Tag Archives: Laboratorio
Papa Leone XIV: la riconciliazione è laboratorio di unità
“Esso fu fortemente voluto da san Giovanni Paolo II, che lo sostenne con la sua passione pastorale, fu confermato da papa Benedetto XVI con la sua sapienza teologica, come pure da papa Francesco, che sempre ha avuto grande cura del volto misericordioso della Chiesa. Anch’io vi esorto a proseguire in questo servizio, approfondendo e ampliando l’offerta formativa, affinché il quarto Sacramento sia sempre più profondamente conosciuto, adeguatamente celebrato e perciò serenamente ed efficacemente vissuto da tutto il popolo santo di Dio”: questa mattina papa Leone XIV ha ricevuto in udienza i partecipanti al 37^ Corso sul foro interno della Penitenzieria Apostolica ricordando che il perdono dei peccati favorisce la pace.
Prer questo ha ricordato l’importanza di questo sacramento: “Il Sacramento della riconciliazione ha avuto nella storia un notevole sviluppo, sia nella comprensione teologica, sia nella forma celebrativa. La Chiesa, madre e maestra, ne ha progressivamente riconosciuto il senso e la funzione, dilatando la possibilità della sua celebrazione.
Eppure, alla reiterabilità del Sacramento non corrisponde sempre, da parte dei battezzati, una sollecitudine nel farvi ricorso: è come se l’infinito tesoro della misericordia della Chiesa restasse ‘inutilizzato’, per una diffusa distrazione dei cristiani che, non di rado, rimangono per lungo tempo in stato di peccato, piuttosto che accostarsi al confessionale, con semplicità di fede e di cuore, per accogliere il dono del Signore Risorto”.
Riprendendo una frase di sant’Agostino il papa ha definito questo sacramento un ‘laboratorio di unità’ in favore della pace: “Afferma sant’Agostino: ‘Chi riconosce i propri peccati e li condanna, è già d’accordo con Dio. Dio condanna i tuoi peccati, e se anche tu li condanni, ti unisci a Dio’. Riconoscere i nostri peccati, soprattutto in questo tempo di Quaresima, significa dunque ‘accordarci’ con Dio, unirci a Lui.
Il Sacramento della riconciliazione è allora un ‘laboratorio di unità’: esso ristabilisce l’unità con Dio, attraverso il perdono dei peccati e l’infusione della grazia santificante. Questo genera l’unità interiore della persona e l’unità con la Chiesa; perciò favorisce anche la pace e l’unità nella famiglia umana. Verrebbe da chiedersi: quei cristiani che hanno responsabilità gravi nei conflitti armati hanno l’umiltà e il coraggio di fare un serio esame di coscienza e di confessarsi? Ma. di nuovo ci domandiamo, può davvero l’uomo, piccola e semplice creatura, ‘rompere l’unità’ con il Creatore? Questa immagine non è forse parziale e, in definitiva, mortificante della Rivelazione che Gesù ci ha fatto di Dio?”
Domande fondamentali a cui il papa ha risposto che il peccato non ‘rompe l’unità’ con Dio: “A ben vedere, il peccato non rompe l’unità, intesa come dipendenza ontologica della creatura dal Creatore: anche il peccatore rimane totalmente dipendente da Dio Creatore, e tale dipendenza, quando viene riconosciuta, può aprire la strada della conversione.
Il peccato rompe, piuttosto, l’unità spirituale con Dio: è un voltargli le spalle, e questa drammatica possibilità è tanto reale quanto lo è il dono della libertà, che Dio stesso ha fatto agli esseri umani. Negare la possibilità che il peccato rompa davvero l’unità con Dio è, in realtà, un misconoscimento della dignità dell’uomo, che è (e rimane) libero e quindi responsabile dei propri atti”.
E, rivolgendosi ai sacerdoti, il papa ha sottolineato che la loro vita si realizza in questo sacramento: “Carissimi giovani sacerdoti e ordinandi, abbiate sempre viva consapevolezza dell’altissimo compito che Cristo stesso, attraverso la Chiesa, vi affida: ricostruire l’unità delle persone con Dio attraverso la celebrazione del Sacramento della riconciliazione. La vita intera di un sacerdote può essere pienamente realizzata, celebrando assiduamente e fedelmente questo Sacramento.
