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L’ideologia (e l’inflazione) dei diritti dell’uomo

Oggi ricorre uno dei numerosi anniversari (108 quelli disseminati durante tutto l’anno secondo il ‘Calendario dei Diritti Umani’ del Consiglio d’Europa) pensati per ‘sensibilizzare’, “celebrare”, ‘formare’, ‘stimolare la consapevolezza’, ‘realizzare azioni progettuali’… sui diritti dell’uomo. L’8 aprile, infatti, è la Giornata mondiale dei Rom, una ricorrenza istituita nel 1990 per celebrare la cultura e stigmatizzare le discriminazioni nei confronti di quel popolo che, con termine spregiativo, è conosciuto dai più come ‘zingaro’.

Degna sicuramente di nota in ricorrenze come l’odierna è l’azione di formazione e informazione storica e culturale volta a fare memoria del fatto che anche i Rom, come gli ebrei, i disabili, i dissidenti politici… furono vittime dell’Olocausto nazionalsocialista. Da quando però nel 1945 l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) fu costituita ‘per riaffermare la fiducia nei diritti umani, nella dignità e nel valore della persona umana’ e nel 1948 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, di tutte queste iniziative, obiettivamente, si è perso il conto con tutte le conseguenze del caso riguardo alla loro efficacia e utilità.

Il discorso complessivo sui diritti dell’uomo non può, a questo riguardo, prescindere da quello sull’ideologia dei diritti che, negli ultimi decenni soprattutto, ha causato un’inflazione tale di iniziative, campagne, rivendicazioni etc. che hanno finito per generare un quadro giuridico contraddittorio.

Pensiamo per esempio alla rivendicazione del ‘diritto’ all’aborto assieme a quello alla vita, oppure il diritto al lavoro e quello al tempo libero o, infine, quello all’uguaglianza che va di pari passo con la richiesta di riconoscere ogni tipo di diversità. La prospettiva che ne deriva è quella del caos o, in alternativa, quella del relativismo. Oltretutto, come denunciato da ultimo dal filosofo e politologo francese Alain de Benoist, i ‘diritti dell’uomo’ sono diventati ormai un termine passe-partout, usato per demonizzare gli avversari, emettendo scomuniche dal sapore pseudo-religioso.

Nelle interviste raccolte nel libro ‘L’ideologia dei diritti dell’uomo’ (Bietti editrice, Milano 2023), de Benoist invita a ricollocarli nel contesto storico nel quale sono stati formulati, segnato dall’irruzione della borghesia mercantilistica e dall’aurora della modernità liberal connotata da individualismo, utilitarismo e contraddizioni epocali. Contraddizioni poi trasfuse in quella dei diritti dell’uomo che è diventata una delle ultime religioni laiche del nostro tempo.

Come noto, i diritti umani sono stati solennemente ‘dichiarati’ in diverse occasioni, spesso come preambolo alle carte costituzionali di cui tra la fine del Seicento e il Ventesimo secolo si sono dotati tutti i Paesi europei, americani e infine quelli di tutto il mondo. Ma questa loro ‘positivizzazione’ cosa ha comportato? Innanzitutto, che la parola ‘diritto’ è connessa sempre alla legislazione statale o internazionale. Alcuni fra i più illuminati giuristi, filosofi e politici anche contemporanei ritengono però che le leggi non possano essere giuste se non discendono da un senso di giustizia universale.

Non discendano, quindi, da principi morali-giuridici espressione di quel diritto naturale inscritto nella stessa natura umana. Se la ‘bussola’ del diritto naturale smette di fare da criterio per il diritto positivo, l’inflazione e la contraddittorietà dei diritti dell’uomo è la conseguenza logica. Senza il riconoscimento di un fondamento oggettivo, naturale, ontologico, la ‘teoria dei diritti umani’ si presta (come accaduto fin dalle sue prime formulazioni del resto) a utilizzi strumentali, politici e, quindi, alla fine ideologici.

Anzitutto sono i due presupposti distintivi dei diritti umani ‘originati’ nel XX secolo ad averli resi socialmente e politicamente friabili, ovvero il loro carattere individualistico e soggettivistico. Entrambi hanno posto le basi della strumentalizzazione considerando l’uomo come individuo astratto al di fuori dei suoi legami sociali, religiosi e familiari. Che se ne fa l’uomo concreto e reale della sua proprietà senza che i suoi beni siano godibili dalla sua famiglia? Che senso ha per lui essere libero, quando i membri del suo popolo non lo sono? Che vita può essere la sua senza quella dei suoi affetti, o senza poter adorare il suo Dio?

E quando in nome dei ‘diritti dell’uomo’ si distruggono le culture autoctone, introducendo i soli deteriori stili di vita occidentali, come sorprendersi che i popoli così profondamente violentati nella loro identità e specificità non si ribellino? Come denunciato dal già citato de Benoist, vi sono alcune evidenze nella società globale di oggi difficilmente contestabili che documentano le contraddizioni e derive dell’ideologia dei diritti umani.

