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Le sfide di papa Leone XIV nel colloquio con l’agostiniano, padre Gabriele Pedicino

“Viviamo in un ambiente educativo complesso, frammentato, digitalizzato. Proprio per questo è saggio fermarsi e recuperare lo sguardo sulla ‘cosmologia della paideia cristiana’: una visione che, lungo i secoli, ha saputo rinnovare sé stessa e ispirare positivamente tutte le poliedriche sfaccettature dell’educazione. Fin dalle origini, il Vangelo ha generato “costellazioni educative”: esperienze umili e forti insieme, capaci di leggere i tempi, di custodire l’unità tra fede e ragione, tra pensiero e vita, tra conoscenza e giustizia. Esse sono state, in tempesta, àncora di salvezza; e in bonaccia, vela spiegata. Faro nella notte per guidare la navigazione”.

Iniziamo dalla lettera apostolica ‘Disegnare nuove mappe di speranza’, che papa Leone XIV ha scritto nello scorso ottobre in occasione del 60^ anniversario della dichiarazione conciliare ‘Gravissimum Educationis’, per un colloquio con p. Gabriele Pedicino, priore della Provincia agostiniana d’Italia, a nove mesi dall’elezione di papa Leone XIV: “Il rimando a papa Leone XIII è stato confermato da papa Leone XIV. Vincenzo Gioacchino Pecci è stato il pontefice dell’enciclica ‘Rerum novarum’ e quindi della questione sociale, dei poveri, degli emarginati: tutti temi che si intrecciano con la biografia di p. Prevost che è stato anche missionario.

Ma appena ho sentito come si sarebbe chiamato, ho subito pensato al legame che papa Leone XIII aveva con gli agostiniani. Non soltanto era nato e cresciuto a Carpineto Romano dove la nostra presenza era significativa, ma è stato vicino alla famiglia agostiniana in molti modi: non ultimo, proclamando sante Rita da Cascia e Chiara da Montefalco o beatificando Angelo da Furci, ma anche ripristinando a Pavia la basilica di san Pietro in Ciel d’Oro dove si trova l’arca con il reliquiario di sant’Agostino”.

‘Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio. E desidero ribadirlo: questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente’ Nel messaggio per la Giornata mondiale per la pace ha invocato una pace ‘disarmata e disarmante’: “Infatti le sue prime parole sono state quelle di Gesù Cristo risorto: ‘La pace sia con voi’. In quasi ogni discorso che fa ritorna la parola pace. Ed oggi parlare di pace è ancora più importante di prima visto come è la situazione mondiale”.

Un altro ‘fronte’ molto interessante per il papa è lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, capace di ‘rivoluzionare’ il mondo, come scrive sempre nella stessa lettera apostolica (‘Il punto decisivo non è la tecnologia, ma l’uso che ne facciamo. L’intelligenza artificiale e gli ambienti digitali vanno orientati alla tutela della dignità, della giustizia e del lavoro; vanno governati con criteri di etica pubblica e partecipazione; vanno accompagnati da una riflessione teologica e filosofica all’altezza’): per quale motivo pone attenzione a questa ‘rivoluzione’, che è l’Intelligenza Artificiale?

“Perché l’Intelligenza Artificiale sta cambiando il mondo a una velocità impressionante, e la Chiesa si interessa a tutto ciò che tocca concretamente la vita delle persone. Le trasformazioni tecnologiche non sono mai neutre: generano opportunità straordinarie, ma anche rischi profondi, soprattutto per i più fragili. Come papa Leone XIII, con l’enciclica ‘Rerum Novarum’, offrì una lettura profetica della prima rivoluzione industriale, oggi papa Leone XIV con la lettera apostolica ‘Disegnare nuove mappe di speranza’ raccoglie quell’eredità per interrogarsi sul senso umano e spirituale della rivoluzione digitale. 

Infatti l’Intelligenza Artificiale interroga i fondamenti del vivere insieme: lavoro, giustizia, dignità, relazioni. Il papa desidera orientare questo cambiamento epocale verso il bene comune, offrendo parole e strumenti di discernimento in un tempo che rischia di essere dominato solo da logiche di efficienza e profitto. Potrei affermare che papa Leone XIV prosegua il cammino di papa Francesco e, per certi aspetti, recuperi anche intuizioni di papa Benedetto XVI e di papa san Paolo VI, da cui emerge un’antropologia cristologica capace di un incontro con il mondo”.

Nel XX secolo la Dottrina sociale della Chiesa aiutò i cattolici ad una nuova visione del mondo; in quale modo essa può aiutare i cattolici a capire le sfide del XXI secolo?

“La Dottrina sociale della Chiesa è viva, come ha detto ai membri della Fondazione ‘Centesimus Annus’ papa Leone XIV sulla scia di papa Francesco: ‘L’obiettivo è imparare ad affrontare i problemi, che sono sempre diversi, perché ogni generazione è nuova, con nuove sfide, nuovi sogni, nuove domande’. In un tempo segnato dalla precarietà, dall’automazione e da nuove forme di disuguaglianza, i principi della dottrina sociale (la dignità del lavoro, la centralità della persona, il primato del bene comune) tornano ad essere fondamentali. Ed indicano una direzione chiara: dare voce agli ultimi, ascoltare gli scartati, guardare il mondo con gli occhi di chi ne resta ai margini”.

Quindi per il papa è possibile ‘governare’ l’Intelligenza Artificiale?

“Riprendendo il pensiero di papa Francesco papa Leone XIV ha chiesto una governance multilivello dell’Intelligenza Artificiale, ispirata ai principi della dottrina sociale della Chiesa ma traducibile in termini laici, condivisibili. In tal senso, il papa si richiama al concetto della ‘tranquillità dell’ordine’ proposto da sant’Agostino in ‘De Civitate Dei’. Non basta infatti regolare l’Intelligenza Artificiale, ma occorre regolare anche le sue finalità. La macchina non può essere lasciata sola a dettare l’agenda”.

