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Con suor Chiara Grazia Centolanza alla scoperta di Audite poverelle
“Audite, poverelle dal Signore vocate, ke de multe parte et provincie sete adunate: vivate sempre en veritate ke en obedientia moriate. Non guardate a la vita de fore, ka quella dello spirito è migliore. Io ve prego per grand’amore k’aiate discrecione de le lemosene ke ve dà el Segnore. Quelle ke sunt adgravate de infirmitate et l’altre ke per loro suò adfatigate, tutte quante lo sostengate en pace Ka multo venderi(te) cara questa fatiga, ka cascuna serà regina en celo coronata cum la Vergene Maria”: lo scorso anno è ricorso l’ottavo centenario delle ‘Parole con melodia’ che san Francesco scrisse per santa Chiara e le sue sorelle conosciuto come ‘Audite poverelle’.
Una delle scoperte più interessanti degli ultimi cinquanta anni è stata il ritrovamento di un testo che Francesco indirizzò a Chiara e alle sorelle che con lei dimoravano presso la chiesa di san Damiano in Assisi. Nei loro ricordi i compagni di san Francesco informano che il santo, in quegli stessi giorni in cui compose la prima e più ampia parte del Cantico di frate sole, scrisse anche ‘alcune parole con melodia (verba cum cantu), a maggior consolazione delle signore povere del monastero di San Damiano, soprattutto perché le sapeva molto contristate per la sua infermità. E poiché, a causa della malattia, non le poteva visitare e consolare personalmente, volle che quelle parole fossero loro comunicate dai suoi compagni’.
Rimasto nascosto per secoli, quel testo è venuto alla luce nel 1976 per tutta una serie di felici circostanze: le novizie del Protomonastero di Assisi notarono sorprendenti corrispondenze fra quanto era riferito di quelle ‘parole con melodia’ nella ‘Compilatio assisiensis’ ed un testo che nel 1941 era stato edito già da p. Leonardo Bello, rinvenuto in due codici (pergamenaceo l’uno, cartaceo l’altro) conservati dalle Clarisse di Novaglie. Le novizie fecero notare la cosa a suor Chiara Augusta Lainati, la quale, ottenuto il testo dalle consorelle di Novaglie, nell’estate 1977 lo ripubblicò nella prima edizione delle Fonti francescane.
A suor Chiara Grazia Centolanza, sorella povera di santa Chiara del monastero ‘Santissima Trinità’ di Gubbio, chiediamo di spiegarci il motivo per cui tale testo è stato ritrovato nell’archivio di un monastero veronese: “Chiara nel suo Testamento racconta che Francesco le esortò all’amore e all’osservanza della povertà con molti discorsi e con gli esempi della sua vita e anche consegnando loro molti scritti: di questi ‘pluria scripta’, di cui speriamo possano venire alla luce ed essere scoperti in archivi e biblioteche altri che per ora non conosciamo, fa parte il nostro testo, che evidentemente era circolato ed era stato copiato e tramandato.
Vivente ancora Francesco e poi nei decenni successivi alla sua pasqua, anche nel territorio dell’allora Marca Trevigiana l’ideale evangelico dei due santi assisani si era diffuso, rispondendo ai desideri di un movimento femminile con slanci penitenziali e pauperistici che quasi capillarmente si era irradiato nell’Italia centro settentrionale e nel nord Europa e che nell’esperienza damianita di Chiara e sorelle poteva trovare collocazione giuridica e approvazione ecclesiali.
Al 1226, cioè all’anno della morte di Francesco, risale il primo insediamento in Verona, intitolato a santa Maria, di sorelle che avrebbero seguito la forma di vita delle ‘povere signore della Valle di Spoleto o Tuscia’, disciplinata dalla Chiesa, che nell’esperienza di Chiara e nella fama della sua santità trovava un centro intorno a cui unificare e uniformare diverse realtà femminili. Dal 1263 la regola di papa Urbano IV sancisce la nascita dell’Ordine di santa Chiara, di cui la comunità veronese farà parte.
