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Papa Leone XIV sollecita alla vocazione di essere tra la gente
“La differenza è chiara: il pastore ha un legame speciale con le sue pecore e, perciò, può entrare dalla porta dell’ovile; se uno invece ha bisogno di scavalcare il recinto, allora è certamente un ladro che vuole rubare le pecore. Gesù ci sta dicendo di essere legato a noi da una relazione di amicizia: Egli ci conosce, ci chiama per nome, ci guida e, come fa il pastore con le sue pecore, ci viene a cercare quando ci perdiamo e fascia le nostre ferite quando siamo malati”: a conclusione della recita del Regina Coeli papa Leone XIV ha indicato Gesù come il Buon Pastore che conosce le sue pecore.
Inoltre ha messo in guardia da quanti cercano di entrare nel recinto del cuore per rubare la vita: “Gesù non viene come un ladro a rubare la nostra vita e la nostra libertà, ma a condurci nei giusti sentieri. Non viene a sequestrare o ingannare la nostra coscienza, ma a illuminarla con la luce della sua sapienza. Non viene come a inquinare le nostre gioie terrene, ma le apre a una felicità più piena e duratura. Chi si affida a Lui non ha nulla da temere: Egli non mortifica la nostra vita, ma viene per donarcela in abbondanza”.
Quindi è stato un invito alla vigilanza contro i molteplici ladri: “I ‘ladri’ possono assumere tanti volti: sono coloro che, nonostante le apparenze, soffocano la nostra libertà o non ci rispettano nella nostra dignità; sono convinzioni e pregiudizi che ci impediscono di avere uno sguardo sereno sugli altri e sulla vita; sono idee sbagliate che possono portarci a compiere scelte negative; sono stili di vita superficiali o improntati al consumismo, che ci svuotano interiormente e ci spingono a vivere sempre all’esterno di noi stessi. E non dimentichiamo anche quei ‘ladri’ che, saccheggiando le risorse della terra, combattendo guerre sanguinose o alimentando il male in qualsiasi forma, non fanno altro che rubare a tutti noi la possibilità di un futuro di pace e di serenità”.
In precedenza nella celebrazione eucaristica per l’ordinazione di dieci sacerdoti, li ha esortati ad essere ‘buoni preti’ e ‘cittadini onesti’: “Il servizio del prete, sul quale la chiamata di questi fratelli ci invita a riflettere, è un ministero di comunione… Carissimi ordinandi, più profondo è il vostro legame con Cristo, più radicale è la vostra appartenenza alla comune umanità. Non c’è contrapposizione, né competizione, tra il cielo e la terra: in Gesù si saldano per sempre. Questo mistero vivo e dinamico impegna il cuore in un amore indissolubile: lo impegna e lo riempie”.
Un amore che ogni giorno deve essere rinnovato: “Certo, come l’amore degli sposi, così l’amore che ispira il celibato per il Regno di Dio va custodito e sempre rinnovato, perché ogni vero affetto matura e diventa fecondo nel tempo. Siete chiamati a uno specifico, delicato, difficile modo di amare e, ancora di più, di lasciarvi amare, nella libertà. Un modo che potrà fare di voi, oltre che dei buoni preti, anche dei cittadini onesti, disponibili, costruttori di pace e di amicizia sociale”.
E’ stato un invito a non avere paura del mondo reale: “C’è un grande realismo nelle parole del Signore: conosce la crudeltà del mondo in cui cammina con noi. Con le sue parole evoca forme di aggressione fisica, ma soprattutto spirituale. Tuttavia, questo non lo distoglie dal donare la sua vita. La denuncia non diventa rinuncia, il pericolo non induce alla fuga. Ecco un secondo segreto per la vita del prete: la realtà non deve farci paura. A chiamarci è il Signore della vita. Il ministero che vi viene affidato, carissimi, comunichi la pace di chi, anche fra i pericoli, sa perché è sicuro”.
Inoltre ha invitato a non cercare le sicurezze mondane: “Oggi il bisogno di sicurezza rende aggressivi gli animi, chiude su sé stesse le comunità, induce a cercare nemici e capri espiatori. C’è spesso paura attorno a noi e forse dentro di noi. La vostra sicurezza non risieda nel ruolo che avete, ma nella vita, morte e risurrezione di Gesù, nella storia di salvezza a cui partecipate col vostro popolo. E’ una salvezza che già opera in tanto bene compiuto silenziosamente, fra persone di buona volontà, nelle parrocchie e negli ambienti a cui vi farete prossimi, come compagni di viaggio. Ciò che annunciate e celebrate vi custodirà anche in situazioni e tempi difficili”.
E’ stato un invito a sentirsi in comunione con i fedeli: “Cari ordinandi, sentitevi parte di questa umanità sofferente, che attende la vita in abbondanza. Nell’iniziare altri alla fede, ravviverete la vostra. Con gli altri battezzati varcherete ogni giorno la soglia del Mistero, quella soglia che ha il volto e il nome di Gesù. Non nascondete mai questa porta santa, non bloccatela, non siate di impedimento a chi vuole entrare”.
Quindi occorre non chiudere le porte: “Oggi più che mai, specialmente dove i numeri sembrano delineare un distacco fra le persone e la Chiesa, tenete la porta aperta! Lasciate entrare e siate pronti a uscire. E’ un altro segreto per la vostra vita: voi siete un canale, non un filtro. Molti credono di sapere già cosa c’è oltre quella soglia. Portano con sé ricordi, magari di un passato lontano; spesso c’è qualcosa di vivo che non si è spento e che attrae; a volte, però, c’è dell’altro, che ancora sanguina e respinge. Il Signore sa e attende. Siate riflesso della sua pazienza e della sua tenerezza. Voi siete di tutti e siete per tutti! Sia questo il profilo fondamentale della vostra missione: tenere libera la soglia e indicarla, senza bisogno di troppe parole”.
