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‘Effatà, apriti’: Gesù e il sordomuto
L’episodio del Vangelo è assai semplice e pregno di insegnamenti. Riporta la guarigione operata da Gesù in favore di un sordomuto. Davanti alla sofferenza che affligge l’uomo, Gesù si commuove e rivela la sua grande misericordia. Alcune persone avevano condotto davanti a Gesù un sordomuto pregandolo di imporle le mani e guarirlo. Gesù lo prende in disparte, lontano dalla folla, gli tocca con un dito la bocca e gli orecchi e dice: ‘Effatà, cioè apriti’ e subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della lingua e sentiva e parlava correttamente.
La buona Notizia che Gesù evidenzia e rivela alla folla è la sua divinità. Egli è uomo ed anche Dio, reso visibile agli occhi di tutti. Come aveva predetto il profeta Isaia, Egli a ragione dice “agli smarriti di cuore: coraggio, non temete; ecco il vostro Dio”. Un miracolo che ha lo sfondo catechistico e battesimale. Gesù restituisce a quell’uomo il dono di sentire e parlare, la sua vera dignità di persona umana.
Gesù premia la fede di chi è ricorso a Lui; Egli non è un guaritore che si aggira tra la folla per farsi pubblicità, ma è Dio che si aggira tra la folla con un programma di azione ben preciso: aprire le porte del regno dei cieli. Così un giorno davanti ad un paralitico, relegato da venti anni in un letto, dirà: ‘amico, ti sono rimessi i peccati’. Gli Scribi e i Farisei presenti alle parole di Gesù erano rimasti trasecolati perchè solo Dio può rimettere i peccati.
Gesù leggendo i loro pensieri interviene dicendo: cosa è più facile dire al paralitico: ‘Ti sono rimessi i peccati? oppure alzati, prendi il tuo lettuccio e vai a casa?’ Due cose che solo Dio può fare e che evidenziano la sua potenza divina. Gesù conclude dicendo al paralitico: ‘Alzati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua’. In forza del nostro Battesimo anche noi ci siamo innestati a Cristo e preghiamo Dio dicendo: ‘Padre nostro, che sei nei cieli’. Gesù ancora oggi ripete a noi. ‘Effata!’: aprite gli orecchi per ascoltare la parola di Dio, la Verità di Dio che vi fa liberi e vi restituisce l’abito bianco, l’abito della purezza.
E’ necessario però avere fede, una Fede viva in Dio come quella di Abramo o come quella di Maria che disse il suo ‘sì’ all’Angelo e il Verbo si fece carne.. Il Battesimo apre la via alla comunione con Cristo Gesù che conferisce la vita, la vera vita; il Battesimo è infetti quel dono mirabile di Dio, che deve essere accolto e vissuto; il dono dell’amicizia che implica da parte nostra un ‘sì’ alla vita ed un ‘no’ a quanto non è compatibile con l’amicizia con Dio.
Il nostro ‘no’ deve essere articolato con la rinuncia a satana e l’adesione a Cristo Salvatore, morto e risorto e sempre presente nella Eucaristia sotto l’apparenza del pane e del vino. Un Dio sempre presente nella nostra vita che segna la strada da percorrere e conferisce gli aiuti necessari per vivere la comunione con Dio e i fratelli.
Un ‘sì’ che si esprime concretamente con l’osservanza dei comandamenti. ‘Effata’, cioè apriti, e sii uomo, abbandona l’uomo vecchio; inizia il tuo nuovo cammino nella Fede e nell’Amore. La Vergine Maria, sempre aperta all’ascolto della parola di Dio, ci aiuti ogni giorno ad ascoltare suo Figlio nel Vangelo e a camminare sulla giusta strada.
L’Aquila: la Perdonanza è testimonianza di vita
Giovedì 29 agosto, presieduta da mons. Antonio D’Angelo, arcivescovo metropolita de L’Aquila, si è chiusa la Porta Santa di Santa Maria di Collemaggio, nella 730^ Perdonanza Celestiniana, con l’attribuzione all’arcivescovo emerito, card. Giuseppe Petrocchi, del premio del Perdono 2024, che ha ringraziato l’amministrazione comunale del capoluogo abruzzese: “Un impegno comune per promuovere, sempre e dovunque, la spiritualità e la cultura della riconciliazione e della pace. È un obbligo morale che discende dal fatto che siamo ‘stirpe’ di Celestino V, perciò ‘eredi’ della grazia di custodire e diffondere, a livello planetario, l’evento della Perdonanza, di cui questo Uomo di Dio è stato un geniale e provvidenziale profeta”.
Chiudendo la Porta Santa della Perdonanza mons. D’Angelo ha riflettuto sull’importanza della Misericordia con lo sguardo già proiettato verso il prossimo Giubileo, prendendo spunto dal Vangelo del racconto del martirio di san Giovanni Battista: “Il brano del Vangelo ci presenta l’episodio del martirio di san Giovanni Battista. E’ significativa l’espressione di san Giovanni: ‘Non ti è lecito’. Questa espressione richiama alla giustizia, alla verità della vita e delle scelte che si devono fare. Non si può fare come si vuole, c’è un codice interiore che regolamenta la vita”.
San Giovanni Battista mostra l’ambiguità del potere, che deve essere ‘vinta’ attraverso un percorso di riconciliazione: “La celebrazione della Perdonanza che si ripete ogni anno, deve aiutarci proprio in questo, vincere la nostra ambiguità, rafforzare le scelte e i valori che portiamo dentro. L’incontro con la Misericordia rigenera e genera la coscienza di ogni persona, accogliendo l’invito di san Paolo ai Corinzi: ‘lasciatevi riconciliare con Dio’. Riconciliare è proprio mettere insieme, ricomporre o comporre una nuova realtà, perché si costruisca una vera sintonia tra le diverse dimensioni della persona umana e la vita relazionale”.
Il brano del Vangelo rimanda a san Celestino V: “San Celestino V ci dona questa testimonianza di equilibrio, di sintonia. Ciò lo possiamo cogliere dalla sua capacità di interpretare bene i vari momenti della vita, non senza difficoltà, ma sotto la luce di Dio, attingendo proprio dalla sua ricchezza interiore maturata nel tempo mediante l’ascolto della Parola e l’esperienza della Misericordia”.
La coerenza ai valori rende la persona ‘nobile’: “Bisogna sottolineare che la coerenza più difficile riguarda i valori che segnano la vita personale, quei valori che rendono nobile la persona. Essere veri e leali con se stessi è il principio attorno al quale ruota la grandezza di un uomo, dinamiche non immediatamente visibili agli altri. La vera nobiltà dell’uomo risiede nella sua intimità più profonda, sacrario nel quale si origina ogni sua scelta. Proprio in questo sacrario si costruisce la sua statura, luogo dove avviene l’incontro con la Misericordia, il perdono di Dio che tocca le corde più profonde della sua esistenza, non solo per guarire ma per generare il vero volto dell’essere umano”.
