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Papa Francesco in Belgio: una vergogna gli abusi della Chiesa

In Belgio papa Francesco è stato accolto dai reali e dalle autorità civili, non dimenticando il dramma degli ‘abusi’ elogiando la centralità del Paese nella storia europea: “Quando si pensa a questo Paese, si evoca contemporaneamente qualcosa di piccolo e di grande, un Paese occidentale e al tempo stesso centrale, come se fosse il cuore pulsante di un gigantesco organismo”.

Ed ha definito il Belgio un ‘ponte’ per l’Europa: “Per il fatto di essere sulla linea di faglia tra mondo germanico e mondo latino, confinante con Francia e Germania, che più avevano incarnato le antitesi nazionalistiche alla base del conflitto, esso apparve come luogo ideale, quasi una sintesi dell’Europa, da cui ripartire per la sua ricostruzione, fisica, morale e spirituale”.

Un ‘ponte’ indispensabile per la pace: “Si direbbe che il Belgio sia un ponte: tra il continente e le isole britanniche, tra l’area di matrice germanica e quella francofona, tra il sud e il nord dell’Europa. Un ponte, per permettere alla concordia di espandersi e di far indietreggiare le controversie. Un ponte dove ciascuno, con la sua lingua, la sua mentalità e le sue convinzioni, incontra l’altro e sceglie la parola, il dialogo, la condivisione come mezzi per relazionarsi.

Un luogo dove si impara a fare della propria identità non un idolo o una barriera, ma uno spazio ospitale da cui partire e a cui ritornare, dove promuovere validi interscambi e cercare insieme nuovi equilibri, costruire nuove sintesi. Il Belgio è un ponte che favorisce i commerci, mette in comunicazione e fa dialogare le civiltà. Un ponte dunque indispensabile per costruire la pace e ripudiare la guerra”.

Ed ha spiegato il motivo per cui il Belgio è necessario per l’Europa: “L’Europa ha bisogno del Belgio per portare avanti il cammino di pace e di fraternità tra i popoli che la compongono. Questo Paese ricorda a tutti gli altri che, quando (sulla base delle più varie e insostenibili scuse) si comincia a non rispettare più confini e trattati e si lascia alle armi il diritto di creare il diritto, sovvertendo quello vigente, si scoperchia il vaso di Pandora e tutti i venti incominciano a soffiare violenti, squassando la casa e minacciando di distruggerla. In questo momento storico credo che il Belgio ha un ruolo molto importante. Siamo vicini a una guerra quasi mondiale”.

Ed ha sottolineato che la pace è una missione: “La concordia e la pace, infatti, non sono una conquista che si ottiene una volta per tutte, bensì un compito e una missione – la concordia e la pace sono un compito e una missione -, una missione incessante da coltivare, da curare con tenacia e pazienza. L’essere umano, infatti, quando smette di fare memoria del passato e di lasciarsene istruire, possiede la sconcertante capacità di tornare a cadere anche dopo che si era finalmente rialzato, dimenticando le sofferenze e i costi spaventosi pagati dalle generazioni precedenti. In questo la memoria non funziona, è curioso, sono altre forze, sia nella società sia nelle persone, che ci fanno cadere sempre nelle stesse cose”.

Per questo è necessaria la memoria: “In questo senso il Belgio è quanto mai prezioso per la memoria del continente europeo. Essa infatti mette a disposizione argomenti inoppugnabili per sviluppare un’azione culturale, sociale e politica costante e tempestiva, coraggiosa e insieme prudente, che escluda un futuro in cui nuovamente l’idea e la prassi della guerra diventino un’opzione percorribile, con conseguenze catastrofiche”.

Ed in questa ‘memoria’ storica si inserisce la Chiesa: “La Chiesa Cattolica vuole essere una presenza che, testimoniando la propria fede in Cristo Risorto, offre alle persone, alle famiglie, alle società e alle Nazioni una speranza antica e sempre nuova; una presenza che aiuta tutti ad affrontare le sfide e le prove, senza facili entusiasmi né cupi pessimismi, ma con la certezza che l’essere umano, amato da Dio, ha una vocazione eterna di pace e di bene e non è destinato alla dissoluzione e al nulla”.

Ed ha ricordato che la Chiesa è ‘santa e peccatrice’: “In questa perenne coesistenza fra santità e peccato, di luce e ombra vive la Chiesa, con esiti spesso di grande generosità e splendida dedizione, e a volte purtroppo con l’emergere di dolorose contro-testimonianze. Penso alle drammatiche vicende degli abusi sui minori (alle quali si sono riferiti il Re e il Primo Ministro), una piaga che la Chiesa sta affrontando con decisione e fermezza, ascoltando e accompagnando le persone ferite e attuando in tutto il mondo un capillare programma di prevenzione”.

Ed a proposito di abusi il papa ha detto che essi sono una vergogna: “Fratelli e sorelle, questa è la vergogna! La vergogna che oggi tutti noi dobbiamo prendere in mano e chiedere perdono e risolvere il problema: la vergogna degli abusi, degli abusi sui minori. Noi pensiamo al tempo dei santi Innocenti… ma oggi nella Chiesa c’è questo crimine; la Chiesa deve vergognarsi e chiedere perdono e cercare di risolvere questa situazione con l’umiltà cristiana. E mettere tutte le condizioni perché questo non succeda più.. Nella Chiesa dobbiamo chiedere perdono di questo; gli altri chiedano perdono per la loro parte. Questa è la nostra vergogna e la nostra umiliazione”.

Un altro scandalo sottolineato è stato quello delle ‘adozioni forzate’: “Sono stato rattristato da un altro fenomeno: le ‘adozioni forzate’, avvenute anche qui in Belgio tra gli anni ’50 e ’70 del secolo scorso… Spesso la famiglia e altri attori sociali, compresa la Chiesa, hanno pensato che per togliere lo stigma negativo, che purtroppo a quei tempi colpiva la madre non sposata, fosse preferibile per il bene di entrambi, madre e bambino, che quest’ultimo venisse adottato. Ci furono persino casi nei quali ad alcune donne non venne data la possibilità di scegliere se tenere il bambino o darlo in adozione. E questo succede oggi in alcune culture, in qualche Paese”.

