Tag Archives: Paternità

Il presepe icona della ‘famiglia’

Vicini ormai al Natale, protagonisti nel vangelo appaiono Maria e Giuseppe: la nuova famiglia istituita con la benedizione del cielo. Maria, l’Immacolata, la promessa sposa a Giuseppe, è ormai alla vigilia del matrimonio; Giuseppe, definito “uomo giusto”, della stirpe di David, assai religioso, ha contratto la promessa di matrimonio. L’una e l’altro conducono la propria vita e si preparano al nuovo ruolo della famiglia.

Maria, visitata dall’Angelo, ha detto il suo ‘sì’ al progetto divino: un mistero singolare e veramente unico, che tiene nel suo cuore ma che presto non potrà nascondere né a Giuseppe, né alla società in mezzo alla quale vive: è il progetto divino della redenzione; è la imminente nascita di Gesù, vero Dio e vero uomo: il mistero teologico assai eclatante perché il Bambino che dovrà nascere è l’Emmanuele, il Dio con noi, Dio che assume in sé la natura umana per riscattare la dignità dell’uomo, e Maria è la madre del Figlio di Dio.
Giuseppe è l’uomo giusto che, a norma del diritto ebraico, come sposo di Maria, viene a collocare Gesù nel popolo d’Israele, nella discendenza di David, destinatario della promessa divina.

Giuseppe sconosce il progetto divino che si sta attuando in Maria, sua legittima sposa, mentre questa porta già in sé i segni evidenti della sua maternità: era incinta per opera dello Spirito Santo, aveva detto il suo ‘sì’ all’Angelo, messaggero divino; il Figlio di Dio nel suo grembo aveva assunto la natura umana, mentre Lei, la Vergine Maria, era promessa sposa a Giuseppe: tale mistero manifestava solo l’amore, la sapienza e la potenza di Dio in favore dell’umanità ferita dl peccato.

Giuseppe vive così il momento più drammatico della sua vita: la moglie aspetta un Bimbo: è serena ma Lui, Giuseppe, non è il padre; una situazione la cui soluzione richiedeva a Giuseppe di mettersi da parte. In Giuseppe non c’è certamente quel giustizialismo imposto dalla legge, cioè denunciare il fatto di non essere il padre del Bambino con tutte le conseguenze legali; Giuseppe non dubita delle virtù di Maria, ma neppure dell’evidente ormai chiara maternità. Giuseppe è uomo giusto, fedele alla legge di Dio, disponibile sempre a fare la volontà di Dio.

Entra così nel mistero dell’incarnazione, dopo che un Angelo lo rassicura: Giuseppe, figlio di David, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, tutto è opera divina. Giuseppe, abbandonato il pensiero di ripudiare in segreto Maria, la prende con sé perché i suoi occhi vedono in Lei l’opera divina. Trionfa così la giustizia perché Giuseppe si mette nelle mani di Dio e solo da Lui aspetta che gli venga indicata la via da intraprendere. Nella vita bisogna leggere e capire i segni dei tempi, veri Messaggi celesti.

Dio, come era intervenuto in Maria, che fu annunziata dall’Angelo, così interviene con Giuseppe, destinato ad essere il padre putativo di Cristo Gesù: ‘Non temere di prendere con te, Maria, tua sposa, tutto è opera divina’; il Bambino, che dovrà nascere, lo chiamerai Gesù, l’Emmanuele, è il Dio con noi. Nel cammino dell’Avvento, in questa quarta domenica, la liturgia ci invita a contemplare l’ingresso di Gesù nel mondo mentre si inserisce in una famiglia umana. La famiglia è la realtà mirabile istituita da Dio sin dalla creazione quando Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo’.

Dopo il peccato originale era iniziata la grande attesa dovuta alla promessa divina: ‘Metterò inimicizia tra te e la donna, tra il seme tuo e il seme di lei’. Tutto l’Antico testamento costituisce e fa vivere la promessa di Dio che si concluderà a Betlemme, in una grotta dove nasce l’atteso bambino. Nella notte dei tempi è necessario lasciarsi sorprendere ed illuminare da questo atto divino, che è singolare ed inaspettato.
Alla vigilia quasi del Natale, questo quarta tappa ci porta alla valorizzazione della famiglia, realtà sacra ed essenziale per la vita della coppia.

