegnativa nell’attuale contesto, così incerto”.

Con queste parole il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, ha ricevuto al Quirinale la delegazione della Fondazione per la Sussidiarietà, guidata dal presidente Giorgio Vittadini, illustrando la centralità per la politica italiana di un principio cardine della storia culturale e sociale occidentale: “La sussidiarietà è un principio che lega e rafforza il rapporto tra istituzioni e società. Lega tra loro anche gli stessi ordinamenti delle istituzioni pubbliche, ciascuna nella sua autonomia e complementarietà. E’ nel vivo della società che la sussidiarietà trova la sua radice più profonda, e la sua ragione più esigente, perché essa è strettamente connessa con due valori di fondamentale rilievo: la libertà della persona e la solidarietà che essa esprime nell’ambito delle comunità in cui vive e realizza la propria esistenza”.

Quindi la sussidiarietà garantisce la libertà: “La sussidiarietà è, cioè, in primo luogo, espressione e garanzia di libertà per le persone e i corpi sociali che concorrono all’interesse generale e che, nella pluralità degli apporti, si adoperano per rigenerare continuamente quei valori di umanità e di corresponsabilità che rappresentano uno dei portati più preziosi del nostro modello sociale, del modello sociale europeo”.

Garantisce la libertà, in quanto è garante di autonomia: “Un modello che assicura spazi di autonomia, di partecipazione, di concorso delle persone, che trovano nelle formazioni espressive di valori e interessi delle comunità lo strumento per la loro affermazione, sconfiggendo sia le pretese di massificazione delle ideologie autoritarie del ‘900, che hanno portato all’oppressione dell’uomo sull’uomo, sia quelle nuove, con la verticalizzazione del potere e la prevalenza di quello finanziario”.

Per questo ha chiesto di non indebolire questo principio: “E’ importante irrobustire il principio di sussidiarietà: l’alternativa sarebbe introdurre arbitrari criteri gerarchici, addirittura favorendo, di fatto, poteri separati dalla società o concentrazioni che indeboliscono l’impianto democratico. La rete delle comunità e dei corpi intermedi tiene alta la stessa qualità della democrazia, rinvigorisce la libertà di ciascuno, perché la libertà si realizza insieme a quella degli altri, si realizza in quella degli altri”.

Ed ha ripercorso il tragitto compiuto da questo principio nella Costituzione italiana: “La sussidiarietà è uno dei vettori del percorso che abbiamo davanti e, ben prima che la parola entrasse nella Costituzione nel 2001, il principio della sussidiarietà è maturato lungo tutta la storia della Repubblica.

La nostra, come altre Costituzioni nate dalla Liberazione del continente dal nazifascismo, viene definita Costituzione ‘personalista’, perché colloca la dignità della persona, e non la ragione di Stato, al centro dell’azione della Repubblica. E sono proprio il principio personalistico e quello comunitario a farci dire che la sussidiarietà (sussidiarietà verticale ma, a maggior ragione, sussidiarietà orizzontale) è, dalle origini, pienamente dentro il disegno costituzionale, anzi ne è una sua esplicazione”.

Tale principio di sussidiarietà è un rimando alle autonomie, che contribuiscono alla vita democratica: “Le autonomie, territoriali e sociali, sono con evidenza incompatibili con i regimi autoritari, e proprio la loro inibizione è spesso la cartina di tornasole di restringimento delle libertà.

Ecco allora il contributo che esse recano vivificando libertà e democrazia di un popolo con la loro semplice esistenza. Contributo che trascende le finalità specifiche che le ha mosse, per divenire collante di una identità comune”.

E da queste ‘identità’ nasce la democrazia: “Le comunità che si organizzano, la solidarietà che prende forma associativa, la mutualità, il volontariato, il Terzo Settore costituiscono risorsa insostituibile. Lo spazio pubblico non vive di polarizzazione tra il potere delle istituzioni da un lato e il singolo individuo dall’altro. Senza comunità intermedie anche il riconoscimento dei diritti viene messo a rischio”.

Solo attraverso il principio di sussidiarietà si può rilanciare una cultura di comunità: “Per affrontare le sfide locali come quelle nazionali, come quelle globali, è indispensabile rilanciare la cultura che viene espressa dal ‘noi’. ‘Noi’ come responsabilità comune, ‘noi’ come volontà di partecipazione, “noi” come costruzione di comunità larghe e aperte. L’albero della sussidiarietà ha molti rami. Coltivarlo è un grande servizio al nostro Paese”.

(Foto: Quirinale)

La sofferenza, il dolore, la morte come affrontarle da cristiani

I temi del dolore, della malattia e della morte sono racchiusi in un libro di don Francesco Scanziani, docente di antropologia teologia ed escatologia alla Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale di Milano e della psicologa Cecilia Pirrone, docente di psicologia dello sviluppo alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, dal titolo ‘Vorrei starti vicino’, presentato al monastero ‘Santa Teresa’ delle Carmelitane Scalze di Tolentino nell’incontro ‘Accompagnare bambini ed adolescenti di fronte a sofferenza, malattia e morte’.

I relatori si sono interrogati su ‘cosa genera la sofferenza in un bambino, in un ragazzo o in un adolescente? Come stare loro accanto nella dura stagione della malattia? E’ possibile affrontare la morte, con parole di speranza?’ Domande essenziali per gli adulti, che diventano fondamentali nella vita di un bambino e bambina ed essenziali per ragazze e ragazzi,per cui i relatori hanno messo in evidenza che a nessuno ‘piace’ soffrire: “Nemmeno a Dio piace la sofferenza. Gesù sapeva piangere e arrabbiarsi, si prendeva cura dei malati e ha resuscitato Lazzaro. Egli stesso è passato attraverso la sofferenza e al morte, vincendola con la Resurrezione”.