Quindi è stato un invito a conoscere la gente: “Carissimi, uscite e trovate la cultura, la gente, la vita! Meravigliatevi per ciò che Dio fa crescere senza che noi l’abbiamo seminato. Coloro per cui sarete preti – fedeli laici e famiglie, giovani e anziani, bambini e malati – abitano pascoli che dovete conoscere. A volte vi sembrerà di non averne le mappe. Le possiede però il buon Pastore, di cui ascoltare la voce, così familiare. Quante persone oggi si sentono perse!”
Ecco il motivo per cui nel messaggio per la giornata delle vocazioni, ‘La scoperta interiore del dono di Dio’, il papa ha invitato ad essere nei ‘luoghi’: “I ‘luoghi’ dove si manifesta maggiormente la volontà di Dio e si fa esperienza del suo infinito amore sono spesso i legami autentici e fraterni che siamo capaci di instaurare nel corso della nostra vita. Quanto è prezioso avere una valida guida spirituale che accompagni la scoperta e lo sviluppo della nostra vocazione! Quanto sono importanti il discernimento e la verifica alla luce dello Spirito Santo, perché una vocazione possa realizzarsi in tutta la sua bellezza”.
Quindi la vocazione è un cammino: “Vocazione, dunque, non è un possesso immediato, qualcosa di ‘dato’ una volta per tutte: è piuttosto un cammino che si sviluppa analogamente alla vita umana, in cui il dono ricevuto, oltre ad essere custodito, deve nutrirsi di un rapporto quotidiano con Dio per poter crescere e portare frutto… Fermatevi, ascoltate, affidatevi: in questo modo, il dono della vostra vocazione maturerà, vi renderà felici e porterà frutti abbondanti per la Chiesa e per il mondo”.
(Foto: Santa Sede)
Quarta domenica di Pasqua: Gesù, il buon pastore!
Nel Vangelo Gesù ci propone il Regno con l’immagine del Buon Pastore. Noi siamo suo popolo, gregge che Egli ama. Il tema odierno si incrocia con quello della chiamata e della vocazione cristiana. Tutti siamo chiamati a far parte del suo gregge e le parole di Gesù risuonano consolanti: ‘Venite a me, voi tutti che siete stanchi, affaticati, oppressi, ed io vi ristorerò!’ Rispondere positivamente alla chiamata, all’invito del Buon Pastore è garanzia di salvezza eterna: ‘Io darò loro la vita eterna’, assicura Gesù. Nel messaggio tre verbi evidenziano il rapporto tra il Pastore e le sue pecorelle: io le conosco, mi ascoltano, mi seguono.
Dio conosce tutte le sue pecore perché sono espressione del suo amore misericordioso per il quale ‘il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi’. Le pecore sono sue e per esse ha dato Maria, sua madre, come madre della Chiesa per la quale oggi preghiamo: ‘Rivolgi a noi, madre, gli occhi tuoi misericordiosi’. Gesù conosce le sue pecorelle per le quali è accusato dagli avversari (scribi e farisei ipocriti) di mangiare con esse ed accoglierle. Ma Gesù dirà: qualunque cosa fai ad un povero a nome mio, l’hai fatto a me. A Pietro che chiede quante volte si può o si deve perdonare, Gesù dirà non sette volte ma settanta volte sette.
Gesù, buon Pastore, è sempre attento a ciascuno di noi: ci cerca, ci ama e di ognuno conosce pregi e difetti; nostro compito è ascoltare la sua voce e seguirlo. Questo significa vero amore: l’amore è dono, non è costrizione: c’è pertanto chi lo respinge, c’è chi lo accoglie: Gesù chiama ‘amico’ Giuda che lo tradisce con un bacio e poi va ad impiccarsi; Gesù perdona a Pietro, che lo rinnega e poi piange il suo peccato e poi gli dirà: pasci le mie pecorelle, pasci i miei agnelli: lo costituisce capo e suo vicario sulla terra. Gesù invita tutti alla salvezza ma all’invito di Gesù deve fare riscontro il nostro ‘sì’ generoso e carico di amore.
Necessita ascoltare la sua voce e seguirlo, lavare le proprie vesti rendendole candide nel sangue dell’Agnello, come si legge nell’Apocalisse. E’ necessario liberare il cuore da tutte quelle passioni che non si conciliano con l’amore misericordioso di Dio. Le mie pecore, dice Gesù, ascoltano la mia voce, mi seguono e nessuna andrà perduta. Solo l’amore, inteso come coinvolgimento e capacità di mettersi in giuoco, evidenzia che siamo suoi; non c’è alternativa: ciò che ci costituisce di essere veri cristiani, ciò che conta è ascoltare Cristo e seguirlo.
Questa è la Chiesa, il grande gregge di Gesù, di cui parla l’Apocalisse: ‘Una moltitudine immensa che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua’. Un regno di Dio dove le pecore sono nutrite con il suo corpo e il suo sangue: ‘Prendete e mangiate, questo è il mio corpo’. Basta pensare ai discepoli di Cristo, che ad Emmaus riconobbero Gesù solo nello spezzare il pane. Un Regno dove Gesù dice espressamente: chi vuole essere mio discepolo prenda la Croce e mi segua; la croce per il cristiano è una cattedra e ogni discepolo di Gesù deve essere un maestro.
Capirono ciò bene gli Apostoli che diedero la vita per testimoniare la parola di Dio in mezzo agli Ebrei e al mondo pagano. Questa è la Chiesa di Gesù: vera Chiesa missionaria! Sei cristiano se ascolti Cristo Gesù e la tua vita diventa testimonianza viva; fai parte di una Chiesa sempre in uscita. E’ allora necessario predicare ed essere predicatori credibili. Maria, la Santissima Vergine, madre di Gesù e nostra, ci aiuti ad accogliere con gioia viva il messaggio di Gesù e ad essere testimoni credibili del vangelo con le parole e le opere.