Concludendo il discorso papa Francesco si è soffermato a riflettere sul motto del viaggio, ‘In cammino, con speranza’: “Mi fa riflettere il fatto che Espérance sia scritto con la maiuscola: mi dice che la speranza non è una cosa, che durante il cammino si porta nello zaino; no, la speranza è un dono di Dio, forse è la virtù più umile (diceva lo scrittore) ma è quella che non fallisce mai, non delude mai. La speranza è un dono di Dio e si porta nel cuore! Ed allora voglio lasciare questo augurio a voi e a tutti gli uomini e le donne che vivono in Belgio: possiate sempre chiedere e accogliere questo dono dallo Spirito Santo, la speranza, per camminare insieme con Speranza nella strada della vita e della storia”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco: l’Amore è edificante

Con una celebrazione eucaristica davanti a 50.000 fedeli papa Francesco ha concluso la giornata a Singapore, prendendo spunto dalle parole dell’apostolo Paolo, secondo cui solo l’Amore edifica: “Proprio per questo, vorrei commentare le stesse parole prendendo spunto dalla bellezza di questa città, e dalle grandi e ardite architetture che contribuiscono a renderla così famosa e affascinante, cominciando dall’impressionante complesso del National Stadium, in cui ci troviamo.

E vorrei farlo ricordando che, in ultima analisi, anche all’origine di queste imponenti costruzioni, come di ogni altra impresa che lasci un segno positivo in questo mondo, non ci sono, come molti pensano, prima di tutto i soldi, né la tecnica e nemmeno l’ingegneria (tutti mezzi utili, molto utili), ma c’è l’amore: ‘l’amore che edifica’, appunto”.

Perciò ha sottolineato che la frase paolina non è banale: “Non c’è opera buona, infatti, dietro cui non ci siano delle persone magari geniali, forti, ricche, creative, ma pur sempre donne e uomini fragili, come noi, per i quali senza l’amore non c’è vita, né slancio, né motivo per agire, né forza per costruire.

Cari fratelli e sorelle, se qualcosa di buono c’è e rimane in questo mondo, è solo perché, in infinite e varie circostanze, l’amore ha prevalso sull’odio, la solidarietà sull’indifferenza, la generosità sull’egoismo. Senza questo, anche qui nessuno avrebbe potuto far crescere una metropoli così grande, gli architetti non avrebbero progettato, gli operai non avrebbero lavorato e nulla si sarebbe potuto realizzare”.

E’ stato un invito a leggere queste storie d’amore, perché senza esso non c’è vitalità: “Allora ciò che noi vediamo è un segno, e dietro ciascuna delle opere che ci stanno di fronte ci sono tante storie d’amore da scoprire: di uomini e donne uniti gli uni agli altri in una comunità, di cittadini dediti al loro Paese, di madri e padri solleciti per le loro famiglie, di professionisti e lavoratori di ogni genere e grado, onestamente impegnati nei loro diversi ruoli e mansioni.

E ci fa bene imparare a leggerle, queste storie, scritte sulle facciate delle nostre case e sui tracciati delle nostre strade, e tramandarne la memoria, per ricordarci che nulla di duraturo nasce e cresce senza l’amore. A volte succede che la grandezza e l’imponenza dei nostri progetti possono farcelo dimenticare, illudendoci di potere, da soli, essere gli autori di noi stessi, della nostra ricchezza, del nostro benessere, della nostra felicità, ma alla fine la vita ci riporta sempre ad un’unica realtà: senza amore non siamo nulla”.

Ma è la fede che illumina l’amore: “La fede, poi, ci conferma e ci illumina ancora di più circa questa certezza, perché ci dice che alla radice della nostra capacità di amare e di essere amati c’è Dio stesso, che con cuore di Padre ci ha desiderati e portati all’esistenza in modo totalmente gratuito e che in modo altrettanto gratuito ci ha redenti e liberati dal peccato e dalla morte, con la morte e risurrezione del suo Figlio Unigenito. E’ in Lui, in Gesù, che ha origine e compimento tutto ciò che siamo e che possiamo diventare”.

Ed ha ripreso l’omelia che papa san Giovanni Paolo II fece nel 1986 proprio in quello stadio: “Fratelli e sorelle, questa è una parola importante per noi perché, al di là dello stupore che proviamo davanti alle opere fatte dall’uomo, ci ricorda che c’è una meraviglia ancora più grande, da abbracciare con ancora maggiore ammirazione e rispetto: e cioè i fratelli e le sorelle che incontriamo ogni giorno sul nostro cammino, senza preferenze e senza differenze, come ben testimoniano la società e la Chiesa singaporiane, etnicamente così varie e al tempo stesso così unite e solidali!”

L’amore di Dio è stato già sperimentato dalla Madonna: “La prima è Maria, del cui Nome Santissimo oggi celebriamo la memoria. A quante persone hanno dato e danno speranza il suo sostegno e la sua presenza, su quante labbra è apparso e appare il suo Nome in momenti di gioia e anche di dolore! E questo perché in Lei, in Maria, noi vediamo l’amore del Padre manifestarsi in uno dei modi più belli e totali: quello della tenerezza (non dimentichiamo la tenerezza!) la tenerezza di una mamma, che tutto comprende, che tutto perdona e che non ci abbandona mai. Per questo ci rivolgiamo a Lei!”

Concludendo l’omelia ha citato anche l’ardore missionario di san Francesco Saverio: “Il secondo è un santo caro a questa terra, che qui ha trovato ospitalità tante volte durante i suoi viaggi missionari. Parlo di San Francesco Saverio, accolto in questa terra in molte occasioni, l’ultima il 21 luglio 1552.

Di lui ci è rimasta una bellissima lettera indirizzata a Sant’Ignazio e ai primi compagni, in cui manifesta il suo desiderio di andare in tutte le università del suo tempo… perché si sentano spinti a farsi missionari per amore dei fratelli”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco ai giovani: non perdete la memoria

Papa Francesco ha lasciato Dili, capitale di Timor-Leste verso Singapore, ultima tappa, dopo l’Indonesia e la Papua-Nuova Guinea, del 45^ viaggio apostolico, salutando il presidente della Repubblica José Ramos-Horta, dopo l’ultimo incontro con i giovani, che l’hanno accolto nel Centro de Convenções con lo slogan ‘Noi siamo la gioventù del Papa!’, perché ‘i giovani fanno la Chiesa’, scritta sulle loro magliette.

Ed il papa ha augurato loro ‘buongiorno’, chiedendo di raccontare cosa fanno i giovani, se non sono più abituati a fare ‘chiasso’ in nome di Gesù: “Questo non scordatelo mai! Molto bene, molto bene. Ma c’è una cosa che fanno sempre i giovani, i giovani di diverse nazionalità, i giovani di diverse religioni. Sapete cosa fanno sempre i giovani?

I giovani fanno chiasso, i giovani fanno confusione. Siete d’accordo? Siete d’accordo su questo?.. Vi ringrazio per i saluti, le testimonianze e le domande. Vi ringrazio per i balli. Perché sapete che ballare è esprimere un sentimento con tutto il corpo. Conoscete qualche giovane che non sa ballare? La vita viene con la danza. E voi siete un Paese di gente giovane”.