Attraversando le vicissitudini dei secoli, finalmente nel 1966 le sorelle si trasferirono sulle colline veronesi, a Novaglie. Qui nell’archivio del monastero è conservato il codice pergamenaceo del XIV secolo contenente insieme ad alcuni testi latini l’Audite, poverelle con due miniature, miracolosamente sfuggito alle soppressioni napoleoniche e al conseguente sequestro di codici e pergamene appartenenti originariamente alla biblioteca monastica. Solo nel 1977 dopo un oblio durato sette secoli ritornava alla luce l’esortazione di Francesco alle povere dame di San Damiano, di cui si conosceva il contenuto attraverso le biografie, ma di cui non c’erano tracce manoscritte.
Per quale motivo santa Chiara scrisse una regola?
La Regola clariana fu confermata da papa Innocenzo IV il 9 agosto 1253, due giorni prima del transito della santa, che desiderò ardentemente vedere approvata dalla Sede Apostolica quella che ella definì ‘Forma di vita (forma vitae) dell’Ordine delle sorelle povere istituita dal beato Francesco’, assegnandone al beatissimo padre la paternità, almeno indiretta. Chiara e le prime compagne avevano accolto per le mani di Francesco, probabilmente intorno agli anni 1212-1213 la Forma vivendi (forma del vivere), riportata poi nel capitolo VI della ‘Forma Vitae’ insieme all’Ultima voluntas, scritta dal serafico padre poco prima della sua morte. Ma l’esperienza di san Damiano si inseriva, come già accennavamo, in un tempo di grande fermento evangelico e in un più ampio ed eterogeneo movimento femminile con aspirazioni pauperistiche, che la Sede Apostolica cercò di organizzare in un nuovo ordine, che nel corso degli anni trenta del Duecento prenderà il nome di Ordine di San Damiano nel tentativo di unificare le varie esperienze intorno alla figura di Chiara.
L’Ordine viveva secondo una ‘Forma vitae’ redatta dall’allora cardinale Ugo (nel 1227 divenne Papa col nome di Gregorio IX), che comprendeva inizialmente un capitolo circa il divieto di avere possessioni. Probabilmente prima del 1226 anche il monastero di San Damiano entrò a far parte di questa realtà pur differenziandosene proprio per il rapporto con Francesco e la sua fraternitas. Quando il capitolo in questione venne eliminato, Chiara si oppose fermamente e nel 1228 ottenne da papa Gregorio IX il ‘Privilegio di povertà’, col quale la comunità di San Damiano non poteva essere costretta a ricevere possessioni, volendo aderire in tutto alle orme di Colui che per noi si è fatto povero, e via e verità e vita.
Tale Privilegio confluirà nella ‘Forma Vitae’ clariana al cosiddetto capitolo VI. Successivamente, nel 1247 ci fu da parte dell’allora papa Innocenzo IV il tentativo di consegnare all’Ordine una nuova Regola, che però vide il rifiuto categorico non solo di Chiara ma dell’intero Ordine. A questo punto è plausibile supporre che Chiara insieme alle sue sorelle abbia voluto redigere una sua regola, non scritta per così dire a tavolino, ma che nasceva dalla loro esperienza. Grande era il desiderio che la Chiesa Romana riconoscesse con la sua approvazione ‘la forma di vita e il modo di santa unità e di altissima povertà, che il vostro beato padre san Francesco vi consegnò a voce e in scritto’ (Bolla di papa Innocenzo IV)”.
A distanza di 800 anni quale è l’attualità di questo testo?
“Queste ‘parole con melodia’ descrivono realisticamente la nostra vita e quella della Chiesa, che fino alla fine dei tempi saranno tessute di infermità e di povertà di varia natura, di tribolazioni, di eventi che necessitano di essere letti con discernimento, con criteri evangelici e non mondani. Ed insieme consegnano ad ogni cristiano uno sguardo illuminato dallo Spirito, richiamandoci all’orizzonte del Regno dei cieli in un tempo in cui forse rischiamo di attendere dal mondo ciò che esso non può darci e di appiattire nel qui e ora dell’esistenza terrena il desiderio di infinito che ci abita.
