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La memoria liturgica di san Gaspare del Bufalo: a Santa Maria in Trivio la Messa presieduta dal card. Baldassare Reina

Quest’oggi, 21 ottobre, presso la rettoria di Santa Maria in Trivio, a pochi passi dalla Fontana di Trevi, dove sono custodite le spoglie di san Gaspare del Bufalo e del beato Giovanni Merlini, Sua Eminenza Rev.ma il cardinale Baldassare Reina, Vicario Generale di Sua Santità per la diocesi di Roma, presiederà la Santa Messa alle ore 18:30 in occasione della memoria liturgica di san Gaspare del Bufalo, fondatore della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue.

La ricorrenza rappresenta un momento di grande rilevanza spirituale e comunitaria per i fedeli e per i Missionari del Preziosissimo Sangue in tutto il mondo, che ogni anno celebrano il loro santo fondatore con incontri e iniziative culturali e pastorali.

San Gaspare del Bufalo (1786 – 1837), sacerdote romano, dedicò la vita alla missione evangelizzatrice e alla diffusione della devozione al Preziosissimo Sangue di Cristo. Fondò la Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue il 15 agosto 1815 presso l’Abbazia di San Felice in Giano dell’Umbria (PG). Conosciuto per il suo zelo apostolico e la sua predicazione nelle zone rurali d’Italia, subì anche la prigionia durante il periodo napoleonico per essersi rifiutato di giurare fedeltà all’imperatore. Fu canonizzato nel 1954 da Papa Pio XII.

«La memoria liturgica di san Gaspare del Bufalo è un vero evento nell’anno liturgico per noi Missionari del Preziosissimo Sangue», afferma don Benedetto Labate, direttore della Provincia Italiana dei Missionari:

«Ogni comunità organizza momenti di preghiera, tridui, celebrazioni e incontri per far conoscere il nostro fondatore, segno di un profondo senso di appartenenza e di gratitudine verso Dio per il dono del suo carisma. Anche quest’anno, nelle comunità italiane e all’estero, la ricorrenza sarà accompagnata da iniziative spirituali e culturali volte a ricordare l’attualità del messaggio di san Gaspare del Bufalo, l’“Apostolo del Sangue di Cristo”, che con la sua vita e la sua opera continua a ispirare sacerdoti, religiosi e laici nel testimoniare l’amore di Dio per l’umanità».

Papa Leone XIV chiede preghiera ed audacia per la difesa del creato

“In questa bellissima giornata, innanzitutto vorrei invitare tutti, cominciando da me stesso, a vivere quel che stiamo celebrando nella bellezza di una cattedrale, si potrebbe dire ‘naturale’, con le piante e tanti elementi della creazione che ci hanno portato qui per celebrare l’Eucaristia, che vuol dire: rendere grazie al Signore. Ci sono molti motivi in questa Eucaristia per i quali vogliamo ringraziare il Signore: questa celebrazione potrebbe essere la prima con la nuova formula della Santa Messa per la cura della creazione, che è stata anche espressione del lavoro dei diversi Dicasteri nel Vaticano”: con queste parole papa Leone XIV ha iniziato l’omelia della santa messa  per la custodia della creazione secondo il formulario recentemente approvato nel borgo ‘Laudato sì a Castel Gandolfo, esortando ad ascoltare il ‘grido della terra’.

Con un ringraziamento ai presenti il papa ha sottolineato quest’intuizione di papa Francesco: “E personalmente ringrazio tante persone qui presenti, che hanno lavorato in questo senso per la liturgia. Come sapete, la liturgia rappresenta la vita e voi siete la vita di questo Centro ‘Laudato sì’. Vorrei dire grazie a voi in questo momento, in questa occasione, per tutto quello che fate seguendo questa bellissima ispirazione di papa Francesco che ha dato questa piccola porzione, questi giardini, questi spazi proprio per continuare la missione tanto importante riguardo a tutto quello che conosciamo dopo 10 anni dalla pubblicazione di Laudato sì: la necessità di curare la creazione, la casa comune”.

Ed ha chiesto di pregare anche per le persone che ancora non hanno cura del creato: “Qui è come nelle Chiese antiche dei primi secoli, che avevano il fonte battesimale per il quale si doveva passare per poi entrare nella chiesa. Non vorrei essere battezzato in quest’acqua … però il simbolo di passare attraverso l’acqua per essere lavati tutti dai nostri peccati, dalle nostre debolezze, e così poter entrare nel grande mistero della Chiesa è qualcosa che viviamo anche oggi. All’inizio della Messa abbiamo pregato per la conversione, la nostra conversione. Vorrei aggiungere che dobbiamo pregare per la conversione di tante persone, dentro e fuori della Chiesa, che ancora non riconoscono l’urgenza di curare la casa comune”.

Appunto è necessaria la conversione, come aveva sollecitato molte volte papa Francesco: “Tanti disastri naturali che ancora vediamo nel mondo, quasi tutti i giorni in tanti luoghi, in tanti Paesi, sono in parte causati anche dagli eccessi dell’essere umano, col suo stile di vita. Perciò dobbiamo chiederci se noi stessi stiamo vivendo o no quella conversione: quanto ce n’è bisogno!”

Per questo papa Leone XIV ha sottolineato il ‘potere’ creatore di Gesù davanti alla paura dei discepoli: “Allora, avendo detto tutto questo, ho anche un’omelia che avevo preparato e che condividerò, abbiate un po’ di pazienza: ci sono alcuni elementi che davvero aiutano a continuare la riflessione stamattina, condividendo questo momento familiare e sereno, in un mondo che brucia, sia per il surriscaldamento terrestre sia per i conflitti armati, che rendono tanto attuale il messaggio di Papa Francesco nelle sue Encicliche ‘Laudato sì’ e ‘Fratelli tutti’.

Possiamo ritrovarci proprio in questo Vangelo, che abbiamo ascoltato, osservando la paura dei discepoli nella tempesta, una paura che è quella di larga parte dell’umanità. Però nel cuore dell’anno del Giubileo noi confessiamo – e possiamo dirlo più volte: c’è speranza! L’abbiamo incontrata in Gesù. Egli ancora calma la tempesta. Il suo potere non sconvolge, ma crea; non distrugge, ma fa essere, dando nuova vita”.

E’ lo stupore che permette di uscire dalla paura: “Lo stupore, che questa domanda esprime, è il primo passo che ci fa uscire dalla paura. Attorno al lago di Galilea, Gesù aveva abitato e pregato. Là aveva chiamato i suoi primi discepoli nei loro luoghi di vita e di lavoro. Le parabole, con le quali annunciava il Regno di Dio, rivelano un profondo legame con quella terra e con quelle acque, col ritmo delle stagioni e la vita delle creature”.

L’invito è quello di vivere nell’armonia: “Carissimi fratelli e sorelle, il Borgo ‘Laudato sì’, nel quale ci troviamo, vuole essere, per intuizione di papa Francesco, un ‘laboratorio’ nel quale vivere quell’armonia con il creato che è per noi guarigione e riconciliazione, elaborando modalità nuove ed efficaci di custodire la natura a noi affidata. A voi, che vi dedicate con impegno a realizzare questo progetto, assicuro perciò la mia preghiera e il mio incoraggiamento”.