L’esempio è dato da san Giovanni Battista e da san Celestino V: “Uomini che hanno saputo tenere la loro posizione nei momenti cruciali della loro vita rimanendo fedeli a se stessi. Se oggi siamo qui a venerarli, a raccogliere la loro eredità umana e cristiana, non è per un semplice cerimoniale ma, per fede, crediamo che quanto da loro donatoci è vero anche per noi”.
E’ stato un invito a lasciarsi riconciliare con Dio, come ha scritto san Paolo: “Lasciamo che l’Amore di Dio tocchi la nostra vita per scoprire, consolidare e sperimentare in pieno la bellezza della vita che ci è stata donata. L’esistenza ci è stata donata, quindi lasciamoci accompagnare da Colui che ci ha fatto questo dono, nello spirito di umiltà e obbedienza”.
L’omelia è stata chiusa con uno sguardo al prossimo Giubileo: “Siamo prossimi all’inizio del Giubileo, ci stiamo preparando celebrando ‘l’Anno della Preghiera e del Perdono’, due coordinate fondamentali per il cammino della vita. La fede non è un optional nel corso dell’esistenza ma fuoco che illumina gli eventi della vita per fa entrare nell’eternità, non come tempo, ma come pienezza di vita in comunione con Dio…
Non lasciamoci rubare la vita da lucciole che non hanno consistenza, ma lasciamoci illuminare dal sole di Cristo, ‘via, verità e vita’. Sia il Vangelo della Misericordia a sostenere i passi della nostra vita per aprirci alla Speranza di una vita nuova”.
Ed aprendo la Porta Santa nella basilica di Collemaggio l’arcivescovo emerito, card. Giuseppe Petrocchi, ha ‘focalizzato’ l’omelia su san Celestino V: “Celestino, uomo coraggioso e profetico, è maestro e guida sulle vie della Parola e della Comunione, ecclesiale e sociale. Per ‘celestinizzare’ il nostro stile di vivere la Perdonanza occorre anzitutto assumere un autentico atteggiamento ‘penitenziale’.
Bisogna, perciò, entrare attraverso la ‘Porta Santa’ in compagnia della virtù dell’Umiltà, che rende capaci di “dirsi” e “sentirsi dire” la verità nell’amore. Questa lealtà, dai lineamenti biblici, mette allo scoperto le nostre negatività: illumina le zone d’ombra e le rende visibili. Ciò ci consente di ‘ispezionare’, con sapienza evangelica, i ‘tunnel’ dell’anima in cui sono occultati pensieri, sentimenti e comportamenti macchiati dal peccato, per poi avviare un processo di ‘purificazione’ della memoria”.
E dal perdono deriva la pace: “La Perdonanza è madre feconda e la sua figlia prediletta è la Pace: con se stessi e con gli altri. Discorso che ci interessa molto come credenti e abitanti di questa epoca storica: ma viene avvertito con vibrante intensità in questi giorni attraversati da drammatici ed impetuosi venti di guerra… Perdono, Giustizia e Pace, dunque, sono un trinomio inscindibile per edificare un mondo secondo Dio e, proprio per questo, degno dell’uomo”.
(Foto: arcidiocesi de L’Aquila)
Un’intera famiglia santa? La storia degli Ulma
Siamo nella Polonia della Seconda Guerra Mondiale, i nazisti stanno cercando gli ebrei in ogni angolo per sterminarli, in nome di un’ideologia folle, quella di Hitler, che predica la “pulizia razziale”. Mentre i gendarmi tedeschi seminano morte, tra molte persone semplici sopravvive, anzi, fiorisce ancora di più, la solidarietà. Una delle famiglie che rischierà e perderà la vita per salvare degli amici e vicini di casa ebrei, sarà la famiglia Ulma.
I coniugi Ulma, Joseph e Viktoria, avevano fatto del Vangelo il loro programma di vita e lo incarnavano in tutto ciò che facevano: nella cura della casa, nella crescita dei figli (sei, con il settimo in arrivo), nei rapporti con gli altri, nella solidarietà con chi aveva bisogno, nella fiducia verso la Provvidenza. E’ quando si vive da santi, che si può anche morire da santi.
Nel loro caso, la morte – tutta la famiglia è stata uccisa a colpi di fucile – è stata conseguenza di una scelta altruistica e coraggiosa: ospitare otto ebrei, cui sarebbe capitata in sorte, altrimenti, una morte sicura. Potrebbe sembrare una storia senza lieto fine, umanamente parlando, infatti, non c’è. Anche guardando agli Ulma, però, Gesù ci chiede di avere fiducia nella potenza della Resurrezione. Se si muore in Cristo, quella morte non è eterna: diviene solo un passaggio.
Nel dicembre del 2022 Papa Francesco ha proclamato beata tutta la famiglia, dal primo all’ultimo membro, compreso il piccolo non ancora nato. Questa famiglia, uccisa da un odio insensato, demoniaco, ci viene presentata dalla Chiesa viva, oggi, per sempre. Ci viene offerta e donata come esempio di carità e misericordia.
La Casa Editrice Mimep Docete mi propose, l’anno scorso, di scrivere un libro su di loro. Decisi di accettare (ed infatti il libro è uscito da poco) non solo per parlare del gesto eroico (accettare la morte per aiutare persone in difficoltà). Mi colpì, anzitutto, che quella famiglia era una piccola chiesa domestica.
Mi colpì il modo in cui la preghiera scandiva le loro giornate. Mi colpirono questa mamma, questo papà, capaci di stare in ginocchio davanti a Dio e di insegnarlo ai loro figli. Mi colpì la gratuità con cui Joseph aiutava i suoi vicini di casa, mettendo le sue doti al servizio degli altri senza chiedere nulla in cambio, sebbene vivessero in condizioni modeste. Mi colpì la generosità di Viktoria, la sua limpidezza, la capacità di aprire le porte di casa.
E questi esempi sono validi anche per noi oggi. Perciò, ho pensato di impostare il libro non solo come una biografia, bensì come un percorso a tappe, che offrisse spunti alle famiglie di oggi. Ogni capitolo ha lo scopo di far pensare il lettore su una qualità della famiglia cristiana: dalla fiducia in Dio, all’accoglienza degli altri; dalla cura dei figli, alla serietà nel lavoro.
Ecco cosa trovate in ‘Un angolo di Cielo in famiglia: i coniugi Ulma, modello di carità’ (Mimep Docete, 2024): un piccolo ‘manuale di manutenzione’ della famiglia cristiana, a partire non da mera teoria, ma dall’esempio di una famiglia reale, viva in Cielo, che ha posto le sue radici in Cristo.