Ringraziandoli per questa giornata conclusiva il papa ha elogiato la loro voglia di vivere: “C’è una cosa che dicevo stamattina a un vescovo: non dimenticherò mai i vostri sorrisi. Non smettete di sorridere! E voi giovani siete la maggioranza della popolazione di questa terra, e la vostra presenza riempie di vita questa terra, la riempie di speranza e la riempie di futuro.

Non perdete l’entusiasmo della fede! Immaginate un giovane senza fede, con una faccia triste. Ma voi sapete cos’è che butta giù un giovane? I vizi. State attenti. Perché arrivano quelli che si definiscono venditori di felicità. E ti vendono la droga, ti vendono tante cose che ti danno felicità per mezz’ora e basta”.

E’ stato un augurio a proseguire senza dimenticare le ‘radici’: “Vi auguro di andare avanti con la gioia della gioventù. Ma non dimenticatevi una cosa: voi siete gli eredi di coloro che vi hanno preceduto nella fondazione di questa Nazione. Pertanto, non perdete la memoria! La memoria di quelli che vi hanno preceduto e che con tanto sacrificio hanno costruito questa Nazione”.

Quindi è stato un invito a ‘sognare’ senza anestetizzanti: “Un giovane deve sognare… Vi invito a sognare, a sognare cose grandi. Un giovane che non sogna è un pensionato della vita. E qualcuno di questi giovani, di voi, è un pensionato?.. I giovani devono fare confusione, per mostrare la vita che hanno. Ma un giovane è nel mezzo del cammino della vita, è a metà, nel mezzo della strada della vita. Tra i ragazzi e i grandi”.

Ma al contempo anche ad ascoltare gli anziani: “Ma sono i nonni, sono gli anziani che danno la saggezza ai giovani…Gli anziani precedono sempre noi giovani nella storia, non è vero? Gli anziani sono un tesoro: i due tesori di un popolo sono i bambini e gli anziani. Capito? Vediamo, ripetetelo voi. Quali sono i due più grandi tesori di un popolo?.. I bambini e gli anziani. Ecco perché una società che ha tanti bambini come la vostra deve prendersi cura di loro. E una che ha tanti anziani che sono la memoria deve rispettarli e prendersene cura”.

Inoltre il papa ha sottolineato che a Timor-Leste, che ha definito il ‘Paese sorridente’, c’è ‘una meravigliosa storia di eroismo, di fede, di martirio e soprattutto di fede e riconciliazione’, attraverso tre raccomandazioni, libertà, impegno e fraternità con l’autogoverno, tradotto dalla parola ‘ukun rasik-an’, che ha un significato più complesso, in quanto un giovane che non è capace di autogovernarsi è dipendente, non è libero ed è schiavo del proprio desiderio di sentirsi onnipotente:

“Nella lingua tetum c’è un detto: ‘ukun rasik-an’, cioè essere in grado di governare sé stessi. Un giovane che non è in grado, una giovane, un giovane che non è in grado di governarsi, che non è in grado di vivere ‘ukun rasik-an’, che cos’è? Cosa dite? Uno che dipende dagli altri. Molto bene. E un uomo, una donna, un giovane, un ragazzo che non governa sé stesso è schiavo, è dipendente, non è libero… Un giovane che ama la compagnia dei fratelli, delle sorelle, che ha responsabilità, è un giovane che ama il suo Paese. Questo è molto importante”.

Per questo è necessaria la fraternità: “E’ un valore che dovete imparare: la fraternità. Essere fratelli, non essere nemici. I vostri anziani, i vostri genitori e nonni, magari con idee diverse, ma erano fratelli. Ed è bene che i giovani abbiano idee diverse? E questo perché? Per litigare con gli altri? O per rispettarci? Io credo che tu pensi questo: se io sono di questa religione e tu sei di quest’altra religione, ci scontreremo. Non è così, bisogna rispettarsi. Ripetiamo questa parola: rispettarsi”.

Il dialogo del papa con i giovani si è concluso con l’invito alla riconciliazione: “Cari giovani, siate eredi della storia tanto bella che vi ha preceduto! Siate eredi della storia così bella che vi ha preceduto. E portatela avanti. Abbiate coraggio, abbiate coraggio per portare avanti le cose. E se litigate, riconciliatevi. Vi ringrazio per tutto quello che fate per la patria, per il popolo di Dio. E ricordiamo quello che ci ha detto Ilham, che ha parlato poco fa: che dobbiamo amarci al di là di tutte le differenze etniche o religiose… Riconciliazione, convivenza con tutte le differenze”.

(Foto: Santa Sede)

Da Bologna il card. Zuppi invita a non dimenticare le stragi

“La memoria legata a sofferenze ha sempre una conseguenza atroce, perché ricordare significa riaprire la ferita. Per questo è sempre importante la vicinanza del Signore, che fa sue le nostre ferite perché siamo sempre accompagnati dal suo amore che consola e guarisce. E’ importante riparare le ferite con la giustizia e il dialogo, perché diventino fonte di luce e sconfiggano il buio. La fede ci dona di vivere proprio questo: la croce diventa speranza, il buco dei chiodi si trasforma in segno di vita e di amore più forte del male e della morte”: con tali parole l’arcivescovo di Bologna, card. Matteo Zuppi, ha ricordato le vittime della strage della Stazione di Bologna, avvenuta il 2 agosto 1980, a cui ha partecipato ha partecipato anche il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi:

“Viviamo in un momento in cui nel mondo sembra delinearsi una minaccia ai valori di libertà e democrazia alla base di pace e convivenza civile, scolpiti nella nostra carta costituzionale. La strage di Bologna ci ricorda che la pace e la sicurezza e la democrazia non sono conquiste scontate, ma valori che vanno difesi e promossi quotidianamente, per farlo dobbiamo essere uniti contro ogni forma di odio e intolleranza e ribadire con forza il nostro rifiuto al fascismo e totalitarismo”.

Al ricordo si è aggiunto anche il messaggio del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha sottolineato il ‘dovere della memoria’: “I morti, le immagini della Stazione di Bologna devastata, l’attacco feroce alla convivenza degli italiani, hanno impresso un segno indelebile, il 2 agosto 1980 nell’identità della Repubblica e nella coscienza del popolo italiano. La memoria non è soltanto un dovere ma è l’espressione consapevole di quella cittadinanza espressa nei valori costituzionali che la violenza terroristica voleva colpire e abbattere”.