Ma quest’armonia con il creato è raggiunta attraverso l’Eucarestia, come ha scritto nelle ‘Confessioni’ sant’Agostino: “L’Eucaristia che stiamo celebrando dà senso e sostiene il nostro lavoro… Da questo luogo desidero perciò concludere questi pensieri affidandovi le parole con cui sant’Agostino, nelle ultime pagine delle sue Confessioni, associa le cose create e l’uomo in una lode cosmica: o Signore, ‘le tue opere ti lodano affinché ti amiamo, e noi ti amiamo affinché ti lodino le tue opere’. Sia questa l’armonia che diffondiamo nel mondo”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV celebrerà una messa per il Creato

“Il mistero della creazione è l’inizio della storia della salvezza, che culmina in Cristo e dal mistero di Cristo riceve la luce decisiva; infatti, manifestando la propria bontà, ‘in principio, Dio creò il cielo e la terra’ poiché fin dalle origini pensava alla gloria della nuova creazione in Cristo. La Sacra Scrittura esorta gli uomini a contemplare il mistero della creazione e a rendere grazie senza fine alla Santissima Trinità per questo segno della Sua benevolenza, che, come un tesoro prezioso, va amato, custodito e contemporaneamente fatto progredire, nonché tramandato di generazione in generazione. In questo tempo appare evidente che l’opera della creazione è seriamente minacciata a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha affidato alla nostra cura”:

mercoledì 9 luglio papa Leone XIV presiederà una Messa privata a Castel Gandolfo, nel Borgo ‘Laudato sì’, e utilizzerà per la prima volta il nuovo formulario di orazioni per la Messa ‘per la custodia della Creazione’ dal card. Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, e da mons. Vittorio Francesco Viola, segretario del Dicastero per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti.

Nella presentazione il card. Czerny ha spiegato le novità del nuovo Messale: “Il Messale Romano contiene 49 Messe e Orazioni per diverse necessità ed occasioni: 20 riguardano la Chiesa, 17 le necessità civili, e 12 sono per varie circostanze. Tra i formulari ‘per le necessità civili’, oggi siamo lieti di introdurre una ‘Messa per la custodia della creazione’ (Missa pro custodia creationis), per rispondere alle istanze suggerite dalla ‘Laudato sì’ giunte da tutto il mondo”.

Ed ha chiarito che nella celebrazione eucaristica è sempre presente la benedizione per il creato: “Secondo le norme liturgiche, questo formulario potrà essere usato per chiedere a Dio la capacità di custodire la creazione… Quello del creato non è un tema che si va ad aggiungere, ma è sempre presente nella liturgia cattolica…

Durante ogni Messa, benediciamo Dio per il pane e il vino che abbiamo ricevuto e che offriamo: ‘frutto della terra… frutto della vite… e del lavoro dell’uomo’. In ogni domenica e solennità, iniziamo a proclamare la nostra fede: ‘Credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra’. Il dono divino della vita è, fin dall’inizio, completato o compiuto dalla vita, dalla passione, dalla morte e risurrezione di Cristo.

La ‘Missa pro custodia creationis’inizia così: ‘I cieli narrano la gloria di Dio e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento’. Il Vangelo, poi, parla dei gigli del campo e degli uccelli del cielo o racconta di Gesù che placa il mare in tempesta”.

Quindi è un motivo in più per il rendimento di grazie: “Con questa Messa, la Chiesa offre un sostegno liturgico, spirituale e comunitario per la cura che tutti dobbiamo prestare nei confronti della natura, la nostra casa comune. Tale servizio è davvero un grande atto di fede, speranza e carità”.

Infine è un motivo di gioia; “Rinnova la nostra gratitudine, rafforza la nostra fede e ci invita a rispondere con cura e amore, in un sentimento sempre crescente di meraviglia, rispetto e responsabilità. Ci chiama ad essere fedeli amministratori di ciò che Dio ci ha affidato nelle nostre scelte quotidiane e nelle politiche pubbliche, così come nella preghiera, nel culto e nel modo con cui viviamo nel mondo”.

Anche mons. Viola ha ricordato che ‘la liturgia celebra in ogni momento dell’Anno liturgico il mistero della creazione’: ad esempio, nella Veglia pasquale, la prima lettura è il racconto della creazione; nella celebrazione dei singoli sacramenti, come il battesimo, si recita la preghiera di benedizione dell’acqua; nella Liturgia delle Ore ‘il tema della creazione è ben presente’. E nell’esperienza cristiana, la domenica è prima di tutto una festa pasquale, totalmente illuminata dalla gloria del Cristo risorto. E’la celebrazione della ‘nuova creazione’”.

Una particolare rilevanza alla creazione, ha aggiunto il segretario del segretario, è data dalle Rogazioni e dai Quattro Tempora, ovvero dalle quattro serie di tre giorni di digiuno e di astinenza, istituite dalla Chiesa e celebrate al principio delle quattro stagioni dell’anno. D’ora in poi, esse saranno ‘regolate dalle Conferenze episcopali, sia quanto al tempo che al modo di celebrarle’, affinché si adattino ‘alle diverse situazioni locali e alle necessità dei fedeli’.

Nel Decreto del Dicastero per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti si sottolinea che “i racconti della creazione nel libro della Genesi contengono, nel loro linguaggio simbolico e narrativo, profondi insegnamenti sull’esistenza umana e la sua realtà storica. Questi racconti suggeriscono che l’esistenza umana si basa su tre relazioni fondamentali strettamente connesse: la relazione con Dio, quella con il prossimo e quella con la terra. Secondo la Bibbia, queste tre relazioni vitali sono rotte, non solo fuori, ma anche dentro di noi. Questa rottura è il peccato.

L’armonia tra il Creatore, l’umanità e tutto il creato è stata distrutta per avere noi preteso di prendere il posto di Dio, rifiutando di riconoscerci come creature limitate. Questo fatto ha distorto anche la natura del mandato di soggiogare la terra e di coltivarla e custodirla. Come risultato, la relazione originariamente armonica tra essere umano e natura si è trasformato in un conflitto. Per questo è significativo che l’armonia che san Francesco d’Assisi viveva con tutte le creature sia stata interpretata come una guarigione di tale rottura”.

(Foto: Vatican Media)

A Tolentino il Santuario della Madonna della Tempesta per pregare contro le calamità

Conosciuto precedentemente come Chiesa di Santa Maria Nova, è soltanto dal 2002 che questo luogo di culto, nel centro storico di Tolentino, in provincia di Macerata, ha acquisito lo stato di Santuario, grazie ad una dichiarazione dell’allora vescovo di Macerata, mons. Luigi Conti. Il sito era originariamente occupato da un tempio romano, sul quale venne edificata la prima chiesa medievale (XIII sec.), dedicata a Santa Maria, che era meta di pellegrinaggi fin dal Medioevo; successivamente la chiesa fu trasformata in pieve, eppoi ottenne lo status di cattedrale, che fu mantenuto fino al 1653, anno in cui dovette essere abbandonata perché pericolante.