Papa Francesco invita i palermitani ad affidarsi a santa Rosalia
“La felice ricorrenza del IV Centenario del ritrovamento del corpo di Santa Rosalia è una speciale occasione per unirmi spiritualmente a Voi cari figli e figlie della Chiesa palermitana, che desidera elevare al Padre celeste, fonte di ogni grazia, la lode per il dono di così sublime figura di donna e di ‘apostola’, che non ha esitato ad accogliere le prove della solitudine per amore del suo Signore. Il mio deferente pensiero va a Te caro fratello Corrado, alle Autorità civili e militari, come pure saluto con affetto i sacerdoti, le religiose ed i religiosi, gli appartenenti alle tante Confraternite, ai movimenti laicali, e quanti nel corso di questo Anno giubilare hanno aderito nella preghiera apprendendo da Santa Rosalia la passione per i poveri e la fedeltà alla Buona Notizia”.
Così inizia il messaggio inviato da papa Francesco a mons. Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo, in occasione del IV centenario del ritrovamento delle spoglie della loro patrona, santa Rosalia, in programma fino al 15 luglio, in occasione dell’imminente conclusione dell’Anno Giubilare Rosaliano.
Nel messaggio papa Francesco ha ripreso il motivo della santa palermitana, ‘Per amore Domini mei’, come scelta controcorrente: “La vita del cristiano, sia ai tempi in cui visse la nostra Vergine eremita sia ai giorni nostri, è costantemente segnata dalla croce; i cristiani sono coloro che amano sempre, ma spesso in circostanze in cui l’amore non è compreso o è addirittura rifiutato.
Ancora oggi si tratta di una scelta controcorrente, poiché chi segue Cristo è chiamato a far sua la logica del Vangelo che è speranza, che decide nel suo cuore di fare spazio all’amore per donarlo agli altri, per sacrificarlo a favore del fratello, per condividerlo con quanti non lo hanno sperimentato a causa delle ‘pesti’ che affliggono l’umanità”.
Ed i palermitani sono gli ‘eredi’ spirituali della santa palermitana: “Come Lei date un volto bello al vostro territorio, ricco di cultura, storia e fede profonda, dove grandi donne e uomini hanno trovato la forza per spendersi a motivo del Vangelo e della giustizia sociale. Alla scuola di Santa Rosalia, rinunciando a ciò che è superfluo, non esitate ad offrirVi con generosità agli altri”.
Quindi è un invito ad affrontare le sfide per consentire la rinascita di Palermo: “Abbiate fortezza di spirito nell’affrontare le sfide che tuttora ostacolano la rinascita di codesta Città, il cui cammino è affaticato da tante problematiche e, di queste, alcune molto dolorose. Con coraggio guardate a Colui che è Misericordia, ai cui occhi non sono invisibili le sofferenze del Suo popolo poiché ‘perfino i capelli del vostro capo sono contati’; Egli conosce le nostre pene ed è pronto a versare il balsamo della consolazione che risana e dona rinnovato slancio”.
E’ un invito a rivolgersi a santa Rosalia per trovare il coraggio della testimonianza: “Con Rosalia, donna di speranza, Vi esorto dunque: Chiesa di Palermo alzati! Sii faro di nuova speranza, sii Comunità viva che rigenerata dal sangue dei Martiri dia testimonianza vera e luminosa di Cristo nostro Salvatore. Popolo di Dio in questo lembo di terra benedetto, non perdere la speranza e non cedere allo sconforto. Riscopri la gioia dello stupore di fronte alla carezza di un Padre che ti chiama a sé e ti conduce sulle strade della vita per assaporare i frutti della concordia e della pace”.
Infine ha auspicato che tale anno giubilare sia stato occasione di una rinascita spirituale: “Auspico che questo Anno Giubilare Rosaliano, che volge a conclusione, abbia favorito soprattutto una rifioritura spirituale inserita nel percorso avviato dalla vostra Comunità ecclesiale; pertanto, invito a porVi con docilità all’ascolto dello Spirito Santo affinché possiate realizzare una copiosa stagione pastorale, pronti a spandere il profumo dell’accoglienza e della misericordia.
Consegnate alla vostra Santa Patrona desideri e aspirazioni che portate nel cuore; chiedete a Lei, donna del silenzio orante, di dissipare le paure e di vincere le rassegnazioni che soffocano le radici del bene, per essere audaci discepoli del Maestro e costruttori di speranza”.
In mattinata mons. Corrado Lorefice, presentando il ‘Quattrocentesimo Festino di Santa Rosalia’ dal titolo ‘Rosalia pellegrina di speranza, Palermo rifiorisce con te’, ha sottolineato che ella liberò la città dalla peste: “Questo 400° Festino in onore di Santa Rosalia segnerà la storia di questa città. Rosalia passò per le vie di Palermo facendo del bene e guarendo. La Patrona contribuì a sconfiggere la peste. A noi viene oggi fatta una sfida: mettere insieme diritti e responsabilità perché non si può vivere in una Babele dove non ci si capisce. Rosalia è la speranza di una città ferita dalla violenza, dalla diffusione della droga, dalla disoccupazione, dalle degradate periferie urbane e spirituali, da un centro storico che rischia di essere un grande pub. Ma non basta la convivialità gastronomica, si deve offrire anche la convivialità spirituale”.
Con un richiamo alla lettera del papa l’arcivescovo di Palermo ha invitato i cittadini ad assumersi la responsabilità della partecipazione: “E’ una festa, che non ci aliena ma ci fa camminare su queste strade, come Rosalia, eremita, donna, che guarda alla città da Monte Pellegrino con lo sguardo di Dio, pieno di compassione, che fa proprie le sofferenze e i destini degli uomini. Non è commiserazione, ma una sfida: partecipare dei pesi e delle attese degli altri. Da lei viene la speranza che viene a noi quando siamo capaci di assunzione di responsabilità per dare un volto bello alla città come suoi concittadini ed eredi spirituali”.
(Foto: Arcidiocesi di Palermo)
Sergio Paronetto: dal papa esperienze di riconciliazione
Di fronte a 12.500 persone, il dialogo del Papa con rappresentanti di società civile, movimenti e associazioni impegnati in percorsi di costruzione della pace: l’individualismo è la radice delle dittature, guardare con realismo ai conflitti per disinnescarli: una pace che va promossa, preparata, curata, sperimentata e organizzata. Di questo è convinta la rete di persone, dialogo a conclusione di un percorso, aperto a tutti, realizzato per la costruzione della pace, della giustizia e della cura della casa comune.
Il culmine dell’incontro è stato l’abbraccio di papa Francesco con l’israeliano Maoz Inon, a cui sono stati uccisi i genitori nell’attacco terroristico del 7 ottobre, e con il palestinese Aziz Sarah, a cui il conflitto ha strappato il fratello con l’invito a raccogliersi in silenzio: “Ambedue hanno perso i familiari, la famiglia si è rotta. A che serve la guerra? Per favore facciamo un piccolo spazio di silenzio. Non si può parlare troppo di questo. Ognuno preghi e faccia una riflessione interiore di fare qualcosa per finire con le guerre. In silenzio, un attimo. Pensiamo ai bambini in questa guerra e in tante guerre. Quale futuro avranno. Mi vengono in mente i bambini ucraini che vengono a Roma”.