E da agostiniano nell’esortazione apostolica ‘Dilexi Te’ dedica un paragrafo a sant’Agostino:

“L’inclusione di sant’Agostino nella riflessione sulla storia dell’impegno della Chiesa nei confronti dei poveri è chiaramente inserita qui grazie alla conoscenza che il papa ha di questo dottore della Chiesa. La maggior parte degli esperti di patristica si concentra sulle principali opere teologiche di questo Dottore della Chiesa africano.  Quindi, conoscono e insegnano Agostino basandosi sui suoi scritti principali, come le ‘Confessioni’, ‘La città di Dio’, ‘Sulla Trinità’… In questi documenti, Agostino non mostra chiaramente l’opzione per i poveri.

Tuttavia sant’Agostino è prima di tutto un pastore, quindi il ‘segreto’ per comprendere la sua prassi vissuta si trova nelle sue omelie e nelle sue lettere. Papa Leone XIV conosce bene questo aspetto del pensiero agostiniano, ed è proprio questa prospettiva che mette in luce il punto di vista di sant’Agostino sul mandato evangelico nei confronti dei poveri. E’ interessante notare che il testo biblico che sant’Agostino cita più di ogni altro nelle sue omelie è il capitolo 25 di san Matteo, che contiene l’insegnamento di Gesù sul giudizio universale, dove dice: ‘Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli e sorelle, lo avete fatto a me’. Per Agostino, questo è il criterio principale per seguire Cristo”.

‘Ascolto, umiltà e unità, ecco tre suggerimenti, spero utili, che la liturgia vi dona per questi prossimi giorni’. Nell’apertura del Capitolo generale dello scorso settembre il papa aveva ha richiamato l’ordine agostiniano a non abbandonare queste indicazioni: in quale modo attuarle?

“Ha richiamato la nostra attenzione all’ascolto, che quando diventa autentico inevitabilmente ci porta all’esperienza della comunione e dell’amore, perché quando ascoltiamo non possiamo che obbedire ad una parola, che è quello del maestro interiore, come lo chiamava sant’Agostino, ch ci istruisce nella via della tenerezza praticata con umiltà”.   

Allora cosa significa ‘scoprirsi amati da Dio’?

“Scoprirsi amati da Dio significa avere ogni giorno un buon motivo per vivere; un motore che ci spinge a ricominciare sempre ed anche a diventare dono, perché viviamo di quello che abbiamo ricevuto generosamente; quindi generosamente dobbiamo dare”.

Il 188^ Capitolo Generale Ordinario dell’Ordine di Sant’Agostino ha eletto priore generale p. Joseph Lawrence Farrell: in quale modo porterà la spiritualità agostiniana nel mondo?

“P. Farrell, negli anni precedenti a questa elezione, ha curato l’istituto di spiritualità agostiniana e penso che sia una persona che potrà comunicare il messaggio di sant’Agostino e farne risplendere tutta la sua attualità”.

A quali sfide è chiamato l’ordine agostiniano?

“Sicuramente una sfida è quella sempre più far emergere l’urgenza della comunione e dell’amicizia. I capisaldi della spiritualità agostiniana, esperienze che sant’Agostino ha vissuto nella carne, per cui ha combattuto e lottato. Noi dobbiamo cercare di essere strumenti di comunione, non avendo paura della diversità, ma sono ricchezza quando è vissuta in Cristo”.

(Tratto da Aci Stampa)

Concilio Vaticano II: 60 anni tra memoria e novità

“Ma osservate che cosa si verifica questa mattina: mentre chiudiamo il Concilio ecumenico, noi festeggiamo Maria Santissima, la Madre di Cristo, e perciò, come altra volta dicemmo, la Madre di Dio e la Madre nostra spirituale. Maria santissima, diciamo immacolata! cioè innocente, cioè stupenda, cioè perfetta; cioè la Donna, la vera Donna ideale e reale insieme; la creatura nella quale l’immagine di Dio si rispecchia con limpidezza assoluta, senza alcun turbamento, come avviene invece in ogni creatura umana.

Non è forse fissando il nostro sguardo in questa Donna umile, nostra Sorella e insieme celeste nostra Madre e Regina, specchio nitido e sacro dell’infinita Bellezza, che può terminare la nostra spirituale ascensione conciliare e questo saluto finale? e che può cominciare il nostro lavoro Post-conciliare? Questa bellezza di Maria Immacolata non diventa per noi un modello ispiratore? una speranza confortatrice?”: con queste parole nel giorno della festa dell’Immacolata Concezione, 8 dicembre 1965, papa san Paolo VI chiudeva il Concilio Vaticano II, dopo aver ‘inviato’ otto messaggi al mondo.

Però a distanza di 60 anni cosa rimane per la vita della Chiesa nel mondo contemporaneo, in quanto il Concilio Vaticano II è stato definito come una ‘bussola’ e, tuttora, rimane un punto di riferimento essenziale dal quale accogliere una preziosa eredità per custodirla e trasmetterla in forme sempre più efficaci, perché ripercorrere le tappe del Concilio Vaticano II non vuole essere un’opera di archeologismo, bensì un’opportunità per ri-visitare alcuni aspetti essenziali della vita ecclesiale.