L’edificio attuale (non più visitabile dopo il sisma del 2016), edificato nel 1740-46, è il frutto dell’opera combinata di Pietro Perugini, Pietro Severini e Carlo Maggi. Inoltre il Santuario comprende al suo interno interessanti opere d’arte, come gli affreschi raffiguranti la ‘Madonna col Bambino e Santi’, opera del ‘Maestro della Dormitio’ di Terni (sec. XIV), e la ‘Madonna delle Grazie’ (XVI sec.), i quadri dell’Immacolata e delle Anime Purganti, e la massiccia statua in legno policromo del ‘Cristo morto’ (sec. XVII); la reliquia più importante e venerata è la statua lignea della ‘Madonna della Tempesta’, attualmente conservata nella chiesa di san Giacomo, dedicata all’apostolo.

La statua della Madonna della Tempesta è un’effigie scolpita in legno durissimo, e ricoperta di un sottile strato di gesso policromo. Essa raffigura la Madonna assisa in trono, che indossa un manto di colore azzurro ricoperto di stelle. Il Bambino è seduto sulle sue ginocchia, vestito di una veste di colore rosso che ne sottolinea simbolicamente l’aspetto regale. Il Bambino tiene alzata la mano destra in un gesto di benedizione, mentre Maria lo regge affettuosamente con una mano sulle spalle e l’altra sulle gambe. Lo sguardo della Madonna è distaccato e fisso in lontananza, come quello di tante altre rappresentazioni di Madonne del periodo medievale.

Dal presidente del circolo culturale ‘T. Colsalvatico’, Franco Maiolati, ci facciamo raccontare la definizione di ‘Madonna della Tempesta’: “Credo che l’appellativo della ‘Madonna della Tempesta’ si possa far risalire al santo francescano Leonardo da Porto Maurizio, che è un santo missionario in Italia con una grande missione anche in Corsica, perché lui avrebbe voluto andare in Cina, ma il papa gli indicò di rimanere in Italia e per 43 anni girò l’Italia per incontrare la gente, ricordando la devozione alla Madonna.

Fu lui ad introdurre la ‘Via Crucis’ in Italia dalla Terra Santa, in quanto i francescani erano custodi della Terra Santa: fu sua l’idea della Via Crucis al Colosseo iniziata nel 1750. Nel mese dell’agosto 1740 san Leonardo da Porto Maurizio si fermò per una decina di giorni a Tolentino per la predicazione e, vedendo lo stato di abbandono  della chiesa di Santa Maria, che non era più officiata ed in decadenza strutturale e, riscoprendo al suo interno, questa statua della Madonna, richiamò in una orazione i tolentinati a riprendere il culto della Madonna, affermando che Ella poteva essere un valido punto di preghiera per essere protetti dalla tempesta”.

Allora perché la denominazione ‘Tempesta’?

“Non sappiamo se questo appellativo risuonava tra la gente o fu frà Leonardo a richiamarlo per un aiuto dalla Madonna ad affrontare tutte le tempeste, in primis quelle fisiche e meteorologiche (fino a qualche decennio fa nelle campagne tolentinati era grandissimo il culto alla Madonna della Tempesta, come risulta nei documenti di archivio), tanto è che in estate in questa chiesa si celebrava una messa alle ore 4.30 di mattino in modo tale che i contadini potessero parteciparvi per poi andare a lavorare nella campagna. In questo modo si sviluppa l’appellativo. Quindi dalla predicazione di san Leonardo scaturì una rinascita del culto mariano, tanto è che il Consiglio comunale tolentinate, immediatamente dopo, si riunì per stanziare i soldi per il restauro della chiesa, che fu opera di un allievo del Vanvitelli”.

Quale è il culto a Tolentino?

“Il culto della Madonna della Tempesta a Tolentino è attestata da una lunghissima tradizione. Sicuramente si può far risalire all’epoca di san Nicola da Tolentino ed al beato Tommaso da Tolentino, che subì il martirio in India sulla strada per la Cina. Esiste un ex voto in cui sono raffigurati san Nicola e la statua della Madonna della Tempesta; però si può ricordare anche il culto avuto da san Vincenzo Maria Strambi, che nei primi decenni del XIX secolo è stato vescovo di Macerata e di Tolentino, che aveva una particolare venerazione del culto della Madonna della Tempesta, tanto è che trascorreva molte ore in preghiera e si era fatto ricavare dalla sua piccola stanza accanto alla chiesa,una finestrella, che si apriva sull’altare, per vedere la statua della Madonna con Bambin Gesù in braccio. Inoltre sembra che anche san Gaspare del Bufalo  nel 1839 nella stessa chiesa diede inizio alla congregazione del Preziosissimo Sangue. Quindi abbiamo episodi ‘particolari’ di questa devozione”.     

A Lei è stato dedicato anche un Santuario: per quale motivo?

“Tale chiesa divenne Santuario successivamente alla predicazione sopracitata di san Maurizio, a cui si aggiunge la grande devozione di san Vincenzo Maria Strambi, che fu vescovo di Tolentino. Prima abbiamo raccontato della sua devozione, pregando davanti alla statua; ma fu anche fautore di quel viaggio di ritorno a Roma di papa Pio VII dall’esilio. San Vincenzo Maria Strambi consigliò al papa una ‘deviazione’ facendolo passare a Tolentino, tantoché con tale occasione depose una corona e benedì tale statua della Madonna con Gesù Bambino in una celebrazione che si tenne nella basilica di san Nicola il 17 maggio 1815, insieme ad altre immagini della Madonna provenienti dalle città limitrofe”.

Per quale motivo i fedeli si affidano a Lei?

“La festa della Madonna è sempre stata nel mese di maggio, ma successivamente a questa incoronazione della statua della Madonna e di Gesù Bambino tale festa fu tenuta il 17 maggio. E sempre per la devozione che coinvolgeva la città con il suo territorio fu istituita la ‘peregrinatio’ della statua della Madonna nelle chiese del territorio durante il mese di maggio, che si è svolta fino all’evento sismico del 2016. Per quanto riguarda la devozione abbiamo citato alcuni esempi; ma, in particolare, è interessante ricordare come partì dai sacerdoti che reggevano la chiesa della  Madonna della tempesta una preghiera per la pace durante la Prima Guerra mondiale.

Questo aspetto è interessante perché si ha qualche notizia che, essendo l’amministrazione comunale del tempo interventista, sollecitava la Chiesa a prendere una posizione a favore della guerra, mentre i sacerdoti tolentinati non erano d’accordo con questa presa di posizione; anzi, pensarono di dedicare una preghiera alla Madonna della Tempesta perché riportasse la pace; quindi questo Santuario divenne un luogo particolare di preghiera. Un altro aspetto da ricordare è che durante i bombardamenti del 1944, che coinvolsero il territorio maceratese, quindi anche Tolentino, non si ebbero danni alle persone nel territorio tolentinate, anche se sappiamo che nel marzo dello stesso anno molti giovani della città furono trucidati dai nazisti e dai fascisti a Montalto, nell’entroterra maceratese”.

