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Con suor Chiara Grazia Centolanza alla scoperta di Audite poverelle
“Audite, poverelle dal Signore vocate, ke de multe parte et provincie sete adunate: vivate sempre en veritate ke en obedientia moriate. Non guardate a la vita de fore, ka quella dello spirito è migliore. Io ve prego per grand’amore k’aiate discrecione de le lemosene ke ve dà el Segnore. Quelle ke sunt adgravate de infirmitate et l’altre ke per loro suò adfatigate, tutte quante lo sostengate en pace Ka multo venderi(te) cara questa fatiga, ka cascuna serà regina en celo coronata cum la Vergene Maria”: lo scorso anno è ricorso l’ottavo centenario delle ‘Parole con melodia’ che san Francesco scrisse per santa Chiara e le sue sorelle conosciuto come ‘Audite poverelle’.
Una delle scoperte più interessanti degli ultimi cinquanta anni è stata il ritrovamento di un testo che Francesco indirizzò a Chiara e alle sorelle che con lei dimoravano presso la chiesa di san Damiano in Assisi. Nei loro ricordi i compagni di san Francesco informano che il santo, in quegli stessi giorni in cui compose la prima e più ampia parte del Cantico di frate sole, scrisse anche ‘alcune parole con melodia (verba cum cantu), a maggior consolazione delle signore povere del monastero di San Damiano, soprattutto perché le sapeva molto contristate per la sua infermità. E poiché, a causa della malattia, non le poteva visitare e consolare personalmente, volle che quelle parole fossero loro comunicate dai suoi compagni’.
Rimasto nascosto per secoli, quel testo è venuto alla luce nel 1976 per tutta una serie di felici circostanze: le novizie del Protomonastero di Assisi notarono sorprendenti corrispondenze fra quanto era riferito di quelle ‘parole con melodia’ nella ‘Compilatio assisiensis’ ed un testo che nel 1941 era stato edito già da p. Leonardo Bello, rinvenuto in due codici (pergamenaceo l’uno, cartaceo l’altro) conservati dalle Clarisse di Novaglie. Le novizie fecero notare la cosa a suor Chiara Augusta Lainati, la quale, ottenuto il testo dalle consorelle di Novaglie, nell’estate 1977 lo ripubblicò nella prima edizione delle Fonti francescane.
A suor Chiara Grazia Centolanza, sorella povera di santa Chiara del monastero ‘Santissima Trinità’ di Gubbio, chiediamo di spiegarci il motivo per cui tale testo è stato ritrovato nell’archivio di un monastero veronese: “Chiara nel suo Testamento racconta che Francesco le esortò all’amore e all’osservanza della povertà con molti discorsi e con gli esempi della sua vita e anche consegnando loro molti scritti: di questi ‘pluria scripta’, di cui speriamo possano venire alla luce ed essere scoperti in archivi e biblioteche altri che per ora non conosciamo, fa parte il nostro testo, che evidentemente era circolato ed era stato copiato e tramandato.
Vivente ancora Francesco e poi nei decenni successivi alla sua pasqua, anche nel territorio dell’allora Marca Trevigiana l’ideale evangelico dei due santi assisani si era diffuso, rispondendo ai desideri di un movimento femminile con slanci penitenziali e pauperistici che quasi capillarmente si era irradiato nell’Italia centro settentrionale e nel nord Europa e che nell’esperienza damianita di Chiara e sorelle poteva trovare collocazione giuridica e approvazione ecclesiali.
Al 1226, cioè all’anno della morte di Francesco, risale il primo insediamento in Verona, intitolato a santa Maria, di sorelle che avrebbero seguito la forma di vita delle ‘povere signore della Valle di Spoleto o Tuscia’, disciplinata dalla Chiesa, che nell’esperienza di Chiara e nella fama della sua santità trovava un centro intorno a cui unificare e uniformare diverse realtà femminili. Dal 1263 la regola di papa Urbano IV sancisce la nascita dell’Ordine di santa Chiara, di cui la comunità veronese farà parte.
Attraversando le vicissitudini dei secoli, finalmente nel 1966 le sorelle si trasferirono sulle colline veronesi, a Novaglie. Qui nell’archivio del monastero è conservato il codice pergamenaceo del XIV secolo contenente insieme ad alcuni testi latini l’Audite, poverelle con due miniature, miracolosamente sfuggito alle soppressioni napoleoniche e al conseguente sequestro di codici e pergamene appartenenti originariamente alla biblioteca monastica. Solo nel 1977 dopo un oblio durato sette secoli ritornava alla luce l’esortazione di Francesco alle povere dame di San Damiano, di cui si conosceva il contenuto attraverso le biografie, ma di cui non c’erano tracce manoscritte.