Anzitutto, il risultato più appariscente di questa ideologia dominante dei diritti è la distruzione morale e giuridica dei rapporti familiari e di quelli religiosi. Entrambi sono destinati a scomparire praticamente con l’imposizione nelle leggi e nelle giurisprudenze dell’individualismo liberal con il conseguente deterioramento dei legami umani in generale.

Questa deriva è suggellata dalla corruzione del significato delle parole che utilizziamo. Nel senso che alle parole non si dà più il senso che hanno. Questo sta succedendo negli ultimi decenni con la teoria del genere [gender] o con quella del razzismo sistematico [Critical Race Theory]. Con l’imporsi di queste ideologie alcuni temi e parole che siamo abituati ad avere care in quanto ereditate dalle nostre tradizioni divengono proibite e motivo di ‘colpevolezza’ o, meglio, d’imputabilità.

Sì, perché la caratteristica peculiare di queste due ideologie è che non inducono solo effetti sociali e politici ma anche giuridici. E’ questo uno dei fattori principali che hanno scatenato il caos e, quindi, l’inflazione e contraddittorietà dei diritti dell’uomo.

Mattarella all’ONU: garantire a tutti la democrazia e la pace

“La ringrazio molto, Signor Segretario generale, per questa accoglienza e per la possibilità di dialogare con lei in questo momento così delicato della vita della comunità internazionale. Sono lietissimo di poter analizzare con lei le crisi che vi sono. Occorre, in questo momento, riuscire a interrompere ovunque le spirali di violenza; la spirale di azione e reazione che fa aggravare i problemi e non consente di risolverli. Sono qui all’ONU per testimoniare, ancora una volta, quanto l’Italia abbia fiducia nelle Nazioni Unite e anche nella sua azione, Signor Segretario generale. Tanto più nel mondo crescono le crisi, le difficoltà, le contrapposizioni, i contrasti, tanto più si afferma quanto vi sia indispensabile bisogno dell’azione delle Nazioni Unite”.

Dopo il saluto iniziale il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, al Palazzo di Vetro dell’ONU ha parlato del sedicesimo obiettivo di sviluppo dell’Agenda 2030 come un traguardo urgente: “Pace, inclusione, giustizia, sono capisaldi irrinunciabili per lo sviluppo sostenibile di ogni Paese e di ogni società, e mi piace sottolineare come siano principi portanti anche dell’ordinamento costituzionale italiano. L’esistenza di un sistema di tutele e di garanzie giuridiche è pre-condizione al godimento dei diritti della persona e, appunto, per lo sviluppo umano, inteso nel suo senso più alto”.

Infatti quello programmato dall’ONU è un obiettivo con un orizzonte concreto: “L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, con i suoi Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, ha il merito di avere fornito un orizzonte concreto per il loro realizzarsi, indicando un percorso che tutti gli Stati Membri si sono impegnati a perseguire nell’interesse dei popoli, e che passa anzitutto dalla preservazione del pianeta, il luogo che abitano”.

Ed ha denunciato il ritardo accumulato negli scorsi decenni: “All’intensificarsi degli effetti negativi del cambiamento climatico si aggiunge il proliferare di drammatici conflitti che allontanano dall’impegno di dare priorità a quell’agenda. Le conseguenze sono disastrose: allo stato attuale solo una parte modestissima degli obiettivi dell’Agenda 2030 sarebbe raggiungibile nei tempi indicati. Il lavoro che attende questa Conferenza preparatoria sarà prezioso, come avvenuto per le edizioni precedenti di Roma, in particolare in vista del ‘Summit per il Futuro’, previsto il prossimo settembre. Il quadro giuridico entro cui si colloca la capacità di perseguire gli obiettivi dell’Agenda è strumento essenziale”.

Quindi per proseguire nel dialogo questo Obiettivo è fondamentale: “Come potremmo parlare, infatti, di pace come sviluppo se non sostenendo i diritti delle persone e dei popoli? Come potremmo, se non affermando la pratica, nei conflitti, dei principi delle Convenzioni di Ginevra in materia di diritto umanitario, oggi apertamente violati? Se non ponendo in campo norme e iniziative a tutela della condizione femminile, contro la violenza sui fanciulli e sulle donne, sullo sfruttamento da parte della criminalità organizzata, sulla marginalizzazione dei disabili?

Sono questioni che riguardano da vicino le istituzioni e l’amministrazione della giustizia. Si tratta di por fine alla insicurezza cui sono confinate troppe popolazioni e troppe persone”.

Nel ricordo di Giovanni Falcone ha sottolineato la necessità di ‘costruire’ società democratiche: “Se questi sono temi di urgenza particolare, la prospettiva verso la quale ci muoviamo è quella di rendere le nostre società più coese e giuste,  allargando gli spazi civici e politici di partecipazione a tutte le componenti delle società; rendendo le istituzioni, a ogni livello, più inclusive e più rappresentative: in ultima analisi rinsaldando il ‘contratto sociale’ tra popoli e istituzioni. Si tratta di condizioni essenziali per lo sviluppo della persona, purtroppo fragili o assenti in tante parti del mondo”.