‘O Vergine gloriosa e Madre nostra Maria, che noi veneriamo sotto il nome di Madonna della Tempesta, vedete quale orrenda e micidiale tempesta si è rovesciata per tutta l’Europa e nel mondo. Il grido di guerra risuona per ogni dove e sono sorte genti contro genti, regni contro regni e stragi e morti non solo sono ricominciate ma proseguono e minacciano di divenire più spesse e crudeli e di estendersi maggiormente’:ad inizio della Prima Guerra Mondiale ci si affidò a Lei per chiedere la pace: quale valore ha la preghiera?

“Per la pace ci si affidava molto alla preghiera. Quale valore ha? E’ evidente che chi non crede può essere scettico; però dobbiamo prendere atto di un fatto: anche nella storia recentissima (per questo a Tolentino è stata ridiffusa tale preghiera alla Madonna della Tempesta per la Prima Guerra mondiale, ma le ragioni sono le stesse) le strategie umane portano pochi frutti, anzi tendono sempre più ad inasprire, perché non partono realmente da una volontà di pace, ma vogliono ‘sistemare’ le situazioni in base a punti di vista in cui occorre sempre stabilire chi ha più ragione di altri.

Sono considerazioni che bisogna fare evidentemente;però sappiamo anche che se il tutto non parte da un cambiamento del cuore di chi governa queste situazioni, forse le strategie non hanno tutta l’efficacia, come anche la storia recente ci sta dicendo. Affidarsi alla preghiera significa che anche noi non dobbiamo perdere la speranza e non cedere alla rabbia ed alla disperazione nel vivere, più o meno direttamente, queste circostanze, compresi la guerra od i mali che assillano il mondo, presentati spesso anche in modo fuorviante. Vediamo le tempeste, che ci sono, anche quelle meteorologiche, ma anche della nostra situazione personale o familiare. Quindi la preghiera ha efficacia, come narrano le testimonianze storiche, che dicono che aiuta il vivere di un popolo”.  

(Tratto da Aci Stampa)   

Un Decreto per la trasparenza delle offerte nelle messe

“L’Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli. Queste convinzioni hanno anche conseguenze pastorali che siamo chiamati a considerare con prudenza e audacia. Di frequente ci comportiamo come controllori della grazia e non come facilitatori. Ma la Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa”: nell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ papa Francesco scriveva che la Chiesa è una casa; partendo da questa sollecitazione il Dicastero per il Clero ha emanato un decreto sull’amministrazione dei sacramenti.

Quindi il papa ha firmato tale decreto che a 34 anni dalla disciplina in materia indicata dal ‘Mos iugiter’ sottolinea come si ‘gestiscono’ le offerte per le messe: “Coscienti di questa grazia, i fedeli per mezzo dell’offerta vogliono unirsi più strettamente al Sacrificio Eucaristico aggiungendovi un sacrificio proprio e collaborando alle necessità della Chiesa e, in particolare, contribuendo al mantenimento dei suoi sacri ministri.

In questo modo i fedeli si uniscono più intimamente a Cristo che offre sé stesso e sono, in un certo senso, ancor più profondamente inseriti nella comunione con Lui. Quest’uso non solo è approvato dalla Chiesa, ma da essa è anche promosso”.

Il decreto traccia una linea storica iniziata dalle lettere di san Paolo: “L’apostolo Paolo scrive che quanti servono l’altare hanno anche diritto di vivere dell’altare. Le norme raccolte nei primi secoli informano circa doni offerti volontariamente nella celebrazione dell’Eucaristia. Di essi una parte era destinata ai poveri, una parte alla mensa episcopalis e a coloro ai quali il Vescovo offriva ospitalità, una parte al culto e una parte ai chierici celebranti o assistenti, secondo un criterio di distribuzione prestabilito”.

Tali offerte erano considerate elemosine e non ‘prezzo’: “Quanti facevano offerte erano, in tal modo, coinvolti in maniera speciale nel Sacrificio Eucaristico. I doni offerti durante l’Eucaristia, e successivamente anche al di fuori, erano considerati come una ricompensa a un benefattore, come un dono in occasione del servizio (occasione servitii) compiuto dal sacerdote, come un’elemosina e mai come ‘prezzo di vendita’ per qualcosa di santo; ciò infatti diventerebbe un atto simoniaco”.

Era una consuetudine: “La consuetudine secolare e la disciplina della Chiesa insiste perché a ciascuna singola offerta corrisponda la distinta applicazione, da parte del sacerdote, di una Messa da lui celebrata. La dottrina cattolica, inoltre, manifestata anche dal sensus fidelium, insegna il beneficio spirituale e l’utilità, nell’economia della grazia, per le persone e i fini per i quali il sacerdote applica le Messe che celebra, nonché, in questa stessa prospettiva, il valore dell’applicazione reiterata per le stesse persone o finalità”.

Una consuetudine con regole precise: “Quanto poi all’applicazione in rapporto alla quale è stata ricevuta, nel senso suesposto, un’offerta, è stato più volte espresso il divieto di applicare una sola Messa per più intenzioni, per le quali sono state accettate rispettivamente più offerte. Tale prassi, come anche la mancata applicazione di una Messa in rapporto all’offerta accettata, sono state giudicate contrarie alla giustizia, come viene ripetutamente espresso nei documenti ecclesiastici”.

Il decreto sottolinea soprattutto la differenza tra messa per un’intenzione o semplice ricordo nel corso di una celebrazione della Parola di Dio od in alcuni momenti della celebrazione eucaristica, e anche dalla messa per una intenzione o per una intenzione collettiva.

Comunque i donatori devono essere informati se le messe sono fatte celebrare ‘in missione’ per aiutare una comunità, in quanto le offerte hanno lo scopo di aiutare chi ne ha bisogno. Ma la cosa da evitare soprattutto è il rischio del ‘commercio sacro’ per cui anche per la celebrazione dei Sacramenti non ci devono essere ‘tariffe’ per evitare che ‘i più bisognosi siano privati dell’aiuto dei sacramenti a motivo della povertà’.

Luca Diotallevi spiega perché la Messa è sbiadita

“In questo tempo non una piccola porzione di cristiani, ma una larga maggioranza è consapevole che ‘il tempo si è fatto breve’… Oggi possiamo vederlo ancora più chiaramente questo kairos della fede, a condizione di saper affrontare con onestà la domanda con cui il Gesù del quarto Vangelo mise con le spalle al muro i discepoli inviatigli dal Battista, forse ancora un po’ appannati da un entusiasmo che ancora non sapevano essere nel loro interesse dismettere. ‘Cosa cercate?’ gli chiese Gesù poco prima delle quattro di quel pomeriggio”.

Così iniziava la prolusione dell’inaugurazione dell’anno accademico della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna del prof. Luca Diotallevi, docente di Sociologia all’Università Roma Tre, autore del volume ‘La messa è sbiadita. La partecipazione ai riti religiosi in Italia dal 1993 al 2019’, incontrato a Macerata, invitato dall’Azione Cattolica diocesana.