Ed il centro del dialogo è stato il pensiero cattolico del teologo Romano Guardini, che si oppose al nazismo: “Oggi il Vescovo mi ha fatto vedere l’atto di nascita di un grande, Romano Guardini, che è nato qui a Verona. Lui diceva che sempre i conflitti si risolvono su un piano superiore, perché così i conflitti si trasformano in lievito di nuova cultura, di nuove cose per andare avanti. L’uniformità è un vicolo cieco: invece di andare avanti si va sotto; l’uniformità non serve, serve l’unità, e per raggiungere l’unità bisogna lavorare con i conflitti”.
Papa Francesco ha citato Romano Guardini, con l’invito a risolvere i conflitti su un piano superiore per trasformarli in lievito di nuova cultura: al presidente del Centro Studi di Pax Christi e partecipante al movimento ‘Beati i costruttori di pace’, Sergio Paronetto, chiediamo di spiegare in quale modo vivere con i conflitti: “Durante l’evento ‘Giustizia e pace si baceranno’ (Sal 85) dello scorso 18 maggio in Arena a Verona, papa Francesco, richiamandosi all’esortazione apostolica ‘Evangelii gaudium’ (226-230) ed all’enciclica ‘Fratelli tutti’ (244-245), osserva che ‘il primo passo da fare per vivere in modo sano tensioni e conflitti è riconoscere che fanno parte della nostra vita, sono fisiologici, quando non travalicano la soglia della violenza.
Quindi non averne paura… Ed il dialogo ci aiuta a risolvere i conflitti, sempre’. Dicendo questo, il papa ha in mente tante esperienze di riconciliazione, commissioni di ‘giustizia riparativa’ o ‘scuole di perdono’ diffuse in varie parti del mondo, comprese le zone ad alta conflittualità come Israele e Palestina, l’Africa e il Sud America (e anche in Italia)”.
Per quale motivo papa Francesco invoca sempre la pace?
“La invoca, ma, soprattutto, la testimonia, la promuove, la organizza. Prega e fa pregare per lei. Per lui costituisce la questione fondamentale dell’umanità, l’unico grande messaggio del Vangelo, anzi Gesù stesso ‘nostra pace’ (Ef), il cuore delle religioni, la sostanza di un nuovo umanesimo”.
Lei ha scritto un libro intitolato ‘Papa Francesco, l’uomo più pericoloso al mondo’: per quale motivo?
“Perché è un autentico rivoluzionario e chiede un cambio di rotta ai responsabili dell’economia e della politica. Perché è scomodo per i signori della guerra, per i predatori della finanza speculativa, per i negazionisti climatici, per nazionalisti e imperialisti. Lo definiscono pericoloso non solo i restaurazionisti o reazionari che guardano al passato ma anche i cosiddetti progressisti diventati devoti al dio del denaro e della guerra. Sono diffusi negli Stati Uniti, in Sud America, in Russia, in Europa e hanno tanti soldi con cui finanziano campagne denigratorie contro di lui. In ‘Arena’, sabato 18 maggio, gli ho detto che gli siamo grati per il suo coraggio, che siamo con lui, che vogliamo aiutarlo, che gli vogliamo bene”.
L’abbraccio del papa con un israeliano ed un palestinese è stato un segno evidente: in cosa consiste la ‘geopolitica’ della misericordia del papa?
“Ne ha parlato molto nel 2015, anno della misericordia. La misericordia è la profezia di un mondo nuovo. Cerca un nuovo ordine internazionale basato sul rispetto della dignità della persona e sui pilastri della pace, indicati dall’enciclica ‘Pacem in terris’ (verità, giustizia, libertà, amore). Misericordia è uno dei nomi della nonviolenza attiva. Assieme alla compassione e alla tenerezza, per lui costituisce anzi lo stile di Dio”.
Il primo incontro del 1986 dell’Arena di Pace verteva sull’educazione di pace: dopo 38 anni quanto è necessario educare alla pace?
“E’ decisivo. Tante sono le responsabilità delle violenze ma la responsabilità educativa coinvolge tutti e tutte. La pace è un bene da cercare, studiare, preparare, diffondere. Un cammino pedagogico verso la nonviolenza deve cominciare tra le mura di casa e di scuola. E’ fondamentale risvegliare la passione educativa e coltivare l’intelligenza emotiva, cioè la capacità di prefigurare un’altra storia possibile. La scuola può organizzare la formazione alla nonviolenza facendo conoscere esperienze di gestione dei conflitti e pratiche di riconciliazione”.
‘In piedi tutti, costruttori di pace!’, ha invitato papa Francesco concludendo l’incontro: come rendere ancora vitale questo invito di mons. Bello?
“In tre modi. In primo luogo, cercando di conoscere bene l’opera di don Tonino, leggendolo in gruppi operativi. In secondo luogo, seguendo il magistero di papa Francesco che è l’erede del suo pensiero cui attinge moltissimo (ho detto, anzi, che Francesco è don Tonino diventato papa). In terzo luogo mettendosi in rete. Sono tante le iniziative in cantiere, comprese quelle indicate nei documenti dei cinque tavoli di Arena (democrazia, economia, ecologia, migrazioni, disarmo) e nel documento finale”.
Sant’Antonio protettore dei deboli
In continuità iconografica con lo scorso anno, ed al tempo stesso calata nell’attualità, l’immagine scelta per la manifestazione antoniana di quest’anno, giunta alla sua 18^ edizione, è ancora un affresco di Pietro Annigoni custodito nella ‘Cappella delle Benedizioni al Santo’, sulla parete di destra: ‘Sant’Antonio affronta il tiranno Ezzelino da Romano’.
L’opera, che guarda l’affresco ‘Sant’Antonio che predica ai pesci’, utilizzata lo scorso anno, raffigura l’incontro con Ezzelino da Romano, che si racconta essere accaduto poche settimane prima della morte del santo, secondo l’agiografia nel palazzo del tiranno a Verona nel maggio del 1231. Sebbene indebolito nel fisico e stremato nelle forze, sant’Antonio si recò a perorare la liberazione del conte Rizzieri di san Bonifacio e di altri nobili padovani catturati in battaglia durante un agguato, animato da umana solidarietà e con un’audacia quasi temeraria. Le sue parole però non sortirono effetto e fu cacciato dal despota.