E Gesù nascendo volle nascere in una famiglia per offrire a tutte le coppie l’icona perfetta da imitare. Gesù sceglie di nascere in una famiglia dove non ci sono tutte le comodità ma c’è amore, c’è fede profonda, c’è abbandono sincero e fiducioso nelle mani di Dio. Una famiglia dove Dio parla con i suoi segni, con il suo linguaggio di amore responsabilizzando ciascuno dei coniugi.

Gesù santifica così la famiglia e la eleva a sacramento, segno visibile della sua presenza. In essa non è il giustizialismo o il sensualismo che debbono dominare ma l’amore e il rispetto reciproco perché entrambi: uomo e donna, sono creati ad immagine di Dio e redenti da Cristo Gesù. Un amore dove ogni attrito o conflitto debbono essere superati con il dialogo sincero, l’amore profondo, la ricerca l’uno del bene dell’altro. Amore infatti non è ricevere ma dare, fare felice l’altro in nome di Dio, che è Amore. Guardate il presepe, amici carissimi, e fate della famiglia una Chiesa domestica. Allora e solo allora è Natale: Festa della famiglia, festa dell’amore.

San Giuseppe l’uomo dei fatti

“L’uomo dei fatti” così viene descritto San Giuseppe nel titolo di questo nuovo libro di Pamela Salvatori, specializzata in teologia dogmatica e autrice di svariati articoli e recensioni. Giuseppe è l’uomo dei fatti che con il suo silenzio ci ricorda una verità decisiva per un cammino di santità: «il rapporto con il Signore non è fatto tanto di parole quanto di ascolto e di scelte che dicono una risposta totale, radicale, alla sua volontà». p.12.

Il testo si presenta come una “biografia teologica” della fede di san Giuseppe: i sette capitoli che la descrivono, impreziositi da abbondanti citazioni dei padri e del magistero, conducono il lettore a gustare la bellezza del «santo più grande dopo Maria, il più potente contro i demoni, Custode della Chiesa perché Custode amorevole del Redentore e di sua Madre» p.11.

Il linguaggio utilizzato è semplice, all’autrice va il merito di essere riuscita a presentare un percorso teologico della vita di san Giuseppe senza precludere a nessuno la lettura, itinerario che suscita il desiderio di approfondire la relazione con colui che Dio ha scelto come custode della Madre e del Figlio. Questo, infatti, era l’intento dichiarato: «La speranza è che queste pagine, dedicate alla figura e missione di san Giuseppe, possano aiutarci ad accoglierne l’eredità e, di conseguenza, ad invocarlo con maggiore fiducia e consapevolezza». p.96.

La presenza di Maria santissima accompagna per mano il lettore lungo tutto il percorso: non poteva essere altrimenti, infatti, se, come diceva Paolo VI, per essere cristiani dobbiamo essere mariani, allo stesso modo, aggiunge l’autrice, «se vogliamo essere mariani dobbiamo essere giuseppini» p 12.

Senza togliere al lettore il gusto di scoprire le ricchezze spirituali che la vita di san Giuseppe apporta alla sequela di Cristo, segnaliamo un’impostazione teologica per nulla scontata, capace di riconoscere nel dato biologico della differenza sessuale un’indicazione squisitamente teologica. Paternità e maternità sono due dimensioni del maschile e del femminile, l’una viene generata e illuminata dall’altra e mai avviene senza l’altra. La paternità di Giuseppe la si comprende solo di fronte alla maternità di Maria.

Questo è vero per ogni paternità: «la sua dimensione pienamente paterna l’uomo può raggiungerla, anche sotto il profilo spirituale, ponendosi in relazione con la maternità della donna, in primis coltivando un rapporto autentico e profondo con la Vergine Maria, per imparare da lei a relazionarsi adeguatamente con ogni altra donna» p. 79. Il testo non lo approfondisce, ma è pur vero anche il reciproco: la maternità spirituale la donna la raggiunge in relazione alla paternità dell’uomo, per questo la persona di Giuseppe è per ogni donna quel rapporto autentico nel quale imparare a relazionarsi con ogni altro uomo.

