Tag Archives: Laicità
Il presidente della Repubblica Italiana: Vittorio Bachelet uomo del dialogo
“Nel centesimo anniversario della nascita di Vittorio Bachelet, la Repubblica rende omaggio alla sua memoria e al lascito del suo impegno civico e del suo apporto culturale. Vittorio Bachelet, giurista di alto valore, ha saputo coniugare la dedizione per la conoscenza e la ricerca con un’attiva partecipazione sociale e con esperienze di grande impegno dapprima nella Federazione Universitaria Cattolica Italiana e in seguito nell’Azione Cattolica”: è l’inizio del messaggio del presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, inviato al convegno dell’Azione Cattolica Italiana per ricordare Vittorio Bachelet a 100 anni dalla nascita, inaugurato oggi a Roma nell’Aula Magna dell’Università La Sapienza alla presenza del presidente della Repubblica, assassinato dalle Brigate Rosse il 12 febbraio 1980, dal titolo ‘Bachelet: uomo del presente, costruttore di futuro. L’impegno civile ed ecclesiale di Vittorio: seme di speranza a 100 anni dalla sua nascita”.
Nel messaggio il presidente della Repubblica Italiana ha sottolineato il metodo del presidente dell’Azione Cattolica Italiana: “Quello di Vittorio Bachelet è stato un metodo improntato sul confronto e sulla conciliazione, non facile da attuare negli anni in cui ha operato, contrassegnati da conflittualità e violenze. Ha interpretato i ruoli ricoperti nelle istituzioni e nell’associazionismo in linea con gli ideali di democrazia e pluralismo che lo hanno accompagnato nella sua vita”.
In tutti i ‘ruoli’ a cui è stato chiamato è stato sempre un uomo aperto al dialogo: “Nel dialogo Bachelet ha sempre visto una preziosa fonte di arricchimento collettivo, nonché uno strumento essenziale per la tutela del bene comune. Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, ha fortemente operato perché fosse l’ordinamento democratico a sconfiggere la minaccia recata dal terrorismo alla convivenza civile del Paese, senza cedimenti a misure straordinarie, facendo leva sui principi costituzionali che reggono la funzione giurisdizionale.
Presidente dell’Azione Cattolica, Bachelet si adoperò per far emergere l’importanza dell’apporto dei laici alle attività della Chiesa, in conformità agli orientamenti del Concilio Vaticano II”.
Infine ha ricordato il vile assassinio delle Brigate Rosse: “Fu vilmente assassinato il 12 febbraio del 1980 all’Università di Roma ‘La Sapienza’, al termine di una lezione, nella preziosa attività di docente con cui aveva formato generazioni di studenti che hanno avuto il privilegio di essere depositari dei suoi insegnamenti, nella convinzione che la cultura fosse mezzo efficace per sconfiggere ogni forma di sopraffazione e protervia. La Repubblica è grata a Vittorio Bachelet per la sua opera e il suo esempio”.
Tali parole sono state riprese dal presidente nazionale di Azione Cattolica, prof. Giuseppe Notarstefano, che ha ringraziato il presidente Mattarella: “La Sua voce autorevole si conferma sempre come un richiamo prezioso al dialogo civile e istituzionale. Lo è ancor di più in questo tempo difficile, attraversato da numerose e differenti tensioni che provocano sempre più spesso polarizzazioni ed alimentano contrapposizioni tra forze sociali che, rifiutando di fatto un possibile pluralismo, si trasformano in fattori di scontro e di divisione all’interno della vita delle società e, nella relazione tra Paesi, sfociano sempre meno di rado nel dramma della guerra”.
Dopo i ringraziamenti ha sottolineato il significato di questo convegno: “Abbiamo pensato questo 46^ Convegno come un itinerario della memoria, un’opportunità per rileggere l’attualità della testimonianza di Vittorio Bachelet in senso globale e integrale. Vogliamo ricordare in primo luogo il suo essere un uomo di fede gioioso che ha abitato il tempo del servizio, sia a livello ecclesiale che politico e sociale, con gratuità e generosità, divenendo sempre un tessitore di legami e amicizie significative”.
Insomma Vittorio Bachelet è stato un credente impegnato: “Non è possibile separare il suo essere credente, impegnato a livello ecclesiale e civile, dal suo essere studioso e docente di discipline giuridiche, e non in ultimo anche uomo delle istituzioni e servitore della Costituzione in una fase delicata della vita della Repubblica”.
Uomo impegnato capace di comprendere la complessità della società: “Nell’intelligenza di una sintesi ricercata sempre in profondità, Vittorio maturò una formidabile consapevolezza della complessità della società contemporanea ed ebbe una visione organica della vita sociale, riconoscendo il valore del dialogo come strumento alto di mediazione e composizione degli inevitabili conflitti che affiorano nella vita democratica, soprattutto di fronte a questioni sfidanti che richiedono anche la necessità di uno studio approfondito oltre che di una ricerca delle ragioni possibili disseminate nelle diverse espressioni e posizioni”.
Una scelta democratica che si è realizzata nella consapevolezza dei ‘doveri’: “L’impegno nelle istituzioni e la partecipazione alla vita civile, per Bachelet, prendono forma dalla serietà nel compiere i propri doveri, dallo studio che fornisce competenze e dal rigore nell’esercizio della propria professione, elementi che si coniugano con l’importanza di riconoscere in ogni contesto il primato della persona e del suo libero esprimersi e associarsi in formazioni sociali”.
Doveri maturati attraverso l’ascolto ed il dialogo: “Ascolto e dialogo diventano così le coordinate irrinunciabili per una vita democratica densa e vitale e disegnano il perimetro di uno spazio pubblico inclusivo in cui la ricerca del Bene Comune assume la forma esigente di un esercizio di riconoscimento delle istanze e dei valori di cui ogni persona è portatrice”.
Quindi memoria ha il significato della gratitudine: “Fare memoria della figura luminosa di Vittorio Bachelet, per l’Azione Cattolica Italiana tutta, vuol dire in particolare rinnovare ed esprimere l’immensa gratitudine verso il processo di rinnovamento da lui guidato con determinazione e mitezza. Una lunga fase di revisione organizzativa e sostanziale, vissuta come tempo di ricezione concreta delle istanze conciliari e che ha restituito la vita associativa, nella sua unitarietà, al primato dell’evangelizzazione, incoraggiando un più intenso impegno educativo e culturale che dona fondamento e forma al servizio, all’edificazione della vita di tutta la comunità cristiana e alla sua testimonianza quotidiana di una vita fraterna”.