Infatti in uno degli otto messaggi papa san Paolo VI tratteggiava questa immagine della Chiesa: ‘Questo Concilio consegna alla storia l’immagine della Chiesa cattolica raffigurata da quest’aula, piena di Pastori professanti la medesima fede, spiranti la medesima carità, associati nella medesima comunione di preghiera, di disciplina, di attività, e (ciò che è meraviglioso) tutti desiderosi d’una cosa sola, di offrire se stessi, come Cristo nostro Maestro e Signore, per la vita della Chiesa e per la salvezza del mondo’. Partendo da queste sollecitazioni a p. Fabio Nardelli, docente di Ecclesiologia alla  Pontificia Università Lateranense, alla Pontificia Università Antonianum di Roma ed all’Istituto Teologico di Assisi, chiediamo di raccontarci quale immagine della Chiesa è emersa dalla conclusione del Concilio Vaticano II:

“Il Concilio Vaticano II è stato realmente un punto di ‘non ritorno’ da cui ripartire. La Chiesa ha vissuto un momento di transizione: dalla Chiesa europea alla Chiesa mondiale; e, nella sua universalità ha ritrovato se stessa. Essa aveva bisogno di ‘ricomprendersi’ per potersi ‘rivolgere’ al mondo in un modo più consapevole. La visione dinamica della Chiesa è uno degli aspetti centrali che si può cogliere come frutto maturo del Concilio, divenendo quindi una realtà che ascolta, che accoglie e partecipa attivamente in forza del sacramento del battesimo”.

‘Quel che più di tutto interessa il Concilio è che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace. Tale dottrina abbraccia l’uomo integrale, composto di anima e di corpo, ed a noi, che abitiamo su questa terra, comanda di tendere come pellegrini alla patria celeste’: è l’inizio del Concilio Vaticano II. In quale modo il Concilio Vaticano II ha ‘aiutato’ a diffondere e difendere la dottrina?

“La finalità pastorale ha caratterizzato questa convocazione conciliare, sottolineando una forte esigenza missionaria, di portare il Vangelo all’uomo moderno, facendo respirare un’atmosfera mondializzata. Il Concilio Vaticano II ha accelerato questo processo di inculturazione e trasmissione della fede grazie al dialogo con la cultura e il mondo contemporaneo, ponendosi in ascolto dei ‘segni dei tempi’. La Chiesa si inserisce, infatti, in una traiettoria che va dal Vangelo all’eschaton, dove la comunità ha il dovere di conservare fedelmente la memoria del Cristo salvatore, trasmettendola nella forma di chi, non avendo ancora raggiunto il proprio compimento, deve costantemente aprirsi alla novità del Regno che viene”.

Per quale ragione era opportuno celebrare il Concilio Vaticano II?

“L’assise conciliare si può definire, tranquillamente, come una ‘nuova Pentecoste’, nel desiderio di rimettere al centro la Chiesa tra memoria e novità. Era necessario mettere a contatto il mondo moderno con le energie vivificatrici e perenni del Vangelo, sottolineando la connessione tra i princìpi e la prassi, ponendo entrambi a servizio del ‘bonum animarum’ di chi è già discepolo e dei lontani, che ignorano il Vangelo. Il Concilio Vaticano II, perciò, si è occupato della Chiesa nella sua natura, composizione, vocazione ecumenica e attività apostolica e missionaria”.

‘Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra di vita, e come se ai tempi dei precedenti Concili tutto procedesse felicemente quanto alla dottrina cristiana, alla morale, alla giusta libertà della Chiesa…  A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo’: con queste parole, pronunciate il giorno 11 ottobre 1962, papa san Giovanni XXIII apriva il Concilio Vaticano II. Perché per papa san Giovanni XXIII era (ed è) opportuno ‘dissentire da codesti profeti di sventura’?

“San Giovanni XXIII, definito papa di ‘transizione’, raccolse il filo interrotto del Concilio Vaticano I e rilanciò l’opportunità di una convocazione assembleare per guardare alla vita della Chiesa nell’ottica dell’aggiornamento e del rinnovamento, tenendo presente l’apertura ecumenica. Con il suo atteggiamento profetico, richiama la Chiesa intera ad un atteggiamento di fiducia, di ascolto e soprattutto di speranza nella prospettiva della piena comunione e riconciliazione tra i popoli. Lo stile del dialogo e, soprattutto, della pace diventano le vie preferenziali per proseguire nell’opera di evangelizzazione all’interno della Chiesa e, in particolare, nel mondo contemporaneo”.

Allora in quale modo il Concilio Vaticano II ha aiutato il ‘mondo’ a comprendere la Chiesa?

“Il Concilio ribadisce l’assunzione di un’ottica positiva del mondo, conferendogli una dignità teologica: il mondo è buono perché creato e sostenuto dal Creatore; ma il mondo è buono anche nell’ordine della redenzione. La Chiesa, pertanto, si trova nel mondo ed è chiamata a vivere e agire nel mondo, con un rapporto più profondo di ciò che implica una semplice proposizione locativa. Nella dimensione dello ‘scambio’ e grazie al mistero dell’incarnazione, il rapporto Chiesa-mondo può essere inteso sul piano della reciproca comunione e, di conseguenza, anche sul piano della solidarietà”.

Quindi dopo 60 anni cosa rimane del Concilio Vaticano II?

“La grande chiamata a vivere nella Chiesa tutti insieme come un unico ‘popolo partecipe’; la tensione tra la ‘regula fidei’ (‘regola della fede’, ndr.) e la dimensione contestuale delle culture; la centralità dell’evangelizzazione quale via preferenziale per vivere da testimoni credibili; l’apertura ecumenica come ‘locus’ teologico per incontrare in Cristo tutti i fratelli; il rinnovamento nella vita della Chiesa come un cammino permanente”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV ai Movimenti popolari: lottate per le cose nuove

“Cari fratelli e sorelle, è la prima volta che ho la gioia di incontrarvi, proseguendo nel cammino iniziato da papa Francesco che, in questi anni, ha dialogato spesso con la vostra realtà, mettendone in luce l’importanza profetica nel contesto di un mondo segnato da problematiche di vario genere”: nel tardo pomeriggio papa Leone XIV ha ricevuto i Movimenti popolari, arrivati a Roma per il V Incontro internazionale e il pellegrinaggio giubilare, ribadendo che ‘terra, casa e lavoro’ sono ‘diritti sacri’.