Ed infatti quanti sacerdoti sono diventati santi nel Confessionale! Pensiamo solo a san Giovanni Maria Vianney, an Leopoldo Mandić e, più recentemente, a san Pio da Pietrelcina ed al beato Michał Sopoćko”.
Per questo l’unità con Dio è unità con la Chiesa: “L’unità ristabilita con Dio è anche unità con la Chiesa, che è il corpo mistico di Cristo: noi siamo membra del ‘Cristo totale’. Il tema del vostro Corso di quest’anno: ‘La Chiesa chiamata ad essere casa di Misericordia’, sarebbe incomprensibile se non si partisse dalla radice che è Gesù Cristo risorto. La Chiesa accoglie le persone, come ‘casa di Misericordia’, perché innanzitutto accoglie continuamente il suo Signore, nella Parola ascoltata e proclamata, e nella grazia dei Sacramenti”.
Ed attraverso la confessione si ‘edifica’ la Chiesa: “Per questa ragione, nella celebrazione della Confessione sacramentale, mentre i penitenti sono riconciliati con Dio e con la Chiesa, si edifica la Chiesa stessa, che viene arricchita della santità rinnovata dei suoi figli pentiti e perdonati. Nel confessionale, cari fratelli, collaboriamo alla continua edificazione della Chiesa: una, santa, cattolica e apostolica; e così facendo diamo anche energie nuove alla società e al mondo”.
Attraverso la Chiesa si arriva all’unità con le persone: “L’unità con Dio e con la Chiesa, infine, è il presupposto dell’unità interiore delle persone, oggi così necessaria, nel tempo della frammentazione che ci è dato di vivere. Unità interiore che si riscontra come desiderio reale soprattutto nelle nuove generazioni. Le promesse non mantenute di un consumismo sfrenato e l’esperienza frustrante di una libertà svincolata dalla verità si possono trasformare, per divina misericordia, in occasioni di evangelizzazione: facendo emergere il senso di incompiutezza, permettono di destare quelle domande esistenziali alle quali solo Cristo risponde pienamente”.
Questa ‘triade’ pone le fondamenta per la pace: “Questo dinamismo di unità con Dio, con la Chiesa e in noi stessi è un presupposto della pace tra gli uomini e i popoli: solo una persona riconciliata è capace di vivere in modo disarmato e disarmante! Chi depone le armi dell’orgoglio e si lascia continuamente rinnovare dal perdono di Dio, diventa un operatore di riconciliazione nella vita di ogni giorno”.
Ciò si può realizzare grazie alla misericordia di Dio: “In lui o in lei si realizzano le parole attribuite a san Francesco d’Assisi: ‘Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace’. Carissimi, non tralasciate mai di accostarvi voi stessi, con fedele costanza, al Sacramento del perdono, per essere sempre i primi beneficiari della divina Misericordia, di cui siete divenuti (o diverrete) ministri”.
In precedenza aveva ricevuto i componenti della Fondazione Cattolica, nel ventennale della nascita, con l’incoraggiamento a sostenere le situazioni di fragilità ed emarginazione: “Tra questi pionieri ci furono anche i fondatori della Società Cattolica di Assicurazione, un gruppo di sacerdoti e laici che, nel 1896, a Verona, diedero vita a una società cooperativa, a larga partecipazione popolare, che si è poi sviluppata insieme al Paese, aiutando le comunità a superare i traumi delle due guerre mondiali.
Vent’anni fa, in un contesto molto mutato ma a partire da quelle stesse radici, è nata la Fondazione Cattolica, riconoscendo il ruolo fondamentale del Terzo Settore nel sostegno alle comunità, alle persone e alle famiglie che vivono condizioni di maggiore fragilità e di emarginazione sociale. In questo modo, favorendo le iniziative di tante associazioni e imprese sociali, fondazioni ed enti religiosi, avete dato un contributo importante alla coesione sociale e alla tutela delle persone più vulnerabili”.
(Foto: Santa Sede)
Religione cattolica, servizio educativo e laboratorio di cultura
“A quarant’anni dalla firma dell’Intesa che dava attuazione all’Accordo di revisione del Concordato lateranense in materia di insegnamento della religione cattolica (Irc), la Conferenza Episcopale Italiana ha ritenuto opportuno fare il punto della situazione e richiamare l’attenzione sull’Irc, volendo evidenziare e rilanciare il suo servizio alla scuola”: così inizia la nota dei vescovi italiani, ‘L’insegnamento della religione cattolica: laboratorio di cultura e dialogo’, in occasione della prima Nota pastorale, pubblicata nel 1991.