Ci ricordano che abbiamo un Padre, che ci ha chiamati alla vita e ci chiama alla pienezza della sua Vita divina in Cristo nella Chiesa. Ci ricordano che tutto è dono, anche la ricompensa per la ‘fatiga’ sopportata: non si tratta infatti primariamente dei nostri meriti, ma della pace che il Risorto offre, frutto della Resurrezione e del suo Spirito. Egli infatti ci coronerà di grazia e di misericordia. Ci ricordano la nostra condizione di poveri, bisognosi di una salvezza, che non possiamo darci da noi, come forse un po’ pelagianamente vorremmo.
E finalmente ci ricordano che, secondo il principio di incarnazione, solo nel qui e ora dell’esistenza, nelle pieghe e nelle piaghe di cui è composta, possiamo incontrare il Re della gloria che tutto si dà e ci dà nella creazione e in ogni creatura, che di Lui portano ‘significazione’. La letizia e la gioia francescane nascono e si nutrono di questa Presenza, da cui nulla potrà separarci. E se di nulla possiamo gloriarci, perché tutto abbiamo ricevuto dal ‘Signore Iddio, il quale a tutti noi ha dato e dà tutto il corpo, tutta l’anima e tutta la vita, che ci ha creati, redenti e ci salverà per sua sola misericordia’, non di meno ‘in questo possiamo gloriarci, nelle nostre infermità e nel portare sulle spalle ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo’, come è scritto nelle Ammoizioni”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV invita i giovani ad essere lieti
“Ci salutiamo da qui. Potrete seguire un po’ sugli schermi. Vado da qui all’Aula Paolo VI. Potrete ascoltare un po’… Quanto mi piacerebbe che tutti potessimo stare insieme, non solo con lo schermo ma personalmente, perché è nell’incontro che ci troviamo bene… Stare soli, tante volte, è soffrire. Ma quando siamo con gli amici, quando siamo con la famiglia, quando siamo con quelli che ci amano e che ci vogliono bene, possiamo andare avanti. Abbiate sempre questo coraggio!”: prima di incontrare i giovani nell’aula Paolo VI il papa ha salutato i giovani assiepati nella piazza san Pietro eppoi ha continuato il giro salutando anche i giovani romani assiepati al Petriano.
Quindi nel discorso ai giovani, riuniti nell’aula Paolo VI, papa Leone XIV ha ringraziato per la presenza: “Sono molto contento di trovarmi con voi, di avere questa opportunità di condividere un po’ questa ricerca, questo desiderio di rispondere non solo a quelle domande che abbiamo appena sentito, ma a tante cose nella vita. Vi condivido che poco prima di venire questa sera ho ricevuto un messaggio da una mia nipote, giovane anche lei, che mi diceva: ‘Zio, come fai con tanti problemi del mondo, con tante preoccupazioni?’ e poneva la stessa domanda: ‘Non ti senti solo? Come fai a portare avanti?’ E la risposta, in gran parte, siete voi! Perché non siamo soli!”
Con il pensiero ai giovani che sono morti nella tragedia a Crans-Montana il papa ha raccontato la bellezza della fede: “Se ricordiamo la bellezza della fede, la bellezza della gioia, di essere giovani, di trovarci insieme, di cercare insieme, possiamo sapere davvero nel nostro cuore che mai siamo soli, perché Gesù è con noi!”
Ancora una volta papa Leone XIV ha ricordato che la vita è ‘preziosa’: “E vorrei anche spendere una parola (il cardinale Baldo già ce lo ha detto): è veramente grande questa tristezza e dolore che tutti abbiamo vissuto, per quei 40 ragazzi di Crans-Montana che hanno perso la vita. Anche noi dobbiamo ricordare che la vita è così preziosa, che non possiamo mai dimenticare quelli che soffrono. Purtroppo quelle famiglie, ancora nel dolore, devono cercare adesso come superare quel dolore. Anche per questo è importante la nostra preghiera, la nostra unità: stiamo sempre uniti, come amici, come fratelli “.