Novendiali: Dio non abbandona il popolo
“Il brano del vangelo è noto. Una scena grandiosa dal carattere universalistico: tutti i popoli, che vivono insieme nell’unico campo che è il mondo, sono radunati davanti al Figlio dell’Uomo, seduto sul trono della sua gloria per giudicare. Il messaggio è chiaro: nella vita di tutti, credenti e non credenti, indistintamente, vi è un momento di discrimine: a un certo punto alcuni iniziano a partecipare della stessa gioia di Dio, altri cominciano a patire la tremenda sofferenza della vera solitudine, perché, estromessi dal Regno, restano disperatamente soli nell’anima”: lo ha detto oggi il card. Mauro Gambetti, arciprete della Basilica Vaticana, nell’omelia del quarto novendiale celebrato in suffragio di papa Francesco e affidato ai Capitoli delle basiliche papali.
Però l’appartenenza a Gesù dipende anche dal ‘vedere’: “Nel testo greco il verbo ‘vedere’ è espresso da Matteo con òráo, che significa vedere in profondità, percepire, comprendere. Parafrasando: Signore, quando ti abbiamo ‘capito’, ‘individuato’, ‘qualificato’? La risposta di Gesù lascia intendere che non è la professione di fede, la conoscenza teologica o la prassi sacramentale a garantire la partecipazione alla gioia di Dio, ma il coinvolgimento qualitativo e quantitativo nella vicenda umana dei fratelli più piccoli. E la cifra dell’umano è la regalità di Gesù di Nazaret, che nella sua vita terrena condivise in tutto la debolezza della nostra natura, fino ad essere rifiutato, perseguitato e crocifisso”.
Ed ha ripreso un colloquio del papa con i Gesuiti avvenuto nel 2023 a Lisbona, in cui ha sottolineato l’apertura della Chiesa: “La ‘cristiana umanità’ rende la chiesa casa di tutti. Quanto sono attuali le parole di Francesco pronunciate nel colloquio con i Gesuiti a Lisbona nel 2023: Tutti tutti tutti sono chiamati a vivere nella Chiesa: non dimenticatelo mai!
Come riportano gli Atti degli Apostoli, Pietro lo aveva asserito chiaramente: In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga”.
Per questo è necessaria percorrere la via della globalizzazione con un rimando a santa Caterina da Siena: “Il brano della prima lettura è la conclusione dell’incontro di Pietro con dei pagani, Cornelio e la sua famiglia (At 10); un episodio che, in un’epoca globalizzata, secolarizzata e assetata di Verità e di Amore come la nostra, attraverso l’atteggiamento di Pietro addita la via dell’evangelizzazione: l’apertura all’umano senza riserve, l’interessamento gratuito agli altri, la condivisione del vissuto e l’approfondimento per aiutare ogni uomo e ogni donna a dare credito alla vita, alla grazia creaturale, e, quando vedranno che piace a Dio (direbbe san Francesco d’Assisi), l’annuncio del vangelo, ovvero il rivelarsi dell’umanità divina di Gesù nella storia, per chiamare le genti alla fede in Cristo, ‘folle d’amore’ per l’uomo, come insegna santa Caterina da Siena di cui ricorre oggi la festa in Italia. Allora potrà dispiegarsi per tutti il pieno valore della professione di fede, della sana teologia e dei sacramenti che arricchiscono di ogni grazia la vita nello spirito”.
Mentre ieri il vicario della diocesi di Roma, card. Baldassare Reina, ha riflettuto sul pastore: “Pecore senza pastore: una metafora che ci permette di ricomporre i sentimenti di questi giorni, e di attraversare la profondità dell’immagine che abbiamo ricevuto dal Vangelo di Giovanni, il chicco di grano che deve morire per dare frutto. Una parabola che racconta l’amore del pastore per il suo gregge”.
Le pecore sono alla ricerca del proprio pastore: “Attorno a Lui ci sono gli apostoli che gli riferiscono tutto quello che avevano fatto e insegnato. Le parole, i gesti, le azioni apprese dal Maestro, l’annuncio del regno del Dio veniente, la necessità del cambiamento di vita, uniti a segni capaci di dare carne alle parole: una carezza, una mano tesa, discorsi disarmati, senza giudizi, liberatori, non timorosi del contatto con l’impurità. Nel compiere questo servizio, necessario a risvegliare la fede, a suscitare speranza che il male presente nel mondo non avrebbe avuto l’ultima parola, che la vita è più forte della morte, non avevano avuto neanche il tempo di mangiare. Gesù ne avverte il peso, e questo ci conforta ora”.
Un pastore che mostra misericordia per le pecore disperse: “La compassione di Gesù è quella dei profeti che manifestano la sofferenza di Dio nel vedere il popolo disperso e abusato dai cattivi pastori, dai mercenari che si servono del gregge, e che fuggono quando vedono arrivare il lupo. Ai cattivi pastori non gliene importa nulla delle pecore, le abbandonano nel pericolo, e per questo saranno rapite e disperse. Mentre il pastore buono offre la vita per le sue pecore”.
Però anche in tempi difficili Dio non abbandona il popolo: “Ci sono tempi come il nostro in cui, come l’agricoltore a cui fa riferimento il salmista, seminare diventa un gesto estremo, mosso dalla radicalità di un atto di fede. E’ tempo di carestia, il seme gettato sulla terra è quello sottratto all’ultima scorta senza la quale si muore. Il contadino piange perché sa che questo ultimo atto gli sta chiedendo di mettere a rischio la vita.