Un’ultima anticipazione. L’appellativo “terrore dei demoni”, così antico da essere entrato nelle litanie dedicate al custode dei tesori più preziosi che esistano, è approfondita dall’autrice, consegnando al lettore indicazioni preziose a riguardo del combattimento contro le potenze del Male, un classico della spiritualità cristiana che «resta qualcosa di essenziale per comprendere l’importanza delle nostre scelte» p. 85. Il cristiano è il tempio dello Spirito Santo e porta in sé il sigillo della Santissima Trinità, con la presenza di Maria che è sempre là dov’è suo Figlio.

Tanto più queste intime e sante presenze saranno accolte, credute e pregate, tanto più gli attacchi di Satana saranno violenti. Ma l’infinita Misericordia del Padre ha posto san Giuseppe a custodia di Gesù e Maria e quindi di ogni anima a loro consacrata. Ecco perché «Tra i santi non vi è nessuno più potente contro il demonio» p.89.

Quattro testi di altri autori chiudono il volume in appendice, offrendo così ulteriori possibilità di approfondimento anche bibliografico. Tra questi non poteva mancare il brano tratto dal “Libro della mia vita” di Teresa d’Avila, migliore invito alla lettura di questo piccolo saggio sul più potente tra gli intercessori: «Mentre ad altri santi sembra che il Signore abbia concesso di soccorrerci in una singolare necessità, ho sperimentato che il glorioso san Giuseppe ci soccorre in tutte. Pertanto il Signore vuol farci capire che allo stesso modo in cui fu a lui soggetto in terra – dove san Giuseppe, che gli faceva le veci di padre poteva dargli ordini – anche in cielo fa quanto gli chiede». p.102

Link al booktrailer: https://youtu.be/TyteRst6mHo

Link all’estratto: 

https://www.academia.edu/115601560/San_Giuseppe_luomo_dei_fatti_estratto_

Link per l’acquisto: https://www.amazon.it/San-Giuseppe-luomo-dei-fatti/dp/B0CWPXMST7

Papa Francesco: Dio ci attende per fare festa

“Nel Vangelo di oggi Gesù si accorge che i farisei, invece di essere contenti perché i peccatori si avvicinano a Lui, si scandalizzano e mormorano alle sue spalle. Allora Gesù racconta loro di un padre che ha due figli: uno se ne va di casa ma poi, finito in miseria, ritorna e viene accolto con gioia; l’altro, il figlio ‘obbediente’, sdegnato col padre non vuole entrare alla festa. Così Gesù rivela il cuore di Dio: sempre misericordioso verso tutti; guarisce le nostre ferite perché possiamo amarci come fratelli”.

Ancora in convalescenza dopo il ricovero al Policlinico ‘Gemelli’ papa Francesco ha invitato a vivere la Quaresima come un tempo di guarigione: “Carissimi, viviamo questa Quaresima, tanto più nel Giubileo, come tempo di guarigione. Anch’io la sto sperimentando così, nell’animo e nel corpo. Perciò ringrazio di cuore tutti coloro che, ad immagine del Salvatore, sono per il prossimo strumenti di guarigione con la loro parola e con la loro scienza, con l’affetto e con la preghiera. La fragilità e la malattia sono esperienze che ci accomunano tutti; a maggior ragione, però, siamo fratelli nella salvezza che Cristo ci ha donato”.

Inoltre ha chiesto di pregare per la pace: “Confidando nella misericordia di Dio Padre, continuiamo a pregare per la pace: nella martoriata Ucraina, in Palestina, Israele, Libano, Repubblica Democratica del Congo e Myanmar, che soffre tanto anche per il terremoto”.

In particolare per la situazione che sta avvenendo in Sud Sudan: “Rinnovo il mio appello accorato a tutti i Leader, perché pongano il massimo impegno per abbassare la tensione nel Paese. Occorre mettere da parte le divergenze e, con coraggio e responsabilità, sedersi attorno a un tavolo e avviare un dialogo costruttivo. Solo così sarà possibile alleviare le sofferenze dell’amata popolazione sud-sudanese e costruire un futuro di pace e stabilità.