Il papa ha risposto alle domande dei giovani su delusione e solitudine, in quanto la vita non è un like: “Quando questo grigiore appanna i colori della vita, vediamo che si può essere isolati anche in mezzo a tante persone. Anzi, proprio così la solitudine mostra il suo volto peggiore: non si viene ascoltati, perché immersi nel frastuono delle opinioni; non si guarda niente, perché abbagliati da immagini frammentarie. Una vita di link senza relazione o di like senza affetto ci delude, perché siamo fatti per la verità: quando manca, ne soffriamo. Siamo fatti per il bene, ma le maschere del piacere usa-e-getta tradiscono il nostro desiderio”.
E’ stato un invito ad affinare una propria ‘sensibilità’: “Se tendiamo l’orecchio e apriamo gli occhi, il creato ci ricorda che non siamo soli: il mondo è fatto di legami tra tutte le cose, tra gli elementi e i viventi. Eppure, per quanto continuiamo a respirare l’aria pronta per noi, restiamo affannati; per quanto mangiamo cibo, anche se buono, non ci sazia e l’acqua non disseta. La disponibilità della natura non ci basta, perché noi non siamo solo quello che mangiamo, beviamo e respiriamo. Siamo creature uniche fra tutte, perché portiamo in noi l’immagine di Dio, che è relazione di vita, d’amore e di salvezza”.
Ed ecco la presenza di Dio: “Se tendiamo l’orecchio ed apriamo gli occhi, il creato ci ricorda che non siamo soli: il mondo è fatto di legami tra tutte le cose, tra gli elementi e i viventi. Eppure, per quanto continuiamo a respirare l’aria pronta per noi, restiamo affannati; per quanto mangiamo cibo, anche se buono, non ci sazia e l’acqua non disseta. La disponibilità della natura non ci basta, perché noi non siamo solo quello che mangiamo, beviamo e respiriamo. Siamo creature uniche fra tutte, perché portiamo in noi l’immagine di Dio, che è relazione di vita, d’amore e di salvezza”.
Attraverso una poesia di Salvatore Quasimodo il papa ha invitato ad aprire gli occhi: “Se tendiamo l’orecchio e apriamo gli occhi, il creato ci ricorda che non siamo soli: il mondo è fatto di legami tra tutte le cose, tra gli elementi e i viventi. Eppure, per quanto continuiamo a respirare l’aria pronta per noi, restiamo affannati; per quanto mangiamo cibo, anche se buono, non ci sazia e l’acqua non disseta. La disponibilità della natura non ci basta, perché noi non siamo solo quello che mangiamo, beviamo e respiriamo. Siamo creature uniche fra tutte, perché portiamo in noi l’immagine di Dio, che è relazione di vita, d’amore e di salvezza”.
Con Gesù il mondo si colora: “Allora un mondo grigio e anonimo diventa un luogo ospitale, a misura d’uomo, proprio perché abitato da Dio. Sono contento che nei vostri ambienti sperimentiate relazioni autentiche: quello che vivete nelle parrocchie romane, in oratorio, e nelle associazioni, non potete tenerlo per voi!”
E’ un invito ad agire con letizia: “Non aspettatevi che il mondo vi accolga a braccia aperte: la pubblicità, che deve vendere qualcosa da consumare, ha più audience della testimonianza, che vuole costruire amicizie sincere. Agite dunque con letizia e tenacia, sapendo che per cambiare la società occorre anzitutto cambiare noi stessi. E voi già mi avete mostrato che siete capaci di cambiare voi stessi e di costruire questi rapporti di amicizia. Così possiamo cambiare il mondo, così possiamo costruire un mondo di pace!”
Con una poesia di Clemente Rebora il papa ha affrontato la santità: “Mi avete chiesto che cosa desidero per voi: nelle mie preghiere, chiedo per ciascuno una vita buona e vera, secondo la volontà di Dio. In breve, spero per tutti una vita santa. Qui vi dico una cosa: sapete che la parola ‘santa’ ha la stessa radice della parola ‘sana’ e che se veramente vogliamo essere santi, bisogna cominciare con una vita sana e bisogna aiutarci, gli uni gli altri, a cercare come evitare quelle cose come, purtroppo, le dipendenze: tante situazioni in cui vivono i giovani”.