Durante l’incontro il prof. Luca Diotallevi, presidente diocesano dell’Azione Cattolica di Terni, ha sottolineato le possibili ‘cause’ della diminuzione della partecipazione dei fedeli alla messa domenicale: “Oltre a calare di volume ed a perdere di rilevanza extra-religiosa, l’appartenenza ecclesiale risente di una elevatissima e crescente frammentazione. A cause storiche ben note, di recente se ne è aggiunta una nuova.

Un vero e proprio consumismo religioso non solo è dilagato, ma è stato assecondato dall’azione pastorale. Dalle risposte raccolte l’arcipelago di gruppi, movimenti, santuari, feste patronali, modalità e luoghi di culto i più vari, viene giudicato un fattore di frammentazione del tessuto ecclesiale e una minaccia al regime di comunione. I criteri di discernimento delle aggregazioni ecclesiali che la Conferenza Episcopale Italiana aveva formulato negli anni ’90 sembrano essere ignorati, sino al punto di venire rimossi o tranquillamente contraddetti”.

Per il sociologo le iniziative proposte non offrono continuità e soffrono di frammentazione: “Cammini, gruppi, tecniche, movimenti, uffici pastorali, ed una quantità di iniziative e di eventi sui quali si investe nella speranza di trovarvi la soluzione al problema della nuova evangelizzazione o ‘primo annuncio’, nella larga maggioranza dei casi non favoriscono lo sviluppo di una maturità umana e cristiana, ecclesiale e civile.

Essi non appaiono in grado di garantire quello che per tanto tempo aveva garantito l’associazionismo ecclesiale e che ancora, seppur tra ostacoli e difficoltà anche pastorali, è capace di offrire (in particolare di Azione Cattolica secondo la definizione del punto 20 della decreto conciliare sull’apostolato dei laici Apostolicam actuositatem”.

Ed il crollo della partecipazione alla messa domenicale è evidente: si è passati dal 37,3% della popolazione adulta nel 1993 al 23,7% del 2019. I giovani che dichiarano di frequentare sono l’8% e gli adolescenti il 12%. Nel 2019 le donne maggiorenni che dichiarano una pratica almeno settimanale sono ancora più degli uomini: il 28,7% delle prime contro il 18,3% dei secondi. Tuttavia il dato da evidenziare è che nel caso delle donne si è perso quasi il 40% del valore registrato nel 1993 e nel caso degli uomini poco più del 30%:

“Il declino alla frequenza al rito domenicale è dunque più veloce tra le donne che tra gli uomini, ed è evidente che questo gender factor ha consistenti e crescenti effetti tanto religiosi quanto extrareligiosi, e questo fattore nuovo produrrà ulteriori e profonde trasformazioni. La vita ordinaria delle parrocchie italiane è infatti composta prevalentemente da donne così come l’educazione religiosa dei figli nelle famiglie”.

Al termine dell’incontro abbiamo chiesto se a 25 anni dall’invito ai giovani, presenti a Roma nella Giornata Mondiale della Gioventù, a guardare in alto di san Giovanni Paolo II può considerarsi ancora valido: “E’ valido nel senso evangelico del termine, cioè dobbiamo saper porre una discontinuità nel nostro modo di fare le cose,fidandoci del Signore e cominciando a farle in modo diverso”.

Lei ha scritto il volume ‘La messa è sbiadita’: perché si è sbiadita?

“Probabilmente è diventata più uno spettacolo che una liturgia. Gli spettacoli sono anche gradevoli, ma dopo i quali la vita continua come prima; mentre la liturgia consiste nell’iniziare a vivere in un altro modo. Le nostre messe sono spettacoli, di cui ne fruiamo individualmente”.

Ma cosa sta succedendo?

“I processi religiosi, a differenza di quelli finanziari, hanno una forte inerzia: se cresce l’inflazione ce ne accorgiamo il giorno dopo, se cala la partecipazione alla messa occorrono decine di anni per osservare gli effetti. Il punto di rottura sono gli anni Sessanta, ma il calo lo abbiamo iniziato a vedere quando le generazioni di allora e quelle successive hanno iniziato a prendere la scena. Non è un caso, poi, che all’inizio degli anni Ottanta inizi a crescere anche l’età media del primo figlio e dell’ordinazione presbiterale. Tutti elementi che certificano il classico esempio di ritardo del passaggio all’età adulta da parte di coloro che hanno ‘fatto’ il Sessantotto”.

In questi anni come è cambiato il sentimento del popolo cattolico verso la fede?

“Ci si è convinti che ognuno si fa la fede sua. Le Sacre Scritture, il Magistero della Chiesa, la Tradizione non contano: entro in chiesa allo stesso modo in cui entro in un supermarket. Compro qualcosa e lascio qualcos’altro”.

Nel libro evidenzia che il calo dei laici è superiore alla crisi vocazionale dei sacerdoti:  da cosa dipende?

“Il carico di lavoro del prete è calato, i sacerdoti ordinati sono il 62% di quelli ordinati negli anni ‘90 ma non c’è paragone con i laici che si recano in chiesa scesi al 23,7%. Dunque, magari bisogna riorganizzare le strutture e ottimizzare le parrocchie in base al numero di abitanti ma i preti ancora ci sono, di meno ma ci sono. Ciò invece cui andiamo incontro è una forte riduzione della platea dei praticanti, soprattutto perché una parte significativa di quelli attuali è costituita da persone anziane”.

In un capitolo lei mette in confronto la partecipazione alla vita sociale della città con la partecipazione alla messa: esiste un rapporto?

“La partecipazione è in crisi in ogni ambito della società e non solo nell’ambito ecclesiale, in quanto siamo abituati a prendere i ‘prodotti’ finiti e non a partecipare alla loro costruzione. Non facciamo politica, non partecipiamo al sindacato, non mangiamo insieme ed anche alla messa prendiamo quello che serve. Quindi non sappiamo più partecipare”.

La sua indagine mostra che la partecipazione era ‘scarsa’ anche prima dell’effetto del Covid 19: per quale motivo non si è avuto il coraggio di riconoscere prima le dinamiche?

“Non si sono volute riconoscere prima queste dinamiche, perché se riconosco che una cosa non funziona sono costretto ad escogitare qualcosa per cercare di cambiare. Il Covid è riuscito a rilevare questo problema, fornendoci un grande alibi… Però dopo il Covid continua quello che c’era prima”.

Come poter fare comprendere che la messa è una verità ‘sinfonica’?

“Attraverso la partecipazione a quei gesti senza mettersi nascosti in un angolo, prendendo quello che serve. La messa, come tutte le prassi, è qualcosa che va capito ed approfondito. Non è una cosa semplice. Banalizzare serve solo a sbiadire”.

In tale contesto quale è il compito dell’Azione Cattolica?

“Formare il più possibile la coscienza, la volontà, l’intelletto e sperimentare l’amicizia nella Chiesa con grande libertà”.   