Nell’omelia il presidente della Cei ha sottolineato la necessità della ‘riparazione’ della memoria: “La memoria del 2 agosto ci aiuta a sentirci comunità e a non scappare, a non fare finta, a confrontarci con il male ma anche a scegliere di combatterlo. Ci mettiamo assieme di fronte alle terribili conseguenze volute da ignobili forze del male, conseguenza della trama di morte che, vigliaccamente, venne ideata e realizzata da calcoli di potere e di ideologia. Purtroppo, di questi colpevoli ne conosciamo solo una parte. Insieme ai familiari delle vittime, ai sopravvissuti (ma siamo tutti, come abbiamo detto, familiari e sopravvissuti) facciamo memoria e già questo ci fa vivere in maniera più consapevole e responsabile”.

Durante l’omelia il card. Zuppi ha chiesto di cercare giustizia: “Non dimentichiamo, perché vogliamo onorare i nostri morti e cercare la giustizia. La preghiera ci aiuta a non abituarci mai al male, a saperlo riconoscere, a cercare la giustizia che è indispensabile per curare la memoria e per proteggerci da questo”.

E’ stato un invito alla solidarietà: “Non smettiamo di scandalizzarci delle inaccettabili difficoltà a giungere a una giustizia piena. Questa non potrà certo restituire la vita dei nostri cari, ma ne onora il ricordo, permette la memoria, rende più consapevole la solidarietà. Passano gli anni e la memoria ci fa rivivere lo sgomento, l’orrore, il pianto, la rabbia, certo, ma anche tanta solidarietà instancabile e generosa.

E se gli autori fascisti della strage volevano terrorizzare per dividere e imporre il loro ordine, con complicità inquietanti e purtroppo ancora non chiarite, la reazione di allora e di oggi è quella che permette di affrontare il male: la solidarietà. E’ il senso di bene comune che non fa arrendere all’ingiustizia, alle forze occulte di poteri occulti, anticristiani perché contro la persona”.

Inoltre ha sottolineato che non bisogna confondere il bene con il male: “Ogni violenza, ogni guerra

è in realtà sempre un fratricidio. Ogni guerra è sempre una ‘strage’ inutile, che può colpire tutti, che non guarda in realtà in faccia nessuno. Il bene è liberare l’io dall’egoismo che annulla la fraternità, pensarsi in relazione all’altro per la quale, al contrario, quello che è mio è tuo e viceversa. Il bene è ricostruire la fraternità, tra le persone, così come tra i Paesi, tra le nazioni, perché questo ci rende più forti del divisore. L’avvertimento di Dio a Caino è sempre valido per tutti noi: verso di te è il suo istinto. Tu lo dominerai, che significa anche che puoi dominarlo”.

Nell’omelia il card. Zuppi ha ricordato anche le vittime della strage del rapido 904, avvenuta il 23 dicembre 1984: “Sono accolte da colui che si è fatto vittima perchè il sangue di Abele non fosse più sparso sulla terra. Oggi nella nostra celebrazione pregheremo per la fine di ogni violenza perchè le tante trame del male che diventano terrorismo e guerra possano essere sconfitte e i fratelli possano riconciliarsi tra loro.

Ricorderemo anche le tante stragi del nostro paese che sono e legate alle nostre persone perchè fanno parte della nostra storia personale. Ricorderemo a 50 anni e 40 anni di distanza le stragi dell’Italicus e del Rapido 904. Ci ricordano che quando tutta la città fa memoria allora c’è memoria, quando c’è solidarietà non si dimentica. E noi non vogliamo dimenticare quelle stragi, purtroppo un pò più dimenticate”.  

(Foto: Arcidiocesi di Bologna)

San Benedetto di Norcia: memoria per l’Europa

Medaglia

“Stiamo vivendo in un contesto storico segnato da conflitti, migrazioni, grandi trasformazioni e cambiamenti climatici, il tutto accompagnato da una generale e sempre più diffusa indifferenza dei cittadini, come si è visto nelle ultime elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo”: lo hanno scritto il vescovo di Padova, mons. Claudio Cipolla, gli abati di Santa Giustina e di Praglia, rispettivamente dom Giulio Pagnoni e dom Stefano Visintin, e l’abbadessa di San Daniele, madre Maria Chiara Paggiaro, in un messaggio congiunto per la festa di san Benedetto da Norcia, co-patrono d’Europa.

Il messaggio è un invito a ritrovare la propria identità: “L’Europa è in costante ricerca della propria identità e desidera creare un’unità nuova e duratura e per questo sono sicuramente importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma non sono sufficienti. Infatti, la costruzione di un’identità non può prescindere da un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del continente. Senza questa prospettiva, c’è il pericolo sempre più concreto di cedere all’antica tentazione autoreferenziale che nega l’Altro e che cerca di salvarsi da sé; utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato un drammatico regresso nella storia dell’umanità”.

Per questo nel giorno della sua ricorrenza gli estensori del messaggio ricordano che san Benedetto ha stimolato la rinascita della cultura ‘europea’: “In questo contesto internazionale, nel giorno in cui ricorre la festa di san Benedetto da Norcia, co patrono d’Europa, ricordiamo il ruolo che il fondatore del monachesimo in Occidente ha avuto nella nascita di un mondo nuovo, in un’epoca (V-VI sec. d.C.) di profonda crisi e che, per certi versi, è molto simile alla nostra”.

E’ una memoria che non può essere sottovalutata: “Questa memoria può aiutarci innanzitutto a ricercare il fondamento dell’esistenza, ossia Dio. Benedetto realizzò un’opera religiosa e spirituale capace di innestare un modello di esistenza sociale e comunitaria teso alla valorizzazione e allo sviluppo di ogni persona, a prescindere dalle differenze sociali, culturali, etniche o nazionali. In questo modo egli evidenziava ciò che unisce gli esseri umani, ciò che lega gli uni agli altri e li rende tutti fratelli e sorelle; li rende una società”.

Ed è stato proprio il messaggio evangelico promotore della fraternità: “Il messaggio evangelico che ancora oggi vive nel monachesimo Occidentale ci sprona alla costruzione di una fraternità universale e può aiutarci a rielaborare un modo nuovo di guardarci e quindi di porci in relazione tra di noi e con gli altri Paesi. L’idea d’identità nazionale propria dell’Italia e di tante le altre nazioni europee si fonda su una concezione etnica dell’appartenenza nazionale. L’enfasi viene infatti posta sull’omogeneità: unità di lingua, di cultura, di storia, di religione, di discendenza. La rappresentazione di un Paese con una forte impronta nazionalistica può quindi rendere difficile il dialogo e la collaborazione tra Stati. Proprio qui può inserirsi la profezia cristiana: accompagnare la società contemporanea europea a ragionare sulla ricchezza delle differenze”.