Per quale motivo santa Chiara scrisse una regola?
La Regola clariana fu confermata da papa Innocenzo IV il 9 agosto 1253, due giorni prima del transito della santa, che desiderò ardentemente vedere approvata dalla Sede Apostolica quella che ella definì ‘Forma di vita (forma vitae) dell’Ordine delle sorelle povere istituita dal beato Francesco’, assegnandone al beatissimo padre la paternità, almeno indiretta. Chiara e le prime compagne avevano accolto per le mani di Francesco, probabilmente intorno agli anni 1212-1213 la Forma vivendi (forma del vivere), riportata poi nel capitolo VI della ‘Forma Vitae’ insieme all’Ultima voluntas, scritta dal serafico padre poco prima della sua morte. Ma l’esperienza di san Damiano si inseriva, come già accennavamo, in un tempo di grande fermento evangelico e in un più ampio ed eterogeneo movimento femminile con aspirazioni pauperistiche, che la Sede Apostolica cercò di organizzare in un nuovo ordine, che nel corso degli anni trenta del Duecento prenderà il nome di Ordine di San Damiano nel tentativo di unificare le varie esperienze intorno alla figura di Chiara.
L’Ordine viveva secondo una ‘Forma vitae’ redatta dall’allora cardinale Ugo (nel 1227 divenne Papa col nome di Gregorio IX), che comprendeva inizialmente un capitolo circa il divieto di avere possessioni. Probabilmente prima del 1226 anche il monastero di San Damiano entrò a far parte di questa realtà pur differenziandosene proprio per il rapporto con Francesco e la sua fraternitas. Quando il capitolo in questione venne eliminato, Chiara si oppose fermamente e nel 1228 ottenne da papa Gregorio IX il ‘Privilegio di povertà’, col quale la comunità di San Damiano non poteva essere costretta a ricevere possessioni, volendo aderire in tutto alle orme di Colui che per noi si è fatto povero, e via e verità e vita.
Tale Privilegio confluirà nella ‘Forma Vitae’ clariana al cosiddetto capitolo VI. Successivamente, nel 1247 ci fu da parte dell’allora papa Innocenzo IV il tentativo di consegnare all’Ordine una nuova Regola, che però vide il rifiuto categorico non solo di Chiara ma dell’intero Ordine. A questo punto è plausibile supporre che Chiara insieme alle sue sorelle abbia voluto redigere una sua regola, non scritta per così dire a tavolino, ma che nasceva dalla loro esperienza. Grande era il desiderio che la Chiesa Romana riconoscesse con la sua approvazione ‘la forma di vita e il modo di santa unità e di altissima povertà, che il vostro beato padre san Francesco vi consegnò a voce e in scritto’ (Bolla di papa Innocenzo IV)”.
A distanza di 800 anni quale è l’attualità di questo testo?
“Queste ‘parole con melodia’ descrivono realisticamente la nostra vita e quella della Chiesa, che fino alla fine dei tempi saranno tessute di infermità e di povertà di varia natura, di tribolazioni, di eventi che necessitano di essere letti con discernimento, con criteri evangelici e non mondani. Ed insieme consegnano ad ogni cristiano uno sguardo illuminato dallo Spirito, richiamandoci all’orizzonte del Regno dei cieli in un tempo in cui forse rischiamo di attendere dal mondo ciò che esso non può darci e di appiattire nel qui e ora dell’esistenza terrena il desiderio di infinito che ci abita.
Ci ricordano che abbiamo un Padre, che ci ha chiamati alla vita e ci chiama alla pienezza della sua Vita divina in Cristo nella Chiesa. Ci ricordano che tutto è dono, anche la ricompensa per la ‘fatiga’ sopportata: non si tratta infatti primariamente dei nostri meriti, ma della pace che il Risorto offre, frutto della Resurrezione e del suo Spirito. Egli infatti ci coronerà di grazia e di misericordia. Ci ricordano la nostra condizione di poveri, bisognosi di una salvezza, che non possiamo darci da noi, come forse un po’ pelagianamente vorremmo.