Quindi pace e sviluppo non possono essere disgiunti: “Viviamo in un’epoca con il maggior numero di conflitti dalla fine della Seconda guerra mondiale che divorano enormi risorse nella corsa agli armamenti, sottraendole allo sviluppo. L’appello alla costruzione delle condizioni necessarie per la pace e per porre fine ai conflitti non potrebbe essere più necessario e urgente.

Fronteggiamo oggi un pericolo ulteriore che mina il rapporto di fiducia con le istituzioni e tra i Paesi, quello della disinformazione. E’ di venerdì scorso la Giornata mondiale per la libertà di stampa che ammonisce, ogni anno, sul valore della libertà dell’informazione per il mantenimento della democrazia. Temi come l’accesso all’informazione, la libertà di espressione, la tutela della privacy, appartengono, a buon diritto, alle mete incluse nell’Obiettivo 16, oggetto di questa discussione”.

E l’Italia farà la sua parte nel favorire una nuova visione del ‘multilateralismo’: “Con (e nelle) Nazioni Unite dobbiamo lavorare per ricostituire la fiducia tra le nazioni, rinsaldare la cooperazione internazionale e tessere nuove reti di comprensione e di collaborazione.

E’ sulla base di questo approccio che l’Italia dispiega la sua azione, con ferma determinazione nel sostenere gli strumenti di dialogo basati su quel principio di multilateralismo che oggi vediamo così drammaticamente messo in discussione dall’aggressione russa all’Ucraina e dalle conseguenze dell’irrisolto conflitto israelo-palestinese. Non possiamo continuare ad attardarci in relazioni tra Paesi basate su visioni ed eredità ottocentesche, su pulsioni di potenza”.

(Foto: Quirinale)

Da Rondine all’ONU: la guerra è sempre un’ingiustizia totale

Nei giorni scorsi il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha incontrato il card. Gualtiero Bassetti, presidente della CEI, Franco Vaccari, presidente dell’organizzazione italiana ‘Rondine Cittadella della Pace’, lo scrittore e editorialista francescano, p. Enzo Fortunato, e il changemaker, Alessio Antonielli, all’indomani del supporto manifestato dalla Santa Sede all’appello di Guterres del 19 aprile scorso, per una tregua in occasione della celebrazione della Pasqua secondo il calendario giuliano.

Associazioni cattoliche per il disarmo nucleare

In questo Mese della Pace di gennaio 2022, e a pochi giorni dal primo anniversario dell’entrata in vigore del Trattato Onu di proibizione delle armi nucleari, nel pieno sostegno alla campagna ‘Italia Ripensaci’, che ha visto una forte mobilitazione della società civile su questi temi, Giuseppe Notarstefano (presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana), Emiliano Manfredonia (presidente nazionale delle Acli), Giovanni Paolo Ramonda (responsabile generale della Comunità Papa Giovanni XXIII), Cristiana Formosa e Gabriele Bardo (responsabili nazionali del Movimento Focolari Italia) e mons. Giovanni Ricchiuti, presidente nazionale di Pax Christi, hanno chiesto con un appello al governo italiano di ratificare il trattato dell’Onu per la messa al bando delle armi nucleare, come hanno già fatto oltre 50 Stati:

Il grido di Hiroshima scuote il mondo: no alle armi atomiche

Il 6 agosto 1945 la città di Hiroshima in Giappone veniva distrutta dalla bomba statunitense denominata ‘Little boy’ e pochi giorni dopo, il 9 agosto, Nagasaki subiva la stessa sorte con ‘Fat Man’: iniziava così l’era degli armamenti nucleari, che sarebbero in breve proliferati negli arsenali di vari stati, arrivando nel corso della Guerra Fredda all’astronomica cifra di circa 70.000 testate, per lo più in mano a Washington e Mosca.

I cattolici chiedono la riconversione delle testate nucleari

Dal 22 gennaio è in vigore il trattato Onu che espressamente vieta sviluppo, sperimentazione, produzione, trasferimento, utilizzo, sostegno tecnico e logistico alla fabbricazione e al trasferimento delle armi nucleari: almeno 13.410 testate attive, di cui il 90% in gestione di Russia ed USA, a cui devono essere sommati 37.000 ‘cuori di plutonio’, già smantellati e stoccati in depositi ad hoc.

Il day after l’esposione a Beirut, parla il card. Rai (Patriarca maronita): ‘Gli altri Stati non ci lascino soli, siamo sull’orlo della bancarotta. Si crei un fondo gestito dall’Onu’

Il giorno dopo l’esplosione che ha devastato Beirut, la capitale del Libano, sono tanti gli interrogativi che circolano, specie perché a referto ci sono oltre cento morti e quattro mila feriti, anche se il bollettino è in costante crescita. Il cardinale Béchara Boutros Rai, patriarca d’Antiochia e di tutto l’Oriente, presidente dell’Assemblea dei patriarchi e vescovi cattolici del Libano, nel frattempo lancia un appello a tutti gli Stati del mondo, affinché ciò che è successo ieri, la devastante onda d’urto scatenata dalla detonazione, sia trattata come una calamità che non avrà solo conseguenze sociali, ma soprattutto economiche.

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