(Tratto da Aci Stampa)

Ludovica Teresa Maria Clotilde di Savoia: una donna innamorata della famiglia

Ludovica Teresa Maria Clotilde di Savoia nacque a Torino il 2 marzo 1843. Era la figlia primogenita di Vittorio Emanuele II e di Maria Adelaide d’Asburgo Lorena. Chechina, come veniva chiamata in famiglia, era docile e tranquilla, ma determinata. Ricevette un’ educazione fortemente cattolica che la portò ad amare la preghiera. A 10 anni scrisse nel suo diario: “Mi impegno a una piccola mortificazione: fare con aria amabile le cose che mi spiacciono e a serbare sempre per i poveri una parte dei miei piaceri”. Nonostante dovette affrontare quattro lutti importanti in un solo anno, non perse la fede.

Nel gennaio del 1855 morì la nonna paterna (Maria Teresa d’ Asburgo – Toscana) e, qualche giorno dopo, la sua stessa madre. A febbraio morì lo zio Ferdinando ( duca di Genova) mentre, a maggio, il fratellino Vittorio Emanuele, il quale era ancora in fasce. A 12 anni fece gli onori di casa in occasione della vita della zarina Aleksandra Fëdorovna, moglie dello zar Nicola I. Cavour propose un’alleanza coi francesi per cui la principessa avrebbe dovuto sposare Napoleone Giuseppe Carlo, noto anche come Gerolamo o Clom, figlio di Gerolamo Buonaparte, il quale era il fratellino di Napoleone Buonaparte. All’epoca Maria Clotilde aveva 15 anni e lui  21 di più.

Egli era un festaiolo che trascorreva il suo tempo tra i piaceri della vita di corte e della camera da letto. Era noto, inoltre, che provasse una certa avversione per la chiesa. Vittorio Emanuele decise di far scegliere a lei che, consapevole del valore politico che il matrimonio aveva per il futuro della nazione, dopo un mese di riflessioni acconsentì. Al riguardo, disse sempre: “L’ho sposato perché l’ho voluto io”. I due si sposarono nella cappella reale della Sacra Sindone nel 1859. Nonostante non fosse ben vista dalla corte, non si lamentò mai, dimostrandosi una vera regina. Noncurante delle difficoltà all’interno del matrimonio, Maria Clotilde continuò ad occuparsi di opere benefiche. Nel 1860 il suocero si ammalò.

Maria Clotilde, a lui molto affezionata, lo vegliò personalmente e gli fece ricevere l’estrema unzione prima del trapasso. Questo non fu gradito dal consorte, il quale si arrabbiò molto. Nel 1861, Maria Clotilde e il marito partirono per le Americhe. Durante questo viaggio, la donna rimase incinta e, nel 1862 nacque Vittorio Napoleone. L’anno dopo nacque Napoleone Luigi mentre, nel 1866, vene alla luce Maria Letizia. Quando cadde il secondo impero napoleonico, Maria Clotilde, allora 27enne, rimase nella città in rivolta contro il parere dei famigliari. 

Scrisse, infatti al padre: “L’assicuro che non è il momento per me di partire. La mia partenza farebbe il più pessimo e deplorevole effetto. Non ho la minima paura: non capisco nemmeno di cosa debba aver paura.  E perché? Il mio dovere è il rimanere qui tanto che lo potrò, dovessi io restarci e morirci: non si può sfuggire davanti al pericolo. Quando mi sono maritata, quantunque giovane, sapevo cosa facevo, e se l’ho fatto è perché l’ho voluto. Il bene di mio marito, dei miei ragazzi, del mio paese è che io rimanga qui.

L’onore persino del mio nome; l’onor suo, caro Papà, se così posso esprimermi, l’onore della mia Patria nativa. Lei non partirebbe, i fratelli non partirebbero.  Non sono una Principessa di casa Savoia per niente!  Si ricorda cosa si dice dei Principi che lasciano il loro Paese? Partire, quando il Paese è in pericolo, è il disonore e l’onta per sempre”.

Solo quando venne proclamata la repubblica, ella lasciò Parigi. Prima però, assistette alla messa quotidiana e visitò, come da consuetudine, i malati. Nel 1878 tornò in Italia con la sua unica figlia in occasione della morte del proprio padre. Restò lì dedicandosi alle attività benefiche. Il 25 giugno del 1911 morì e venne sepolta nella basilica di Superga. Nel 1936 fu indetta una causa di beatificazione nei suoi confronti, la quale è ancora in corso. Nel 1942, papa Pio XII la proclamò Serva di Dio.       

A Specchia festa dedicata alla Madonna del Passo

La Parrocchia Presentazione della Vergine Maria e il Comitato Festeggiamenti, con il Patrocinio del Comune di Specchia, in collaborazione con la Pro Loco comunicano che nei giorni 7 e 8 Settembre si svolge la Festa della Madonna del Passo, un evento che intreccerà storia e fede, la devozione religiosa con l’intrattenimento, attesissimo da tutta la comunità.

Nel patrimonio dell’architettura religiosa di Specchia si annovera la cripta-cappella dedicata alla Madonna del Passo, collocata a circa due metri e cinquanta sotto il livello stradale, il luogo sacro  rivela ancora le sue origini di laura basiliana o ‘cripta rupestre’, come la definì il vicario capitolare mons. Tommaso De Rossi nella visita pastorale del 1711:

“Ho visitato la chiesa della Madonna del Passo: anticamente era una cripta rupestre ed in seguito per la devozione del popolo fu trasformata in chiesa; ci sono due altari: uno dedicato al Santissimo Crocefisso, l’altro alla Natività della Beata Vergine Maria. Anticamente si svolgevano grandi festeggiamenti, ma oggi solo nella festa della Santa Croce il Capitolo Parrocchiale va in processione e celebra solennemente, così anche nella festa della Natività della Beata Vergine Maria. Ha una campana opportuna.”(Chiese e Palazzi di Specchia – Antonio Penna – Libellula Edizioni).

I due giorni di festa  inizieranno alle ore 19.00 con l’esibizione della ‘Misto Band – Street Band’, che unisce ai più grandi successi di musica italiana e internazionale, alcune coreografie di passi di ballo, gruppo che intrattiene e allieta sfilate, inaugurazioni, feste patronali, sagre e mercatini di ogni genere, che suonerà fino le ore 20.30 in Piazza del Popolo. Allo stesso modo, dalle ore 20.00, altri momenti di spettacolo per le vie principali del paese grazie agli Artisti di Strada, che si concluderanno in Piazza del Popolo.

Dalle ore 20.30 in Piazza del Popolo sarà possibile ammirare l’ ‘Infiorata’ dedicata alla Madonna, grandezza di 5 x 5 metri, con la stessa tecnica del noto evento del Capo di Leuca, grazie alla disponibilità Gruppo Volontari Infiorata Patù e Parrocchia Patù, coordinati da don Carmine Peluso, Parroco della cittadina, che, per il secondo anno consecutivo, hanno raccolto l’invito del Comitato organizzatore specchiese.

Alle ore 21.00 nella Piazzetta nei pressi della Pro Loco, divertimento per i più piccoli con i Transformers Show, al termine, in Piazza del Popolo, si potrà assistere al Concerto di Antonio Castrignanò AC & Taranta Sound dal titolo ‘Babilonia’. Nella musica del cantante calimerese si evidenzia la continua ricerca per richiamare la musica della Taranta di una volta ai tempi attuali, che Castrignanò arricchisce con risonanze nuove, tinte, racconti di una volta, che trasformano le nuove sonorità in nuove sensazioni per l’ascoltatore.    