Quindi il significato di questo episodio è il fil rouge della rassegna di quest’anno che guarda all’attualità: ‘Antonio difensore dei più deboli’, siano essi vittime del terrorismo o di guerre; donne maltrattate, violate o uccise dagli uomini; persone disabili o persone alla ricerca di giustizia e capaci di perdono, come ha raccontato padre Antonio Ramina, rettore della basilica di sant’Antonio da Padova:
“Molto probabilmente sant’Antonio ha capito ben presto che per cercare e incontrare Dio occorre chinarsi sui più deboli e sui più indifesi. I grandi uomini di fede lo capiscono subito: cercare Dio è impossibile se si escludono dai propri orizzonti le persone povere e indifese. Perché Dio ha cura di loro. La sua non è una scelta solo di carattere ‘sociale’, ma una scelta umana e di fede, allo stesso tempo. Gesù nel suo Vangelo ha ‘raccontato’ a tutti il volto misericordioso del Padre. Ed i primi a capirlo sono sempre stati i poveri. In questo Antonio ha cercato di seguire lo stesso stile di Gesù”.
Sant’Antonio dove trova la forza per affrontare il tiranno Ezzelino da Romano?
“Sant’Antonio trova questa forza semplicemente in se stesso, si potrebbe dire; nel senso che in se stesso ha sempre coltivato una grande amicizia e profondità con il Signore. Quando la fede diventa la ‘bussola’ e il senso della vita, allora emergono anche energie e coraggio inaspettati. Non si è più troppo preoccupati di se stessi, di perdere qualcosa; ci si sente al sicuro nelle mani di Dio, nel suo cuore. Ed allora anche le sfide che sembrano insormontabili diventano meno paurose. Sant’Antonio affronta il tiranno sapendo di non essere solo, di agire ‘per conto’ di Dio. Forse aveva anche fiducia che quel tiranno, in fondo, si sarebbe sentito toccato, mosso a cambiare. Sempre così: fede in Dio, fede nell’umano. Un unico anello”.
In quale modo sant’Antonio era uomo di riconciliazione?
“Sono tanti i modi con cui sant’Antonio ha manifestato il suo essere ‘uomo di riconciliazione’. Predicando ha toccato il cuore di molti. Le divisioni all’interno delle famiglie trovavano via di uscita e si ristabiliva nuova comunione. Anche città tra loro in lotta, a volte, ispirate dalla parola forte di Antonio intuivano che la strada migliore sarebbe stata quella di coltivare ponti, legami. Ma Antonio è stato uomo di riconciliazione anche nei confronti dei peccatori che accoglieva e ascoltava. Intuiva nel loro cuore e nel loro pentimento il desiderio di poter ripartire, riconciliati con Dio, rappacificati nell’animo. E il suo stile di uomo forte sapeva da un lato condannare con forza il peccato e la sopraffazione; dall’altro accogliere tutti ed essere mediatore del perdono di Dio”.
Allora, è ancora possibile annunciare la liberazione?
“Sempre è possibile annunciare la liberazione. Credo che nella misura in cui ciascuno, nella propria vita ordinaria, si contrappone alle ingiustizie, agli inganni, alle bramosie di successo a scapito di altri, si sta annunciando liberazione. Non solo con le parole, ma soprattutto con la concretezza del proprio comportamento. A volte è importante anche esprimersi, a parole, contro ogni forma di schiavitù: le ingiustizie dello sfruttamento nel lavoro; le ingiustizie della violenza contro le donne; le ingiustizie contro i migranti. Sono solo alcuni esempi. Forse ci tornerebbe più comodo stare zitti, non interrogarci. E invece è importante riflettere, parlarne, capire, per poter denunciare tante forme di schiavitù e collaborare a creare una ‘forma mentis et cordis’ (‘forma della mente e del cuore’, ndr.) di persone libere e rispettose”.
Per quale motivo è importante essere ‘custode’?
“Di solito si custodisce ciò che è prezioso e ciò che è fragile. Se una cosa non è preziosa, non la si custodisce. Se una cosa non è fragile, non ha bisogno di custodia. La vita umana, la dignità delle persone, la qualità bella delle nostre relazioni: sono tra alcuni esempi, i più alti, di ciò che è immensamente prezioso e decisamente fragile. Tutto questo va custodito. E la prima forma di ‘nemico’ da combattere, per essere custodi della vita degli altri, dei nostri fratelli e sorelle, è il nemico della indifferenza. L’indifferenza ci farebbe andare diritti per le nostre strade, ci porterebbe a non scomodarci.
La persona che sa custodire, è innanzitutto una persona che di fronte agli altri sta ‘sentendosi in debito’, sentendo cioè che l’altro si aspetta sempre qualcosa di buono da lei. Noi siamo custodi degli altri se allontaniamo l’indifferenza e la paura, se apriamo occhi e cuore alle vite degli altri, se non giudichiamo secondo i nostri pregiudizi e se sappiamo accogliere gli altri facendoli ‘respirare’ meglio”.
Sull’esempio di sant’Antonio in quale modo i frati minori conventuali lavorano per la pace?
“Come frati minori conventuali cerchiamo di fare nostro lo stile di Antonio: Vangelo e carità. La pace si costruisce così: cercando nel Vangelo la ragione per cui vivere, vale a dire l’amore di Dio riversato su tutti gratuitamente. E avendo scoperto il vangelo come fonte di vita, si capisce che tale tesoro così grande non può essere trattenuto, ma va condiviso. Ed allora si aprono tante iniziative di carità, che nel nome di sant’Antonio sono davvero tante sparse in tutto il mondo. Non sono solo i frati conventuali a fare questo.
I frati sono solo delle mediazioni, ma la vera ricchezza è quella di tantissime persone che, pour non essendo ricche, scelgono di donare qualcosa per i poveri, per i bisognosi. E’ davvero fonte di meraviglia continua poter constatare che ci sono tantissime persone generose sparse in tutto il mondo disposte a privarsi di qualcosa per curare e soccorrere chi è meno fortunato. Noi frati conventuali abbiamo molto da imparare da tantissime persone buone e generose; e molto da ringraziare!”
(Tratto da Aci Stampa)
X Domenica Tempo Ordinario: i veri familiari di Gesù
Terminato il tempo della Pasqua, nella Liturgia si riprende il tempo ordinario, che nell’insieme dura sino alla 34^ domenica. Il brano del Vangelo oggi ci presenta Gesù costretto ad affrontare due tipi di incomprensione: quella degli avversari e l’altra dei suoi familiari. Gli avversari (scribi e farisei) accusano Gesù di cacciare i demoni e guarire gli ammalati in nome di Beelzebul, principe dei demoni. Dicono: Gesù è indemoniato e un demonio caccia l’altro. Gesù non si lascia intimidire: sappiamo infatti che Satana ha dominato sempre nella storia dell’uomo; questo essere creato da Dio a sua immagine e somiglianza, che Satana aveva spinto a ribellarsi a Dio con il peccato originale: un peccato di orgoglio e di superbia, che Dio subito punì.