Gratitudine soprattutto per la scelta religiosa nella vita democratica: “Con lo statuto del 1969 si compie anche quella scelta democratica che imprime un nuovo dinamismo interno alla vita associativa, incoraggiandola ad essere più generativa e più condivisa allo stesso tempo, divenendo nel tempo una palestra di sinodalità e un laboratorio di vita democratica, tratti ancora oggi fondativi e riconosciuti all’esperienza attuale dell’associazione.
In tale prospettiva si colloca anche la scelta religiosa dell’Azione cattolica in quegli anni, una scelta di cui oggi ci sentiamo pienamente eredi e che riteniamo di una straordinaria attualità: è essa una scelta evangelica di ricerca di ciò che essenziale, che per ogni cristiano si traduce in un esigente lavoro di formazione spirituale e culturale, da condividere dentro l’esperienza di legami comunitari in cui esercitarsi al confronto e alla mediazione, per maturare uno stile di servizio generoso e appassionato nei diversi ambiti della vita ordinaria, senza escluderne nessuno, ma imparando ad abitarli tutti, per vivere con tutti e per tutti”.
Anche il prof. Matteo Truffelli, presidente dell’Istituto ‘Vittorio Bachelet’ ha richiamato la sua eredità civile e spirituale: “n tutte le dimensioni della sua esistenza Bachelet volle e seppesempre farsi portatore di speranza, con coraggio e con mitezza. O, potremmo anche dire, con il coraggio della mitezza. Come ebbe modo di dire il giorno dopo il suo barbaro assassinio l’amico fraterno di una vita”.
Ripetendo una frase di Alfredo Carlo Moro, fratello di Aldo Moro (anche egli trucidato dalle Brigate Rosse, il prof. Truffelli ha evidenziato il suo senso per la democrazia: “In Bachelet, infatti, la mitezza (e il coraggio che la mitezza richiede per essere praticata) si rivela come il modo più adeguato di coltivare il senso autentico della democrazia e difenderne i delicati meccanismi”.
Senso democratico coltivato con mitezza, che non è resa: “Mitezza non come ‘resa’, ma come ricerca costante del confronto, come rifiuto radicale della logica della prepotenza, e dunque come forma di lotta coerente contro ogni arroganza, ogni prevaricazione, ogni violenza. Come espressione, dunque, di responsabilità autentica nei confronti del bene comune. Una responsabilità che Vittorio pensò e visse sempre come responsabilità personale, ma anche come responsabilità collettiva, condivisa da tutte le cittadine e i cittadini”.
Mitezza portata avanti con coraggio: “Ed infine mitezza come forma di coraggio. Il coraggio che occorre per credere veramente e fino in fondo nelle persone, per avere fiducia nell’umanità, e il coraggio che occorre per credere veramente e fino in fondo nella democrazia, nelle sue forme e nelle sue istituzioni, al punto da mettere in gioco la propria vita, come fece Vittorio”.
Tre parole fondamentali ancora oggi: “Mitezza, coraggio e responsabilità possono essere considerate,dunque, il cuore della lezione civile che Bachelet ci consegna. Così come rappresentano anche, con tutta evidenza, tratti caratteristici del suo operato in tutti questi anni, Signor Presidente”.
(Foto: Azione Cattolica Italiana)
Papa Leone XIV ai politici cattolici: una sana laicità per il dialogo interreligioso
“Promuovere il dialogo tra le culture e le religioni è un obiettivo qualificante per un politico di ispirazione cristiana, e grazie a Dio non mancano personalità che hanno dato buona testimonianza in questo senso. Essere uomini e donne di dialogo significa rimanere ben radicati nel Vangelo e nei valori che ne promanano e, nello stesso tempo, coltivare l’apertura, l’ascolto, il confronto con quanti provengono da altre ispirazioni, ponendo sempre al centro la persona umana, la sua dignità e la sua costituzione relazionale e comunitaria”: questa mattina papa Leone XIV ha ricevuto in udienza i membri del ‘Working Group on Intercultural and Interreligious Dialogue’, organismo del Parlamento europeo, ribadendo l’importanza del dialogo promosso dai politici di ispirazione cristiana.
Per il papa tale ‘lavoro’ significa riconoscere il valore della religione: “Lavorare per il dialogo interreligioso comporta, di per sé, riconoscere che la religione è un valore sia a livello personale sia in ambito sociale. La parola stessa religione contiene il riferimento al legame quale elemento originario dell’umano. Perciò la dimensione religiosa, quando è autentica e ben coltivata, conferisce qualità ai rapporti interpersonali e aiuta molto a formare le persone a vivere in comunità e nella società. E quanto è importante oggi dare valore e significato ai rapporti umani!”
E’ stato un richiamo alla laicità, ricordando l’esempio di De Gasperi, Adenauer e Schumann: “Le istituzioni europee hanno bisogno di persone che sappiano vivere una sana laicità, cioè uno stile di pensiero e di azione che affermi la valenza della religione preservando la distinzione (non separazione né confusione) rispetto all’ambito politico. Anche su questo, più delle parole, vale l’esempio di Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi”.
Inoltre per la ricorrenza della LX Giornata perle Comunicazioni Sociali che in molti Paesi si celebra il 17 maggio del prossimo anno, solennità dell’Ascensione, papa Leone XIV ha scelto di sottolineare l’importanza di salvaguardare ‘le capacità unicamente umane di empatia, etica e responsabilità morale’ davanti a tecnologie come l’Intelligenza Artificiale con il tema ‘Custodire voci e volti umani’:
“Negli ecosistemi comunicativi odierni, la tecnologia influenza le interazioni in modo mai conosciuto prima, dagli algoritmi che selezionano i contenuti nei feed di notizie fino all’intelligenza artificiale che redige interi testi e conversazioni. Il genere umano ha oggi possibilità impensabili solo pochi anni fa”.
