Don Álvaro Granados (1964-2025): preghiera e incontri a Roma a un anno dalla morte

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Il 24 gennaio 2025 ci lasciava prematuramente il teologo spagnolo don Álvaro Granados (1964-2025), indimenticato collaboratore nella Parrocchia di San Josemaría Escrivá (Roma) e Professore incaricato di Teologia pastorale della Facoltà di Teologia della Pontificia Università della Santa Croce.

Per ricordare il sacerdote che, negli ultimi sette anni della sua vita, ha portato sul suo corpo la “croce” della SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica), una malattia degenerativa che gli ha interdetto progressivamente tutte le funzioni vitali, il parroco e la comunità dei fedeli della parrocchia intitolata al fondatore dell’Opus Dei hanno organizzato sabato, nel giorno del primo anniversario della sua morte, due incontri per affidare l’anima di don Álvaro al Signore e, al tempo stesso, promuoverne la conoscenza e la preghiera d’intercessione.

Il primo appuntamento sarà la mattina, alle ore 11, nel Mausoleo dedicato al sacerdote nel cimitero di Prima Porta in via Flaminia Km 14,400 (Roma), per la recita del Santo Rosario. La sera, invece, alle ore 18.30, il parroco della chiesa di San Josemaría Escrivá, don Enrico Aguiló, celebrerà una Messa in suffragio per don Álvaro nella Parrocchia che si trova nella zona di Roma Sud, a poca distanza dall’Abbazia delle Tre Fontane. In questa chiesa il sacerdote spagnolo ha vissuto per due periodi – per un totale di quindici anni – intervallati dal servizio accademico e pastorale prestato sempre nella Capitale ma abitando altrove.

Dopo la Messa ci sarà la possibilità di visitare la stanza di don Álvaro, attigua alla parrocchia, lasciata così com’è con i suoi libri e l’arredo semplice in segno di riconoscente memoria e venerazione da parte di tutta la comunità.

Sono in effetti da tempo continue le visite alla tomba del sacerdote, collocata non a caso in un cimitero civile in continuità con la chiamata alla santificazione delle realtà temporali di chi ha donato la sua vita alla Chiesa, come don Álvaro, seguendo la vocazione nell’Opus Dei.

Quello di Álvaro Granados è stato un esempio di fedeltà molto “normale”, di quella «classe media della santità» di cui Papa Francesco ha parlato nell’Esortazione Apostolica “Gaudete et exultatesulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo (19 marzo 2018, n. 7). Non certo “normale”, invece, è stato il suo sacrificio. «È una malattia pesante, dura – disse della SLA rispondendo ad una domanda di un’intervista –, ma mi ha permesso di maturare e soprattutto di capire quali sono le cose che veramente contano nella vita.

Oltre al valore della fede cristiana, in questi anni di infermità, ho scoperto e riscoperto il grande valore delle relazioni umane, ciò per cui vale veramente la pena lottare in questo mondo. Chi ha molte relazioni con le persone è ricco, chi non ne ha è povero» (cit. in Giuseppe Muolo,“Ho la Sla, ma resto sacerdote fino in fondo”, Avvenire, 30 maggio 2024).

La forza per resistere ed offrire la malattia gli è sempre venuta dal Vangelo. Ma quali sono i passi che gli sono stati più di aiuto e conforto nel momento della sofferenza? «C’è l’imbarazzo della scelta – disse pochi mesi prima di morire –. Ma mi ricordo spesso il passo della vedova al tempio, che con due spiccioli riesce a entusiasmare Cristo, cioè Dio. Io penso che offrendo a Lui le piccole cose della mia malattia, gli acciacchi, un dolore improvviso, un momento di disagio, è come se mi avvicinassi al comportamento della vedova. Non sto dando niente concretamente, ma per Dio è tanto, è tutto. Lo riempie di amore. Offrendo i piccoli e grandi disagi che attraverso, posso colmare di gioia il cuore di Dio. Questo mi entusiasma e mi aiuta a dare un senso alla mia malattia».

Anche la parte finale della sua esistenza don Álvaro l’ha vissuta ad imitazione «di coloro che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio» (Gaudete et exultate, n. 7). Pochi giorni prima di morire nella sua piccola stanza della parrocchia di san Josemaría Escrivá, il sacerdote lasciò detto ad una delle sorelle: «Chiedo al Signore la grazia di conservare la vita, così da potergli dare gloria con la mia malattia finché Lui lo vorrà». Nato a Madrid l’11 novembre 1964, Álvaro Granados si era laureato in legge all’Università di La Laguna (Tenerife) nel 1988.

Si era poi trasferito a Roma per studiare teologia nella Pontificia Università della Santa Croce, ateneo nel quale ha conseguito anche un dottorato in filosofia nel 1996. È stato ordinato sacerdote della Prelatura personale dell’Opus Dei nel 1994 e, dal 1995 al 2006, ha lavorato come formatore presso il Seminario internazionale Sedes Sapientiae. È stato anche Rettore del Collegio Sacerdotale Tiberino e, nel 2009, ha conseguito il dottorato in Teologia Pastorale presso l’Università Lateranense.

A tale disciplina don Granados ha dedicato il suo ultimo volume, La casa costruita sulla sabbia. Manuale di teologia pastorale (Edizioni Santa Croce, Roma 2022, pp. 392), che esprime nel modo più efficace la situazione dei cristiani che vivono nella post-modernità, ovvero individui immersi in un contesto nel quale la fede è diventata culturalmente impossibile.

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