Inoltre ha sottolineato la scelta del suo nome papale: “Uno dei motivi per cui ho scelto il nome ‘Leone XIV’ è l’enciclica ‘Rerum novarum’, scritta da Leone XIII durante la rivoluzione industriale. Il titolo Rerum novarum significa ‘cose nuove’. Ci sono certamente ‘cose nuove’ nel mondo, ma quando diciamo questo, in genere adottiamo uno ‘sguardo dal centro’ e ci riferiamo a cose come l’intelligenza artificiale o la robotica. Tuttavia, oggi vorrei guardare alle ‘cose nuove’ con voi, partendo dalla periferia”.

Nel dialogo con i protagonisti il papa ha ripreso alcune loro espressioni: “Più di dieci anni fa, qui in Vaticano, papa Francesco vi ha detto che eravate venuti per piantare una bandiera. Cosa c’era scritto? ‘Terra, casa e lavoro’. ‘Tierra, techo, trabajo’, come ci ha detto Guadalupe poco fa. Era una ‘cosa nuova’ per la Chiesa, ed era una cosa buona! Facendo eco alle richieste di Francesco, oggi dico: la terra, la casa e il lavoro sono diritti sacri, vale la pena lottare per essi, e voglio che mi sentiate dire : Ci sto!, sono con voi!”

Per questo il papa ha sottolineato cosa siano le ‘cose nuove’: “Chiedere terra, casa e lavoro per gli esclusi è una ‘cosa nuova’? Visto dai centri del potere mondiale, certamente no; chi ha sicurezza finanziaria e una casa confortevole può considerare queste richieste in qualche modo superate. Le cose veramente ‘nuove’ sembrano essere i veicoli autonomi, oggetti o vestiti all’ultima moda, i telefoni cellulari di fascia alta, le criptovalute ed altre cose di questo genere”.

Il discorso del papa è un invito a guardare la realtà da una prospettiva diversa: “Dalle periferie, però, le cose appaiono diverse; lo striscione che sventolate è così attuale che merita un intero capitolo nel pensiero sociale cristiano sugli esclusi nel mondo di oggi”.

Questa prospettiva è la periferia: “Questa è la prospettiva che desidero trasmettere: le cose nuove viste dalla periferia e il vostro impegno che non si limita alla protesta, ma cerca soluzioni. Le periferie spesso invocano giustizia e voi gridate non ‘per disperazione’, ma ‘per desiderio’: il vostro è un grido per cercare soluzioni in una società dominata da sistemi ingiusti. E non lo fate con microprocessori o biotecnologie, ma dal livello più elementare, con la bellezza dell’artigianato”.

Per questo c’è bisogno di ‘poesia sociale’: “E questa è poesia: voi siete ‘poeti sociali’. Oggi portate di nuovo lo stendardo della terra, della casa e del lavoro, camminando insieme da un centro sociale, Spin Time, al Vaticano. Questo camminare insieme testimonia la vitalità dei movimenti popolari come costruttori di solidarietà nella diversità. La Chiesa deve essere con voi: una Chiesa povera per i poveri, una Chiesa che si protende, una Chiesa che corre dei rischi, una Chiesa coraggiosa, profetica e gioiosa!”

Però tutto ciò deve essere animato dall’amore: “Conosco realtà ed esperienze simili presenti in altri Paesi, veri e propri spazi comunitari pieni di fede, speranza e soprattutto di amore, che rimane la virtù più grande di tutte. Infatti quando si formano cooperative e gruppi di lavoro per sfamare gli affamati, dare riparo ai senzatetto, soccorrere i naufraghi, prendersi cura dei bambini, creare posti di lavoro, accedere alla terra e costruire case, dobbiamo ricordarci che non si sta facendo ideologia, ma stiamo davvero vivendo il Vangelo”.

Per questo ha ricordato la sua missione in Perù: “Come vescovo in Perù, sono felice di aver sperimentato una Chiesa che accompagna le persone nei loro dolori, nelle loro gioie, nelle loro lotte e nelle loro speranze. Questo è un antidoto contro un’indifferenza strutturale che si va diffondendo e che non prende sul serio il dramma di popoli spogliati, derubati, saccheggiati e costretti alla povertà. Spesso ci sentiamo impotenti dinanzi a tutto questo, eppure, a questa che ho definito ‘globalizzazione dell’impotenza’, dobbiamo iniziare ad opporre una ‘cultura della riconciliazione e dell’impegno’. I movimenti popolari colmano questo vuoto generato dalla mancanza di amore con il grande miracolo della solidarietà, fondata sulla cura del prossimo e sulla riconciliazione”.

E’ stato un invito a guardare dalla periferia e non dal centro: “Come dicevo, il normale discorso sulle ‘cose nuove’ (con le loro potenzialità e i loro pericoli) omette ciò che accade alla periferia… Al contrario, i poveri sono al centro del Vangelo. Perciò, le comunità emarginate dovrebbero essere coinvolte in un impegno collettivo e solidale volto a invertire la tendenza disumanizzante delle ingiustizie sociali ed a promuovere uno sviluppo umano integrale”.

E’ stato un invito a garantire le ‘novità’ per tutti: “Poiché condividiamo tutti la stessa umanità, dobbiamo assicurarci che le ‘novità’ siano gestite in modo adeguato. La questione non dovrebbe rimanere nelle mani delle élite politiche, scientifiche o accademiche, ma dovrebbe invece riguardare tutti noi. La creatività di cui Dio ha dotato gli esseri umani e che ha generato grandi progressi in molti ambiti, non è riuscita ancora ad affrontare al meglio le sfide della povertà e, perciò, non è riuscita a invertire la rotta sulla drammatica esclusione di milioni di persone che rimangono ai margini”.

Questo ha fatto papa Leone XIII: “Quando il mio predecessore Leone XIII scrisse la ‘Rerum novarum’ alla fine del XIX secolo, non si concentrò sulla tecnologia industriale o sulle nuove fonti di energia, ma piuttosto sulla situazione dei lavoratori.  E’ qui che risiede la forza evangelica del suo messaggio: l’attenzione principale era rivolta alla situazione dei poveri e degli oppressi di quel tempo. E, per la prima volta e con assoluta chiarezza, un papa disse che le lotte quotidiane per la sopravvivenza e per la giustizia sociale erano di fondamentale importanza per la Chiesa”.