Però si sottolinea che tali strumenti non possono sostituire il ‘giudizio’ umano: “Ma sebbene questi strumenti offrano efficienza e ampia portata, non possono sostituire le capacità unicamente umane di empatia, etica e responsabilità morale. La comunicazione pubblica richiede giudizio umano, non solo schemi di dati. La sfida è garantire che sia l’umanità a restare l’agente guida. Il futuro della comunicazione deve assicurare che le macchine siano strumenti al servizio e al collegamento della vita umana, e non forze che erodono la voce umana”.
Ciò comporta opportunità, ma anche rischi: “Abbiamo grandi opportunità. Allo stesso tempo, i rischi sono reali. L’intelligenza artificiale può generare contenuti accattivanti ma fuorvianti, manipolatori e dannosi, replicare pregiudizi e stereotipi presenti nei dati di addestramento, e amplificare la disinformazione simulando voci e volti umani.
Può anche invadere la privacy e l’intimità delle persone senza il loro consenso. Un’eccessiva dipendenza dall’IA indebolisce il pensiero critico e le capacità creative, mentre il controllo monopolistico di questi sistemi solleva preoccupazioni circa la centralizzazione del potere e le disuguaglianze”.
Per questo è necessario un’educazione all’uso dell’Intelligenza Artificiale: “E’ sempre più urgente introdurre nei sistemi educativi l’alfabetizzazione mediatica, alla quale si aggiunge anche l’alfabetizzazione nel campo di IA (MAIL ovvero Media and Artificial Intelligence Literacy). Come cattolici possiamo e dobbiamo dare il nostro contributo, affinché le persone (soprattutto i giovani) acquisiscano la capacità di pensiero critico e crescano nella libertà dello spirito”.
(Foto: Santa Sede)
I giovani di Azione Cattolica al giubileo con Piergiorgio Frassati
“Il brano del Vangelo che abbiamo ascoltato ci mette di fronte ad un aspetto singolare della vita di Gesù che suscita stupore e lascia perplessi. Come è possibile che proprio i suoi conterranei non riconoscano il Messia vedendo quello che diceva e faceva? Non solo. Si chiedono come sia possibile che uno di loro di cui conoscono bene la famiglia possa agire in modo così straordinario. Una tale asimmetria tra la conoscenza abituale e l’eccezionalità di quanto Gesù compie diventa addirittura motivo di scandalo. Gesù non si meraviglia più di tanto e rispetta anche questa sensibilità dei suoi concittadini ricordando un antico detto sapienziale che vede i profeti sempre poco compresi proprio nel loro ambiente”.
Con queste parole pronunciate dall’assistente ecclesiastico generale dell’Azione Cattolica Italiana, mons. Claudio Giuliodori, nella celebrazione eucaristica di ieri, si sono concluse le catechesi organizzate in collaborazione con il Servizio Nazionale di Pastorale Giovanile, durante il giubileo dei giovani con la presenza di circa 3000 giovani.
Nell’omelia l’assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e presidente della Commissione episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università della Cei, ha incentrato la riflessione sul beato Piergiorgio Frassati, che sarà canonizzato domenica 7 settembre: “Questa vicenda evangelica è illuminante anche per comprendere un aspetto della figura del beato Frassati di cui tutti percepivano la straordinarietà di vita, senza riuscire però a cogliere fino in fondo la profondità della sua esperienza spirituale e il suo cammino di progressiva santificazione”.
Riprendendo alcune lettere scritte agli amici ed ai familiare mons. Giuliodori ha evidenziato la sua fede: “Sappiamo che anche i suoi familiari, pur cogliendo la particolare sensibilità religiosa di Pier Giorgio, non avevano compreso quale ricchezza spirituale si nascondesse in quella vita apparentemente così normale, vivace e piena di interessi. Anche il padre, intellettuale di primo piano e uomo di grande levatura culturale, sociale e politica, non potrà che ammettere onestamente di aver compreso ben poco di quel suo figlio che pur vivendo a pieno nella Torino borghese del suo tempo, aveva il cuore e la mente rivolte alle cose alte di Dio e alle realtà più povere e umili dove cercava e sapeva di incontrare il volto di Cristo”.
Insomma il beato torinese è stato un ‘normale straordinario’: “Questa ‘straordinaria normalità’ che caratterizza la vita di Frassati ce lo fa sentire particolarmente vicino… La canonizzazione di Pier Giorgio Frassati e di Carlo Acutis che avremo la gioia di vivere il prossimo 7 settembre, ci consente di riscoprire la preziosa testimonianza e la grande attualità di questi due giovani, differenti per età, periodo storico e contesto socio-culturale, ma accomunati dall’essere riconosciuti dalla Chiesa come modelli di vita cristiana. In particolare, ora siamo qui nel contesto del Giubileo dei Giovani e abbiamo la fortuna di poter avere in mezzo a noi il corpo di Pier Giorgio. Per questo dono siamo grati alla Chiesa di Torino e alla famiglia”.
Il giovane Frassati è stato innanzitutto un giovane che ha vissuto con impegno ed entusiasmo il proprio tempo: “Caro Piergiorgio, il tempo in cui tu hai vissuto non era certamente migliore di quello odierno, differenze sociali, tensioni politiche, scenari in rapida trasformazione negli anni che dal dramma della prima guerra mondiale conducono al secondo e ancor più devastante conflitto. La tua sensibilità spirituale non ti ha allontanato dall’agone socio-politico, anzi ti ha reso ancora più attento e partecipe delle vicende umane dei lavoratori e dei processi culturali del tuo tempo, portandoti a condividere percorsi associativi e anche a prese di posizione forti e spesso controcorrente”.
Ed ha concluso l’omelia con una preghiera per non restare semplici ‘spettatori’: “Aiutaci a non contrapporre vita spirituale e impegno sociale, cammino di fede e passione per il bene comune, ricerca della santità e costruzione concreta di percorsi di pace e di giustizia. Ti preghiamo, aiutaci a non rimanere spettatori inerti davanti ad un mondo che sembra andare in frantumi per il radicalizzarsi e ampliarsi dei conflitti”.