Nella mattinata di domenica 8 Settembre, nei pressi della cripta dedicata alla Madonna del Passo, si svolgerà la Fiera – mercato d’istituzione secolare. Inoltre, nelle stesse ore, il Comitato Festeggiamenti, con delle rappresentanze civili, militari e religiose accompagnate dal Premiato Concerto Bandistico ‘La Grande Banda del Cilento’, renderà omaggio al monumento dei caduti in guerra con un tributo floreale.

Fino a quella data, all’esterno del luogo sacro, alle ore 19.00, verrà celebrata la Novena dedicata alla Madonna. Al termine della Santa Messa dell’8 settembre, prenderà avvio la processione, che sarà aperta dal Gruppo ‘Zzi Banda Alezio Bassa Musica’ composto da soli 5 elementi. La processione attraverserà le strade principali di Specchia con i balconi delle abitazioni addobbati con festoni e luci e prima dell’inizio del rito sacro avvio, al quale parteciperanno le autorità civili e militari, sarà possibile assistere ai fuochi pirotecnici della ‘Fireworks Salento’ da Corsano.

Il simulacro sarà accompagnato da varie rappresentanze di associazioni di militari in pensione, in ricordo delle madri e mogli specchiesi che a lei si rivolsero nei momenti particolarmente drammatici Seconda Guerra Mondiale, quando le donne si recavano alla cripta, alcune camminando in ginocchia, implorando la Madonna del Passo di far tornare incolumi i figli e i mariti dal terribile conflitto.

Per tutta la giornata di domenica 8 settembre e per la processione, presterà servizio il Premiato Concerto Bandistico ‘La Grande Banda del Cilento’, diretta dal Maestro Nicola Pellegrino, un complesso che ha ottenuto i seguenti riconoscimenti: Medaglia d’argento XXXIII Fiati Festival di Ferrandina (MT) e Premio Primula d’Oro alla cultura (2021) che al termine della processione, si esibirà con le sue note musicali in Piazza del Popolo.

Nelle due serate dell’evento Piazza del Popolo e le strade circostanti, saranno illuminate dalla Ditta ‘Luminarie Santoro’ da Alessano, mentre l’addobbo della Chiesa Madre sarà curato dalla Ditta ‘Aventaggiato Addobbi’ da Castrignano dei Greci. Sarà possibile acquistare dal Mercatino Artigianale, curato dalle Associazioni: ‘Crazy Art Group. Informale’ e ‘Artigianato che piace Zarathustra’, inoltre, grazie a ‘SelfieFun’, coloro che raggiungeranno l’evento di Specchia avranno la possibilità di fotografarsi gratuitamente per avere un ricordo della  partecipazione, mentre i bambini potranno divertirsi nel Piccolo Luna park, collocato in Piazza S. Oronzo e i più grandi il parco dei divertimenti lo troveranno nei pressi dell’Ex Convento dei Francescani Neri.

Matteo Marni racconta il Requiem che Giuseppe Verdi musicò per Alessandro Manzoni

“Il Requiem di Giuseppe Verdi non poteva che avere luogo in una città come Milano e soprattutto nella chiesa di S. Marco, dove trova i protagonisti e i protagonismi necessari per potersi compiere. Mentre un ristretto gruppo di Scapigliati sta compiendo la propria ‘piccola rivoluzione’, Luigi Nazari di Calabiana fa il suo ingresso come arcivescovo di Milano. La diocesi conta più di un milione di anime, più di centonovantamila abitano all’interno della cerchia dei Bastioni e vi sono quaranta chiese parrocchiali solo in città.

La città sta cercando un rinnovamento urbanistico che, oltre al tema della piazza Duomo, passa per l’ampliamento dei Giardini di Porta Venezia (1856-62) che ospiteranno svariate esposizioni (1871-81), mentre accompagna le nuove vicende politiche attraverso la via rappresentativa dell’edificazione di monumenti siti nelle piazze cittadine – come quello a Cavour (1865), di Beccaria (1871) e Leonardo da Vinci (1872). Con Gli Ugonotti di Mayerbeer apre le porte il Teatro dal Verme, mentre al posto del Teatro Re, demolito per far spazio agli isolati adiacenti alla Galleria, viene inaugurato il Teatro della Commedia, che nel 1873 si chiamerà Teatro Manzoni”.

Così scrive Luigi Garbini nella prefazione al libro dell’organista e dottorando di ricerca in Storia della Musica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dott. Matteo Marni, ‘La vera storia del Requiem di Verdi. 22 maggio 1874’ (Giampiero Casagrande editore), che nell’introduzione evidenzia: “Soggetto e oggetto del ‘Requiem’, Verdi e Manzoni, non so­lo hanno saputo ecumenicamente mettere d’accordo tutti, ma hanno anche dimostrato l’efficacia e l’attualità di un modello ben oltre i limiti cronologici entro i quali si pensava che questo avrebbe funzionato.

L’oggetto della celebrazione, Alessandro Manzoni, prima di essere patriota era, nella percezione collet­tiva, paladino di un cattolicesimo moderno e sostenibile, por­tatore di una fede sincera e libera, più largamente condivisibile che però, proprio in virtù di questa originale declinazione, riu­sciva a non costituire un ostacolo nemmeno per gli anticlerica­li più convinti”.

Per quale motivo Giuseppe Verdi musicò il Requiem per ricordare il primo anniversario della morte di Alessandro Manzoni?

“Un rapporto di stima sincera legava Verdi e Manzoni già prima dell’attesissimo incontro che li vide conversare nella casa milanese dello scrittore nel 1868. Verdi affermò che il romanzo de ‘I Promessi Sposi’ era il miglior libro che avesse mai letto e, di conseguenza, provava un senso di ammirazione e venerazione per il suo autore, ‘quel santo di Manzoni’. Il ‘Requiem’ che Giuseppe Verdi volle offrire in memoria di Manzoni fu un omaggio personale, un modo per portare a compimento il progetto naufragato di una messa da morto per Gioacchino Rossini ed, in ultima analisi, anche una mossa diplomatica nella conciliazione dei difficili rapporti fra Stato e Chiesa”.

 Chi ha voluto quella ‘prima’ del 1874?

“La paternità dell’iniziativa deve essere rintracciata indubbiamente in Verdi che volle tributare un omaggio ‘a quel santo di Manzoni’ nella forma che il cattolico Manzoni avrebbe più gradito, ossia una Messa di suffragio: non un’elegia, un ricordo laico o una pubblica commemorazione.

Il sincero slancio di Verdi verso l’autore de ‘I Promessi Sposi’ fu subito abbracciato dall’editore Ricordi e dal sindaco di Milano che si offrì di coprire le spese. Il parroco della chiesa di San Marco, don Michele Mongeri, fu impegnato in prima linea nella mediazione fra il comitato organizzatore e l’arcivescovo Luigi Nazari di Calabiana, che si trovava in una posizione particolarmente scomoda.