Nel suo amore misericordioso Dio però non abbandonò l’uomo, ed annuncia l’arrivo del Salvatore: ‘Metterò inimicizia tra te e la donna, tra il seme tuo e il seme di lei; verrà un’altra donna che ti schiaccerà il capo ed inutilmente insidierai il suo calcagno’. Nella pienezza dei tempi nasce Maria, la Vergine immacolata, nel cui seno si incarna Gesù, il Figlio di Dio. Satana aveva sempre dominato nei secoli precedenti, si sentiva il padrone assoluto dell’uomo ormai peccatore, nemico di Dio. L’arrivo di Gesù incatena Satana e le forze del male.
Ora gli scribi, avversari di Gesù, cercano di screditate l’opera di Gesù, il Salvatore, accusandolo di essere un indemoniato: Satana schiaccia Satana. Gesù di fronte all’accusa reagisce con parole forti e chiare evidenziando che i suoi avversari stanno mentendo, negano l’amore di Dio che si manifesta in Cristo Gesù cacciando satana e il suo male agire; questo, evidenzia Gesù, è un peccato contro lo Spirito Santo, l’unico peccato imperdonabile. Gesù è l’unico che incatena Satana e le forze del male; salva l’uomo e riapre le porte del regno dei cieli.
Nella vittoria di Cristo è posta tutta la nostra speranza sulla vita eterna. Però è necessario seguire Cristo, accogliere il suo amore misericordioso; è necessario da parte dell’uomo essere vigilante e deciso; partecipare alla lotta e alla vittoria di Gesù seguendo il Signore con fede sincera e amore profondo. Vi ho dato l’esempio, dirà Gesù,: come ho fatto io, fate voi.
Con Cristo Gesù possiamo vincere e stravincere: per vincere è necessario prendere ogni giorno la croce e seguirlo. La nostra adesione a Cristo con il Battesimo ci strappa a Satana e alle sue opere, ci fa aderire a Cristo e al suo progetto di salvezza: la vittoria è assicurata dalla nostra fede in Cristo, vero Dio e vero uomo, e dalle opere di amore verso Dio e i fratelli.
La vittoria di Cristo è così partecipata a tutti i credenti attraverso l’azione dello Spirito Santo in noi. La seconda incomprensione è da parte dei suoi familiari. Si rivelano preoccupati per la persona di Gesù perché la sua vita itinerante sembrava ora una pazzia. Gesù non aveva spesso tempo neppure per mangiare e i familiari erano venuti da Nazareth forse per ricondurlo alla loro città: ‘Ecco tua madre, gli dicono gli scribi, i tuoi fratelli, le tue sorelle stanno fuori e ti cercano’. La risposta di Gesù è istantanea e fulminea; Egli additando quanti stavano ad ascoltarlo rispose: ‘Ecco mia madre, i miei fratelli e sorelle: colui che fa la volontà di Dio, costui per me è madre, fratello e sorella’.
Gesù ha ormai costituito una nuova famiglia non più basata su legami naturali ma sulla fede in Lui. Accogliere la parola di Gesù ci costituisce ‘famiglia di Gesù’. Gesù non rinnega la sua famiglia di sangue o i suoi rapporti con Maria, sua madre, o con gli altri familiari, ma evidenzia che ciò che conta dinnanzi a Dio è ‘fare la volontà di Dio’ con le parole e le opere. Difende il comandamento ‘onora il padre e la madre’ ma nel contempo evidenzia l’importanza di un legame ancora più proficuo che deriva dalla fede nel Figlio di Dio, che ci costituisce fratelli di Lui e fratelli tra noi: veri figli di Dio.
Questa appartenenza alla famiglia di Dio è la radice della vera fraternità cristiana. Da qui la preghiera del ‘Padre nostro: … Padre, sia fatta la tua volontà’. Nella Messa oggi si prega: ‘Il Signore è mia roccia e mia fortezza: è Lui il mio Dio, che mi libera e mi aiuta’.
Papa Francesco incoraggia a pregare incessantemente per la pace
“Signore, Dio di pace, ascolta la nostra supplica! Abbiamo provato tante volte e per tanti anni a risolvere i nostri conflitti con le nostre forze e anche con le nostre armi; tanti momenti di ostilità e di oscurità; tanto sangue versato; tante vite spezzate; tante speranze seppellite… Ma i nostri sforzi sono stati vani. Ora, Signore, aiutaci Tu! Donaci Tu la pace, insegnaci Tu la pace, guidaci Tu verso la pace.
Apri i nostri occhi e i nostri cuori e donaci il coraggio di dire: ‘mai più la guerra!’; ‘con la guerra tutto è distrutto!’ Infondi in noi il coraggio di compiere gesti concreti per costruire la pace. Amen. Signore, Dio di Abramo e dei Profeti, Dio Amore che ci hai creati e ci chiami a vivere da fratelli, donaci la forza per essere ogni giorno artigiani della pace; donaci la capacità di guardare con benevolenza tutti i fratelli che incontriamo sul nostro cammino.
Rendici disponibili ad ascoltare il grido dei nostri cittadini che ci chiedono di trasformare le nostre armi in strumenti di pace, le nostre paure in fiducia e le nostre tensioni in perdono. Tieni accesa in noi la fiamma della speranza per compiere con paziente perseveranza scelte di dialogo e di riconciliazione, perché vinca finalmente la pace.
E che dal cuore di ogni uomo siano bandite queste parole: divisione, odio, guerra! Signore, disarma la lingua e le mani, rinnova i cuori e le menti, perché la parola che ci fa incontrare sia sempre ‘fratello’, ‘sorella’, e lo stile della nostra vita diventi: shalom, pace, salam! Amen”.
Con questa preghiera recitata dieci anni fa con l’affidamento a Maria oggi pomeriggio papa Francesco ha concluso vicino alla pianta di olivo piantata nel 2014 nei Giardini Vaticani, ha ricordato alla rappresentanza della comunità islamica presente con lo sceicco Abdallah Redouane della Moschea di Roma e della comunità ebraica con il rabbino Alberto Funaro, con la partecipazione degli ambasciatori presso la Santa Sedei, tra i quali quelli palestinese e israeliano ed anche i diplomatici di Russia e Ucraina.
Ringraziando i presenti il papa ha ricordato l’evento di quel momento particolare a seguito del viaggio in Terra Santa: “L’allora Presidente dello Stato d’Israele, il compianto Shimon Peres, e il Presidente dello Stato di Palestina, Mahmoud Abbas, accettarono il mio invito a venire qui per implorare da Dio il dono della pace.
Poche settimane prima ero stato pellegrino in Terra Santa e proprio lì avevo espresso il grande desiderio che i due si incontrassero, per compiere un gesto significativo, storico di dialogo e di pace. Porto nel cuore tanta gratitudine al Signore per quel giorno, mentre conservo il ricordo di quell’emozionante abbraccio che i due Presidenti si scambiarono, anche alla presenza di Sua Santità Bartolomeo I, Patriarca Ecumenico, e dei rappresentanti delle comunità cristiane, ebraiche e musulmane provenienti da Gerusalemme”.