Al termine dell’incontro abbiamo incontrato don Francesco Scanziani partendo dal  messaggio della XXXIII Giornata mondiale del Malato: “Il messaggio di questa Giornata mondiale del Malato si colloca all’interno dell’anno giubilare, che ha come motto: ‘Pellegrini di speranza’. La stretta relazione tra malattia e speranza viene evocata nella riflessione dell’Apostolo ai Romani, rileggendo la condizione umana alla luce dell’evento pasquale di Gesù Cristo, il Figlio di Dio crocifisso e risorto. Il tema di questa Giornata ripropone a tutti i credenti la forza della speranza nel mistero pasquale di Gesù Cristo. In esso si coglie la pienezza dell’annuncio cristiano. Il tempo presente è caratterizzato dalle prove e dalle tribolazioni che segnano l’esistenza dei singoli e delle comunità. Il rischio più grande è rappresentato dalla mistificazione operata dei ‘falsi profeti’ e dalle loro illusorie speranze”.

Cosa significa ‘avere il limite’ come orizzonte cristiano?

“Innanzitutto significa riconoscere anzitutto quello che noi siamo: la nostra identità e la nostra natura. Ma non guardarle con uno sguardo pessimistico. Abbiamo voluto osservarla con quella provocazione di Baricco in ‘Oceano’, in cui dice che la natura ha le sue perfezioni proprio perché è limitata e fa il paragone di dove finiscono i giorni e le notti: lì esplode lo spettacolo, l’alba ed il tramonto. Allora, conoscere i limiti vuol dire scoprire qualcosa di profondo di noi stessi. Nella visione cristiana la notizia più sconvolgente è quella di Dio che è infinito si è incarnato, cioè si è fatto limitato. Il finito è un luogo dove Dio si è rivelato”.

Perché la società contemporanea evita temi come la sofferenza e il dolore?

“Rimuove il confronto con questi argomenti perché li ostenta; in questo modo la nostra cultura, che si vanta di aver superato tabù ancestrali, ne ha creato uno insuperabile. La paura della morte. Succede sempre di più anche in famiglia, certamente nel sincero desiderio di proteggere i figli. Il rischio, però, è che i figli si troveranno soli e impreparati, quando sofferenza e morte busseranno inevitabilmente alla loro porta”.

Che consigli offrite a tal proposito ai genitori, che debbono affrontare tali temi con i figli?

“La sofferenza fa parte della vita, la morte è l’altra faccia della vita. La nostra cultura esorcizza e allontana questi temi, poiché sembrano il fallimento della medicina o della tecnologia. E’ importante educare al tema del limite. E’ un discorso realista, non pessimista. Occorre avvicinarsi a chi soffre entrando in colloquio diretto con lui, oppure accompagnando chi è più piccolo per avvicinarlo gradualmente alla malattia con verità rassicuranti”.

Per quale motivo la Chiesa dedica una giornata al malato?

“La Chiesa mette al centro la persona. La malattia è un tratto della vita ed è l’occasione  per dire che ognuno è persona anche nella malattia. Per valorizzare l’atteggiamento di Gesù, che ha dedicato tantissima parte della sua vita a stare accanto, ad ascoltare, ad entrare in contatto con il malato ed addirittura nel capitolo 25 dell’evangelista Matteo si è addirittura identificato con coloro che avevano fame e sete, con gli ammalati ed i carcerati. Più vicino di così si muore, verrebbe da dire. Gesù ha fatto anche quello: è morto per noi”.

Come si pone la fede di fronte alle pagine dolorose della vita?

“Il cristiano non ha soluzioni da offrire; tanto meno parole consolanti che pretendono di rispondere ai ‘perché’ drammatici della vita. Ha solo una storia da narrare quella di Gesù. Come scriveva lo scrittore francese Paul Claudel: Dio non è venuto a spiegare la sofferenza, è venuto a riempirla della sua presenza”.

Esiste un nesso tra il significato della morte ed il significato della vita?

“La prima cosa è domandarsi se hanno un senso il male, la sofferenza o la morte. Forse dovremmo accettare la durezza di esperienze che non hanno un senso. La Pasqua ci aiuta a capire che il male è il nemico dell’uomo e di Dio. Gesù è venuto nel mondo per combattere questo male, riempiendolo del Suo senso, cioè l’Amore. Nella Pasqua scopriamo la rivelazione di Dio ed il senso della vita”. 

Quindi è più ‘facile’ rimettere i peccati o dire ‘alzati e cammina’?

“Solo Gesù può fare questo e soprattutto ci ha mostrato che Lui non ‘lega’ la malattia al peccato, ma mostra che sono tutte e due ‘nemici’ dell’uomo e di Dio. Quello che ci consola è che Dio è sempre in lotta contro il male in ogni sua forma: il peccato, la sofferenza e la morte”.

Quale è la ‘genesi di questo libro?

“Questo libro è nato dalla conoscenza e dalla stima reciproca maturata nell’esperienza parrocchiale e affinata dal lavoro comune nell’equipe dei coniugi Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini, pedagogisti lecchesi, noti per un approccio sistematico, ma anche dalla ricchezza di uno sguardo che unisse il taglia femminile a quello maschile, lo sguardo di una donna, moglie e madre confrontato con quello di un prete, la competenza psicologica e quella teologica. E’ uno stile che aiuta entrambi a crescere, arricchente per le proprie ricerche, ma anche uno stimolante stile di chiesa. Questo libro è nata dalle domande, spesso tacitate delle persone che incontriamo di fronte al dolore della morte e al dramma della sofferenza, accentuate in modo unico con l’esplosione della pandemia. Il desiderio non è dare soluzioni, ma accompagnare con rispetto le persone”.

(Tratto da Aci Stampa)

151.11.48.50