Ed ecco la testimonianza: “Noi siamo testimonianza, gli amici veri quelli che accompagnano, quelli che possono veramente offrire una vita sana, perché tutti siamo santi. E questo dipende anche da voi. Non abbiate paura di accettare questa responsabilità. Niente di meno desidero, perché vi voglio bene: vive davvero, infatti, chi vive con Dio, autore e salvatore della vita. Ecco come possiamo essere tutti santi in questa vita! Il Signore rende buona la vita non insegnando astratti ideali, ma dando la vita per noi”.
La testimonianza si trasforma in ‘raggio di luce’: “Il raggio di luce che ci trafigge si vede e si sente! E’ un amore vero, perché fedele e senza tornaconto. E’ un amore che conosce il nostro cuore e lo libera dalla paura. E la pace è il frutto che l’amore di Dio coltiva in noi: gustandolo, lo possiamo condividere attraverso la dedizione a chi non si sente amato, a quei piccoli che hanno più bisogno di attenzione, a chi attende da noi un gesto di perdono. Carissimi giovani, il vostro impegno nella società e nella politica, in famiglia, nella scuola e nella Chiesa parta dal cuore, e sarà fruttuoso. Parta da Dio, e sarà santo”.
In questo senso la preghiera è essenziale: “Anzitutto pregare. E’ questo l’atto più concreto che il cristiano fa per il bene di chi gli è accanto, di sé e del mondo intero. Pregare è atto di libertà, che spezza le catene della noia, dell’orgoglio e dell’indifferenza. Per infiammare il mondo occorre un cuore ardente! E il fuoco lo accende Dio quando preghiamo, specialmente quando lo riceviamo e lo adoriamo nell’Eucaristia, quando lo incontriamo nel Vangelo, quando lo cantiamo nei Salmi. Così Lui ci rende capaci di essere luce del mondo e sale della terra”.
Per questo ha invitato a guardare alla Madre di Dio ed ai santi: “Ci vuole coraggio per testimoniare oggi questa gioia! Ci vuole ardore per amare come il Signore ci ha amati, eppure è esattamente questo che ci fa ‘smettere di temporeggiare e vivere davvero’, come avete detto. Non si tratta di compiere sforzi sovrumani, e neppure di fare ogni tanto qualche opera di carità: si tratta di vivere come uomini e donne che hanno Cristo nel cuore, lo ascoltano come Maestro e lo seguono come Pastore”.
Per questo motivo i santi sono liberi: “Guardiamo ai santi: come sono liberi! Insieme con loro, andiamo avanti nel cammino, ben sapendo che il vero bene della vita non si può comprare con denaro né conquistare con le armi, ma si può donare, semplicemente, perché a tutti Dio lo dona con amore”.
(Foto: Santa Sede)
Pasqua: Cristo è risorto! Alleluia
Pasqua di risurrezione! La luce del Signore risorto illumini la nostra vita. La Liturgia oggi presenta alla Chiesa questo messaggio di vita: la luce del Risorto annuncia Vita e Amore. Tre donne, di buon mattino, l’indomani del sabato, si avviano per prendersi cura del corpo di Gesù. Lo amano anche da morto; è il loro Maestro e scoprono che il tempo dell’amore è più lungo del tempo della vita.
Arrivano alla sepoltura ma li attende la più grande sorpresa: ‘Guardando videro che il grande masso era stato spostato’. Da qui il loro stupore e paura; entrano e si fa loro incontro un giovane (si rivela poi un Angelo) che annuncia loro la più bella notizia: ‘Gesù, che avete visto crocifisso, è risorto’, non è più qui: Egli, Gesù è il Vivente. Andate e dite ai suoi discepoli che ‘vi precede in Galilea’.