Ed ha ricordato l’importanza di fare memoria di quell’avvenimento: “Oggi, fare memoria di quell’evento è importante, specialmente alla luce di quanto purtroppo sta accadendo in Palestina e in Israele. Da mesi ormai assistiamo a una crescente scia di ostilità e vediamo morire sotto i nostri occhi tanta gente, anche tanti innocenti. Tutta questa sofferenza, la brutalità della guerra, le violenze che essa scatena, l’odio che semina anche nelle generazioni future dovrebbero convincerci che «ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato”.
Quindi per il papa la guerra non risolve i problemi, ma aumenta i ‘giochi di potere’: “Per questo motivo, invece che illuderci che la guerra possa risolvere i problemi e portare alla pace, dobbiamo essere critici e vigilanti verso un’ideologia oggi purtroppo dominante, secondo cui ‘il conflitto, la violenza e le fratture fanno parte del funzionamento normale di una società’… Invece, in un tempo segnato da tragici conflitti, c’è bisogno di un rinnovato impegno per edificare un mondo pacifico. A tutti, credenti e persone di buona volontà, vorrei dire: non smettiamo di sognare la pace e di costruire relazioni di pace!”
Nell’intervento il papa ha sottolineato la sua continua preghiera per la pace: “Penso a tutti coloro che soffrono, in Israele e in Palestina: ai cristiani, agli ebrei, ai musulmani. Penso a quanto sia urgente che dalle macerie di Gaza si levi finalmente la decisione di fermare le armi e, perciò, chiedo che ci sia un cessate-il-fuoco; penso ai familiari e agli ostaggi israeliani e chiedo che siano liberati il prima possibile; penso alla popolazione palestinese e chiedo che sia protetta e riceva tutti gli aiuti umanitari necessari; penso ai tanti sfollati a causa dei combattimenti, e chiedo che presto le loro case vengano ricostruite perché possano ritornarvi in pace. Penso anche a quei palestinesi e israeliani di buona volontà che, tra le lacrime e le sofferenze, non smettono di attendere nella speranza l’arrivo di un giorno nuovo e si adoperano ad anticipare l’alba di un mondo pacifico…”.
E’ stato un invito ad un impegno quotidiano per la pace: “Tutti dobbiamo lavorare e impegnarci affinché si raggiunga una pace duratura, dove lo Stato di Palestina e lo Stato d’Israele possano vivere l’uno accanto all’altro, abbattendo i muri dell’inimicizia e dell’odio; e tutti dobbiamo avere a cuore Gerusalemme, affinché diventi la città dell’incontro fraterno tra cristiani, ebrei e musulmani, tutelata da uno statuto speciale garantito a livello internazionale”.
Infine il papa ha ricordato che la pace si chiede attraverso la preghiera: “E allora questa sera vogliamo rinnovare la nostra preghiera, vogliamo ancora innalzare a Dio la nostra supplica per la pace, come dieci anni fa. Vogliamo chiedere al Signore di far crescere ancora l’ulivo che quel giorno abbiamo piantato: è già diventato forte, rigoglioso, perché è stato riparato dai venti ed è stato annaffiato con cura.
Allo stesso modo, dobbiamo chiedere a Dio che la pace possa germogliare nel cuore di ogni uomo, in ogni popolo e Nazione, in ogni lembo di terra, al riparo da venti di guerra e innaffiato da coloro che ogni giorno si impegnano a vivere nella fraternità”.
E’ stato un invito a sognare la pace; “Non smettiamo di sognare la pace, che ci regala la gioia inattesa di sentirci parte di un’unica famiglia umana. Questa gioia l’ho vista qualche giorno fa a Verona, sul volto di quei due papà, un israeliano e un palestinese, che si sono abbracciati davanti a tutti. Di questo hanno bisogno Israele e Palestina: di un abbraccio di pace!”
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco: combattere la mentalità dello scarto
“Dio non abbandona i suoi figli, mai. Nemmeno quando l’età avanza e le forze declinano, quando i capelli imbiancano e il ruolo sociale viene meno, quando la vita diventa meno produttiva e rischia di sembrare inutile. Egli non guarda le apparenze e non disdegna di scegliere coloro che a molti appaiono irrilevanti. Non scarta alcuna pietra, anzi, le più ‘vecchie’ sono la base sicura sulla quale le pietre ‘nuove’ possono appoggiarsi per costruire tutte insieme l’edificio spirituale”: così inizia il messaggio di papa Francesco per la IV Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani che si celebra la quarta domenica di luglio (28 luglio) sul tema ‘Nella vecchiaia non abbandonarmi’.
Nel messaggio il papa sottolinea che esiste una certezza, quella della misericordia di Dio: “La Sacra Scrittura, tutta intera, è una narrazione dell’amore fedele del Signore, dalla quale emerge una consolante certezza: Dio continua a mostrarci la sua misericordia, sempre, in ogni fase della vita, e in qualsiasi condizione ci troviamo, anche nei nostri tradimenti.
I salmi sono colmi della meraviglia del cuore umano di fronte a Dio che si prende cura di noi, nonostante la nostra pochezza; ci assicurano che Dio ha tessuto ognuno di noi fin dal seno materno e che nemmeno negli inferi abbandonerà la nostra vita. Dunque, possiamo essere certi che ci starà vicino anche nella vecchiaia, tanto più perché nella Bibbia invecchiare è segno di benedizione”.
Al contempo emerge anche la paura della solitudine, che deve essere ‘combattuta’: “Sono tante le cause di questa solitudine: in molti Paesi, soprattutto i più poveri, gli anziani si ritrovano soli perché i figli sono costretti a emigrare. Oppure, penso alle numerose situazioni di conflitto: quanti anziani rimangono soli perché gli uomini (giovani ed adulti) sono chiamati a combattere e le donne, soprattutto le mamme con bambini piccoli, lasciano il Paese per dare sicurezza ai figli.
Nelle città e nei villaggi devastati dalla guerra rimangono tanti vecchi e anziani soli, unici segni di vita in zone dove sembrano regnare l’abbandono e la morte… Questa mentalità va combattuta ed estirpata. È uno di quegli infondati pregiudizi, dai quali la fede cristiana ci ha liberato, che alimenta una persistente conflittualità generazionale fra giovani e anziani”.
Ed alla paura subentra la rassegnazione: “La solitudine e lo scarto sono diventati elementi ricorrenti nel contesto in cui siamo immersi… Possiamo notare in molti anziani quel sentimento di rassegnazione di cui parla il libro di Rut quando narra della vecchia Noemi che, dopo la morte del marito e dei figli, invita le due nuore, Orpa e Rut, a far ritorno al loro paese di origine e alla loro casa”.