La conclusione di tale Nota ha fatto proprio la sollecitazione di papa Leone XIV in apertura del Giubileo del mondo educativo: “Chi studia si eleva, allarga i propri orizzonti e le proprie prospettive, per recuperare uno sguardo che non si fissa solo in basso, ma è capace di guardare in alto: verso Dio, verso gli altri, verso il mistero della vita. Questa è la grazia dello studente, del ricercatore, dello studioso: ricevere uno sguardo ampio, che sa andare lontano, che non semplifica le questioni, che non teme le domande, che vince la pigrizia intellettuale e, così, sconfigge anche l’atrofia spirituale”.
Partendo da queste sollecitazioni abbiamo intervistato il prof. Stefano Della Ceca, vicedirettore dell’Ufficio Scuola e Servizio IRC (Insegnamento della Religione Cattolica) della diocesi di Macerata: “Anche quest’anno, per circa 7.000.000 bambini/e e ragazzi/e, si apriranno le porte delle scuole che inizieranno a settembre ma la cui scelta, compresa quella per l’Irc, andrà effettuata entro il 14 febbraio, proprio il giorno di san Valentino e dei santi Cirillo e Metodio… Storie di maestri di vita di tutti i tempi che hanno incontrato un Amore che ha cambiato la loro vita e quella dell’intera Europa! Ecco che anche da questo semplice spunto può iniziare una ricerca e riflessione in classe”.
La nota dei vescovi sottolinea l’importanza del dialogo con le altre fedi: ‘Fedele a tale impostazione e all’interno dello specifico quadro normativo, l’Irc ha saputo trasformarsi e rinnovarsi, rispondendo negli anni alle domande della scuola e della società italiana’. Per quale motivo l’insegnamento della religione cattolica è un laboratorio di cultura e dialogo?
“L’Irc è definito ‘laboratorio’ perché non si limita a far scoprire precisi contenuti dottrinali, ma si apre al confronto costante con la società multietnica e multireligiosa in cui siamo immersi. In un contesto segnato da fenomeni migratori, l’Irc valorizza la propria identità cattolica proprio per aprirsi al dialogo con altre culture e fedi, come dimostrato dalle nuove schede CEI per la conoscenza dell’Ebraismo e dell’Islam. E’ per questo un luogo di sintesi dove la conoscenza della tradizione cristiana diventa uno strumento per interpretare la realtà contemporanea e favorire il dialogo sincero con tutte le realtà culturali e spirituali presenti in classe”.
In quale modo la religione cattolica è un servizio educativo?
“L’Irc assicura un servizio educativo fondamentale perché risponde alla domanda di senso e di spiritualità delle nuove generazioni, offrendo strumenti per riflettere sui valori fondamentali dell’esistenza. Si pone al servizio della scuola condividendone le finalità di pieno sviluppo della persona, promozione dell’uguaglianza e formazione della coscienza civile. In un’epoca di ‘cambiamento d’epoca’, l’Irc aiuta gli studenti a non essere ridotti a sistemi di algoritmi, promuovendo una visione antropologica che riconosce la persona come creatura, relazione, mistero”.
Qual è l’offerta dell’Irc per gli studenti?
“L’offerta formativa dell’Irc è integrata e integrale: mira a far crescere lo studente nel ‘sapere’, nel ‘saper essere’ e nel ‘saper fare’. Propone l’approfondimento della Bibbia e delle fonti del cattolicesimo come chiavi di lettura del patrimonio storico, culturale e sociale italiano ed europeo. Offre inoltre percorsi per affrontare le grandi sfide umane: la questione della cura della nostra casa comune, la giustizia sociale, l’accoglienza e la convivenza pacifica, aiutando i giovani a superare l’isolamento e la solitudine attraverso relazioni vere e profonde, con i compagni e con l’insegnante”.
In quale modo il docente di Irc può offrire agli studenti uno sguardo ampio?