La risurrezione di Gesù è il sigillo divino su quanto Gesù ha detto e fatto. Se Cristo, in realtà, non fosse risorto, vana sarebbe stata la nostra fede e l’attesa cristiana; ma poiché Cristo è risorto ha valore il nostro Battesimo, che ci inserisce a Lui e la nostra vita si rivela un cammino verso il cielo. La giornata di questa prima Pasqua cristiana era sorta al buio, in chiave di costernazione e dolore.
Il Maestro, nel quale gli apostoli e i discepoli avevano creduto, era stato crocifisso, l’avevano visto morire in croce e una pietra tombale aveva chiuso la sua sepoltura. Picchetti armati di soldati romani ed ebrei erano stati posti a custodia con l’ordine di custodirne per tre giorni la sepoltura.
La mattina del terzo giorno queste pie donne si recano al sepolcro per ungere con unguenti il corpo del Maestro e, appena arrivate, avvertono confusamente di essere i testimoni di un evento che ha cambiato la storia dell’uomo: la tomba è vuota, il corpo di Gesù crocifisso non c’è, il sudario, ripiegato, è messo da parte.
Le donne, di corsa, ritornano, raccontano agli Apostoli l’esperienza vissuta; Pietro e Giovanni si recano subito al sepolcro. Nessuno ha visto Gesù risorgere; è un evento che non si può testimoniare con una esperienza personale. Oggi la Chiesa ci fa rivivere l’evento e quella sepoltura dove si erano recate le pie donne per ungere il corpo del Maestro; un giovane messaggero annuncia loro la inaspettata notizia: ‘Gesù, che avete visto crocifisso, è risorto’. Le donne avrebbero dovuto gioire e invece ammutoliscono.
Il giovane le incalza: ‘non è qui’, lui c’è, vive, ma non è qui; Egli è il Vivente e vi precede in Galilea. Dopo l’annuncio la conferma ufficiale: lo stesso Gesù, in persona, si incontra con Maria, che piange vicino la tomba; Gesù inoltre va a trovare i suoi apostoli, chiusi nel Cenacolo per paura dei giudei, e li saluta: pace a voi; lo stesso Gesù incontra due dei suoi discepoli, che tristi se ne andavano verso Emmaus, si fa loro compagno di viaggio e si fa riconoscere nello spezzare il pane.
Per gli Apostoli la risurrezione di Gesù è stata una totale sorpresa, anche se Egli aveva detto: ‘Il figlio dell’uomo il terzo giorno risusciterà’. Io sono la risurrezione e la vita, aveva chiaramente detto ai Suoi e ne aveva dato prova risuscitando Lazzaro, seppellito da quattro giorni.
Gesù risorge per non morire più; vincitore della morte, tranquillizza i suoi, preoccupati di vedere un fantasma, dicendo: avvicinatevi, sono proprio io; evidenzia inoltre la nuova dimensione del Risorto: ‘Esce ed entra a porte chiuse’ e può vederlo e riconoscerlo solo la persona a cui egli vuole rivelarsi: gli Apostoli, i Discepoli e quanti sono chiamati a testimoniare davanti ai popoli la verità fondamentale del cristianesimo: Cristo è veramente risorto!
Tutte le obiezioni si infrangono davanti al sepolcro vuoto e alle guardie che facevano la guardia. Avevano alcuni detto: mentre le guardie dormivano, hanno rubato il corpo stupida osservazione: se dormivate, come avete visto rubare il corpo?, se eravate svegli, perché non l’avete impedito? Cristo risorto ha consolidato la fede degli Apostoli, ha fatto rinascere in essi la speranza vera, basata sulla sua parola rassicurante: ‘E’ arrivato in mezzo a voi il Regno di Dio’.
La Chiesa annuncia oggi il Vangelo della vita con la forza di colui che ha vinto la morte. Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello, canta la liturgia, ma il Signore della vita ora trionfa, ora è vivo. Questa gioia la Chiesa la condivide con Maria, la Madre del Risorto: ‘Regina coeli, laetare, alleluia’. A tutti un augurio vivo di buona e santa Pasqua.