Infine hanno ricordato che san Benedetto è stato mosso in quest’opera rigeneratrice dalla forza spirituale: “La prima motivazione che ha guidato Benedetto non era civilizzatrice, né culturale, ma religiosa e spirituale. Una spiritualità in cui scorre la linfa evangelica, che condensa saggezza ed esperienza umana con l’intuito dei bisogni dei tempi. Una spiritualità incarnata, che permette anche a noi oggi di riscoprirci persone e popoli uniti nelle diversità. San Benedetto, senza negare la complessità delle differenze, ci insegna come considerarle una ricchezza e non un elemento di scontro, ponendo al primo posto la pari dignità e il pari valore di tutti gli esseri umani”.

Mentre l’abate di Montecassino, dom Luca Fallica, ha ripreso l’espressione della lettera apostolica ‘Pacis Nuntius’, scritta da san Paolo VI, sui messaggeri di pace: “Il primo elemento qualifica san Benedetto, ma anche i suoli discepoli, monaci e monache di ogni generazione e di ogni latitudine, come ‘messaggeri di pace’. Il termine italiano, e ancor più l’originale latino che traduce ‘nuntius’ evidenzia il tema della ‘parola’. La pace va annunciata, proclamata, anche attraverso la parola. Certo, occorre essere testimoni e costruttori di pace con tutta la propria vita, con i suoi gesti coerenti e le sue opere efficaci. Rimane pur vero che una rilevanza particolare occorre riconoscerla alla parola. Anche quando essa ci può sembrare vana, inefficace, non ascoltata”.

E’ un invito a seguire la Regola di san Benedetto: “Beati i pacifici, beati cioè gli operatori, i facitori di pace. Nella sua Regola, san Benedetto è molto attento a dare indicazioni preziose su cosa significhi operare la pace. Sul come farlo. E si tratta di indicazioni utili non solo ai monaci, ma a ogni persona, nel contesto nel quale vive. Torniamo a metterci alla sua scuola, alla scuola della Regola. In essa il sostantivo latino pax, ‘pace’, ritorna otto volte. Val la pena ripercorrere rapidamente i passi nei quali risuona”.

E la pace è un rimando all’ospitalità: “E’ importante che si parli di pace laddove si parla di ospitalità. Ci mette in guardia sulla tentazione di cercare una pace per vie di esclusione, tra eguali, tra coloro che sono accomunati da elementi identitari e di consuetudine di vita, o condividono le medesime esperienze esistenziali e le stesse visioni. Non c’è pace possibile laddove non si rimane aperti allo straniero, al diverso, a colui che sopraggiunge dall’esterno sempre sorprendendoti e anche sconvolgendo le tue abitudini consolidate.

Anche con lui occorre scambiare la pace, e san Benedetto raccomanda di farlo dopo aver pregato insieme, per evitare gli inganni del diavolo, anche quell’inganno che ci illude che la pace sia opera nostra e possa radicarsi nelle nostre risorse e qualità, quando invece è dono di Dio e trova la sua origine fontale nella relazione con lui, di cui la preghiera è espressione principale e principiante. Cerca davvero la pace chi sa cercare veramente Dio, nulla anteponendo alla preghiera e all’amore di Cristo. Neppure le proprie pretese o presunzioni di sé”.

Nel 1964 san Paolo VI ha proclamato con la lettera apostolica ‘Pacis Nuntius’ ha proclamato san Benedetto patrono d’Europa: “Col libro, poi, ossia con la cultura, lo stesso san Benedetto, da cui tanti monasteri attinsero denominazioni e vigore, salvò con provvidenziale sollecitudine, nel momento in cui il patrimonio umanistico stava disperdendosi, la tradizione classica degli antichi, trasmettendola intatta ai posteri e restaurando il culto del sapere”.

Nella lettera apostolica san Paolo VI ha ricordato la cura che il santo ebbe per reintrodurre il motivo della cura del lavoro: “Fu con l’aratro, infine, cioè con la coltivazione dei campi e con altre iniziative analoghe, che riuscì a trasformare terre deserte e inselvatichite in campi fertilissimi e in graziosi giardini; e unendo la preghiera al lavoro materiale, secondo il suo famoso motto ‘ora et labora’, nobilitò ed elevò la fatica umana”.

Per tali ragioni la Chiesa lo proclamò  ‘padre’ dell’Europa’: “Giustamente perciò Pio XII salutò san Benedetto ‘padre dell’Europa’; in quanto ai popoli di questo continente egli ispirò quella cura amorosa dell’ordine e della giustizia come base della vera socialità. Lo stesso Predecessore Nostro desiderò che Dio, per i meriti di questo grande santo, assecondasse gli sforzi di quanti cercano di affratellare queste nazioni europee. Anche Giovanni XXIII, nella sua paterna sollecitudine, desiderò vivamente che ciò avvenisse”.

Sergio Mattarella: la democrazia va difesa

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, domenica pomeriggio ha salutato 1800 cittadini che hanno visitato i Giardini del Quirinale in occasione della Festa della Repubblica, la cui apertura è stata dedicata alle fasce deboli della popolazione coinvolte tramite invito. Ma, soprattutto, è importante riflettere su ciò che ha detto o scritto nel 78^ anniversario della proclamazione della Repubblica italiana, come nel messaggio  al capo di Stato Maggiore della Difesa, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, sulla definizione di libertà:

“I Padri della Patria erano consapevoli dei rischi e dei limiti della chiusura negli ambiti nazionali e sognavano una Italia aperta all’Europa, vicina ai popoli che ovunque nel mondo stessero combattendo per le proprie libertà.

Il nostro contributo (ed in esso delle Forze Armate) alla causa della pace e della stabilità internazionali è più che mai prezioso nell’odierna situazione caratterizzata da devastazioni e aggressioni alle popolazioni civili in Europa e in Medio Oriente”.

Un particolare riferimento al contributo offerto dalle donne: “La Repubblica è grata alle donne e agli uomini delle Forze Armate per i compiti assolti negli impegnativi teatri operativi ove sono chiamati ad operare, nell’ambito delle missioni delle Nazioni Unite, di quelle frutto della solidarietà fra i Paesi dell’Alleanza Atlantica, delle decisioni alle quali abbiamo concorso in sede di Unione Europea”.

Un altro punto cardine lasciato dal Presidente della Repubblica ai prefetti si basa sulla memoria come compito principale del cittadino: “Fare memoria del lascito ideale di quegli avvenimenti fondativi è dovere civico e preziosa opportunità per riflettere insieme sulle ragioni che animano la vita della nostra collettività, inserita oggi nella più ampia comunità dell’Unione Europea cui abbiamo deciso di dar vita con gli altri popoli liberi del continente e di cui consacreremo, tra pochi giorni, con l’elezione del Parlamento Europeo, la sovranità.