La ‘settimana’ giubilare dei giovani dell’Azione Cattolica si era aperta martedì 29 luglio con la presentazione del libro ‘Di Santa ragione. Con Frassati in cammino verso l’Alto’, scritto da Emanuela Gitto e Lorenzo Zardi (vice presidenti per il settore Giovani di Ac), e da don Michele Martinelli (assistente centrale per il settore Giovani), alla libreria San Paolo, con la presenza del card. Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle cause dei santi, moderata dalla giornalista Annachiara Valle.
Per il card. Semeraro l’importanza di questa canonizzazione è tutta nell’essere stato un fedele laico, citando Giuseppe Lazzati: “Questo serve oggi alla Chiesa. Ed anche a noi preti… Non posso, allora, non citare Giuseppe Lazzati, il quale proprio in questa luce guardò a Pier Giorgio Frassati ricordandolo il 5 aprile 1975, a cinquant’anni dalla morte. Visse (così egli disse) in un periodo per la Chiesa difficile ‘anche per la maturazione di un laicato percorso da un autentico amore di Chiesa, ma diviso nel modo di esattamente definire il proprio ruolo peculiare’.
Per Frassati, questo ruolo (lo si deduce dai suoi progetti di vita) altro non era che contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo, manifestando Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della sua stessa vita e con il fulgore della sua fede, della sua speranza e carità”.
Per tale ragione la canonizzazione del beato Frassati può essere una ‘nuova primavera’ per la Chiesa, ha concluso il card. Semeraro: “In questo senso la canonizzazione di Frassati è davvero un segno per tutta la Chiesa, una nuova primavera da vivere con gioia e rinnovata speranza. Frassati ha accostato la ragione alla fede, ha messo insieme allegria e impegno, ha rinnovato l’amicizia con i suoi coetanei non dimenticando la contemplazione e l’adorazione al Santissimo, ha creduto alla politica come la più alta forma di carità. E si è speso per i poveri, gli ultimi, nel silenzio della sua vita ordinaria. Un santo che oggi serve più che mai a tutta la Chiesa. Un santo ‘laico’ di tutti i giorni, della prossimità e della speranza. Un santo ordinario e per questo sicuramente straordinario”.
(Foto: Azione Cattolica Italiana)
Papa Francesco ad Ajaccio con l’invito a riscoprire la pietà popolare
“Le terre bagnate dal mar Mediterraneo sono entrate nella storia e sono state la culla di molte civiltà che hanno raggiunto un notevole sviluppo. Ricordiamo, in particolare, quella greco-romana e quella giudeo-cristiana, che attestano la rilevanza culturale, religiosa, storica di questo grande ‘lago’ in mezzo a tre continenti, di questo mare unico al mondo che è il Mediterraneo”: questa mattina papa Francesco ad Ajaccio ha partecipato alla sessione conclusiva del convegno ‘La Religiosité Populaire en Mediterranée’ sulla pietà popolare e della spiritualità nel Mediterraneo.
Quindi ha sottolineato che nel Mediterraneo sono sorte le culture che hanno dato origine al pensiero greco e latino: “Non possiamo dimenticare che nella letteratura classica, quella greca e quella latina, spesso il Mediterraneo è stato lo scenario ideale per la nascita di miti, racconti e leggende. Come pure il fatto che il pensiero filosofico e le arti, insieme con le tecniche di navigazione, permisero alle civiltà del Mare nostrum di sviluppare una cultura elevata, di aprire vie di comunicazione, di costruire infrastrutture e acquedotti e, ancor più, sistemi giuridici e istituzioni di notevole complessità, i cui principi di base sono ancora oggi validi e attuali”.
Da questi luoghi è sorta anche l’esperienza religiosa: “Tra il Mediterraneo e il vicino Oriente, ha avuto origine una esperienza religiosa del tutto particolare, legata al Dio di Israele, che si rivela all’umanità e inizia un incessante dialogo con il suo popolo, culminando nella presenza singolare di Gesù, il Figlio di Dio. È Lui che ha fatto conoscere in modo definitivo il volto del Padre, Padre suo e nostro, e che ha portato a compimento l’Alleanza tra Dio e l’umanità”.
Ed ha ribadito che è un grave errore contrapporre cultura cristiana e cultura laica: “Sono passati più di duemila anni dall’Incarnazione del Figlio di Dio e tante sono state le epoche e le culture che si sono succedute. In alcuni momenti della storia la fede cristiana ha informato la vita dei popoli e le sue stesse istituzioni politiche, mentre oggi, specialmente nei Paesi europei, la domanda su Dio sembra affievolirsi e ci si scopre sempre più indifferenti nei confronti della presenza e della sua Parola. Tuttavia, bisogna essere cauti nell’analisi di questo scenario, per non lasciarsi andare in considerazioni frettolose e giudizi ideologici che, talvolta ancora oggi, contrappongono cultura cristiana e cultura laica. Questo è uno sbaglio!”
Infatti occorre una reciproca ‘apertura’ per cercare valori fondamentali: “Al contrario, è importante riconoscere una reciproca apertura tra questi due orizzonti: i credenti si aprono con sempre maggiore serenità alla possibilità di vivere la propria fede senza imporla, viverla come lievito nella pasta del mondo e degli ambienti in cui si trovano; e i non credenti o quanti si sono allontanati dalla pratica religiosa non sono estranei alla ricerca della verità, della giustizia e della solidarietà, e spesso, pur non appartenendo ad alcuna religione, portano nel cuore una sete più grande, una domanda di senso che li conduce a interrogare il mistero della vita e a cercare valori fondamentali per il bene comune”.
Per realizzare tale connubio è importante riscoprire la pietà popolare: “La pietà popolare, esprimendo la fede con gesti semplici e linguaggi simbolici radicati nella cultura del popolo, rivela la presenza di Dio nella carne viva della storia, irrobustisce la relazione con la Chiesa e spesso diventa occasione di incontro, di scambio culturale e di festa (è curioso: una pietà che non sia festosa non ha ‘un buon odore’, non è una pietà che viene dal popolo, è troppo ‘distillata’). In questo senso, le sue pratiche danno corpo alla relazione con il Signore e ai contenuti della fede… I piccoli passi che ti portano avanti. La pietà popolare è una pietà che viene coinvolta con la cultura, ma non confusa con la cultura. E fa dei piccoli passi”.