Ed ha evidenziato le novità di quell’enciclica: “Nell’Enciclica di Leone XIII non troviamo le parole ‘disoccupazione’ od ‘esclusione’, perché all’epoca i problemi riguardavano piuttosto il miglioramento delle condizioni dei lavoratori, lo sfruttamento, l’urgenza di una nuova armonia sociale e di un nuovo equilibrio politico, obiettivi che gradualmente sono stati raggiunti grazie a tante leggi sul lavoro e alle istituzioni di sicurezza sociale. Oggi, invece, l’esclusione è il nuovo volto dell’ingiustizia sociale. Il divario tra una ‘piccola minoranza’ (l’1% della popolazione) e la stragrande maggioranza si è ampliato in modo drammatico”.

Quindi ha elencato alcune crisi, prima di tutto quella climatica: “La crisi climatica è forse l’esempio più evidente. Lo vediamo in ogni evento meteorologico estremo, che si tratti di inondazioni, siccità, tsunami, terremoti: chi ne soffre di più? Sono sempre i più poveri. Perdono quel poco che hanno quando l’acqua spazza via le loro case e spesso sono costretti ad abbandonarle senza avere un’alternativa adeguata per riprendere la loro vita. La stessa cosa accade quando, ad esempio, contadini, agricoltori e popolazioni indigene perdono le loro terre, la loro identità culturale e la produzione locale sostenibile a causa della desertificazione del loro territorio”.

Altre ‘novità’ riguardano la povertà ed il gioco d’azzardo: “Un altro aspetto delle “novità” che colpisce in modo particolare gli emarginati ha a che fare con le angosce e le speranze dei più poveri in riferimento ai modelli di vita che oggi vengono costantemente promossi. Per esempio: come può un giovane povero vivere con speranza e senza ansia quando i social media esaltano costantemente un consumo sfrenato e un successo economico totalmente irraggiungibile?

Ed, ancora, un altro problema di non poco conto è rappresentato dalla diffusione della dipendenza dal gioco d’azzardo digitale. Le piattaforme sono progettate per creare dipendenza compulsiva e generare abitudini che creano assuefazione”.

Anche la tecnologia è una novità, che sfrutta i poveri: “Vorrei anche sottolineare che lo sviluppo delle nuove tecnologie dell’informazione e delle telecomunicazioni dipende dai minerali che spesso si trovano nel sottosuolo dei Paesi poveri. Senza il coltan della Repubblica Democratica del Congo, ad esempio, molti dei dispositivi tecnologici che utilizziamo oggi non esisterebbero. Tuttavia, la sua estrazione dipende dalla violenza paramilitare, dal lavoro minorile e dallo sfollamento delle popolazioni. Il litio è un altro esempio: la competizione tra le grandi potenze e le grandi aziende per la sua estrazione rappresenta una grave minaccia alla sovranità e alla stabilità degli Stati poveri, al punto che alcuni imprenditori e politici si vantano di promuovere colpi di Stato e altre forme di destabilizzazione politica, proprio per mettere le mani sull’ ‘oro bianco’ del litio”.

Infatti ci sono molto analogie con il tempo di papa Leone XIII: “Oggi sta accadendo qualcosa di simile, perché i sindacati tipici del XX secolo rappresentano ormai una percentuale sempre più esigua dei lavoratori e i sistemi di sicurezza sociale sono in crisi in molti Paesi; perciò, né i sindacati né le associazioni dei datori di lavoro, né gli Stati né le organizzazioni internazionali sembrano in grado di affrontare questi problemi. Ma ‘uno Stato senza giustizia non è uno Stato’, ci ricorda sant’Agostino. La giustizia esige che le istituzioni di ogni Stato siano al servizio di ogni classe sociale e di tutti i residenti, armonizzando le diverse esigenze e gli interessi”.

Per questo la Chiesa sostiene la ‘giusta’ lotta: “La Chiesa sostiene le vostre giuste lotte per la terra, la casa e il lavoro. Come il mio predecessore Francesco, credo che le vie giuste partano dal basso e dalla periferia verso il centro. Le vostre numerose e creative iniziative possono trasformarsi in nuove politiche pubbliche e diritti sociali. La vostra è una ricerca legittima e necessaria. Chissà se i semi dell’amore, che voi seminate, piccoli come semi di senape potranno crescere in un mondo più umano per tutti e aiutare a gestire meglio le cose nuove”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco: nella malattia Dio non ci lascia soli

“Il Vangelo di questa quinta domenica di Quaresima ci presenta l’episodio della donna colta in adulterio. Mentre gli scribi e i farisei vogliono lapidarla, Gesù restituisce a questa donna la bellezza perduta: lei è caduta nella polvere; Gesù su quella polvere passa il suo dito e scrive per lei una storia nuova: è il ‘dito di Dio’, che salva i suoi figli e li libera dal male”: mentre mons. Rino Fisichella, pro-prefetto del dicastero per l’Evangelizzazione, sezione per le Questioni Fondamentali dell’Evangelizzazione nel Mondo, leggeva le prime parole dell’Angelus scritte da papa Francesco, egli è apparso in piazza san Pietro salutando i presenti al giubileo dei malati e della sanità, ringraziando per le preghiere.

Prima della recita dell’Angelus papa Francesco ha ricordato la cura che si deve agli ammalati: “Carissimi, come durante il ricovero, anche ora nella convalescenza sento il ‘dito di Dio’ e sperimento la sua carezza premurosa. Nel giorno del Giubileo degli ammalati e del mondo della sanità, chiedo al Signore che questo tocco del suo amore raggiunga coloro che soffrono e incoraggi chi si prende cura di loro”.