Papa Pio IX aveva infatti offerto a Nazari di Calabiana, insigne diplomatico con trascorsi da senatore del Regno, la cattedra di Milano nella speranza di ripristinare la governabilità di quella diocesi, compromessa durante gli anni dell’unificazione nazionale”.

Il Requiem, quindi, è stato un ‘modo’ per allacciare i rapporti tra Stato e Chiesa?

“Esattamente. Coinvolgendo il cattolico padre della Patria che ha forgiato l’identità linguistica degli italiani e quello che con la sua musica è stato colonna sonora del nostro Risorgimento, la risonanza di questa iniziativa non poteva restare confinata alla sfera privata. I rapporti fra Stato e Chiesa erano tesissimi: papa Pio IX era prigioniero in Vaticano e minacciava la scomunica per quanti avessero preso parte alla vita politica. La caratura dei protagonisti di questa iniziativa eccezionale, non solo Verdi e Manzoni, rivelano l’alta finalità politica e conciliante del Requiem”.

Perchè tale prima esecuzione è stata definita eccezionale?

“Perché eccezionale fu la serie concentrica di coincidenze che fecero capire a tutte le parti in causa che quella occasione era unica, irripetibile, imperdibile: la morte del patriota cattolico, la musica dell’ispiratore degli italiani, l’arcidiocesi divisa tra clero filopapale e clero filosabaudo, retta da un arcivescovo che era entrambe le cose. Mentre il più progressista dei preti milanesi, mons. Giuseppe Calvi, celebrava sull’altare della liberale chiesa di San Marco una messa di suffragio per l’anima di Manzoni, sull’altare della Patria Verdi officiava con la sua musica una liturgia parallela e complementare.

La benedizione implicita dell’arcivescovo di Milano, mons. Luigi Nazari di Calabiana, il coinvolgimento della politica locale e nazionale e la risonanza che la stampa diede a questa celebrazione restituisce le speranze concilianti riposte in un requiem che avrebbe dovuto funerare anche la fase militante del Risorgimento italiano, ormai inevitabilmente conclusa”.

Alla fine dei conti, il Requiem musicato da Giuseppe Verdi è un’opera lirica o liturgica?

“Il Requiem di Giuseppe Verdi è per forma, testo, natura e ispirazione una musica liturgica poiché concepito e destinato alla liturgia. Il linguaggio musicale adottato dal compositore ha tratto in inganno alcuni commentatori coevi che hanno tacciato la partitura di ‘teatralità’. Verdi non avrebbe potuto musicare altrimenti un requiem; e se si pose qualche questione stilistica lo fece per penetrare nell’accesa dialettica che in quegli anni infiammava la musica sacra italiana”.

Allora, per quale motivo Verdi si cimentò con la musica sacra?

“Spesso si dice, troppo frettolosamente, che Verdi fosse un anticlericale impenitente o addirittura ateo. Scandagliando il suo carteggio e la sua vicenda biografica si comprende come negli anni ruggenti del Risorgimento l’anticlericalismo fosse un sentimento condiviso e persino richiesto da un certo ambiente culturale che vedeva nel papa (e nei suoi sottoposti) la causa che impediva l’unificazione nazionale. Verdi non era nuovo al confronto col il repertorio sacro: in gioventù fu organista e scrisse musica per la chiesa, successivamente la sua opera si rivolse al teatro.

Il Requiem capitò nel momento propizio non solo per celebrare Manzoni e agevolare la ricomposizione fra le due anime dell’Italia ma anche per dare una misuratissima ‘lectio magistralis’ al mondo della musica sacra italiana, scosso dalle proteste del movimento ceciliano che predicava un ritorno all’impiego di un linguaggio musicale alto e asettico ispirato al repertorio rinascimentale”.

Quale è stato il suo ‘impulso’ per scrivere questo libro sul Requiem di Giuseppe Verdi?

“Certamente la volontà di restituire la verità storica e oggettiva dei fatti, come il titolo si ripropone: perché Giuseppe Verdi volle offrire questa messa, come questa proposta fu interpretata, strumentalizzata a fini politici, chi la rese possibile, come questa messa con testo di rito romano fu celebrata in una chiesa di rito ambrosiano e come vennero risolti problemi contingenti.

Su un piano più generale, questo libro tenta di leggere una delle partiture più celebri e celebrate della storia della musica sacra non con il metodo dell’analisi musicologica ma con i mezzi dell’indagine storica, mostrando l’inscindibilità del legame che sussiste fra l’opera d’arte e il contesto storico, politico e culturale in cui è stata composta, fruita ed eseguita”.

(Tratto da Aci Stampa)

Dalla  basilica di santa Rita da Cascia la santa messa in diretta su Rai1

“La Santa Messa su Rai 1 dalla Basilica di Santa Rita è un momento prezioso per unire persone dall’Italia e dal mondo e portare l’abbraccio e la voce di Santa Rita che, mai come oggi, grida alla pace. A poco più di un mese dalla festa solenne del 22 maggio, è una nuova occasione per pregare come popolo di Dio per la fine delle guerre, in Ucraina e in Terra Santa e in ogni altro luogo di orrori disumani, perché la pace, come ci ricorda Rita col suo esempio, è sempre possibile, con coraggio e speranza. Riscopriamo la nostra forza, non con la violenza ma con la vita, unica vera potenza, e dono, che abbiamo”.

Con questo appello alla pace Suor Maria Rosa Bernardinis, Madre Priora del Monastero Santa Rita da Cascia, accompagna la notizia della Santa Messa su Rai 1 di domenica 30 giugno dalla Basilica della Santa degli Impossibili a Cascia, appuntamento storico e sempre molto seguito. Per l’occasione, le claustrali vivranno eccezionalmente la Santa Messa in Basilica insieme ai devoti presenti e in comunione con quanti la seguiranno da casa.

La celebrazione, aperta alle ore 10:55 da un video che racconterà Cascia, i luoghi e l’eredità di Santa Rita, sarà presieduta da Padre Joseph Farrell, Vicario Generale dell’Ordine di Sant’Agostino, e animata dai canti della Corale Santa Rita di Cascia, diretta da Rita Narducci. Regia di Padre Gianni Epifani e commento liturgico di Orazio Coclite. La Santa Messa potrà essere seguita o rivista anche tramite Raiplay: www.raiplay.it/programmi/santamessa  

Oggi e sabato 29 giugno, per consentire il montaggio delle attrezzature tecniche della Rai, nella Basilica di Santa Rita saranno celebrate le Sante Messe delle ore 7.30 (nella Cappellina interna) e delle ore 18.00. Mentre le celebrazioni eucaristiche delle ore 10.30, ore 12.00 ed ore 16.00 avranno luogo nella Cappellina interna alla Basilica oppure nella Basilica Inferiore. Domenica 30 giugno la Basilica sarà aperta fino alle ore 10.30 e poi riaprirà alle ore 12.00, per garantire la preghiera davanti all’Urna che custodisce il corpo di Santa Rita. Infine, le Sante Messe domenicali delle ore 10.30 e delle ore 12.00 saranno celebrate alla Sala della Pace del Santuario ritiano.

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