Ed in Sudan la guerra continua a mietere vittime innocenti. Esorto le parti in conflitto a mettere al primo posto la salvaguardia della vita dei loro fratelli civili; e auspico che siano avviati al più presto nuovi negoziati, capaci di assicurare una soluzione duratura alla crisi. La Comunità internazionale aumenti gli sforzi per far fronte alla spaventosa catastrofe umanitaria”.

In precedenza mons. Rino Fisichella, pro prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, aveva celebrato la messa per il Giubileo dei Missionari della Misericordia, nella chiesa romana di Sant’Andrea della Valle, concentrandosi sulla parabola del figliol prodigo, raccontata dall’evangelista Luca: “Gesù non poteva parlare di Dio in termini umani con tratti più significativi”, per dare voce “all’amore e misericordia del Padre”.

Lo sguardo, poi, si rivolge al popolo di Dio di oggi: “Tutti presto o tardi chiediamo l’eredità” e vogliamo “essere liberi, autonomi, prenderci la nostra esistenza”, con la conseguenza del fallimento. Perché “lontano da Dio e dalla sua casa, la Chiesa”, finiamo per seguire “la strada che ci porta a compiere cose inutili, a utilizzare pensieri futili e toccare con mano la distanza dalla sorgente dell’amore”.

Mentre l’altro figlio, “molto simile a tutti noi”, vive il ritorno del fratello “con rabbia e rancore”. Come lui, per i nostri anni di servizio fedele chiediamo “un capretto per far festa con i miei amici”, di avere in cambio qualcosa, a tal punto “da confondere la gratuità del servizio e farlo diventare un’arma di ribellione contro Dio”. Dalla risposta del Padre, “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo”, emerge il nostro peccato. Non comprendiamo “il valore della vicinanza con Dio”.

Quindi il pro prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione invita a “fare nostri i sentimenti di paternità” del Padre della parabola, e “saper guardare lontano per cogliere subito la presenza di quanti sono lontani e si stanno avvicinando. Dobbiamo lasciare subito la miopia di pensieri e comportamenti per allargare il cuore e la mente a entrare in profondità verso chi si avvicina a noi”.

E rivolgendosi ai sacerdoti mons. Fisichella ha sottolineato la necessità di andare ‘incontro, in quanto il sacerdote non sta seduto nel confessionale, “ma sa andare incontro al figlio quando è ancora lontano perché ha riconosciuto il suo ritorno a casa”. E nell’abbraccio al figlio che ha sbagliato, si fa comprendere “quanto l’amore dimentica il peccato, e il perdono obbliga a guardare direttamente al futuro” da vivere degnamente.

(Foto: Vatican Media)

Papa Francesco ai giovani: la vita è pellegrinaggio verso Dio

“L’anno scorso abbiamo cominciato a percorrere la via della speranza verso il Grande Giubileo riflettendo sull’espressione paolina ‘Lieti nella speranza’. Proprio per prepararci al pellegrinaggio giubilare del 2025, quest’anno ci lasciamo ispirare dal profeta Isaia, che afferma: ‘Quanti sperano nel Signore… camminano senza stancarsi’. Questa espressione è tratta dal cosiddetto Libro della consolazione, nel quale viene annunciata la fine dell’esilio di Israele in Babilonia e l’inizio di una nuova fase di speranza e di rinascita per il popolo di Dio, che può ritornare in patria grazie a una nuova ‘via’ che, nella storia, il Signore apre per i suoi figli”.

Così inizia il messaggio di papa Francesco per la 39^ Giornata Mondiale della Gioventù, che sarà celebrata domenica 24 novembre sul tema: ‘Quanti sperano nel Signore camminano senza stancarsi’ con un invito a camminare con speranza: “Anche noi, oggi, viviamo tempi segnati da situazioni drammatiche, che generano disperazione e impediscono di guardare al futuro con animo sereno: la tragedia della guerra, le ingiustizie sociali, le disuguaglianze, la fame, lo sfruttamento dell’essere umano e del creato.