“Il docente di Irc offre uno sguardo ampio quando aiuta gli studenti a non fissarsi solo verso il basso, ma a guardare verso l’alto, verso gli altri e verso il mistero della vita. Attraverso una ‘creatività educativa’, il docente si fa interprete delle risorse interiori degli alunni, vincendo la pigrizia intellettuale e il cinismo triste di chi non ha più nessuna speranza. Ponendo invece in dialogo il Vangelo con la cultura e con i diversi saperi del curricolo, offre una lettura sapiente e responsabile del proprio tempo ed allarga in ogni senso il sapere degli studenti per renderli sempre più capaci di accogliere il mistero della realtà e della vita”.
Quale è il compito del docente di religione nella formazione degli studenti?
“Occorre sottolineare che l’Irc è una materia curricolare! La scuola è obbligata a offrire questo insegnamento, che è facoltativo per lo studente; se lo studente sceglie di avvalersene, l’Irc entra a pieno titolo e di diritto nel suo curricolo. L’Irc ha quindi una dignità scolastica piena ed il compito del docente è quello di essere ‘testimone e competente’. Il suo ruolo è accompagnare gli studenti nella maturazione di un giudizio critico e di uno sguardo di sintesi sulla vita. Egli partecipa pienamente alla corresponsabilità educativa della scuola, contribuendo alla formazione dell’uomo e del cittadino e alimentando quel senso di appartenenza e partecipazione necessario, tanto più oggi, per una cittadinanza attiva e consapevole”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV chiede preghiera ed audacia per la difesa del creato
“In questa bellissima giornata, innanzitutto vorrei invitare tutti, cominciando da me stesso, a vivere quel che stiamo celebrando nella bellezza di una cattedrale, si potrebbe dire ‘naturale’, con le piante e tanti elementi della creazione che ci hanno portato qui per celebrare l’Eucaristia, che vuol dire: rendere grazie al Signore. Ci sono molti motivi in questa Eucaristia per i quali vogliamo ringraziare il Signore: questa celebrazione potrebbe essere la prima con la nuova formula della Santa Messa per la cura della creazione, che è stata anche espressione del lavoro dei diversi Dicasteri nel Vaticano”: con queste parole papa Leone XIV ha iniziato l’omelia della santa messa per la custodia della creazione secondo il formulario recentemente approvato nel borgo ‘Laudato sì a Castel Gandolfo, esortando ad ascoltare il ‘grido della terra’.
Con un ringraziamento ai presenti il papa ha sottolineato quest’intuizione di papa Francesco: “E personalmente ringrazio tante persone qui presenti, che hanno lavorato in questo senso per la liturgia. Come sapete, la liturgia rappresenta la vita e voi siete la vita di questo Centro ‘Laudato sì’. Vorrei dire grazie a voi in questo momento, in questa occasione, per tutto quello che fate seguendo questa bellissima ispirazione di papa Francesco che ha dato questa piccola porzione, questi giardini, questi spazi proprio per continuare la missione tanto importante riguardo a tutto quello che conosciamo dopo 10 anni dalla pubblicazione di Laudato sì: la necessità di curare la creazione, la casa comune”.
Ed ha chiesto di pregare anche per le persone che ancora non hanno cura del creato: “Qui è come nelle Chiese antiche dei primi secoli, che avevano il fonte battesimale per il quale si doveva passare per poi entrare nella chiesa. Non vorrei essere battezzato in quest’acqua … però il simbolo di passare attraverso l’acqua per essere lavati tutti dai nostri peccati, dalle nostre debolezze, e così poter entrare nel grande mistero della Chiesa è qualcosa che viviamo anche oggi. All’inizio della Messa abbiamo pregato per la conversione, la nostra conversione. Vorrei aggiungere che dobbiamo pregare per la conversione di tante persone, dentro e fuori della Chiesa, che ancora non riconoscono l’urgenza di curare la casa comune”.
Appunto è necessaria la conversione, come aveva sollecitato molte volte papa Francesco: “Tanti disastri naturali che ancora vediamo nel mondo, quasi tutti i giorni in tanti luoghi, in tanti Paesi, sono in parte causati anche dagli eccessi dell’essere umano, col suo stile di vita. Perciò dobbiamo chiederci se noi stessi stiamo vivendo o no quella conversione: quanto ce n’è bisogno!”