E finalmente ci ricordano che, secondo il principio di incarnazione, solo nel qui e ora dell’esistenza, nelle pieghe e nelle piaghe di cui è composta, possiamo incontrare il Re della gloria che tutto si dà e ci dà nella creazione e in ogni creatura, che di Lui portano ‘significazione’. La letizia e la gioia francescane nascono e si nutrono di questa Presenza, da cui nulla potrà separarci. E se di nulla possiamo gloriarci, perché tutto abbiamo ricevuto dal ‘Signore Iddio, il quale a tutti noi ha dato e dà tutto il corpo, tutta l’anima e tutta la vita, che ci ha creati, redenti e ci salverà per sua sola misericordia’, non di meno ‘in questo possiamo gloriarci, nelle nostre infermità e nel portare sulle spalle ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo’, come è scritto nelle Ammoizioni”.
(Tratto da Aci Stampa)
A Catania mons. Renna proclama un anno giubilare agatino
“Al termine di questa giornata nella quale abbiamo fatto memoria e ringraziato il Signore per gli 899 anni del ritorno delle reliquie di sant’Agata a Catania, in quella memoria liturgica che viene denominata traslazione, vi annuncio con gioia che ho chiesto alla Penitenzieria Apostolica, l’organo della Santa Sede preposto dal Santo Padre per le celebrazioni giubilari, che in occasione del nono centenario della traslazione delle reliquie della nostra santa, nel 2026, sia proclamato un anno giubilare agatino per l’arcidiocesi di Catania. Ho già ricevuto risposta positiva: l’anno giubilare inizierà l’11 gennaio prossimo, festa del Battesimo del Signore e proseguirà fino al 18 agosto del 2026, giorno della Dedicazione della Cattedrale”.
Lo ha annunciato domenica scorsa l’arcivescovo di Catania, mons. Luigi Renna, dopo aver annunciato per il 2026 la celebrazione dell’Anno giubilare agatino per i 900 anni del ritorno delle reliquie di sant’Agata a Catania, fissando anche due importanti appuntamenti: “Il fulcro dei festeggiamenti saranno le due date delle festività del 4-5-6 febbraio, nelle quali interverrà sua Eminenza il cardinal Mario Grech, Segretario del Sinodo universale, di origine maltese, la grande isola a noi vicina che ha come patrona secondaria sant’Agata.
E poi, ho chiesto che il Santo Padre invii un legato pontifico con un suo personale messaggio per i festeggiamenti del 16 e 17 agosto del 2026, nei quali faremo commemorazione dell’arrivo delle reliquie di sant’Agata a Catania”.
Nell’annuncio mons. Renna ha ricordato il gesto del vescovo verso la santa: “La lettera del vescovo Maurizio, che le accolse in questa giornata nel 1126, ci dice che egli stesso andò incontro a sant’Agata a piedi nudi e con una veste bianca, con i segni cioè della penitenza e con il desiderio della vita nuova: un forte richiamo alla veste battesimale che dobbiamo tenere sempre pura e senza macchia per presentarla così al Signore, ricca solo di carità. Quel gesto del mio predecessore vescovo, che trova riscontro nell’abito che voi devoti indossate, il sobrio sacco bianco con il copricapo di colore nero, ci dice che il vero fulcro dei festeggiamenti di sant’Agata è il nostro cuore”.
Quindi il nucleo dei festeggiamenti giubilari è il cuore: “E’ il nostro cuore l’altare da cui sale l’incenso della nostra preghiera e dell’amore a Dio, di una vita impegnata nella carità, che ama il prossimo come sé stesso. L’anno giubilare agatino, come questo anno 2025, ci viene dato per cambiare i nostri cuori… Non mancherà un segno eloquente che dica che la nostra fede si traduce in carità: un’opera di carità per i bisogni della nostra Catania, che rimanga nel tempo, oltre questo anno. Durante l’anno il velo di sant’Agata, segno del suo patrocinio su tutta la Arcidiocesi, sarà pellegrino nelle varie città e paesi della nostra Chiesa locale”.
Per questo ha chiesto tre impegni: “Il primo: la cura dei ragazzi e dei piccoli nelle famiglie. Non lasciateli per strada, collaborate con le scuole e le parrocchie, cari adulti. Nel 2026, a Natale, vorrò benedire tutti i bambini e le bambine che porteranno il nome, come primo nome, di Agata o Agatino o Salvatore, in onore dello sposo di sant’Agata, Gesù Salvatore: che si torni nelle famiglie a dare nomi cristiani, non di personalità che non possono essere esempi di vita cristiana e che non possiamo invocare il giorno del battesimo dei nostri bambini. Ma nel dare un nome cristiano, cari adulti, dovete impegnarvi all’educazione cristiana e umana dei vostri figli, sottraendoli da ciò che può nuocere al loro futuro, cioè alla malavita, alle dipendenze di ogni tipo, alla superficialità”.