Quarta Domenica di Quaresima: il volto di Dio è mistero di amore infinito
Il più bel romanzo di amore lo ha scritto Dio; non è un romanzo inventato, frutto di fantasia ma è la sua stessa vita divina. I capitoli di questo romanzo li trovi scritti nella Bibbia: Parola di Dio; li puoi scoprire tu stesso, se sai leggere nell’intimo del cuore. L’opera divina è solo storia di amore infinito; solo l’uomo, abusando della sua libertà, è capace di opporsi a questo amore con la logica terribile di rimanervi privo. Questa è la domenica ‘lastre’, della gioia. La liturgia inizia: ‘Rallegrati, Gerusalemme!’
Motivo della gioia è l’amore di Dio verso l’uomo. La liturgia ci invita alla gioia perché Dio, nella persona di Cristo Gesù, è venuto non per condannare il mondo ma per salvarlo. Possiamo realizzare la vera gioia se, come dice Gesù a Nicodemo, rinasciamo ad una vita nuova, quella portata nel mondo da Gesù: ‘in Lui era la vita’. Rinasciamo allora in Cristo: Dio ci ha donato la vita eterna e questa vita è nel Figlio.
Il segno evidente ce lo indica il Vangelo: Come Mosè innalzò nel deserto il serpente, su comando del Signore, e chi, morso dal serpente, lo guardava, guariva, così chiunque, morso dal peccato, guarda Cristo in croce, sarà guarito e avrà la vita eterna; chi scegli il Figlio avrà la vita, chi si allontana dal Figlio non vivrà in eterno.. Cristo Gesù muore in croce per amore dell’uomo, per salvare l’uomo. L’amore di Dio è potenza di vita nuova; è luce che rischiara le tenebre.
Questo amore gratuito di Dio raggiunge l’apice con la passione, morte e risurrezione di Gesù; esso si contrappone all’agire dell’uomo, che preferisce la morte alla vita, le tenebre alla luce, il peccato alla grazia. Il nostro cammino quaresimale ci spinge ogni giorno e scoprire l’amore grande e misericordioso di Dio. Purtroppo, evidenzia il vangelo: ‘La luce è venuta nel mondo ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce’.
Questa domenica è detta ‘lastre’, domenica della gioia perché evidenzia l’amore concreto di Dio; esso è una forza vitale, un fuoco sempre acceso che genera, dà origine da tutta l’eternità al mistero della SS. Trinità. Dio infatti è una realtà dinamica che pensa ed ama dando origine così, da quando Dio è Dio, alle tre divine Persone; Il grande Dante poeticamente canta: ‘Fecimi la Divina Potestate, la Somma Sapienza e il Primo Amore’.
La storia della salvezza contiene tra capitoli principali: a) la creazione dell’uomo a immagine di Dio; b) la redenzione operata da Cristo Gesù, Figlio di Dio; c) la storia della Chiesa, guidata dallo Spirito santo: una storia che dura da quando l’uomo è uomo. A) La creazione: Dio amando crea e creando ama. L’uomo poi è la sintesi mirabile di tutta l’opera creativa perché in lui converge la materia e lo spirito; un corpo dove tutto è perfezione ed armonia e un’anima spirituale che pensa ed ama. L’uomo è all’apice dell’opera creativa di Dio.
B) La redenzione: l’uomo con il peccato si allontana da Dio, ma Dio non abbandona l’uomo; l’uomo rompe il dialogo con Dio, ma Dio riapre questo dialogo con il quale l’uomo ha sperimentato l’amarezza per i suoi limiti, il suo orgoglio e il suo egoismo. L’amore di Gesù per l’uomo è forte, virile, tenero e costante. Amore misericordioso che arriva alla prova suprema: dare la vita per salvare questo uomo. Ed il Verbo si fece carne e si offre al Padre come sacerdote e vittima. Chi vince in fine è sempre l’amore di Dio anche se l’uomo talvolta rimpiange le cipolle di Egitto.