Però ha messo in guardia a non strumentalizzare la pietà popolare: “Quando la pietà popolare riesce a comunicare la fede cristiana e i valori culturali di un popolo, unendo i cuori e amalgamando una comunità, allora ne nasce un frutto importante che ricade sull’intera società, e anche sulle relazioni tra le istituzioni politiche, sociali e civili e la Chiesa. La fede non rimane un fatto privato (dobbiamo stare attenti a questo sviluppo, direi, eretico della privatizzazione della fede; i cuori si amalgamano e vanno avanti…), un fatto che si esaurisce nel sacrario della coscienza, ma (se intende essere pienamente fedele a sé stessa) comporta un impegno e una testimonianza verso tutti, per la crescita umana, il progresso sociale e la cura del creato, nel segno della carità”.
E’ un invito a riscoprire le opere derivanti dalla pietà popolare: “Proprio per questo, dalla professione della fede cristiana e dalla vita comunitaria animata dal Vangelo e dai Sacramenti, lungo i secoli sono nate innumerevoli opere di solidarietà e istituzioni come ospedali, scuole, centri di assistenza (in Francia sono molte!), in cui i credenti si sono impegnati a favore dei bisognosi e hanno contribuito alla crescita del bene comune. La pietà popolare, le processioni e le rogazioni, le attività caritative delle confraternite, la preghiera comunitaria del santo Rosario e altre forme di devozione possono alimentare questa (mi permetto di qualificarla così) ‘cittadinanza costruttiva’ dei cristiani. La pietà popolare ti dà una cittadinanza costruttiva!”
Riprendendo il pensiero di papa Benedetto XVI il papa ha concluso il discorso, sottolineando la necessità anche di una ‘sana’ laicità: “Ne deriva la necessità che si sviluppi un concetto di laicità non statico e ingessato, ma evolutivo, dinamico, capace di adattarsi a situazioni diverse o impreviste, e di promuovere una costante collaborazione tra autorità civili ed ecclesiastiche per il bene dell’intera collettività, rimanendo ciascuno nei limiti delle proprie competenze e del proprio spazio… Così Benedetto XVI: una sana laicità, ma accanto una religiosità. Si rispettano i campi”.
(Foto: Santa Sede)
OFS d’Italia: eletto il nuovo Consiglio nazionale. Luca Piras riconfermato presidente
L’Ordine Francescano Secolare d’Italia ha eletto il suo nuovo Consiglio nazionale: a guidare la fraternità dei laici francescani saranno Luca Piras – al secondo mandato da presidente -, Sara Mentzel, vicepresidente, e, nel ruolo di consiglieri, Luca Castiglioni, Cosimo Laudato, Alberto Petracca, Claudia Pecoraro, Enrico Diamanti, Enrica Sarrecchia, Matteo Confente.
Il Consiglio nazionale dell’OFS viene rinnovato ogni tre anni durante una particolare assemblea chiamata “capitolo”. Le persone prescelte – secondo quanto previsto dalle Costituzioni OFS – si occupano di “promuovere le iniziative necessarie per favorire la vita fraterna, per incrementare la formazione umana, cristiana e francescana dei suoi membri, per sostenerli nella loro testimonianza e nell’impegno nel mondo”.
Luca Piras, 51 anni, è originario di Arzana (NU), vive a Villaurbana (OR), è sposato dal 2003 ed è padre di due figlie. Nel piccolo centro dell’oristanese riveste il ruolo di assessore comunale alle Politiche sociali ed esercita la libera professione di ingegnere.
Sara Mentzel, 57 anni, nata a Bolzano, sposata da 30 anni con Massimo, diacono permanente, e ha 3 figli. Laureata in servizi sociali, per molti anni ha lavorato nel settore delle dipendenze ed attualmente è occupata lavora nell’ufficio catechesi e nell’ufficio missionario della Diocesi di Bolzano-Bressanone.
L’Ordine Francescano Secolare nasce dal cuore di San Francesco d’Assisi nel XIII secolo e si riconosce erede e continuatore della dimensione laicale del proprio Fondatore: i suoi membri si impegnano con la Professione a vivere il Vangelo alla maniera di Francesco nel loro stato secolare, osservando la Regola approvata da papa Paolo VI il 24 giugno 1978.
Il Consiglio eletto oggi sarà chiamato ad accompagnare oltre 1.000 fraternità locali distribuite su tutto il territorio nazionale, per un totale di circa 17.500 francescani secolari. A rappresentarli, durante il Capitolo di questi giorni ad Assisi, sono circa 150 membri dell’Ordine, provenienti dalle varie regioni d’Italia.
Papa Francesco: la pace attraverso il dialogo tra le religioni
“Vi do il benvenuto in occasione del vostro Colloquio, che vede impegnati il Dicastero per il Dialogo Interreligioso e, da parte kazaka, il Congresso dei Leader delle Religioni Tradizionali e Mondiali, il Senato della Repubblica e il Centro Nursultan Nazarbayev per il Dialogo Interreligioso e tra le Civiltà. E’ per me motivo di gioia vedere in questo evento un primo significativo frutto del Protocollo d’Intesa stipulato tra il Nazarbayev Center e il suddetto Dicastero”.
Papa Francesco ha iniziato in questo modo il discorso al primo Colloquio tra il Dicastero per il Dialogo Interreligioso da parte della Santa Sede e il Congresso dei Leader delle Religioni Tradizionali e Mondiali, il Senato della Repubblica e il Centro Nursultan Nazarbayev per il Dialogo Interreligioso e tra le Civiltà da parte kazaka, frutto del Protocollo d’Intesa stipulato tra il Nazarbayev Center e il suddetto Dicastero.
In questo colloquio papa Francesco ha segnalato tre impegni, che consistono nel rispetto delle diversità, l’impegno per la ‘casa comune’ e la promozione della pace, ricordando la sua partecipazione ad Astana: “Questo incontro mi dà l’occasione di fare memoria del VII Congresso dei Leader delle Religioni Tradizionali e Mondiali, al quale ho partecipato nel 2022, recandomi ad Astana. Il Congresso è una piattaforma unica e ben sperimentata per il dialogo non solo tra responsabili religiosi, ma anche con il mondo della politica, della cultura, dei mezzi di comunicazione. E’ un’iniziativa meritoria, che ben corrisponde alla vocazione del Kazakhstan a essere Paese dell’incontro”.