Spesso a pagare il prezzo più alto siete proprio voi giovani, che avvertite l’incertezza del futuro e non intravedete sbocchi certi per i vostri sogni, rischiando così di vivere senza speranza, prigionieri della noia e della malinconia, talvolta trascinati nell’illusione della trasgressione e di realtà distruttive. Per questo, carissimi, vorrei che, come accadde a Israele in Babilonia, anche a voi giungesse l’annuncio di speranza: ancora oggi il Signore apre davanti a voi una strada e vi invita a percorrerla con gioia e speranza”.

Nel messaggio il papa ha riflettuto sulle due parole essenziali del profeta Isaia, ‘camminare senza stancarsi’: “La nostra vita è un pellegrinaggio, un viaggio che ci spinge oltre noi stessi, un cammino alla ricerca della felicità; e la vita cristiana, in particolare, è un pellegrinaggio verso Dio, nostra salvezza e pienezza di ogni bene.

I traguardi, le conquiste e i successi lungo il percorso, se rimangono solo materiali, dopo un primo momento di soddisfazione ci lasciano ancora affamati, desiderosi di un senso più profondo; infatti non appagano del tutto la nostra anima, perché siamo stati creati da Colui che è infinito e, perciò, in noi abita il desiderio di trascendenza, la continua inquietudine verso il compimento delle aspirazioni più grandi, verso un ‘di più’. Per questo, come vi ho detto tante volte, ‘guardare la vita dal balcone’ a voi giovani non può bastare”.

A volte subentra la stanchezza, che può produrre noia: “Si tratta di quello stato di apatia e di insoddisfazione di chi non si mette in cammino, non si decide, non sceglie, non rischia mai, e preferisce rimanere nella propria comfort zone, chiuso in sé stesso, vedendo e giudicando il mondo da dietro uno schermo, senza mai “sporcarsi le mani” con i problemi, con gli altri, con la vita.

Questo tipo di stanchezza è come un cemento nel quale sono immersi i nostri piedi, che alla fine si indurisce, si appesantisce, ci paralizza e ci impedisce di andare avanti. Preferisco la stanchezza di chi è in cammino che la noia di chi rimane fermo e senza voglia di camminare!”  

Per sconfiggere la stanchezza il papa, perciò, invita i giovani a ‘mettersi in cammino’: “E’ piuttosto mettersi in cammino e diventare pellegrini di speranza. Questo è il mio invito per voi: camminate nella speranza! La speranza vince ogni stanchezza, ogni crisi e ogni ansia, dandoci una motivazione forte per andare avanti, perché essa è un dono che riceviamo da Dio stesso: Egli riempie di senso il nostro tempo, ci illumina nel cammino, ci indica la direzione e la meta della vita.”.

Tale vigore scaturisce dalla speranza: “La speranza è proprio una forza nuova, che Dio infonde in noi, che ci permette di perseverare nella corsa, che ci fa avere uno ‘sguardo lungo’ che va oltre le difficoltà del presente e ci indirizza verso una meta certa: la comunione con Dio e la pienezza della vita eterna. Se c’è un traguardo bello, se la vita non va verso il nulla, se niente di quanto sogno, progetto e realizzo andrà perduto, allora vale la pena di camminare e di sudare, di sopportare gli ostacoli e affrontare la stanchezza, perché la ricompensa finale è meravigliosa!”

Quindi anche nei momenti di difficoltà Dio offre la sua vicinanza con il dono dell’Eucarestia: “In questi momenti, il Signore non ci abbandona; si fa vicino con la sua paternità e ci dona sempre il pane che rinvigorisce le nostre forze e ci rimette in cammino… In queste storie bibliche, la fede della Chiesa ha visto delle prefigurazioni del dono prezioso dell’Eucaristia, vera manna e vero viatico, che Dio ci dona per sostenerci nel nostro cammino.