Per questo papa Leone XIV ha sottolineato il ‘potere’ creatore di Gesù davanti alla paura dei discepoli: “Allora, avendo detto tutto questo, ho anche un’omelia che avevo preparato e che condividerò, abbiate un po’ di pazienza: ci sono alcuni elementi che davvero aiutano a continuare la riflessione stamattina, condividendo questo momento familiare e sereno, in un mondo che brucia, sia per il surriscaldamento terrestre sia per i conflitti armati, che rendono tanto attuale il messaggio di Papa Francesco nelle sue Encicliche ‘Laudato sì’ e ‘Fratelli tutti’.
Possiamo ritrovarci proprio in questo Vangelo, che abbiamo ascoltato, osservando la paura dei discepoli nella tempesta, una paura che è quella di larga parte dell’umanità. Però nel cuore dell’anno del Giubileo noi confessiamo – e possiamo dirlo più volte: c’è speranza! L’abbiamo incontrata in Gesù. Egli ancora calma la tempesta. Il suo potere non sconvolge, ma crea; non distrugge, ma fa essere, dando nuova vita”.
E’ lo stupore che permette di uscire dalla paura: “Lo stupore, che questa domanda esprime, è il primo passo che ci fa uscire dalla paura. Attorno al lago di Galilea, Gesù aveva abitato e pregato. Là aveva chiamato i suoi primi discepoli nei loro luoghi di vita e di lavoro. Le parabole, con le quali annunciava il Regno di Dio, rivelano un profondo legame con quella terra e con quelle acque, col ritmo delle stagioni e la vita delle creature”.
L’invito è quello di vivere nell’armonia: “Carissimi fratelli e sorelle, il Borgo ‘Laudato sì’, nel quale ci troviamo, vuole essere, per intuizione di papa Francesco, un ‘laboratorio’ nel quale vivere quell’armonia con il creato che è per noi guarigione e riconciliazione, elaborando modalità nuove ed efficaci di custodire la natura a noi affidata. A voi, che vi dedicate con impegno a realizzare questo progetto, assicuro perciò la mia preghiera e il mio incoraggiamento”.
Ma quest’armonia con il creato è raggiunta attraverso l’Eucarestia, come ha scritto nelle ‘Confessioni’ sant’Agostino: “L’Eucaristia che stiamo celebrando dà senso e sostiene il nostro lavoro… Da questo luogo desidero perciò concludere questi pensieri affidandovi le parole con cui sant’Agostino, nelle ultime pagine delle sue Confessioni, associa le cose create e l’uomo in una lode cosmica: o Signore, ‘le tue opere ti lodano affinché ti amiamo, e noi ti amiamo affinché ti lodino le tue opere’. Sia questa l’armonia che diffondiamo nel mondo”.
(Foto: Santa Sede)
Giornata dell’Università Cattolica: un laboratorio di speranza nel ricordo di papa Francesco
“La speranza è il grande tema del Giubileo che papa Francesco ha proposto per innestare questo evento spirituale nel vissuto concreto della nostra epoca. Di speranza, infatti, abbiamo particolarmente bisogno di fronte a scenari incerti e, per alcuni versi, davvero drammatici. Ci preoccupano il quadro politico ed economico gravato da tensioni e incertezze, i conflitti che non sembrano trovare via di soluzione, i ritardi nell’attuazione di uno sviluppo sostenibile in grado di custodire la casa comune e di sviluppare accoglienza e solidarietà di fronte ai crescenti flussi migratori. Sono solo alcune delle situazioni dentro cui si gioca la vita di ciascuno, spesso segnata da non minori preoccupazioni personali e sociali legate alla fragilità delle relazioni familiari e ai rapporti intergenerazionali, alla precarietà nel campo del lavoro e alle incertezze rispetto al futuro”.
Così inizia il messaggio dei vescovi italiani in occasione della 101^ Giornata nazionale dell’Università Cattolica Sacro Cuore, dal titolo ‘Università, laboratorio di speranza’, che si celebra oggi, riprendendo l’enciclica di papa Francesco, ‘Dilexit nos’: “Solo un cuore rinnovato e illuminato dalla sapienza divina può essere in grado di ‘rianimare la speranza’ per sé e per gli altri. Cercando la verità attraverso tutte le vie del sapere e ponendo sempre al centro dell’attività accademica l’attenzione alla dignità di ogni essere umano, l’Università Cattolica continua ad offrire il suo peculiare contributo alla formazione di personalità che siano in grado di dare senso compiuto alla propria esistenza e di mettersi con competenza e generosità a servizio del bene comune”.