Per questo ha sottolineato la necessità di un dialogo tra le religioni: “E’ necessario sostenerci nel coltivare l’armonia tra le religioni, le etnie e le culture, armonia della quale il vostro grande Paese può essere fiero. In particolare, sono tre gli aspetti della vostra realtà che vorrei sottolineare: il rispetto delle diversità, l’impegno per la ‘casa comune’ e la promozione della pace”.
Per conservare il dialogo tra le religioni è necessario uno Stato laico: “Per quanto riguarda il rispetto delle diversità, elemento imprescindibile nella democrazia, che va costantemente promossa, contribuisce molto a creare armonia il fatto che lo Stato sia ‘secolare’. Parliamo ovviamente di una sana laicità, che non mescola religione e politica, ma le distingue per il bene di entrambe, e che riconosce allo stesso tempo alle religioni il loro ruolo essenziale nella società, a servizio del bene comune.
Inoltre, pace e armonia sociale sono favorite, nel vostro modello, da un trattamento equo e paritario delle diverse componenti etniche, religiose e culturali per quanto riguarda il lavoro, l’accesso agli uffici pubblici e la partecipazione alla vita politica e sociale del Paese, affinché nessuno si senta discriminato o favorito a motivo della sua specifica identità”.
Il secondo punto riguarda la cura della ‘casa comune’: “E’ importante: il rispetto per il creato, infatti, è conseguenza irrinunciabile dell’amore per il Creatore, per i fratelli e le sorelle con cui condividiamo la vita sul pianeta, e in modo particolare per le generazioni future, nei riguardi delle quali siamo chiamati a tramandare un’eredità da custodire, non un debito ecologico da scontare. Auspico che la vostra iniziativa costituisca un importante contributo in questo senso”.
Infine il terzo compito è la promozione della pace: “Abbiamo bisogno invece di parlare di pace, di sognare la pace, di dare creatività e concretezza alle attese di pace, che sono le vere aspettative dei popoli e della gente. Si faccia ogni sforzo in tal senso, dialogando con tutti. Il vostro incontrarvi nel rispetto delle diversità e con l’intento di arricchirvi vicendevolmente sia di esempio a non vedere nell’altro una minaccia, ma un dono e un interlocutore prezioso per la crescita reciproca”.
Mentre alle Comunità dei Collegi Pio Latinoamericano, Pio Brasiliano e Messicano ha parlato dell’amore, centro del sacerdozio: “L’Amore, il primo amore, è quello che ci ha riuniti tutti qui, e mantenerlo vivo è il nostro obbligo principale. Qualsiasi vocazione nasce da un amore di predilezione. Come per ogni uomo, Dio ci ha chiamati a essere suoi figli e, tra di essi, ci ha affidato un compito particolare, che ci avvicina di più a Lui: donarci per gli altri. Sono loro la nostra ragion d’essere, l’obiettivo del nostro amore, poiché in essi realizziamo questo servizio che il Signore ci chiede”.
Questa è un’offerta eucaristica: “Quando Gesù ci dice: ‘Potete bere il calice che io sto per bere?’, non cerca una mera disponibilità teorica al martirio, ma una radicale accettazione del fatto che siamo qui per fare la sua volontà e rinunciare alla nostra. I nostri studi, il nostro lavoro e il nostro riposo, ogni decisione, sia vitale sia quotidiana, tutto è in funzione di questo servizio”.
Ed infine l’umiltà della preghiera come intercessione: “Non sottovalutate il potere dell’intercessione di coloro che Dio ha posto sul vostro cammino: dei formatori, dei vostri compagni sacerdoti, del vostro ambiente più prossimo. In poche parole, confidate nella preghiera di tutti i membri del Popolo fedele di Dio e non dimenticatevi di pregare per i suoi Pastori, e per me”.
(Foto: Santa Sede)
CEI: ripensare i rapporti con i giovani
Ieri a Roma si sono conclusi i lavori del Consiglio episcopale permanente della CEI, aperti dalla prolusione del Cardinale Matteo Maria Zuppi, in cui è stata sottolineata la necessità di un impegno per la pace a 360°, fatto di preghiera, formazione e gesti concreti:
“Di fronte ad una cultura che sembra essere assuefatta alla guerra, a un aumento incontrollato delle armi e a un sistema economico che beneficia della corsa agli armamenti, occorre riprendere il dialogo tra Chiesa e mondo attraverso cammini educativi che offrano alternative alle logiche ora dominanti. In quest’ottica, l’esperienza dell’obiezione di coscienza e il patrimonio di azioni sperimentate nel passato possono costituire una base da cui ripartire per tornare a educare alla pace e dare prospettive di futuro, specialmente ai giovani”.
Per i vescovi occorre lavorare a più livelli per essere costruttori di fraternità, senza dimenticare il Magistero della Chiesa e l’articolo 11 della Costituzione Italiana: “L’impegno per la pace deve prendere avvio all’interno delle comunità cristiane, cercando di ricostruirne il tessuto ecclesiale laddove appare ferito. Il Cammino sinodale sta infatti mostrando l’importanza di fare sintesi tra le diverse sensibilità: anche se non tutti si sentono coinvolti, ormai tutti percepiscono l’importanza di questo tempo ecclesiale, voluto da papa Francesco per la Chiesa universale e dunque anche per le Chiese in Italia”.
Altra questione importante è stata quella dell’iniziazione cristiana, con un focus sulla figura dei padrini e delle madrine: “Nella società attuale, se il riferimento ai Sacramenti appare ancora molto diffuso, talvolta risulta svuotato di significato, un fatto convenzionale riconosciuto come elemento della tradizione, ma che non consente più di dare per scontata la fede”. Secondo i vescovi è urgente un ripensamento dei cammini tradizionali che permetta di intrecciare sempre di più la consegna delle forme pratiche della fede con la trasmissione delle esperienze elementari della vita:
“In tale orizzonte, sarà possibile anche riscoprire e valorizzare il ruolo di padrini e madrine, passando dalla concezione di ‘sponsor’ per un giorno a testimoni autentici nella crescita globale delle persone che ricevono il Sacramento. La loro figura, che deve accompagnare le diverse età, dovrà anche contribuire all’azione generativa ed educativa dei genitori, in sinergia con la comunità ecclesiale”.