Come diceva il beato Carlo Acutis, l’Eucaristia è l’autostrada per il cielo. Un giovane che ha fatto dell’Eucaristia il suo appuntamento quotidiano più importante! Così, intimamente uniti al Signore, si cammina senza stancarsi perché Lui cammina con noi. Vi invito a riscoprire il grande dono dell’Eucaristia!”

Però un pellegrino ha bisogno anche del riposo: “Nei momenti inevitabili di fatica del nostro pellegrinaggio in questo mondo, impariamo allora a riposare come Gesù e in Gesù. Egli, che raccomanda ai discepoli di riposare dopo essere ritornati dalla missione, riconosce il vostro bisogno di riposo del corpo, di tempo per il vostro svago, per godere della compagnia degli amici, per fare sport e anche per dormire”.

Il messaggio è un invito ai giovani di riporre speranza in Gesù: “Ma c’è un riposo più profondo, il riposo dell’anima, che molti cercano e pochi trovano, che si trova solo in Cristo. Sappiate che tutte le stanchezze interiori possono trovare sollievo nel Signore, che vi dice: ‘Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro’. Quando la stanchezza del cammino vi appesantisce, tornate a Gesù, imparate a riposare in Lui e a rimanere in Lui, poiché quanti sperano nel Signore… camminano senza stancarsi”.

L’invito è quello di mettersi in cammino su tale pellegrinaggio giubilare: “Cari giovani, l’invito che vi rivolgo è quello di mettervi in cammino, alla scoperta della vita, sulle tracce dell’amore, alla ricerca del volto di Dio. Ma ciò che vi raccomando è questo: mettetevi in viaggio non da meri turisti, ma da pellegrini…  Il turista fa così. Il pellegrino invece si immerge con tutto sé stesso nei luoghi che incontra, li fa parlare, li fa diventare parte della sua ricerca di felicità. Il pellegrinaggio giubilare, allora, vuole diventare il segno del viaggio interiore che tutti noi siamo chiamati a compiere, per giungere alla mèta finale”.

Il messaggio è chiuso con un’immagine per diventare missionari della gioia: “Arrivando alla Basilica di san Pietro a Roma, si attraversa la piazza che è circondata dal colonnato realizzato dal grande architetto e scultore Gian Lorenzo Bernini. Il colonnato, nel suo insieme, appare come un grande abbraccio: sono le due braccia aperte della Chiesa, nostra madre, che accoglie tutti i suoi figli! In questo prossimo Anno Santo della Speranza, invito tutti voi a sperimentare l’abbraccio di Dio misericordioso, a sperimentare il suo perdono, la remissione di tutti i nostri ‘debiti interiori’, come era tradizione nei giubilei biblici. E così, accolti da Dio e rinati in Lui, diventate anche voi braccia aperte per tanti vostri amici e coetanei che hanno bisogno di sentire, attraverso la vostra accoglienza, l’amore di Dio Padre”.

Papa Francesco: attenzione per gli ‘ultimi’ e preghiera per la pace

“Vi do il benvenuto mentre state concludendo il vostro XVIII Capitolo Generale. Saluto Padre Jan Pelczarski, rieletto Superiore Generale (hai fatto bene, ti hanno rieletto!); saluto i Consiglieri, tutti voi qui presenti e l’intera ‘Famiglia Giuseppina Marelliana’: suore, laici e giovani. Come sapete, anche la mia famiglia ha origini astigiane. Abbiamo radici comuni in quella terra di Piemonte, che ha dato i natali al vostro fondatore San Giuseppe Marello. Terra bella, quella, del buon vino… Bella terra!”: inizia con questo ricordo di papa Francesco l’incontro con i partecipanti al XVIII Capitolo generale della Congregazione degli Oblati di San Giuseppe di Asti, terra natale del papa.

Per il discorso papa Francesco ha preso spunto dal titolo del Capitolo Generale, tratto dalla lettera di san Paolo a Timoteo (‘Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te’) per ricordare l’impegno della santità: “Sono parole impegnative, con cui vi riconoscete beneficiari di un dono (la santità del Fondatore, il carisma e la storia della vostra Congregazione) e vi impegnate a fare vostre le responsabilità che ne derivano: custodire e far fruttificare i talenti ricevuti mettendoli al servizio dei fratelli”.