Ma Dio non abbandona il suo popolo, non lascia soli i suoi pastori, non permetterà come per il Figlio che Egli sia abbandonato nel sepolcro, nella tomba della terra. La nostra fede custodisce la promessa di una mietitura gioiosa ma che dovrà passare dalla morte del seme che è la nostra vita.
Quel gesto estremo, totale, estenuante, del seminatore mi ha fatto ripensare al giorno di Pasqua di papa Francesco, a quel riversarsi senza risparmio nella benedizione e nell’abbraccio al suo popolo, il giorno prima di morire. Ultimo atto del suo seminare senza risparmio l’annuncio delle misericordie di Dio. Grazie papa Francesco”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco: un papa che ha amato la Chiesa e le persone
“In questa maestosa piazza di san Pietro, nella quale papa Francesco tante volte ha celebrato l’Eucarestia e presieduto grandi incontri nel corso di questi 12 anni, siamo raccolti in preghiera attorno alle sue spoglie mortali col cuore triste, ma sorretti dalle certezze della fede, che ci assicura che l’esistenza umana non termina nella tomba, ma nella casa del Padre in una vita di felicità che non conoscerà tramonto”: alla presenza di oltre 250.000 persone questa mattina in piazza san Pietro si è svolta la messa esequiale di papa Francesco, celebrata dal card. Giovanni Battista Re, decano del Sacro Collegio, che lo ha definito un papa con un cuore aperto a tutti.
E lo si è potuto constatare dall’amore del popolo accorso in questi giorni: “Il plebiscito di manifestazioni di affetto e di partecipazione, che abbiamo visto in questi giorni dopo il suo passaggio da questa terra all’eternità, ci dice quanto l’intenso pontificato di papa Francesco abbia toccato le menti ed i cuori”.
E la sua immagine che ha voluto consegnare nella domenica di Pasqua è emblematica: “La sua ultima immagine, che rimarrà nei nostri occhi e nel nostro cuore, è quella di domenica scorsa, Solennità di Pasqua, quando papa Francesco, nonostante i gravi problemi di salute, ha voluto impartirci la benedizione dal balcone della basilica di san Pietro e poi è sceso in questa piazza per salutare dalla papamobile scoperta tutta la grande folla convenuta per la Messa di Pasqua. Con la nostra preghiera vogliamo ora affidare l’anima dell’amato Pontefice a Dio, perché Gli conceda l’eterna felicità nell’orizzonte luminoso e glorioso del suo immenso amore”.
Fin dall’inizio del suo pontificato la sua scelta è stata quella di essere pastore delle pecore: “Nonostante la sua finale fragilità e sofferenza, papa Francesco ha scelto di percorrere questa via di donazione fino all’ultimo giorno della sua vita terrena. Egli ha seguito le orme del suo Signore, il buon Pastore, che ha amato le sue pecore fino a dare per loro la sua stessa vita…
Quando il Card. Bergoglio, il 13 marzo del 2013, fu eletto dal Conclave a succedere a papa Benedetto XVI, aveva alle spalle gli anni di vita religiosa nella Compagnia di Gesù e soprattutto era arricchito dall’esperienza di 21 anni di ministero pastorale nell’Arcidiocesi di Buenos Aires, prima come ausiliare, poi come coadiutore e in seguito, soprattutto, come arcivescovo”.
Inoltre ha motivato la sua decisione di prendere il nome del santo di Assisi: “La decisione di prendere il nome Francesco apparve subito come la scelta di un programma e di uno stile su cui egli voleva impostare il suo pontificato, cercando di ispirarsi allo spirito di San Francesco d’Assisi”.
E come lui è stato in mezzo ai poveri: “Conservò il suo temperamento e la sua forma di guida pastorale, e diede subito l’impronta della sua forte personalità nel governo della Chiesa, instaurando un contatto diretto con le singole persone e con le popolazioni, desideroso di essere vicino a tutti, con spiccata attenzione alle persone in difficoltà, spendendosi senza misura, in particolare per gli ultimi della terra, gli emarginati. E’ stato un papa in mezzo alla gente con cuore aperto verso tutti. Inoltre è stato un Papa attento al nuovo che emergeva nella società ed a quanto lo Spirito Santo suscitava nella Chiesa”.
Anche con il suo linguaggio ha dato un’immagine nuova della Chiesa: “Con il vocabolario che gli era caratteristico e col suo linguaggio ricco di immagini e di metafore, ha sempre cercato di illuminare con la sapienza del Vangelo i problemi del nostro tempo, offrendo una risposta alla luce della fede e incoraggiando a vivere da cristiani le sfide e le contraddizioni di questi nostri anni di cambiamenti, che amava qualificare ‘cambiamento di epoca’. Aveva grande spontaneità e una maniera informale di rivolgersi a tutti, anche alle persone lontane dalla Chiesa”.
Il suo messaggio attraverso un linguaggio diretto e ricco di significati ha raggiunto tutti: “Ricco di calore umano e profondamente sensibile ai drammi odierni, papa Francesco ha realmente condiviso le ansie, le sofferenze e le speranze del nostro tempo della globalizzazione, e si è donato nel confortare e incoraggiare con un messaggio capace di raggiungere il cuore delle persone in modo diretto e immediato. Il suo carisma dell’accoglienza e dell’ascolto, unito ad un modo di comportarsi proprio della sensibilità del giorno d’oggi, ha toccato i cuori, cercando di risvegliare le energie morali e spirituali”.
Ha rivelato una Chiesa della gioia: “Il primato dell’evangelizzazione è stato la guida del suo pontificato, diffondendo, con una chiara impronta missionaria, la gioia del Vangelo, che è stata il titolo della sua prima esortazione apostolica ‘Evangelii gaudium’. Una gioia che colma di fiducia e speranza il cuore di tutti coloro che si affidano a Dio”.