Il secondo impegno è un invito a fare rete: “L’altro impegno morale per tutti coloro che hanno a cuore la cosa pubblica, politici, amministratori di enti, imprenditori, uomini e donne delle istituzioni culturali: sappiate far rete perché Catania risorga nella concordia, nella cura di sé: via le lotte intestine, via gli interessi personali, via tutto ciò che ha frenato lo sviluppo di questa città e la sua pulizia morale”.
Il terzo impegno è un invito ai giovani ed agli educatori: “Prendete sant’Agata ad amica della vostra giovinezza. E voi sacerdoti, catechisti, educatori, volontari, sappiate che questi giovani hanno bisogno di chi stia loro accanto, di chi ‘perda’, anzi doni loro il proprio tempo facendoli sentire amati”.
Mentre nell’omelia l’arcivescovo di Catania ha ricordato quello che successe 899 anni prima: “Carissimi fratelli e sorelle, all’alba del 17 agosto di ottocento novantanove anni fa un grido di gioia, secondo una attestata tradizione, si diffondeva nella nostra città: le reliquie di sant’Agata tornavano a Catania; era finalmente possibile venerare la santa catanese di cui era rimasta viva la memoria nonostante per più di un secolo la vita cristiana fosse stata mortificata, ma non cancellata. Il legame tra Agata e Catania non si era interrotto, ma da quel 17 agosto del 1126 si è ravvivato. Questo legame non va vissuto mai automaticamente, ma va’ sempre purificato, rinnovato, attualizzato”.
Quindi ha spiegato il significato della divisione ‘evangelica’: “Ai tempi di sant’Agata molte famiglie vivevano una divisione al loro interno a causa della fede, perché uno sceglieva di essere cristiano, mentre i suoi parenti lo avversavano e arrivavano persino ad ucciderlo, così come accadde per santa Barbara di Nicomedia, che secondo una tradizione fu uccisa dal suo stesso padre”.
Ecco il motivo per cui ha richiamato un episodio di Piergiorgio Frassati: “Mi ha colpito un episodio della vita del beato Piergiorgio Frassati, in cui suo padre Alfredo si lamentò con il parroco perché aveva visto che Piergiorgio recitava il rosario prima di addormentarsi, e il sacerdote per tutta risposta gli disse: Cosa vuoi, che si addormenti con accanto un romanzaccio?”
Tale divisione avviene sempre: “E’ la divisione fra Quinziano, Afrodisia da una parte ed Agata dall’altra. E’ quella che vediamo quando c’è chi sceglie la strada della legalità, come la giovane eroina siciliana Rita Atria che prese le distanze dal modo di agire della sua famiglia e collaborò con il giudice Borsellino. Quante persone ripudiano un modo di fare discutibile e per questo vengono segnate a dito ed escluse: si crea una divisione, che se da alcuni viene vissuta con violenza, da chi è sempre pronto a ricorrere alla corruzione e alle armi, nei santi martiri trova risposta nella mitezza e nella giustizia”.
Ricordando chi soffre per le guerre ha invitato ad offrire una testimonianza cristiana nello stile di sant’Agata: “Sant’Agata ha saputo giudicare il tempo in cui era urgente dare testimonianza a Cristo e non si è tirata indietro. Anche noi vogliamo fare come lei! E’ tempo di una testimonianza cristiana più coerente e verace. E’ tempo di aiutare la nostra città e i nostri quartieri a risorgere. E’ tempo di dare uno sviluppo nuovo al volontariato che si prenda cura dei più fragili e di impegnarsi in una politica che abbia a cuore la concordia per affrontare i problemi.
Noi agiamo in base a ciò che sentiamo dentro, ed oggi vogliamo riascoltare le motivazioni che hanno portato sant’Agata a testimoniare Gesù Cristo. Sant’Agostino diceva che noi agiamo sempre in base a ciò che ci piace di più (delectatio victrix): che ci piaccia di più ciò che piace a Dio, ciò che ci rende graditi a lui, così come è stato sant’Agata. Così saremo anche sicuri di fare ciò che è bene per gli altri, nostri fratelli in Cristo”.