Fare memoria è un esercizio proprio a ogni cittadino e soprattutto per quanti, esercitando pubbliche funzioni, trovano nei principi costituzionali di libertà, uguaglianza e solidarietà una bussola di sicuro orientamento di fronte alle complesse sfide del presente”.

Ma il discorso più esaustivo ed articolato sul valore della democrazia è stato pronunciato prima del concerto  dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI diretta dal maestro Michele Gamba: “Il 2 giugno del 1946 l’Italia sceglieva la Repubblica. Quel voto (all’avvio della vita democratica) rappresentò per gli italiani una chiamata alla responsabilità. In quegli anni di speranze diffuse, le aspirazioni al benessere e al miglioramento della condizione personale, procedevano insieme alle conquiste democratiche e sociali”.

Ed ha ricordato un altro valore della Costituzione italiana: “Avvertiamo tutti che da tante parti nel mondo proviene un grido di sofferenza, di richiesta di serenità di vita, di progresso, di giustizia, di pace.

L’Italia, Paese fondatore dell’Unione Europea, convinta partecipe del rapporto transatlantico, dell’amicizia e dell’alleanza in cui questo si esprime, continuerà a impegnarsi (anche nella qualità di Presidente di turno del Gruppo dei 7) per la tutela (sempre, ovunque, per tutti) dei diritti fondamentali della persona, per la pace e il dialogo tra i popoli e gli Stati, per la giustizia e la solidarietà internazionale, per la lotta alla fame, alle malattie, al sottosviluppo, per la difesa dell’ambiente”.

Stessi pensieri nel ricordo delle vittime della strage di piazza della Loggia a Brescia, avvenuta il 28 maggio 1974: “Tutti gli italiani che, nel 1974, erano cittadini consapevoli ricordano, in maniera indelebile, quella orribile giornata, a partire dalle prime, incerte notizie della mattina. Fino alla drammatica conferma, alla diffusione dei particolari, alla straziante contabilità delle vittime”.

E’ stata una ricostruzione chiara delle responsabilità di chi attentava alla vita democratica dell’Italia: “La strage di Brescia fece seguito a numerosi gravi episodi in questo territorio nei mesi immediatamente precedenti: pestaggi, intimidazioni, attentati neofascisti contro sedi di istituzioni, di sindacati, di cooperative, di forze dell’ordine, di giornali, di scuole. Armi, bombe ed esplosivi erano stati scoperti e sequestrati durante gli arresti di alcuni estremisti di destra.

Un giovanissimo neofascista, pochi giorni prima della strage, era morto ucciso dal materiale esplosivo che trasportava. Quella manifestazione (quella del 28 maggio) promossa dai sindacati, nasceva come risposta della cittadinanza, della società civile bresciana contro questa serie di inaccettabili minacce e violenze. Fu, allora, che il terrorismo nero decise di alzare il livello di azione criminale”.

E non ha fatto sconti a nessuno nella difesa della democrazia dopo il voto del 2 giugno 1946: “Di fronte alla guerra violenta di opposti estremismi (nero e rosso) che, in quella stagione di sangue e di aspri conflitti internazionali, provarono a rovesciare la Repubblica e la sua democrazia, possiamo dire oggi, con certezza, che ha prevalso lo Stato, la Repubblica, il suo popolo, con i suoi autentici, leali servitori”.

E la democrazia è viva grazie all’impegno di tanti cittadini: “Una vittoria che è stata di tutti i cittadini italiani, che si sono sempre raccolti, nei momenti più bui, attorno alle istituzioni e che non si sono mai lasciati sedurre dalle insidie della violenza, della lotta armata, dell’eversione. E che mai hanno reclamato l’instaurazione di misure autoritarie per sconfiggere la minaccia terrorista”.

Questi cittadini devono essere ricordati: “La nostra Repubblica è stata difesa e rafforzata, negli anni, dai sacrifici di tanti servitori dello Stato, di tanti cittadini onesti e coraggiosi…

Al di là delle doverose rievocazioni, il modo per ricordarli degnamente è quello di respingere e isolare i predicatori di odio, gli operatori di mistificazione, i seminatori di discordia. È quello di rivendicare e vivere i principi e i valori su cui si basa la nostra Costituzione. Quello di operare costantemente per l’unità del popolo italiano, per la diffusione della libertà e dei diritti, per un quadro internazionale che assicuri la pace nella giustizia”.

(Foto: Quirinale)

Festività del Corpus Domini: Popoli tutti, acclamate al Signore!

Questa festività, già celebrata il Giovedì santo, storicamente risale a1264 ed è arricchita dalla processione del Santissimo Sacramento. La celebrazione eucaristica rende presente ed attuale la promessa di Gesù: ‘Io sarò con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo’. L’istituzione dell’Eucaristia ci aiuta nel pellegrinaggio terreno sino a raggiungere il cielo; un pellegrinaggio prefigurato già nell’Esodo del popolo ebreo dall’Egitto verso la terra promessa (la Palestina).

Nell’esodo Dio nutrì  il suo popolo con la ‘manna’ per quaranta anni; il popolo si chiedeva: ‘man hu?’ e Mosè rispose: ‘Questo è il pane che Dio vi ha mandato sino a quando entrerete nella Terra voluta da Dio’. Quel cibo prefigurava un altro cibo: l’Eucaristia, il cibo che nutre l’uomo in questo terreno pellegrinaggio. Gesù l’aveva promesso: ‘Chi mangia il mio corpo e beve il mio sangue avrà la vita eterna’ e mantenne la promessa nell’Ultima Cena quando, dopo aver lavato i piedi agli Apostoli, prese il pane e disse loro: ‘Prendete e mangiate: questo è il mio corpo’; aggiunse poi: ‘Fate questo in memoria di me’.

Gesù invita la sua Chiesa nascente  a prendere parte con fede viva e amore a questo convito del suo corpo e del suo sangue: ‘Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue avrà la vita eterna ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno’. Questo convito, l’Eucaristia, diventa il pegno sicuro della vita eterna. Si hanno così due mense: la mensa della Parola di Dio e la mensa dell’Eucaristia; non sono due mense in contrasto ma complementari: in entrambi c’è la presenza di Gesù salvatore morto e risorto per la nostra salvezza eterna.

Da qui la celebrazione della messa con due momenti: l’ascolto della Parola di Dio (Antico e Nuovo Testamento) e il momento eucaristico che si conclude con la comunione: ‘Prendete e mangiate, questo è il mio corpo: prendete e bevete, questo è il calice della nuova Alleanza’. E’ molto chiaro ed evidente  il riferimento al linguaggio sacrificale: Gesù presenta se stesso, che si sacrifica sulla croce, come l’unico e perfetto sacrificio; Gesù ripara il peccato che aveva precluso le porte del regno dei cieli.