Chiesa della gioia fondata sulla missione: “Filo conduttore della sua missione è stata anche la convinzione che la Chiesa è una casa per tutti; una casa dalle porte sempre aperte. Ha più volte fatto ricorso all’immagine della Chiesa come ‘ospedale da campo’ dopo una battaglia in cui vi sono stati molti feriti; una Chiesa desiderosa di prendersi cura con determinazione dei problemi delle persone e dei grandi affanni che lacerano il mondo contemporaneo; una Chiesa capace di chinarsi su ogni uomo, al di là di ogni credo o condizione, curandone le ferite”.
Ed ha ricordato le sue azioni: “Innumerevoli sono i suoi gesti e le sue esortazioni in favore dei rifugiati e dei profughi. Costante è stata anche l’insistenza nell’operare a favore dei poveri. E’ significativo che il primo viaggio di papa Francesco sia stato quello a Lampedusa, isola simbolo del dramma dell’emigrazione con migliaia di persone annegate in mare. Nella stessa linea è stato anche il viaggio a Lesbo, insieme con il patriarca ecumenico e con l’arcivescovo di Atene, come pure la celebrazione di una messa al confine tra il Messico e gli Stati Uniti, in occasione del suo viaggio in Messico”.
Oppure il viaggio apostolico in Iraq per supplicarla pace od in Oceania: “Dei suoi 47 faticosi Viaggi Apostolici resterà nella storia in modo particolare quello in Iraq nel 2021, compiuto sfidando ogni rischio. Quella difficile Visita Apostolica è stata un balsamo sulle ferite aperte della popolazione irachena, che tanto aveva sofferto per l’opera disumana dell’ISIS. E’ stato questo un viaggio importante anche per il dialogo interreligioso, un’altra dimensione rilevante della sua opera pastorale. Con la visita apostolica del 2024 a quattro Nazioni dell’Asia e dell’Oceania, il papa ha raggiunto la periferia più periferica del mondo”.
Nel suo pontificato la misericordia di Dio è stata centrale: “Papa Francesco ha sempre messo al centro il Vangelo della misericordia, sottolineando ripetutamente che Dio non si stanca di perdonarci: Egli perdona sempre qualunque sia la situazione di chi chiede perdono e ritorna sulla retta via. Volle il Giubileo Straordinario della Misericordia, mettendo in luce che la misericordia è il cuore del Vangelo”.
Ha insistito per una ‘cultura dell’incontro’: “In contrasto con quella che ha definito ‘la cultura dello scarto’, ha parlato della cultura dell’incontro e della solidarietà. Il tema della fraternità ha attraversato tutto il suo pontificato con toni vibranti. Nella lettera enciclica ‘Fratelli tutti’ ha voluto far rinascere un’aspirazione mondiale alla fraternità, perché tutti figli del medesimo Padre che sta nei cieli. Con forza ha spesso ricordato che apparteniamo tutti alla medesima famiglia umana”.
Cultura dell’incontro per una pace tra l’umanità e con il creato, in quanto ‘nessuno si salva da solo’: “Nel 2019, durante il viaggio negli Emirati Arabi Uniti, Papa Francesco ha firmato un documento sulla ‘Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune’, richiamando la comune paternità di Dio.
Rivolgendosi agli uomini e alle donne di tutto il mondo, con la Lettera Enciclica ‘Laudato sì’ ha richiamato l’attenzione sui doveri e sulla corresponsabilità nei riguardi della casa comune. Nessuno si salva da solo”.
E non ha cessato di invocare la pace con una condanna esplicita della guerra: “Di fronte all’infuriare delle tante guerre di questi anni, con orrori disumani e con innumerevoli morti e distruzioni, papa Francesco ha incessantemente elevata la sua voce implorando la pace e invitando alla ragionevolezza, all’onesta trattativa per trovare le soluzioni possibili, perché la guerra (diceva) è solo morte di persone, distruzioni di case, ospedali e scuole. La guerra lascia sempre il mondo peggiore di come era precedentemente: essa è per tutti sempre una dolorosa e tragica sconfitta”.
Insomma era un ‘costruttore di ponti’: “Costruire ponti e non muri è un’esortazione che egli ha più volte ripetuto e il servizio di fede come successore dell’apostolo Pietro è stato sempre congiunto al servizio dell’uomo in tutte le sue dimensioni. In unione spirituale con tutta la Cristianità siamo qui numerosi a pregare per papa Francesco perché Dio lo accolga nell’immensità del suo amore”.
In chiusura il card. Re ha chiesto al defunto papa di intercedere per tutti: “Caro Papa Francesco, ora chiediamo a Te di pregare per noi e che dal cielo Tu benedica la Chiesa, benedica Roma, benedica il mondo intero, come domenica scorsa hai fatto dal balcone di questa basilica in un ultimo abbraccio con tutto il popolo di Dio, ma idealmente anche con l’umanità che cerca la verità con cuore sincero e tiene alta la fiaccola della speranza”.
Ed al termine della celebrazione funebre la papamobile lo ha trasportato nella chiesa di Santa Maria Maggiore, luogo scelto per la sua sepoltura, salutato da circa 150.000 fedeli lungo il tragitto.
(Foto: Santa Sede)
Egidio Bandini: don Camillo in dialogo con Cristo è la lezione di Guareschi
“Si era oramai sotto Natale e bisognava tirar fuori d’urgenza dalla cassetta le statuette del Presepe, ripulirle, ritoccarle col colore, riparare le ammaccature. Ed era già tardi, ma don Camillo stava ancora lavorando in canonica. Sentì bussare alla finestra e, poco dopo, andò ad aprire perché si trattava di Peppone…Peppone si sedette mentre don Camillo riprendeva le sue faccende e tutt’e due tacquero per un bel pò. Oramai il Bambinello era finito e, fresco di colore e così rosa e chiaro, pareva che brillasse in mezzo alla enorme mano scura di Peppone.