Inoltre ha chiesto di pregare per tutti coloro che lavorano nella sanità: “E prego per i medici, gli infermieri e gli operatori sanitari, che non sempre sono aiutati a lavorare in condizioni adeguate e, talvolta, sono perfino vittime di aggressioni. La loro missione non è facile e va sostenuta e rispettata. Auspico che si investano le risorse necessarie per le cure e per la ricerca, perché i sistemi sanitari siano inclusivi e attenti ai più fragili e ai più poveri”.

Infine ha pregato per la pace nel mondo: “Continuiamo a pregare per la pace: nella martoriata Ucraina, colpita da attacchi che provocano molte vittime civili, tra cui tanti bambini. E lo stesso accade a Gaza, dove le persone sono ridotte a vivere in condizioni inimmaginabili, senza tetto, senza cibo, senza acqua pulita. Tacciano le armi e si riprenda il dialogo; siano liberati tutti gli ostaggi e si soccorra la popolazione.

Preghiamo per la pace in tutto il Medio Oriente; in Sudan e Sud Sudan; nella Repubblica Democratica del Congo; in Myanmar, duramente provato anche dal terremoto; e ad Haiti, dove infuria la violenza, che alcuni giorni fa ha ucciso due religiose”.

Nella celebrazione eucaristica l’omelia del papa, letta da mons. Fisichella, è stato sottolineato la novità di Dio: “Sono le parole che Dio, attraverso il profeta Isaia, rivolge al popolo d’Israele in esilio a Babilonia. Per gli Israeliti è un momento difficile, sembra che tutto sia andato perduto. Gerusalemme è stata conquistata e devastata dai soldati del re Nabucodonosor II e al popolo, deportato, non è rimasto nulla. L’orizzonte appare chiuso, il futuro oscuro, ogni speranza vanificata. Tutto potrebbe indurre gli esuli a lasciarsi andare, a rassegnarsi amaramente, a sentirsi non più benedetti da Dio”.

In tale situazione c’è l’invito a vedere la novità: “Eppure, proprio in questo contesto, l’invito del Signore è a cogliere qualcosa di nuovo che sta nascendo. Non una cosa che avverrà in futuro, ma che già accade, che sta spuntando come un germoglio. Di che si tratta? Cosa può nascere, anzi cosa può essere già germogliato in un panorama desolato e disperato come questo?”

E’ la nascita di un popolo: “Quello che sta nascendo è un popolo nuovo. Un popolo che, crollate le false sicurezze del passato, ha scoperto ciò che è essenziale: restare uniti e camminare insieme nella luce del Signore. Un popolo che potrà ricostruire Gerusalemme perché, lontano dalla Città santa, con il tempio ormai distrutto, senza più poter celebrare solenni liturgie, ha imparato a incontrare il Signore in un altro modo: nella conversione del cuore, nel praticare il diritto e la giustizia, nel prendersi cura di chi è povero e bisognoso, nelle opere di misericordia”.

Ugualmente avviene nel Vangelo: “Pure qui c’è una persona, una donna, la cui vita è distrutta: non da un esilio geografico, ma da una condanna morale. E’ una peccatrice, e perciò lontana dalla legge e condannata all’ostracismo e alla morte. Anche per lei sembra non ci sia più speranza. Ma Dio non l’abbandona. Anzi, proprio quando già i suoi aguzzini stringono le pietre nelle mani, proprio lì, Gesù entra nella sua vita, la difende e la sottrae alla loro violenza, dandole la possibilità di cominciare un’esistenza nuova”.

Quindi le letture di questa domenica quaresimale indicano la necessità di porre la fiducia in Dio: “Con questi racconti drammatici e commoventi, la liturgia ci invita oggi a rinnovare, nel cammino Quaresimale, la fiducia in Dio, che è sempre presente vicino a noi per salvarci. Non c’è esilio, né violenza, né peccato, né alcun’altra realtà della vita che possa impedirgli di stare alla nostra porta e di bussare, pronto ad entrare non appena glielo permettiamo. Anzi, specialmente quando le prove si fanno più dure, la sua grazia e il suo amore ci stringono ancora più forte per risollevarci”.

Questo è vero anche nei momenti di malattia: “Sorelle e fratelli, noi leggiamo questi testi mentre celebriamo il Giubileo degli ammalati e del mondo della sanità, e certamente la malattia è una delle prove più difficili e dure della vita, in cui tocchiamo con mano quanto siamo fragili. Essa può arrivare a farci sentire come il popolo in esilio, o come la donna del Vangelo: privi di speranza per il futuro.

Ma non è così. Anche in questi momenti, Dio non ci lascia soli e, se ci abbandoniamo a Lui, proprio là dove le nostre forze vengono meno, possiamo sperimentare la consolazione della sua presenza. Egli stesso, fatto uomo, ha voluto condividere in tutto la nostra debolezza e sa bene che cos’è il patire. Perciò a Lui possiamo dire e affidare il nostro dolore, sicuri di trovare compassione, vicinanza e tenerezza”.

E la malattia si può trasformare in un ‘luogo santo’: “Ma non solo. Nel suo amore fiducioso, infatti, Egli ci coinvolge perché possiamo diventare a nostra volta, gli uni per gli altri, ‘angeli’, messaggeri della sua presenza, al punto che spesso, sia per chi soffre sia per chi assiste, il letto di un malato si può trasformare in un ‘luogo santo’ di salvezza e di redenzione”.

Poi si è rivolto ai medici ringraziando per le cure offerte ai malati: “Cari medici, infermieri e membri del personale sanitario, mentre vi prendete cura dei vostri pazienti, specialmente dei più fragili, il Signore vi offre l’opportunità di rinnovare continuamente la vostra vita, nutrendola di gratitudine, di misericordia, di speranza.

Vi chiama a illuminarla con l’umile consapevolezza che nulla è scontato e che tutto è dono di Dio; ad alimentarla con quell’umanità che si sperimenta quando, lasciate cadere le apparenze, resta ciò che conta: i piccoli e grandi gesti dell’amore. Permettete che la presenza dei malati entri come un dono nella vostra esistenza, per guarire il vostro cuore, purificandolo da tutto ciò che non è carità e riscaldandolo con il fuoco ardente e dolce della compassione”.