Don Ponticelli: il sacramento della penitenza per scoprire che la speranza non delude
“Tutti sperano. Nel cuore di ogni persona è racchiusa la speranza come desiderio e attesa del bene, pur non sapendo che cosa il domani porterà con sé. L’imprevedibilità del futuro, tuttavia, fa sorgere sentimenti a volte contrapposti: dalla fiducia al timore, dalla serenità allo sconforto, dalla certezza al dubbio. Incontriamo spesso persone sfiduciate, che guardano all’avvenire con scetticismo e pessimismo, come se nulla potesse offrire loro felicità. Possa il Giubileo essere per tutti occasione di rianimare la speranza. La Parola di Dio ci aiuta a trovarne le ragioni. Lasciamoci condurre da quanto l’apostolo Paolo scrive proprio ai cristiani di Roma”.
A poche settimane dall’apertura della Porta Santa, prendiamo spunto dall’incipit della Bolla di indizione del Giubileo, ‘Spes non confundit’ per colloquiare con don Raffaele (Lello) Ponticelli, docente di psicologia nella Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli, psicologo e psicoterapeuta per farci raccontare il motivo per cui ‘la speranza non delude’:
“La speranza non delude perché ha le sue radici ‘in alto’, nella Risurrezione di Cristo dai morti. Già papa Benedetto XVI lo aveva ricordato parlando della ‘Grande speranza’ nell’enciclica ‘Spe Salvi’, distinta da quelle piccole, molto belle e importanti, che sostengono dinanzi alle difficoltà e alle prove, ma non reggono dinanzi all’enigma della morte. Insomma, la fede nella Risurrezione di Cristo, cuore dell’annuncio cristiano, fa la differenza”.
In quale modo la Chiesa riesce a dare una parola di speranza?
“Annunciando con umile fierezza il Vangelo di Gesù, la sua morte in Croce per amore e la sua Risurrezione. Questo annuncio, però, è credibile se accompagnato (anzi, talvolta preceduto) dalla testimonianza di donne e di uomini che sono essi stessi segni di speranza come operatori di pace e giustizia, amanti della vita dal suo sbocciare fino al suo naturale tramonto; donne e uomini che esprimono agli ammalati, ai detenuti, ai migranti, agli esuli e ai profughi, ai poveri e agli indigenti, vicinanza, tenerezza e compassione, secondo lo stile stesso di Dio. La Chiesa, poi, dona speranza quando accompagna con discrezione i giovani, li incoraggia, ne valorizza e ne custodisce i sogni, favorendo la conoscenza e l’incontro con Cristo”.
Davanti al dolore quale speranza?
“Quella innanzitutto di trovare sollievo, di non essere lasciati soli, di ricevere , per esempio, le cure mediche necessarie, fino a sempre più efficaci terapie del dolore e ad un accompagnamento affettivo, psicologico e spirituale pure nell’ora del morire. E’ importante donare una speranza che non nasconda la drammaticità del dolore e neanche la sfida che, soprattutto quello innocente, pone alla fede.
C’è bisogno di una speranza che educhi ad accostarsi al dolore altrui con discrezione e verità, senza favorire il vittimismo, ma, anzi, sapendone sdoganare, assumere e rispettare i momenti di rabbia e protesta, sconcerto e delusione, silenzio e disperazione, offrendo vie per trovare un senso e non per favorire forme di fuga. A nessuno è consentito discettare con supponenza o con parole di circostanza su questo; ma ai cristiani è chiesto soprattutto di seguire l’esempio di Cristo che passò facendo del bene, ma soprattutto condividendo il dolore e trasformandolo in occasione di salvezza con il dono di sé”.
In quale modo i cristiani possono essere pellegrini di speranza?
“A quanto detto aggiungerei che è importante pregare come poveri e mendicanti per chiedere a Dio il dono della speranza per sé e per gli altri. Si diventa pellegrini di speranza imparando dai quei cristiani che sono in condizioni di minoranza od, addirittura, sono perseguitati, emarginati, lasciati soli eppure continuano a sorridere ed a ‘vedere la spiga dove gli occhi di carne vedono solo un seme che marcisce’, come diceva don Primo Mazzolari. Ma c’è tanto da imparare anche da donne e uomini di altre culture e fedi religiose che spesso custodiscono e vivono l’essenziale della speranza, animati segretamente dallo Spirito Santo”.