Peppone lo guardò e gli parve di sentir sulla palma il tepore di quel piccolo corpo. E dimenticò la galera. Depose con delicatezza il Bambinello rosa sulla tavola e don Camillo gli mise vicino la Madonna. ‘Il mio bambino sta imparando la poesia di Natale’, annunciò con fierezza Peppone. ‘Sento che tutte le sere sua madre gliela ripassa prima che si addormenti. E’ un fenomeno’. ‘Lo so. Anche la poesia per il Vescovo l’aveva imparata a meraviglia’, ammise don Camillo”.
Prendiamo spunto dal racconto del presepe, raccontato da Giovannino Guareschi in ‘Giallo e Rosa’ apparso nel settimanale umoristico ‘Candido’ del 21 dicembre 1947, per presentare il volume ‘In dialogo con Cristo. La lezione di don Camillo’, a cura dell’associazione ‘Amici di Giovannino Guareschi’: “Questo libro è strutturato in modo molto semplice: le istruzioni per l’uso le ha scritte il nostro presidente; a queste segue un’introduzione scritta diversi annetti or sono da uno dei maggiori scrittori italiani: Alessandro Baricco.
Ad essa seguono interventi di grandi personaggi che non sono più con noi: i cardinali Biffi e Maggiolini, oltre all’indimenticabile amico di sempre Giorgio Torelli e, per spezzare la monotonia Frate Indovino. Quindi la più straordinaria introduzione mai scritta per il Don Camillo: quella di Michele Serra per la biblioteca di Cuore. Di qui si procede in ordine alfabetico con docenti universitari esteri: il professor Alan R. Perry dell’Università di Gettysburg e la professoressa Olga Gurevich dell’Università di Mosca, traduttrice in russo del Don Camillo e della Favola di Natale”.
Al presidente dell’associazione ‘Amici di Giovannino Guareschi’, Egidio Bandini, condirettore del mensile ‘Candido’, abbiamo chiesto di raccontarci il mondo di Giovannino Guareschi: “Un mondo antico e sempre nuovo, fatto di valori irrinunciabili come la fiducia nel prossimo, il reciproco rispetto, la ricerca della verità, il coraggio di affrontare anche le situazioni più drammatiche, la solidarietà e la compassione, l’amicizia incondizionata e, alla base di tutto, la fede nella Divina Provvidenza e nelle leggi di Dio che, assieme alla Patria e alla Famiglia (entrambe con l’iniziale maiuscola) rappresentava il fondamento del piccolo mondo guareschiano che, però, dovrebbe essere grande come il mondo”.
A Firenze papa Francesco così aveva ‘dipinto’ Guareschi: ‘Ma pensiamo anche alla semplicità di personaggi inventati come don Camillo che fa coppia con Peppone. Mi colpisce come nelle storie di Guareschi la preghiera di un buon parroco si unisca alla evidente vicinanza con la gente… Vicinanza alla gente e preghiera sono la chiave per vivere un umanesimo cristiano popolare, umile, generoso, lieto’. Per quale motivo don Camillo era un pastore con l’odore delle pecore?
“Perché era sempre dentro, insieme, legato al suo gregge. Riferimento per tutti, fedeli e non, credenti e scettici, don Camillo conosce tutti i suoi parrocchiani, le loro angosce e i loro dolori, le loro gioie e i loro desideri: piange con loro e ride con loro. Proprio quello che ha detto papa Francesco”.
In quale modo don Camillo risvegliava la coscienza?
“Lascio rispondere Giorgio Vittadini: … non ho potuto fare a meno di pensare ai dialoghi tra don Camillo e il Cristo del suo crocefisso, passaggi cruciali dell’opera ‘Mondo Piccolo’ di Giovannino Guareschi. Come ebbe a scrivere lo stesso autore, ‘chi parla nelle mie storie non è il Cristo, ma il mio Cristo cioè la voce della mia coscienza’. Don Camillo parla con Cristo di quello che gli accade, mettendo a tema le vicende tristi e liete della vita quotidiana, sue e delle persone intorno a lui: la povertà, il lavoro, la giustizia sociale, la meschinità, la sete di vendetta e in generale il male procurato dagli uomini e quello che viene dalla natura, la politica locale e quella globale. Il linguaggio della ‘coscienza di Guareschi’, espressa dal Cristo nei racconti è quello dei Vangeli. Non si impone con violenza e autoritarismo, ma partendo dall’osservazione dei fatti spinge don Camillo, spesso con ironia, a riflettere, a ragionare, utilizzando la verità che è dentro di lui”.
Quale era il rapporto di don Camillo con Dio?
“Lo stesso di Guareschi: amore sconfinato e obbedienza assoluta alle leggi divine che, in quanto tali, non possono essere messe in discussione”.
Chi era Cristo per don Camillo?
“La voce della sua coscienza che, poi, era la coscienza di Giovannino Guareschi perché, non dimentichiamolo, don Camillo è null’altro che il suo stesso autore”.
Quale è la ‘lezione’ di don Camillo in dialogo con Cristo?
“Lascio ancora una volta la parola a Giorgio Vittadini: Guareschi, in controtendenza, fa del dialogo continuo e personale con il Cristo che parla la radice stessa della personalità di Don Camillo. Don Camillo obbedisce senza sé e senza ma alla Chiesa universale, ma non può fare a meno di paragonare tutto quel che sente e tutto quel che gli capita con questa misteriosa Presenza. Così scopre che Gesù non è una idea, un concetto, una astrazione ma una Presenza reale il compagno, l’amico, l’autorità vera che lo accompagna, lo conforta, lo corregge”.