Inoltre i vescovi hanno rilevato la necessità di approfondire il tema per costruire una grammatica comune così da evitare l’attuale diversificazione della prassi pastorale delle Chiese locali, che in alcuni casi hanno sospeso la figura dei padrini e delle madrine a causa di un fraintendimento socioculturale.
Per quanto riguarda il mondo giovanile i vescovi hanno proposto di ripensare il rapporto con le nuove generazioni a partire dagli spunti offerti da Paola Bignardi che ha presentato i risultati dell’ ‘Indagine in merito a giovani e fede oggi’, curata dall’Istituto Toniolo: “Nel contesto attuale è in atto una trasformazione molto rilevante nella modalità del credere. I giovani esprimono, anche con la loro protesta silenziosa nei confronti della comunità cristiana, il desiderio di un modo nuovo di comprendere l’umano e una domanda di interpretazione della fede dentro questa condizione umana. E’ in gioco lo stile con cui la Chiesa intende la vita cristiana e la propone”.
Infine l’appello per uno sviluppo unitario, che metta in circolo in modo virtuoso la solidarietà e la sussidiarietà: “Da parte sua la Chiesa in Italia, fedele al Vangelo e nel solco del percorso compiuto finora, continuerà a contribuire all’unità, accompagnando le comunità e non lasciandosi spaventare dalle contingenze del tempo presente. In questo senso, il Cammino sinodale si presenta come una grande occasione anche per ravvivare l’entusiasmo nella Chiesa e la fiducia in essa”.
Ed ecco la novità di un’iniziativa di microcredito per alleviare le povertà in vista del Giubileo: “E’ da leggere in questa prospettiva il mandato affidato alla Caritas Italiana di studiare un progetto di microcredito sociale da realizzare in occasione del Giubileo. L’iniziativa dovrebbe prevedere l’istituzione di un fondo che permetterà di sostenere quanti hanno difficoltà ad accedere al credito ordinario. Il progetto, che ha come elemento innovativo l’accompagnamento della persona, non dovrebbe esaurirsi tuttavia nell’intervento economico a favore dei singoli, ma coinvolgere e impegnare le Chiese locali nella loro pluralità di soggetti, con l’ulteriore obiettivo di far crescere la rete delle Caritas locali e delle Fondazioni antiusura diocesane”.
Inoltre i vescovi hanno concordato sulla necessità di incrementare le cure palliative, regolamentate da un’ottima legge che però non trova ancora la sua piena attuazione, tanto che vi accede meno della metà degli ammalati: “Nonostante esse assicurino dignità, supportino il paziente e i familiari nella malattia, la loro applicazione resta in larga parte disattesa. Dinanzi ad una certa deriva eutanasica e alla fuga in avanti di alcune Regioni desiderose di colmare un vuoto legislativo in tema di fine vita, è fondamentale ribadire che la vita è sacra, sempre e in qualunque condizione, e che su di essa non si può giocare a ribasso”.
Infine, rispondendo ai giornalisti, mons. Giuseppe Baturi, segretario generale della Cei e arcivescovo di Cagliari, è intervenuto sulla vicenda della scuola ‘Iqbal Masih’ di Pioltello, nel rispetto della libertà religiosa: “Il rispetto del fatto religioso e dell’identità delle comunità religiose, da parte dello Stato è un fatto positivo e appartiene alla laicità tipica dello Stato italiano… La laicità all’italiana non sopprime le identità religiose, ma le promuove in un contesto di rispetto vicendevole. Questo, però, deve avvenire dentro un contesto istituzionale di rispetto di norme e di procedure. Non so se nel caso specifico si sia rispettato tutto il percorso amministrativo, ma in generale vale il rispetto per ogni forma di libertà religiosa”.
A tal proposito l’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, non entrando nelle irregolarità riscontrate dall’USR preposta, ha affermato che si tratta di un legittimo provvedimento della scuola: “Una delle cose più importanti della vita è la religione. Non so come è il regolamento delle scuole, si sospende anche a Carnevale”, confermando la posizione del responsabile dell’Ufficio diocesano Ecumenismo e dialogo, Roberto Pagani, che si era già espresso nei giorni precedenti:
“Con un numero così significativo di ragazzi che aderiscono alle proprie celebrazioni non è irragionevole usare tali momenti per costruire dei legami, invece che contrapporre mondi e visioni. E’ sempre meglio fare i conti con la realtà, soprattutto considerando che parliamo di educazione e di una scuola, riconoscendo la composizione della nostra società e la presenza dell’altro, mantenendone la diversità con rispetto e non avendone paura. E’ un lavoro prospettico nel quale si può immaginare un futuro di convivenza pacifica e civile, e non solo di tolleranza reciproca”.
La parrocchia ‘San Gregorio VII’ riscopre il Concilio Vaticano II
“Riscopriamo il Concilio Vaticano II per ridare il primato a Dio e a una Chiesa che sia pazza di amore per il suo Signore e per tutti gli uomini, da lui amati; una Chiesa ricca di Gesù e povera di mezzi; una Chiesa libera e liberante. Il Concilio indica questa rotta: la fa tornare, come Pietro, alle sorgenti del primo amore, per riscoprire nelle sue povertà la santità di Dio, per ritrovare nello sguardo del Signore crocifisso e risorto la gioia smarrita, per concentrarsi su Gesù”: lo aveva detto papa Francesco in occasione della celebrazione del 60^ anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II nella memoria liturgica di san Giovanni XXIII, che confidò di aver seguito ‘una voce dall’Alto’.
Ed aveva soggiunto l’esigenza di ‘studiare’ i documenti del Concilio Vaticano II per evitare rischi ‘pelagiani’: “Chiediamoci se nella Chiesa partiamo da Dio e dal suo sguardo innamorato su di noi. Sempre c’è la tentazione di partire dall’io piuttosto che da Dio, di mettere le nostre agende prima del Vangelo, di lasciarci trasportare dal vento della mondanità per inseguire le mode del tempo o rigettare il tempo che la Provvidenza ci dona per volgerci indietro. Il progressismo che si accoda al mondo e il tradizionalismo o ‘indietrismo’ che rimpiange un mondo passato, non sono prove d’amore, ma di infedeltà. Sono egoismi pelagiani che antepongono i propri gusti e piani all’amore che piace a Dio”.