Da qui la ‘Nuova Alleanza’ tra Dio e gli uomini  dove l’uomo si innesta a Cristo Gesù con il Battesimo:  ‘Chi crede e sarà battezzato sarà salvo’; ciò che necessita da parte dell’uomo è fede vera ed amore: ‘Amate come io vi ho amato’. Da qui la  necessita di ravvivare la nostra fede e partecipare al sacro convito. Gesù diventa l’unico mediatore della Nuova Alleanza, grazie al dono di se stesso sulla croce e all’Eucaristia, memoriale della sua passione e morte.

Sulla croce Gesù è sacerdote e vittima: sacerdote perché offre se stesso al Padre per la salvezza di tutti; vittima vera, degna di Dio perché senza macchia né ruga. Da qui l’inno di ringraziamento: ‘Popoli tutti, acclamate al Signore’. L’Eucaristia è veramente il grande sacramento dell’amore di Cristo spinto sino all’estremo: offre la sua umanità e divinità per arricchirci in modo inesprimibile.

Nella Messa Cristo si rende presente realmente ma nell’Eucaristia è presente tutta la Chiesa: senza l’Eucaristia non ci sarebbe la Chiesa; senza la Chiesa non ci sarebbe l’Eucaristia. L’Eucaristia ci unisce a Dio e ci unisce ai fratelli: come diversi chicchi di grano costituiscono  il pane, come diversi acini di uva realizzano il vino, che consacrati diventano corpo e sangue di Cristo Gesù, così tutti i battezzati, diversi per famiglia, colori, cultura, carismi e talenti costituiscono la Chiesa, la grande famiglia con la quale Cristo Gesù ha sancito la Nuova Alleanza; la grande famiglia che invoca Dio: Padre nostro che sei nei cieli.

La festa di oggi è la festa della Chiesa, che prega, che ama e nella celebrazione eucaristica estrinseca la sua fede in Dio che è amore. Maria, santa madre del Verbo incarnato, aiutaci a camminare uniti verso la meta celeste, nutriti del corpo di Cristo, pane di vita eterna e farmaco d’immortalità.

La Biblioteca Apostolica compie 140 anni

Un’udienza speciale del Papa, al mattino, e nel pomeriggio un incontro dei docenti e degli allievi alla Pontificia Università Urbaniana. Sono i due momenti salienti con i quali lunedì 13 maggio si celebreranno due anniversari: i 140 anni della Scuola di Paleografia, Diplomatica e Archivistica, creata da papa Leone XIII, e dei 90 anni della Scuola di Biblioteconomia, voluta da papa Pio XI, come ha sottolineato mons. Angelo Vincenzo Zani, archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa, presentando l’iniziativa nella presentazione della Biblioteca Apostolica:

“La Biblioteca Apostolica, creata da Niccolò V nel 1451, e l’Archivio da Paolo V nel 1610, sono i necessari ponti che connettono passato e futuro, esercitando quel servizio culturale che, per usare le parole dedicate da papa Francesco ad esse, permette di ‘tenere vive le radici’ e ‘coltivare la memoria’. Collocate all’interno delle due istituzioni, le scuole formano e qualificano professionisti dedicati alle preziose funzioni di salvaguardia, illustrazione, tutela, studio e valorizzazione dei documenti e materiali archivistici, seguendo il profilo di istituti di specializzazione post universitaria”.

In conclusione ha affermato l’efficacia di tali corsi: “Nel corso degli anni, una lunga schiera di qualificati paleografi, archivisti e bibliotecari, diplomati presso le due scuole, ha conseguito ruoli di rilievo in importanti istituzioni culturali di vari Paesi: si tratta di una significativa conferma dell’efficacia dei corsi e della loro elevata portata formativa, ma anche il risultato del loro progressivo adeguamento alle novità e alle istanze via via emerse nell’ambito della gestione dei beni librari e documentari.

Archivio e Biblioteca, attraverso professionalità qualificate, da luoghi di studio si fanno luoghi di trasmissione non solo di tesori unici, ma anche di conoscenze preziose, venute dalla consuetudine della cura e della valorizzazione di libri e carte, ma anche dal continuo dialogo con altre analoghe istituzioni”.

Mons. Sergio Pagano, prefetto dell’Archivio Apostolico Vaticano e direttore della Scuola Vaticana di Paleografia, Diplomatica e Archivistica, ha raccontato di alcuni studiosi che erano abituati a frequentarla: “La Scuola non solo ha accolto molti di coloro che sono diventati famosi nel campo della ricerca storica, ma anche qualche celebre letterato.

La presenza di Carlo Emilio Gadda in Vaticano è ben nota: vi si trovava fin dal 1931 per via del suo impiego presso i Servizi tecnici del Vaticano come reggente della sezione tecnologica dell’Ufficio centrale. In tale veste allestì la centrale elettrica voluta da Pio XI. Meno noto è che nel 1936 Gadda si iscrisse alla Scuola e, seppure brevemente, frequentò i corsi di Archivistica e di Diplomatica.

Verosimilmente voleva prepararsi, con la consueta pignoleria, all’incarico di ricerca sulla Spina di Borgo che stava venendo demolita proprio in quegli anni e sulla quale era stata progettata una pubblicazione commemorativa. Quando il progetto dell’opuscolo sfumò, Gadda abbandonò il corso. La Scuola era citata ad esempio dal celebre Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo (pubblicato postumo nel 1958), quando presentava un sacerdote molto all’avanguardia”.

Infine don Mauro Mantovani, prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana e direttore della Scuola Vaticana di Biblioteconomia, ha descritto le discipline di insegnamento: “Ecco le discipline che attualmente vengono insegnate: Bibliografia e reference; Bibliologia; Biblioteca digitale; Il libro manoscritto antico, medievale e moderno; Ordinamento generale e servizi di Biblioteca; Conservazione e restauro del libro; Storia delle Biblioteche; Teoria e tecniche della catalogazione e della classificazione”.

Ed ha indicato le prospettive del bibliotecario: “Se guardiamo alle prospettive della Scuola, all’interno dello scenario socioculturale che è stato prima descritto, emerge anzitutto il fatto che la cura degli studi specialistici in scienze biblioteconomiche è un campo fertile in cui esercitare ‘l’interdisciplinarità forte’, esercitandosi ad una ‘visione d’insieme’…  

Il bibliotecario di oggi e domani sa dell’importanza della dimensione umanistica e della coltivazione della memoria, a servizio delle future generazioni; è un operatore di ‘diplomazia culturale’ in un clima di alta qualità relazionale e professionale. La Scuola contribuisce pertanto a farlo crescere in modo non riduttivo ma integrale, nella sua pluridimensionalità; infatti tanto più è grande il patrimonio librario di un’Istituzione, quanto più grande deve essere il ‘patrimonio umano’ di chi in essa vi opera”.