Un ultimo pensiero è stato rivolto agli ammalati, che possono sperimentare la misericordia di Dio: “Con voi, poi, carissimi fratelli e sorelle malati, in questo momento della mia vita condivido molto: l’esperienza dell’infermità, di sentirci deboli, di dipendere dagli altri in tante cose, di aver bisogno di sostegno. Non è sempre facile, però è una scuola in cui impariamo ogni giorno ad amare e a lasciarci amare, senza pretendere e senza respingere, senza rimpiangere e senza disperare, grati a Dio e ai fratelli per il bene che riceviamo, abbandonati e fiduciosi per quello che ancora deve venire.

La camera dell’ospedale e il letto dell’infermità possono essere luoghi in cui sentire la voce del Signore che dice anche a noi: ‘Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?’ E così rinnovare e rafforzare la fede”.

L’omelia è stata conclusa con un pensiero di papa Benedetto XVI, che ha sperimentato la malattia: “Benedetto XVI (che ci ha dato una bellissima testimonianza di serenità nel tempo della sua malattia) ha scritto che ‘la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza’ e che ‘una società che non riesce ad accettare i sofferenti… è una società crudele e disumana’. E’ vero: affrontare insieme la sofferenza ci rende più umani e condividere il dolore è una tappa importante di ogni cammino di santità”.

(Foto: Vatican Media)

Papa Francesco invita a costruire la pace

“Ci siamo! Ci siamo! E’ iniziata l’avventura della GMB, la Giornata Mondiale dei Bambini. Ci siamo radunati qui allo Stadio Olimpico, per dare il ‘calcio d’inizio’ a un movimento di bambine e bambini che vogliono costruire un mondo di pace, dove siamo tutti fratelli, un mondo che ha un futuro, perché vogliamo prenderci cura dell’ambiente che ci circonda. ‘Bello mondo’, dice il vostro canto. Grazie di questo!”

Entrando allo stadio Olimpico davanti a 50.000 persone papa Francesco ha ribadito la necessità di costruire la pace, partendo dai bambini: “In voi, bambini, tutto parla di vita, di futuro. E la Chiesa, che è madre, vi accoglie, vi accompagna con tenerezza e con speranza. Lo scorso 6 novembre ho avuto la gioia di accogliere in Vaticano alcune migliaia di bambini di tante parti del mondo. Quel giorno avete portato un’ondata di gioia; e mi avete manifestato le vostre domande sul futuro.

Quell’incontro ha lasciato un’impronta nel mio cuore e ho capito che quella conversazione con voi doveva continuare, doveva allargarsi a tanti altri bambini e ragazzi. Ed è per questo che oggi siamo qui: per continuare a dialogare, a porci domande e risposte”.

E prima di rispondere alle domande papa Francesco ha spiegato il motto della giornata: “Sentite bene. Voi sapete qual è il motto di questa Giornata Mondiale dei Bambini? Sapete qual è il motto? Il motto è una frase presa dalla Bibbia: ‘Ecco io faccio nuove tutte le cose’… Questo è il motto. E’ bellissimo. Pensate: Dio vuole questo, tutto ciò che non è nuovo passa. Dio è novità. Sempre il Signore ci dà la novità”.

Dopo gli intermezzi musicali papa Francesco ha risposto alle loro domande sulla pace: “La pace è sempre possibile, ma come si fa la pace? Pensiamo per esempio nella scuola: Io ho un problema con un altro bambino… [un bambino dice: domando scusa…] Ma guarda… dillo tu vieni, vieni… Come devo fare quando io ho un problema con un altro bambino? Dillo qui… [Il bambino risponde: Perdonare e chiedere scusa] Chiedere scusa e perdonare… e chiedendo… Vieni, vieni, vieni…dillo, dillo qui, forte! Cosa dobbiamo fare? Dillo, dillo… [Risponde il bambino: fare la pace] Fare la pace… Nel nostro quartiere quando noi giochiamo con i bambini nella scuola delle volte c’è qualche cosa, qualche lotta, si o no? [Rispondono: sì] Sì… E è importante andare avanti con la lotta? [Rispondono: no] Non capisco… [Rispondono: no] Cosa dobbiamo fare? [Rispondono: dobbiamo fare pace] E come si fa la pace? [Rispondono: Perdonando e chiedendo scusa] Dice: perdonando e chiedendo scusa, ma io vi farò vedere un gesto di pace. Guardate bene, guardate bene, dammi la mano… questo è un gesto di pace”.

E quindi tutti possono collaborare per la pace: “La domanda è cosa posso fare io perché il mondo sia migliore. Voi rispondete alle domande che io farò. State attenti. Cosa posso fare io perché il mondo sia migliore? Litigare? [I bambini rispondono]: “No!”. Non sento. Litigare? [I bambini rispondono]: “No!”. Parlarci amabilmente? [I bambini rispondono]: “Sì!”. Giocare insieme? [I bambini rispondono]: “Sì!”. Aiutare gli altri? [I bambini rispondono]: “Sì!”. Facendo queste cose, il mondo sarà migliore. Avanti e coraggio. Brava, ragazza. Che il Signore ti benedica”.

Mentre Luis Gabriel ha domandato sulla necessità di un lavoro e di una casa per tutti: “E’ una domanda molto reale. È una domanda non facile a cui rispondere. Perché ci sono persone che non hanno casa e lavoro? Io domando a voi: questo, che ci siano persone che non hanno casa e lavoro, è giusto? [I bambini rispondono]: ‘No!’ Non capisco. È giusto? [I bambini rispondono]: ‘No!’ Questa è un’ingiustizia e purtroppo c’è tanta gente che non ha lavoro, non ha casa, abita nelle tende. Tante volte non ha da mangiare. Noi oggi siamo contenti, ma questo amico nostro, Luis Gabriel ci fa la domanda: ‘Perché? Perché?’. Questo è il frutto della malizia, questo è il frutto dell’egoismo. E questo è il frutto della guerra”.