Concludiamo con la ‘favola di Natale’, un particolare racconto di Guareschi: “Nel dicembre 1944 Guareschi scrive la favola che viene letta e rappresentata il 24 dicembre insieme all’amico Coppola il quale ‘con la fisarmonica accompagnava le canzoncine di cui io avevo scritto il testo e che vennero eseguite da un gruppo di pezzenti come me, pieni di freddo, di fame, di nostalgia. In quella squallida baracca zeppa di altri pezzenti come noi’. Per Guareschi era il secondo Natale in prigionia e scrisse la favola per resistere con l’allegria alla tristezza sua e quella tra i compagni del lager. La nostalgia che divorava i prigionieri, era, a suo modo, nostalgia di futuro non del passato.
A guerra conclusa Guareschi illustrerà la favola con stupendi disegni riprodotti che ne fanno una sorta di inedito fumetto. Tra fame e freddo Guareschi scrive la storia di Albertino, della nonna, del papà prigioniero, e delle piccole creature (buone o cattive) che vivono e parlano in un bosco fantastico. Il bambino, la nonna e il papà si incontrano a metà strada nel bosco dove, solo nella notte di Natale, si incontrano creature e sogni di due mondi nemici e rivali. Con questa convinzione si svolge il pranzo di Natale dove il panettone ha il sapore del cielo e del bosco, dove nella notte si rinnova il miracolo di Dio che si fa uomo tra gli uomini”.
(Tratto da Aci Stampa)
XVI Domenica Tempo Ordinario: una pastorale che è servizio all’amore
La liturgia oggi evidenzia due temi: una invettiva contro i pastori infedeli e una relazione nuova, stabile e sistematica tra il pastore e il suo gregge. Il primo tema evidenzia la presenza nel gregge di pastori infedeli che disperdono il gregge: pastore infedele è chi dimentica che comandare, guidare significa “servire”, vivere ed adoperarsi per gli altri. Il Profeta si riferisce oggi a chiunque si presenta come pastore (religioso, politico etc. ) e invece di servire il gregge del Signore pensa solo a sé. Gesù è il primo che si autodefinisce ‘buon pastore’ con i relativi attributi di guida ricolma solo di amore e compassione per il gregge. Egli conosce le sue pecore, le chiama per nome e queste ascoltano la sua voce.
Oggi nella Chiesa: vescovi, presbiteri, autorità religiose o politiche sono veri collaboratori se attuano i comandi del Signore dove guidare è ‘servire’: ognuno, conforme ai talenti e ai carismi ricevuti dallo Spirito Santo, è chiamato ad attuare la propria missione di guida credibile in nome di Cristo e non per tornaconto personale. Nel brano del Vangelo i discepoli di Gesù erano ritornati felici per avere incontrato tanta gente; ora Gesù li invita all’incontro con se stessi: ‘Venite in disparte e riposatevi’.
Gesù li invita in disparte, in un luogo solitario per riposarsi; Egli infatti si preoccupa della loro stanchezza fisica ed interiore; non è solo riposo fisico ma anche del cuore. Riposarsi per l’apostolo significa ritemprare lo spirito attingendo alla fonte dell’acqua viva: Cristo, che è Via, Verità e Vita. Come nel Vangelo tante volte Gesù si ritirava in preghiera per ritrovare il Padre e rinnovare le forze fisiche, così l’uomo, l’apostolo solo in Gesù ogni giorno deve trovare la forza che lo rinnova.
Gli Apostoli infatti non sono collaboratori esterni ma veri amici di Gesù; non sono impiegati o mercenari ma chiamati a dare la vita, se è necessario, per le pecore e per il Regno di Dio. Vi ho dato l’esempio, dice Gesù, e come ho fatto io , fate voi. Gesù crea nei suoi discepoli l’anima del buon pastore. Gli Apostoli si dirigono con la barca in un luogo deserto, la folla se ne accorge: li videro, li capirono e li precedettero.
L’amore è servizio ma è anche compassione: Gesù vide ed ebbe compassione della folla perché erano come pecore senza pastore e si mise ad insegnare loro molte cose. Da buon pastore Gesù riserva alla folla il dono migliore: la sua parola che illumina e dà gioia al cuore. La folla infatti non era venuta perché Gesù l’aveva saziata con la moltiplicazione dei pani, ma perché si sentiva amata e non disprezzata o messa da parte.
Gesù non fa discorsi politici o di alta economia; il Regno di cui parla è solo il Regno di Dio, regno di giustizia e di pace. La folla cerca Gesù perché ha fame e sete di giustizia e Gesù appresta l’opportuno rimedio: ‘convertitevi’, collaborate per restaurare il regno dell’amore e si avrà la pace vera. La pace si costruisce solo cercando con coraggio di eliminare le disuguaglianze generate da sistemi ingiusti ed attuando quanto necessita per realizzare una esistenza degna dell’uomo e prospera.
Giustizia e pace non sono possibili senza la purificazione del cuore, senza un rinnovamento di pensiero, senza una reale conversione all’amore verso Dio, verso la famiglia, verso tutti. Tale novità deve coinvolgere anche la dimensione politica. ‘Se il Signore è il mio pastore non manco di nulla’. La pace è il frutto della solidarietà globale finalizzata al bene della grande famiglia umana. La Madonna, la madre di Gesù e nostra, ci aiuti a vivere il grande e nobile mistero dell’amore.
Quarta Domenica di Pasqua: Io sono il buon Pastore
Chi è Gesù? Domanda legittima alla quale un giorno l’apostolo Pietro aveva risposto: ‘Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente’; domanda alla quale oggi Gesù stesso risponde affermando: ‘Io sono il buon Pastore’: immagine suggestiva quella del ‘Pastore buono’ che conosce le sue pecorelle, le chiama per nome, le conduce fuori e le pecore lo seguono perché riconoscono la sua voce. Pastore ‘buono’ non perché paziente e delicato con le sue pecorelle o agnelli, ma pastore vero ed autentico perché difende, conosce, ama le sue pecorelle e si contrappone al mercenario, che segue le pecore solo per la mercede, il salario, lo stipendio.