Non si disperda la memoria della Resistenza

In tutta Italia giovedì 25 aprile si sono svolti cortei e manifestazioni, adombrate in alcuni casi da qualche episodio violento, per ricordare la liberazione dal fascismo, in cui è campeggiata una frase di Giacomo Matteotti a 100 anni dall’uccisione da parte dei fascisti: ‘Il fascismo è un crimine e non un’opinione’. E nella mattinata la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha affidato ai social una riflessione su questa festa, che deve essere sempre più condivisa dagli italiani:

“Nel giorno in cui l’Italia celebra la Liberazione, che con la fine del fascismo pose le basi per il ritorno della democrazia, ribadiamo la nostra avversione a tutti i regimi totalitari e autoritari… Continueremo a lavorare per difendere la democrazia e per un’Italia finalmente capace di unirsi sul valore della libertà”.

Ma il discorso più importante, con cui è stata ricordata tale data, è stato quello che il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, a Civitella in Val di Chiana per ricordare l’eccidio del 29 giugno 1944, avvenuto per rappresaglia sulla popolazione inerme, oltre 200 persone, terzo nel tragico computo delle vittime delle stragi nazifasciste, con un appello a fare della Festa di Liberazione un evento plurale, unificante e irrinunciabile:

“Siamo qui, a Civitella in Val di Chiana, riuniti per celebrare il 25 aprile (l’anniversario della Liberazione), ad 80 anni dalla terribile e disumana strage nazifascista perpetrata, in questo territorio, sulla inerme popolazione… Nella stessa giornata si compiva, non lontano da qui, a San Pancrazio, un altro eccidio, dove furono sterminate oltre settanta persone”.

Nel discorso il presidente della Repubblica italiana ha ricordato la ‘pianificazione’ cinica dell’eccidio contro innocenti, in cui furono trucidate 250 persone: “Come è attestato dai documenti processuali, gli eccidi furono pianificati a freddo, molti giorni prima, e furono portati a termine con l’inganno e con il tradimento della parola. Si attese, cinicamente, la festa dei Santi Pietro e Paolo per essere certi di poter effettuare un rastrellamento più numeroso di popolazione civile…

Il parroco di Civitella, don Alcide Lazzeri, e quello di San Pancrazio, don Giuseppe Torelli, provarono a offrire la loro vita per salvare quella del loro popolo, ma inutilmente. Furono uccisi anch’essi (come abbiamo sentito poc’anzi) insieme agli altri.  Alcuni ostaggi, destinati alla morte, rimasero feriti o riuscirono a fuggire. Nei loro occhi, sbigottiti e impauriti, rimarrà per sempre impresso il ricordo di quel giorno di morte e di orrore”.

Era una ‘strategia’ militare ben precisa: “Con queste barbare uccisioni, nella loro strategia di morte, i nazifascisti cercavano di fare terra bruciata attorno ai partigiani per proteggere la ritirata tedesca; cercavano di instaurare un regime di terrore nei confronti dei civili perché non si unissero ai partigiani; cercavano di operare vendette nei confronti di un popolo considerato inferiore da alleato e, dopo l’armistizio, traditore.

Si trattò di gravissimi crimini di guerra, contrari a qualunque regola internazionale,  contrari all’onore militare e, ancor di più, ai principi di umanità. Nessuna ragione, militare o di qualunque altro genere, può infatti essere invocata l’uccisione di ostaggi e di prigionieri inermi”.

Quindi occorre ricordare la memoria per vivere il futuro: “I nazifascisti ne erano ben consapevoli: i corpi dei partigiani combattenti, catturati, torturati, uccisi, dovevano rimanere esposti per giorni, come sinistro monito per la popolazione. Ma le stragi dei civili cercavano di tenerle nascoste e occultate, le vittime sepolte o bruciate.

Non si sa se per un senso intimo di vergogna e disonore, o per evitare d’incorrere nei rigori di una futura giustizia, oppure, ancora, per non destare ulteriori sentimenti di rivolta tra gli italiani… Occorre (oggi e in futuro) far memoria di quelle stragi e di quelle vittime, e sono preziose le iniziative nazionali e regionali che la sorreggono. Senza memoria, non c’è futuro”.

L’Italia è, quindi, una democrazia grazie al ‘sangue’ dei martiri: “Il sangue dei martiri che hanno pagato con la loro vita le conseguenze terribili di una guerra ingiusta e sciagurata, combattuta a fianco di Hitler nella convinzione che la grandezza e l’influenza dell’Italia si sarebbero dispiegate su un nuovo ordine mondiale. Un ordine fondato sul dominio della razza, sulla sopraffazione o, addirittura, sullo sterminio di altri popoli. Un’aspirazione bruta, ignobile, ma anche vana”.

E la Resistenza riscattò il disonore del fascismo: “Ma molti italiani non si piegarono al disonore. Scelsero la via del riscatto. Un riscatto morale, prima ancora che politico, che recuperava i valori occultati e calpestati dalla dittatura. La libertà, al posto dell’imposizione. La fraternità, al posto dell’odio razzista. La democrazia, al posto della sopraffazione. L’umanità, al posto della brutalità. La giustizia, al posto dell’arbitrio. La speranza, al posto della paura.

Nasceva la Resistenza, un movimento che, nella sua pluralità di persone, motivazioni, provenienze e spinte ideali, trovò la sua unità nella necessità di porre termine al dominio nazifascista sul nostro territorio, per instaurare una convivenza nuova, fondata sul diritto e sulla pace”.  

Ricordando una frase di Aldo Moro (‘intorno all’antifascismo è possibile e doverosa l’unità popolare, senza compromettere d’altra parte la varietà e la ricchezza della comunità nazionale, il pluralismo sociale e politico, la libera e mutevole articolazione delle maggioranze e delle minoranze nel gioco democratico’), il presidente Mattarella ha ribadito che tale data è a fondamento della democrazia italiana:

“Il 25 aprile è, per l’Italia, una ricorrenza fondante: la festa della pace, della libertà ritrovata, e del ritorno nel novero delle nazioni democratiche. Quella pace e quella libertà, che, trovando radici nella resistenza di un popolo contro la barbarie nazifascista, hanno prodotto la Costituzione repubblicana, in cui tutti possono riconoscersi, e che rappresenta garanzia di democrazia e di giustizia, di saldo diniego di ogni forma o principio di autoritarismo o di totalitarismo”.

(Foto: Quirinale)

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