Atteggiamenti importanti nella vita del fondatore della congregazione: “E questi due atteggiamenti (gratitudine e responsabilità) ben richiamano la figura di San Giuseppe, il custode della Santa Famiglia, che è il modello, l’ispiratore e l’intercessore della vostra Congregazione.

Vorrei allora sottolineare tre dimensioni dell’esistenza di Giuseppe di Nazaret, che mi sembrano importanti anche per la vostra vita religiosa e per il servizio che svolgete nella Chiesa: il nascondimento, la paternità e l’attenzione agli ultimi”.

Il primo atteggiamento da tenere presente è il ‘nascondimento’: “San Giuseppe Marello ha sintetizzato questo valore con il motto: ‘certosini in casa e apostoli fuori casa’ (è bello, non sapevo questo, quando l’ho letto mi ha colpito, una bella sintesi) ed è molto importante. Lo è prima di tutto per voi, perché sappiate radicare la vostra vita di fede e la vostra consacrazione religiosa in un quotidiano ‘stare’ con Gesù. Non illudiamoci: senza di Lui non stiamo in piedi, nessuno di noi…

Perciò vi incoraggio a coltivare sempre un’intensa vita di preghiera (‘intensa’ forse è un aggettivo troppo forte: una buona vita di preghiera, questa, non lasciarla) attraverso la partecipazione ai Sacramenti, l’ascolto e la meditazione della Parola di Dio, l’Adorazione eucaristica, sia personale che comunitaria”.

E’ stato un invito a non trascurare l’adorazione eucaristica: “E’ prima di tutto così che san Giuseppe ha risposto al dono immenso di avere in casa sua il Figlio stesso di Dio fatto uomo: stando con Lui, ascoltandolo, parlandogli e condividendo con Lui la vita di ogni giorno.

Ricordiamolo: senza Gesù non stiamo in piedi! In questo momento chiedo ad ognuno di pensare ai propri peccati: tutti siamo peccatori. Pensate ai vostri peccati, adesso, e vedete che quando voi siete caduti nel peccato era perché non eravate vicini al Signore. Sempre è così. Chi è vicino al Signore si aggrappa subito e non cade. La vicinanza al Signore!”

Eppoi il fondatore è stato un ‘apostolo’ dei giovani: “I giovani non hanno bisogno di noi: hanno bisogno di Dio! E più noi viviamo alla sua presenza, più siamo capaci di aiutare loro a incontrarlo, senza protagonismi inutili e avendo a cuore solo la loro salvezza e la felicità piena. I nostri giovani (ma in verità un po’ tutti noi) vivono e viviamo in un mondo fatto di esteriorità, in cui quello che conta è apparire, ottenere consensi, fare esperienze sempre nuove. Ma una vita vissuta tutta ‘fuori’ lascia vuoti dentro, come chi passa tutto il tempo in strada e lascia che la propria casa vada in rovina per mancanza di cura e di amore”.

Da qui nasce la paternità dei Santi: “Si sente qui il cuore di un padre, che si commuove di fronte alla bellezza dei suoi figli umiliata dall’indifferenza e dal disinteresse di chi dovrebbe invece aiutarli a dare il meglio di sé. E nella stessa lettera continua, considerando come sia ingiusto e sterile l’atteggiamento di chi poi questa gioventù, abbandonata e disorientata, si limita a criticarla… E tali vuole che siate voi, attenti al bene integrale dei giovani, concretamente presenti accanto a loro e alle loro famiglie, esperti nell’arte maieutica dei buoni formatori, saggiamente rispettosi dei tempi e delle possibilità di ciascuno”.

Infine ‘attenzione agli ultimi’: “Una delle cose che colpiscono, nel Santo sposo di Maria, è la fede generosa con cui ha accolto in casa sua e nella sua vita un Dio che, contrariamente ad ogni aspettativa, si è presentato alla sua porta nel figlio di una ragazza fragile e sprovvista di ogni possibilità di recriminazione. Non c’era nessun diritto che Maria e il suo Bambino potessero umanamente accampare davanti al santo Patriarca, se non quello di una Presenza che solo la fede poteva riconoscere e la carità accogliere. E Giuseppe è stato capace di fare questo passo: ha riconosciuto la reale presenza di Dio nella loro povertà e l’ha fatta sua, anzi l’ha unita alla sua vita”.