Nella Bolla di indizione del Giubileo papa Francesco ha sottolineato l’importanza del sacramento della penitenza: come riscoprire la bellezza di questo sacramento?
“Chiedendo a Dio di poter cercare e incontrare confessori buoni e saggi, ‘ladroni graziati’ anche essi, ma felici della misericordia di cui fanno esperienza e di cui diventano servi, non padroni; dispensatori e non censori o doganieri. Si riscopre il Sacramento della penitenza, guardando al Crocifisso e sperimentando si sentirsi amati e perdonati da Lui a prescindere, con la certezza che ci perdona sempre, sempre, sempre.
Ho visto persone che hanno scoperto la bellezza di questo Sacramento abbandonando un’immagine distorta di Dio e di se stessi a partire dal Vangelo e si sono accostate alla Confessione anche dopo tanti anni, accettandone con coraggio il rischio. Sperimentare l’abbraccio di Dio che è pronto a far festa per ogni figlia e figlio che torna: c’è qualcosa di più bello?”
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco sottolinea l’importanza dell’Atto di dolore
Oggi papa Francesco, ricevendo i partecipanti al 34^ Corso sul Foro Interno promosso dalla Penitenzieria Apostolica, ha citato sant’Alfonso Maria de’ Liguori, autore del testo dell’atto di dolore, sottolineando che usa un linguaggio semplice, ma allo stesso tempo ricco: “Nonostante il linguaggio un po’ antico, che potrebbe anche essere frainteso in alcune sue espressioni, questa preghiera conserva tutta la sua validità, sia pastorale che teologica. Del resto ne è autore il grande sant’Alfonso Maria de’ Liguori, maestro della teologia morale, pastore vicino alla gente e uomo di grande equilibrio, lontano sia dal rigorismo sia dal lassismo”.
E si è soffermato su tre atteggiamenti espressi nell’Atto di dolore, di cui il primo è il pentimento: “Esso non è il frutto di un’autoanalisi né di un senso psichico di colpa, ma sgorga tutto dalla consapevolezza della nostra miseria di fronte all’amore infinito di Dio, alla sua misericordia senza limiti. E’ questa esperienza infatti a muovere il nostro animo a chiedergli perdono, fiduciosi nella sua paternità, come recita la preghiera.. In realtà, nella persona, il senso del peccato è proporzionale proprio alla percezione dell’infinito amore di Dio: più sentiamo la sua tenerezza, più desideriamo di essere in piena comunione con Lui e più ci si mostra evidente la bruttezza del male nella nostra vita.
Ed è proprio questa consapevolezza, descritta come ‘pentimento’ e ‘dolore’, che ci spinge a riflettere su noi stessi e sui nostri atti e a convertirci. Ricordiamoci che Dio non si stanca mai di perdonarci, e da parte nostra non stanchiamoci mai di chiedergli perdono!”
Il secondo aspetto riguarda la fiducia: “Nell’Atto di dolore Dio è descritto come ‘infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa’. E’ bello sentire, sulle labbra di un penitente, il riconoscimento dell’infinita bontà di Dio e del primato, nella propria vita, dell’amore per Lui.
Amare ‘sopra ogni cosa’, significa infatti mettere Dio al centro di tutto, come luce nel cammino e fondamento di ogni ordine di valori, affidandogli ogni cosa. Ed è un primato, questo, che anima ogni altro amore: per gli uomini e per il creato, perché chi ama Dio ama il fratello e cerca il suo bene, sempre, nella giustizia e nella pace”.
Il terzo aspetto consiste nel proposito: “Esso esprime la volontà del penitente di non ricadere più nel peccato commesso, e permette l’importante passaggio dall’attrizione alla contrizione, dal dolore imperfetto a quello perfetto. Noi manifestiamo questo atteggiamento dicendo: ‘Propongo, con il tuo santo aiuto, di non offenderti mai più’. Queste parole esprimono un proposito, non una promessa.
Infatti, nessuno di noi può promettere a Dio di non peccare più, e ciò che è richiesto per ricevere il perdono non è una garanzia di impeccabilità, ma un proposito attuale, fatto con retta intenzione nel momento della confessione”.
Ed infine la chiusura della preghiera: “Qui i termini ‘Signore’ e ‘misericordia’ appaiono come sinonimi, e questo è decisivo! Dio è misericordia, la misericordia è il suo nome, il suo volto. Ci fa bene ricordarlo, sempre: in ogni atto di misericordia, in ogni atto d’amore, traspare il volto di Dio”.