C) La terza tappa dell’amore di Dio è la presenza dello Spirito Santo a guida della Chiesa. Gesù aveva assicurato alla sua Chiesa: ‘Non vi lascerò orfani’ e mantiene la promessa nella pentecoste. La quaresima deve dunque segnare per il credente questo processo di ripresa spirituale e di risposta concreta all’amore di Dio. La croce non può e non deve far paura, né deve portare ad uno sterile lamento ma ad una vera ed autentica presa di coscienza.
La croce, che era apparsa la vittoria dell’uomo su Dio, diventa la vittoria di Dio sul peccato, su l’uomo peccatore. Dio continua a bussare alla mia porta, alla tua porta perché Gesù ha pagato per me, per te e ci vuole bene. Dove non arriva la tua immaginazione, arriva il suo amore misericordioso. La Pasqua di questo anno 2024 sia veramente Pasqua di risurrezione e di vita.
IV domenica di Quaresima: Dio, Padre della misericordia
Questa è la domenica ‘laetare’, domenica della gioia, perché ci fa scoprire l’amore misericordioso di Dio, vero Padre che si prende cura di ciascuno di noi. Davanti a Dio, al Padre nostro, non ci sono figli buoni e figli cattivi, ma ci sono figli, che Dio ama e come ha liberato il popolo d’Israele dalla schiavitù e l’ha condotto nella Terra promessa, così ama ciascuno di noi per il quale il Verbo eterno si è incarnato, ha accettato la passione e morte e, prima della passione, ci ha lasciato l’Eucaristia, il farmaco dell’immortalità.
Avvento: 3^ Domenica della gioia
‘Rallegrati, figlia di Sion…’: così si esprime il profeta Sofonia, mentre l’apostolo Paolo esorta: ‘Fratelli, siate sempre lieti nel Signore!’; questa è la terza domenica detta ‘Laetare!’, domenica della gioia. Siamo ormai vicini al Natale, quando ricorderemo la venuta storica di Gesù, vero Dio e vero uomo, la sua nascita a Betlemme di Giudea.
Mons. Delpini: la nostra Chiesa sia unita, libera e lieta
“In questo tempo di prova e di grazia la proposta pastorale intende convocare la comunità cristiana perché non si sottragga alla missione di essere un segno che aiuta la fede e la speranza, proponendo il volto di una Chiesa unita, libera e lieta come la vuole il nostro Signore e Maestro Gesù, che è vivo, presente in mezzo a noi come l’unico pastore e che vogliamo seguire fino alla fine, fino a vedere Dio così come egli è”: così inizia la lettera pastorale, intitolata ‘Unita, libera, lieta. La grazia e la responsabilità di essere Chiesa’ di mons. Mario Delpini, presentata nella solennità della Natività della Beata Vergine Maria.
La Chiesa di Grosseto e di Pitigliano-Sovana-Orbetello affidata a mons. Roncari
Pasqua: Cristo è risorto, Alleluia!
La luce del Signore risorto illumini la nostra vita! questo è il messaggio di Pasqua che la Chiesa in questo anno 2021 presenta ai suoi figli. Cristo Gesù è luce e il messaggio del Risorto annuncia Vita e Amore. Si esce dal tunnel del buio della notte quando si intravede la luce; ma la Luce vera è Cristo crocifisso per noi e risorto; chi si innesta a Lui con la Fede e l’Amore ha la Vita.
Mons. Delpini: Quaresima è tempo di impegno per il bene comune
Anche nell’arcidiocesi ambrosiana è iniziato il periodo quaresimale con mons. Mario Delpini che ha presieduto la Messa con il Rito dell’imposizione delle ceneri, definendola come ‘qualcosa di singolare e di straordinario’: “Siccome prevedibilmente più complicata, noi dovremmo essere più semplici; siccome possiamo immaginare che non si possano fare molte cose, che eravamo abituati a fare, dovremmo fare bene, meglio, più intensamente e in profondità, quello che sempre la Quaresima ci chiede: il silenzio, la sobrietà, lo sguardo rivolto al Cristo crocifisso. Entriamo con volonterosa letizia in questo tempo e disponiamoci a ricevere le ceneri come segno di vita nuova”.





