Sollecitata da queste parole del papa la parrocchia ‘San Gregorio VII’ a Roma ha organizzato un ciclo di incontri, ‘In ascolto del Concilio Vaticano II’, le cui relazioni sono svolte dai Frati Minori dell’Umbria, sulle quattro Costituzioni della Chiesa: ‘Sacrosanctum Concilium’, sulla Sacra Liturgia, in compagnia del prof. Angelo Lameri, docente di Liturgia e Sacramentaria alla Pontificia Università Lateranense e decano della Facoltà di Teologia della medesima Università; sulla Costituzione sulla Chiesa, ‘Lumen Gentium’, in compagnia del prof. Fabio Nardelli, docente di Ecclesiologia alla Pontificia Università Antonianum, all’Istituto Teologico di Assisi ed assistente presso la Facoltà di Teologia della Pontificia Università Lateranense, a cui seguono la relazione del prof. Giuseppe Pulcinelli, Rettore del Pontificio Collegio Lateranense, che oggi introduce la Costituzione sulla Divina Rivelazione ‘Dei Verbum’; mentre la chiusura sarà affidata al prof. Nicola Ciola, docente di Cristologia alla Facoltà di Teologia della Pontificia Università Lateranense, che giovedì 9 maggio esaminerà la Costituzione della Chiesa nel mondo contemporaneo ‘Gaudium et Spes’.
A conclusione dell’incontro sulla Costituzione ‘Lumen Gentium’ abbiamo chiesto al vicario parrocchiale, p. Fabio Nardelli, di spiegarci il motivo per cui la parrocchia organizza incontri sulle Costituzioni del Concilio Vaticano II: “In ascolto delle indicazioni di papa Francesco, in preparazione al Giubileo del 2025, e riprendendo le ‘Linee Guida per il cammino pastorale 2023-2024’, che sottolineano l’importanza di riprenderegli insegnamenti del Concilio Vaticano II, in particolare delle quattro Costituzioni, la Parrocchia di San Gregorio VII ha organizzato quattro incontri di formazione per tutto il ‘santo Popolo fedele di Dio’”.
Quanto sono importanti queste quattro Costituzioni per la Chiesa?
“Le Costituzioni conciliari possono essere considerati i pilastri di una casa fondata sulla roccia, che è Cristo. I testi, ricchi e densi di valore teologico-pastorale, hanno contribuito al rinnovamento della Chiesa nei suoi diversi aspetti. In maniera puntuale, le Costituzioni illuminano la missione della Chiesa e costituiscono una “bussola” per il cammino della Chiesa universale e particolare”.
Cosa significa per una parrocchia mettersi in ascolto del Concilio Vaticano II?
“Il Concilio Vaticano II rappresenta, nell’ottica magisteriale e teologica, un punto di riferimento e di ‘non ritorno’ da cui ‘ripartire’. Come è noto, utilizzando l’espressione ‘aggiornamento’, il Concilio Vaticano II ha inteso rinnovare la Chiesa, per compiere un concreto ‘balzo innanzi’. Pertanto, come ha affermato di recente papa Francesco, ‘si tratta di un lavoro di rinnovamento spirituale, pastorale, ecumenico e missionario’”.
Per quale motivo i cristiani sono chiamati alla santità?
“Il Concilio Vaticano II ha rilanciato in maniera decisa la ‘vocazione universale’ alla santità per tutta la Chiesa. Essa è un dono originario del Signore continuamente rinnovato dallo Spirito e nella Chiesa sono stati depositati i doni della fede e dei sacramenti, i doni gerarchici e carismatici che la rendono segno e strumento di salvezza per tutti gli uomini. Come ha ripetuto anche papa Francesco, ‘la santità è un dono che viene offerto a tutti, nessuno escluso, per cui costituisce il carattere distintivo di ogni cristiano’”.
Qual è la missione dei laici nella Chiesa?
“Il Concilio Vaticano II, oltre ad essere il ‘primo’ Concilio che si è occupato dell’identità e della missione dei laici, ha contribuito anche a chiarire la posizione del laico nella Chiesa. Ha dedicato, infatti, quantitativamente una buona riflessione al tema, valorizzando la dignità battesimale, applicando il ‘triplex munus’e individuando una linea specifica nell’indole secolare. I laici evangelizzano nella ferialità della loro vita cristiana a partire dal loro stato di vita, nel lavoro e nella famiglia, incarnando la relazione Chiesa-mondo. Come ha ribadito la Relazione di sintesi della prima sessione del Sinodo ‘il loro contributo è indispensabile per la missione della Chiesa’”.
Quest’anno verso il Giubileo è dedicato alla preghiera: perché è importante intensificarla?
“Per vivere al meglio questo evento di grazia, nello scorso gennaio si è aperto l’Anno della preghiera, ‘un anno dedicato a riscoprire il grande valore e l’assoluto bisogno della preghiera nella vita personale, nella vitadella Chiesa e del mondo’. La preghiera permette a ogni uomo e donna di questo mondo di rivolgersi all’unico Dio, per esprimergli quanto è riposto nel segreto del cuore. Un intenso anno di preghiera, come via maestra verso la santità, che conduce a vivere la vita cristiana da ‘contemplattivi’, in ascolto di Dio e degli altri”.
(Tratto da Aci Stampa)
Il cardinale Prevost spiega il senso del Sinodo a Tolentino
“Essere una Chiesa sinodale che sa ascoltare tutti, è la via non solo per vivere personalmente la fede, ma anche per crescere nella vera fraternità cristiana. Lei ci ha ricordato che è necessario imparare ad ascoltare come i Santi, come san Francesco d’Assisi che ha ascoltato la voce di Dio, la voce dei poveri, la voce dei malati, la voce della natura”: lo ha detto sabato scorso nel saluto a papa Francesco in apertura della celebrazione eucaristica del Concistoro, che ha creato 21 nuovi cardinali, il prefetto del dicastero dei vescovi, card. Robert Francis Prevost, ha espresso la gratitudine dei neo cardinali.





