In precedenza papa Francesco ha incontrato i familiari delle vittime dell’esplosione al porto di Beirut, avvenuto il 4 agosto 2020, pregando per loro: “Con commozione incontro voi, familiari delle vittime dell’esplosione nel porto di Beirut, avvenuta quattro anni fa. Ho pregato tanto per voi e per i vostri cari, e ancora prego, unendo le mie lacrime alle vostre. Oggi ringrazio Dio di potervi incontrare, di esprimervi di persona la mia vicinanza”.

Infine ha invocato la pace per il Paese: “La sua vocazione, del Libano, è di essere una terra dove comunità diverse convivono anteponendo il bene comune ai vantaggi particolari, dove religioni e confessioni differenti si incontrano in fraternità. Sorelle e fratelli, vorrei che ciascuno di voi sentisse, insieme al mio affetto, anche quello di tutta la Chiesa. Noi sentiamo e pensiamo che il Libano è un Paese martoriato… Non siete soli e non vi lasceremo soli, ma rimarremo solidali con voi attraverso la preghiera e la carità concreta”.

(Foto: Santa Sede)

 Elogio della paternità

Il Comitato Nazionale per la Salvaguardia della Patria, in breve CNSP, esiste nel Niger dal 26 luglio passato, giorno in cui è stato fatto prigioniero il presidente Mohamed Bazoum. Passano i mesi e il tema della Patria non accenna a diminuire, anzi, il patriottismo e i patrioti sono ormai i cittadini modello da imitare.

Daniele Mencarelli racconta la ‘fame d’aria’ degli ‘scartati’ che porta a Dio

E’ un angelo caduto, Jacopo: un bel ragazzo di 18 anni, alto, che a una prima occhiata può ingannare, poi ci si accorge che dondola di continuo, che i suoi sono occhi da sonnambulo, che la mano va avanti e indietro sulla coscia, a passare e ripassare, senza sosta. Allora gli sguardi della gente si fermano, e interrogano con curiosità e pietà.

Ascoli Piceno: mons. Palmieri invita a riscoprire la paternità di sant’Emidio

Sabato 5 agosto, nella cattedrale, si è celebrata la festività di sant’Emidio, patrono della città e della diocesi di Ascoli, il cui tema era incentrato sulla genitorialità: ‘Padri e madri nella vita e nella fede’, iniziata con la benedizione del basilico sul sagrato della cattedrale: “La fede è come il basilico, che ha proprietà mediche, cosmetiche e perfino antidepressive”, ha affermato mons. Gianpiero Palmieri.

Vicenza ha un nuovo vescovo che sceglie pastoralità ed ospitalità

Domenica 11 dicembre la diocesi di Vicenza ha accolto il nuovo vescovo mons. Giuliano Brugnotto con il rito di ordinazione presieduto dal vicentino card. Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano,  con il suggerimento a chiunque avesse intenzione di fargli un dono, di devolvere un’offerta a sostegno di un piccolo ospedale in allestimento in Pakistan sostenuto dall’Associazione Missione Shahbaz Bhatti Onlus (MSB) che opera in Pakistan per la difesa dei diritti delle minoranze religiose e cristiane (IBAN: IT23B0306961904100000003808 – BIC BCITITMM), che si si ispira al pensiero e all’impegno di Shahbaz Bhatti, ministro federale delle Minoranze Religiose e dell’Armonia Nazionale del Pakistan, assassinato il 2 marzo 2011.

Papa Francesco ha ricordato mons. Luigi Giussani: fu appassionato di Gesù

La comunità di Comunità e Liberazione si è trovata numerosa in piazza san Pietro con papa Francesco per ricordare il centenario della nascita di mons. Luigi Giussani, come ha ricordato il card. Angelo Scola ad Avvenire:

151.11.48.50