E’ stato un invito ad essere bambini di pace: “Tanta gente, tanti Paesi spendono soldi per comprare armi per distruggere e c’è gente che non ha da mangiare. Bambini e bambine pensate a questo. Ci sono bambini che non hanno da mangiare, c’è gente che non ha lavoro e questo è una colpa dell’umanità. Io vi chiedo un favore: che tutti i giorni, quando fate le preghiere, pregate per i bambini che soffrono questa ingiustizia.

Oggi Luis Gabriel ci ha toccato il cuore. Facciamo un poco di silenzio, tutti in silenzio, un po’ più di silenzio. Non ascolto il silenzio, più silenzio, più silenzio. E adesso in questo silenzio, ognuno pensi ai bambini e alle bambine che non hanno da mangiare. In silenzio, ognuno pensa. E preghiamo il Signore perché aiuti a risolvere questa ingiustizia della quale tutti abbiamo qualcosa di colpa”.

Ed allora ha spiegato come aiutarli: “. Ci sono bambini che non hanno il necessario… dobbiamo essere tutti uguali, ma non è così. Perché accade questo? Questo accade per l’egoismo, per l’ingiustizia… è per quello che tu hai fatto la domanda… Questo accade perché la gente è egoista, perché la gente è ingiusta. Grazie Federico e spetta a tutti noi cercare di essere più giusti e lavorare perché non ci siano tante ingiustizie nel mondo. Siamo tutti uguali, ma questo purtroppo non sempre accade”.

E non è mancata una domanda sui nonni: “E tu cosa pensi? È giusto o non è giusto? Cosa pensi? [Risponde: è sbagliato] è sbagliato, brava! Grazie! Prendi la caramella… voi sapete che ci sono tanti anziani che hanno dato la vita, hanno fatto una famiglia, hanno educato i figli, hanno educato i nipotini e adesso si trovano soli, abbandonati in una casa di riposo. Domando a tutti voi: è giusto o non è giusto? [Rispondono: Non è giusto] non sento… Si o no? [Rispondono: no] Non è giusto, per questo noi dobbiamo visitare i nonni, andare a trovarli, se sono in casa, andare a trovarli e se qualcuno è da un’altra parte, andare a trovarli”.

Infine una domanda: se i bambini sono capaci di aprire il cuore dei giovani: “La domanda è una domanda intelligente. Lei nel film ci ha fatto vedere come è stata commossa dalla povertà della gente povera che dorme sulla strada. Il suo cuore si è aperto. E lei ha una domanda: ma c’è tanta gente con il cuore chiuso, con il cuore duro, con il cuore che sembra un muro. Come si fa a aprire il cuore dei grandi?

Non è facile questo… Voi dovete bussare alla porta dei grandi: papà, mamma, perché ci sono bambini che non hanno da mangiare? Papà, mamma, perché c’è gente che dorme sulla strada? Papà, mamma, perché c’è gente che non ha lavoro? Voi dovete fare queste domande e, anzi, dovete farle a Dio! Dio, perché questo? Che il Signore ci aiuti. Voi bambini potete fare una vera rivoluzione con queste domande e con queste inquietudini”.

Al papa sono consegnati i disegni e le lettere giunte da tutto il mondo. Padre Ibrahim Faltas porta un dono dai bimbi della Terra Santa. Una ragazza musulmana cieca, alunna di una scuola francescana per non vedenti, ha intonato uno struggente canto di pace. Infine un saluto è arrivato dal ‘nonno’ Lino Banfi.

(Foto: Santa Sede)

Pasqua è vicina: se stai affrontando una situazione dolorosa, Gesù risorgerà anche lì

Siamo ormai vicini alla festa di Pasqua: cuore della vita e della liturgia cristiana. Il pericolo, però, è che ci si limiti a commemorare la Resurrezione del Signore, senza avere consapevolezza che quell’evento ci riguarda oggi.

Francesco: 10 anni posson bastare?

Sono ormai dieci anni da quando Francesco è salito al soglio pontificio. Possiamo tentare di fare un timido e, pertanto, parziale bilancio di questi dieci anni. Attorno a tre nuclei possiamo raccogliere il significato e l’importanza di questo pontificato.

Terni: san Valentino è strumento dell’amore di Dio

San Valentino di Terni è venerato sia dai cattolici che dagli ortodossi e dagli anglicani come martire, taumaturgo e in qualche caso protettore degli animali, degli agrumeti e degli epilettici, come laicissimo patrono degli innamorati ha ispirato poesie, canzoni, cartoline e milioni di lettere d’amore. E poi tanti cioccolatini, fiori e cene a lume di candela.

Filippo Davoli: ‘Tenerissimo Amore’ è abbandonarsi alla luce di Dio

“Mi cattura il tuo essere, Giuseppe. L’orma di terra, la consistenza d’uomo nei cui occhi si riflette la luce degli occhi del Bambino. Ricordo che bambino ti guardavo nella statua in cortile della scuola. Un’aiuola educata la cingeva, e una ringhiera bianca di granito. Alto svettavi tu, ma sorridendo verso noi, verso me. Ti riportavo, dopo, nei miei segreti pomeriggi. Tornasti tempo dopo, poco fa, nella matura età che fa più semplici i turbamenti, e aperti gli occhi all’Alto. Tu sempre padre, io sempre bambino. Eppure ormai fratello, nell’età”.

Epifania è manifestazione di Dio ai popoli

La Chiesa ha celebrato l’Epifania del Signore, manifestazione di Dio al mondo attraverso la testimonianza di tre personaggi che alla grotta di Betlemme arrivano da lontano, come ha affermato papa Francesco nell’omelia durante la concelebrazione eucaristica nella basilica di san Pietro insieme a 21 cardinali, 19 vescovi, circa 150 sacerdoti e molti fedeli:

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