(Foto: Santa Sede)
Fratel Biagio spiega perché continua a fare penitenza e digiunare
Fratel Biagio fondatore delle Missione di Speranza e Carità di Palermo che ospita in gratuità circa 500 persone indigenti ha dichiarato:
“Continuo ad offrire questa penitenza e questo digiuno, dalla grotticina in montagna, dove mi sono ritirato in eremitaggio dal 9 luglio 2021, dal 7 Febbraio (con oggi sono 10 giorni) ho iniziato un digiuno radicale, unico nutrimento eucarestia ed acqua, affinché si sveglino le coscienze e si metta fine a tutti questi mali e ingiustizie che stanno schiacciando il mondo, allontanandolo dalla Legge del suo Creatore.
Questi tredici temi mi spingono a continuare nella scelta che sento nel cuore: 1)- La non tutela e il rispetto della vita con l’ingiusta attuazione dell’aborto e della eutanasia. 2) – Per il rispetto del corpo e della dignità dell’uomo e della donna, a causa di un utilizzo scorretto del sesso in modo disordinato e misto di promiscuità ed orge.
3) – Per lo sfruttamento e la persecuzione dei popoli. 4) – Per tutti i Governanti e le Autorità affinché rispettino i diritti umani e non producano più armi, ma strumenti di lavoro. 5) – Per le politiche e tutte le assemblee legislative, affinché promuovano leggi giuste e sagge, soprattutto per i più poveri, affinché non manchi loro il pane, la casa e il lavoro.
6) – Per lo sfrenato accumulare delle ricchezze materiali, mentre c’è chi ancora muore di fame in questo mondo. Spero tanto, tantissimo che i ricchi e i poveri vivano insieme aiutandosi reciprocamente. 7) – Per l’unione, la comunione e la pace tra tutti i popoli. 8) – Perché c’è in atto una forte scristianizzazione ed eresie e una ingiusta persecuzione contro il Cristianesimo e ogni altra religione.
9) – Perché c’è in atto una forte disgregazione delle famiglie ed una mancanza di valori e una diseducazione nei confronti dei giovani, che facilmente diventano dipendenti da droga, alcool, gioco d’azzardo e mode oscene. 10) – Per l’utilizzo scorretto da parte dei comunicatori sociali e soprattutto della televisione e di internet. 11) – Per quelle professioni e quelle multinazionali che sfruttano e fanno i propri interessi, soprattutto l’ingiusta vendita delle armi, fautrici di tante guerre, che causano gravi sofferenze e perdite di vite umane.
12) – Per tutti quelli che stanno inquinando il pianeta terra, rendendolo invivibile, ricavandone lauti guadagni. 13) – Per la conversione al bene, al vero insegnamento del Buon Dio di tutti noi, soprattutto di tutte le organizzazioni mafiose, terroristiche, massoniche e delle lobby”.
Papa Francesco ai francescani secolari: diventare specchi di Cristo
Il giorno dopo la giornata mondiale dei poveri papa Francesco ha incontrato i partecipanti del Capitolo Generale dell’Ordine dei Francescani Secolari, che fino al 1978 si chiamava Terzo Ordine Francescano, composto di cristiani che si impegnano a vivere il vangelo come san Francesco d’Assisi, con una regola specifica approvata da papa san Paolo VI, ricordando la vocazione alla santità:
Per la Quaresima mons. Farinella invita ad essere uomini e donne ‘rinnovati’ dalla grazia di Dio
“Per giungere rinnovati a celebrare il mistero pasquale, occorre riconoscere la nostra povertà, e tenere fissi gli occhi sul sangue di Cristo, per comprendere quanto sia prezioso davanti a Dio: fu versato per la nostra salvezza e portò al mondo intero la grazia della penitenza. Fate penitenza, convertite il vostro cuore al Signore, ripete con insistenza la santa Madre Chiesa in questo tempo di conversione”.
Fratel Biagio invita ad un cambiamento di vita
Da undici giorni fratel Biagio Conte, fondatore della missione speranza e carità che accoglie 1100 persone, prega, fa penitenza e digiuna, nutrendosi solo dell’eucarestia, in una grotta dell’entroterra siciliano, rivolgendosi alla società civile attraverso una riflessione sugli stili di vita dopo il coronavirus:




