Gesù conosce le sue pecorelle una per una e queste riconoscono Lui; per Gesù infatti non siamo una massa, una moltitudine, ma siamo persone ognuna con la propria storia e Gesù ci ama ed è pronto a dare la vita per ciascuno: l’amore per le sue pecore lo porta a morire in croce per loro, il tratto specifico che lo caratterizza come pastore buono è quello di ‘dare la vita per le pecore’. Il mercenario, colui che va dietro le pecore per la mercede pattuita, per il salario se vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge; il lupo le rapisce e le disperde, il vero Pastore dà la vita per le sue pecore, ha interesse di farle crescere sane e sicure.
Ecco perché Gesù aggiunge: ‘Ho altre pecore che non appartengono a questo recinto: anche quelle io devo guidare; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore’. Davanti allo sguardo di Cristo Gesù è presente l’esperienza drammatica di una moltitudine di persone ‘stanche e sfinite come pecore senza pastore’. Da qui l’invito alla preghiera: ‘Pregate, Egli dice, il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe’; con la preghiera occorre anche l’azione.
Gesù infatti non solo prega, ma chiama gli Apostoli, li forma alla sua scuola per ben tre anni, li invia poi ad annunciare il Vangelo: ‘Come il Padre ha mandato me, io ora mando voi’. Ieri come oggi Gesù chiama giovani ed adulti all’apostolato attivo; invita ad impegnarsi a seguirlo in modo totale: ‘Non abbiate paura; non vi lascio soli’. Gesù conosce le difficoltà dell’apostolato e dona ai ‘chiamati’ forza e coraggio per superarle.
Egli è quel pastore buono che vive ed attua il programma a cui fa riferimento papa Francesco nell’enciclica ‘Fratelli tutti’: vivere e scoprire l’affascinante vocazione ricevuta ciascuno di noi nel Battesimo: la chiamata alla vera libertà che ci rende figli di Dio e fratelli e sorelle tra di noi. Chi è allora Gesù? Egli è il vero buon Pastore che offre la vita per le sue pecore; nessuno, Egli dice, me la toglie, ma la offro io da me stesso.
2.000 anni di cristianesimo ci hanno fatto incontrare capi di popolo che hanno mandato allo sbaraglio, al macello grandi masse di gente; agitatori politici che si sono insanguinati le mani, sotto l’egida di ideali veri o presunti, ma nessuno ha preferito sacrificare se stesso per il bene del popolo; il primo dovere del vero Pastore, sull’esempio di Gesù, è conoscere il proprio gregge, è custodire il gregge nella piena consapevolezza che comandare, guidare un popolo significa ‘servire il popolo’, come ha fatto Gesù, pronto anche a lavare i piedi ai suoi: ‘Mi chiamate Signore e Maestro e dite bene perché lo sono’, ma io vi ho lavato i piedi, vi ha dato l’esempio: ‘Come ho fatto io, fate voi’.
Con Cristo Gesù si viene ad instaurare l’era nuova, l’era dei figli di Dio, l’era della vera libertà. I dominatori oggi spesso concepiscono il rapporto con i sudditi in chiave di dominio e di sfruttamento: spremere dai sudditi tutto il possibile, come si spreme dalle pecore il latte, la carne, la lana lasciando le pecore sempre più deboli, malate, ferite per poterle meglio dominare. Questi sono falsi pastori, ladri e delinquenti; veri mercenari ai quali importa solo il loro tornaconto e non il bene delle pecore, del popolo: questo è quel quadro amaro del dominio dell’uomo sull’uomo radicato sull’orgoglio diabolico.
Il buon Pastore ci insegna: ‘Tra di voi chi comanda sia il servitore di tutti’. La Chiesa è chiamata a svolgere nel mondo le stesse funzioni di Cristo buon pastore. Il Padre celeste per realizzare la nostra felicità ha inviato Gesù, che nel Battesimo ci ha costituiti figli di Dio e lo siamo realmente; viviamo allora da figli di Dio, operiamo la nostra ‘conversione’ perché amore con amore si paga.
Troveremo Gesù con la braccia aperte ad accoglierci, come pecore del grande gregge del Signore. Ascoltiamo la sua voce ed assicureremo per noi un posto nel regno dei cieli. La Madonna ci aiuti a seguire sempre Gesù, buon pastore., per cooperare alla sua missione di gioia, di pace, di salvezza.
Da Pompei un impegno per la pace
“Proprio in quest’ora tanti fedeli si stringono intorno alla venerata Immagine di Maria nel Santuario di Pompei, per rivolgerle la Supplica sgorgata dal cuore del Beato Bartolo Longo. Spiritualmente inginocchiato davanti alla Vergine, le affido l’ardente desiderio di pace di tante popolazioni che in varie parti del mondo soffrono l’insensata sciagura della guerra. Alla Vergine Santa presento in particolare le sofferenze e le lacrime del popolo ucraino. Di fronte alla pazzia della guerra, continuiamo, per favore, a pregare ogni giorno il Rosario per la pace. E preghiamo per i responsabili delle Nazioni, perché non perdano ‘il fiuto della gente’, che vuole la pace e sa bene che le armi non la portano, mai”.
4^ domenica di Pasqua: Gesù è il buon Pastore
Gesù ci propone il Regno con l’immagine dl buon pastore. Nel suo messaggio tre verbi evidenziano il rapporto tra il pastore e le sue pecore: io le conosco, mi ascoltano, mi seguono. Dio conosce le sue pecorelle nei misteri dolorosi e gaudiosi, nelle debolezze e fragilità e nelle virtù e valori insiti nel cuore di ciascuno.



