Invece Rut sovverte le convenzioni ed ha avuto la benedizione di una buona vita: “La libertà e il coraggio di Rut ci invitano a percorrere una strada nuova: seguiamo i suoi passi, mettiamoci in viaggio con questa giovane donna straniera e con l’anziana Noemi, non abbiamo paura di cambiare le nostre abitudini e di immaginare un futuro diverso per i nostri anziani…
Rut ha scelto di stare vicina a Noemi ed è stata benedetta: con un matrimonio felice, una discendenza, una terra. Questo vale sempre e per tutti: stando vicino agli anziani, riconoscendo il ruolo insostituibile che essi hanno nella famiglia, nella società e nella Chiesa, riceveremo anche noi tanti doni, tante grazie, tante benedizioni!”
Il messaggio del papa è un invito a non dimenticare la tenerezza dell’accoglienza: “In questa IV Giornata Mondiale dedicata a loro, non facciamo mancare la nostra tenerezza ai nonni e agli anziani delle nostre famiglie, visitiamo coloro che sono sfiduciati e non sperano più che un futuro diverso sia possibile. All’atteggiamento egoistico che porta allo scarto e alla solitudine contrapponiamo il cuore aperto e il volto lieto di chi ha il coraggio di dire ‘non ti abbandonerò!’ e di intraprendere un cammino differente”.
Papa Francesco: sperimentare la misericordia di Dio nella cura dell’ospitalità
Giornata intensa di incontri quella di papa Francesco, che ha ricevuto in udienza le partecipanti ai Capitoli Generali delle Suore Ospedaliere del S. Cuore e delle Figlie di San Camillo, incentrando la riflessione sull’importanza dei Capitoli generali: “E’ una bella trovata della Provvidenza questa di farvi incontrare qui, con il Vescovo di Roma, a rendere grazie al Signore, a chiedergli luce per discernere la sua volontà e a rinnovare il vostro impegno a servizio della Chiesa”.
Ed alla base di tali Capitoli c’è lo Spirito Santo: “All’inizio dei vostri cammini ci sono due storie entusiasmanti, nelle quali si vede come l’audacia di fondatrici e fondatori, sotto l’azione dello Spirito Santo, può realizzare opere grandi, lanciandosi là dove la carità chiama, senza fare troppi calcoli, con la ‘pazzia santa dell’amore’. E se manca l’amore siamo finiti!”
Tale Congregazione è sorta per la cura dei malati di mente: “Così nascevano le Suore Ospedaliere del Sacro Cuore. E da allora voi avete continuato la loro missione, estendendo l’assistenza a sempre nuove sofferenze e povertà, per rendere presente la misericordia di Dio nella pratica dell’ospitalità, con una particolare attenzione al recupero e alla riabilitazione integrale delle persone. E lo fate cercando di coinvolgere tutti – malati, famiglie, medici, suore, volontari ed altri, in un clima ‘di comunità’ in cui ciascuno è partecipe e contribuisce al bene degli altri”.
Ed ha raccontato anche della fondatrice della Congregazione delle Figlie di San Camillo: “Questa donna sapeva bene cos’è il dolore: nella sua vita aveva sofferto tanto a causa della poca salute e per molti altri motivi. Solo con l’aiuto di Dio e di persone buone aveva potuto farcela, e perciò amava ripetere: ‘la sofferenza è vinta soltanto dall’amore’. Così, ha affidato i malati al vostro amore, prima e indispensabile medicina di ogni luogo di cura; anzi, con il quarto voto di assistenza agli infermi, li ha messi al cuore della vostra consacrazione”.
Inoltre ha inviato un discorso ai partecipanti dell’assemblea generale di ‘Talitha Kum’, sottolineato il male della tratta: “La tratta di persone è un male ‘sistemico’, e quindi possiamo e dobbiamo eliminarlo mediante un approccio sistematico a molteplici livelli. La tratta si rafforza con le guerre e i conflitti, trae beneficio dagli effetti dei cambiamenti climatici, dalle disparità socio-economiche, approfitta della vulnerabilità delle persone costrette a migrare e della condizione di disuguaglianza in cui si trovano, soprattutto, donne e bambine”.
E’ un invito ad eliminarla: “La tratta è un’attività che non rispetta e non guarda in faccia a nessuno, garantendo grandi profitti a persone senza scrupoli morali. La tratta è in continua evoluzione e trova sempre nuovi modi per svilupparsi, com’è accaduto durante la pandemia. Tuttavia non dobbiamo scoraggiarci. Con la forza dello Spirito di Gesù Cristo e la dedizione di tanti possiamo riuscire ad eliminarla”.
Riprendendo il tema assembleare (‘Camminare insieme per porre fine alla tratta: compassione in azione per la trasformazione’) ha invitato a non arrendersi: “Non è semplice, ma in questi 15 anni ci avete mostrato, ad ogni latitudine, che è possibile farlo. Talitha Kum è diventata una rete capillare e globale e, nel medesimo tempo, anche ben radicata nelle Chiese locali. Essa è diventata un punto di riferimento per le vittime, per le loro famiglie, per le persone a rischio e per le comunità più vulnerabili.
Inoltre, i vostri appelli costituiscono un forte richiamo alla responsabilità per Governi e istituzioni nazionali e locali. Vi incoraggio a proseguire su questa strada, portando avanti le azioni di prevenzione e cura e intessendo tante preziose relazioni, indispensabili per contrastare e sconfiggere la tratta”.
Mentre ai partecipanti al Congresso di chirurgia dell’associazione ‘Ex-alunni del Professor Ivo Pitanguy’ ha raccomandato di portare sempre un sorriso ai bambini malati: “In uno dei vostri progetti di cooperazione, cercate di portare il sorriso sul volto di tanti bambini malati e, aiutandoli, portate il sorriso anche alle loro famiglie e, in un certo senso, a tutta la società. Vi ringrazio per questo servizio discreto agli altri”.
E’ questa l’essenzialità della bellezza: “Ma come uomini, come medici e come cristiani, sappiamo che i nostri volti sono destinati a riflettere una bellezza che va al di là di quella percepibile con gli occhi del corpo. Una bellezza che non è soggetta alle tendenze programmate dal business della moda, della cultura, dell’apparenza, ma che è legata alla verità dell’uomo, al suo essere più intimo, che non possiamo sfigurare”.
Per questo la Bibbia parla della bellezza di Gesù: “E’ interessante che la Scrittura ci presenti Gesù come il ‘più bello degli uomini’ e come colui che a causa delle sofferenze è diventato così ‘sfigurato che il suo aspetto non era più quello di un uomo e il suo volto non era più quello di un essere umano’. Gesù ci mostra in questo paradosso la sua vera immagine e la nostra, che passa attraverso la via della croce, attraverso l’accettazione della nostra piccolezza, per arrivare a una gloria eterna, a una speranza che non delude e non svanisce”.
(Foto: Santa Sede)




