A tal proposito la prof.ssa Elena Beccalli, rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha elencato le tre dimensioni, che caratterizzano l’Università Cattolica per essere un laboratorio di speranza: “La prima è il sapersi continuamente interrogare sulle questioni radicali. Ciò richiede la forza di formulare domande di senso che guardino al futuro, senza limitarsi a dare risposte ai temi di ieri, e la capacità di confrontarsi con i paradigmi dominanti per proporre una visione nuova.
La seconda sta nel valorizzare il dialogo interdisciplinare per evitare le pericolose parcellizzazioni del sapere. Un dialogo che si manifesta sia nella progettazione di percorsi di studio che favoriscano l’ibridazione di conoscenze e competenze, sia nelle attività di ricerca sui grandi temi del nostro tempo. La terza dimensione consiste nel vivere l’università come una ‘comunità educante’ attenta al mondo e connessa con le realtà del mondo cattolico”.
Inoltre la rettore dell’Università Cattolica ha sottolineato due questioni centrali per gli studenti, più volte sottolineate da papa Francesco: “La prima attiene al loro ruolo: siamo convinti che non siano utenti ai quali offrire un servizio, come una consolidata tendenza ci indurrebbe a fare, quanto piuttosto persone animate dalla speranza di vivere un’esperienza educativa che valorizzi le loro intelligenze multiple, ossia i tre linguaggi della testa, del cuore e delle mani spesso evocati da papa Francesco.
La seconda questione riguarda il loro futuro: riteniamo che le università debbano preparare le classi dirigenti e le nuove generazioni nella consapevolezza che la professionalizzazione non è in sé sufficiente e, soprattutto, che non è il solo fine da indicare come orizzonte del percorso universitario”.
Per questo acquista valore la questione educativa: “Ampliando lo sguardo, credo siano evidenti i segnali che ci inducono a credere che il destino del secolo che stiamo vivendo dipenderà dal ruolo che sapremo riservare all’educazione. Essa può rappresentare il motore propulsivo per l’elaborazione di seri percorsi di pace, per la riduzione delle diseguaglianze tra le diverse regioni del pianeta e per la formazione di donne e uomini orientati al perseguimento del bene comune”.
D’altra parte l’assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, mons. Claudio Giuliodori, presidente della commissione episcopale italiana per l’educazione cattolica, la scuola e l’università, ha ripreso la prolusione di p. Agostino Gemelli pronunciata nell’anno accademico 1928-1929: “Il suo discorso contestualizzato negli anni difficili che seguirono al primo conflitto mondiale e videro il sorprendente avvio dell’Ateneo dei cattolici italiani, è di straordinaria attualità e ci aiuta a comprendere come l’Università Cattolica possa essere concretamente un laboratorio di speranza”.
Un discorso che molti anni più tardi è stato approfondito da papa Francesco: “Di fronte ad un mondo in preda a tensioni sempre più destabilizzanti che stanno mettendo in crisi lo scenario geopolitico, servono davvero ‘idee madri feconde di pace’ che sappiano riannodare i fili della speranza. In questo cammino giubilare papa Francesco ha invitato tutti ad essere vicini ai giovani. E non solo perché non perdano la speranza. A loro, infatti, è chiesto di essere gli artefici di una ‘cultura della speranza’ capace di costruire con coraggio un futuro contrassegnato non da crescenti conflitti ma da una convivenza pacifica in una casa comune fraterna e solidale”.
Ecco la sfida culturale a cui è chiamata l’Università Cattolica: “Ancorato ai principi dell’insegnamento sociale della Chiesa, l’Ateneo dei cattolici affronta le sfide del nostro tempo con lo stesso slancio e lo stesso ardore dei fondatori. Sempre più consapevole della grande responsabilità che ha nei confronti delle nuove generazioni, si pone come preziosa ‘risorsa di speranza’ per la Chiesa e l’intera società da cui riceve continue attestazioni di apprezzamento e fiducia”.
Quindi quello con papa Francesco è stato un rapporto continuo, dal momento dell’elezione fino al messaggio contenuto nell’ultima enciclica, ‘Dilexit nos’, interamente dedicata alla spiritualità del Sacro Cuore: “Un’amicizia che ha trovato manifestazione nei ruoli di prestigio che la Santa Sede ha sempre voluto riconoscere al Rettore dell’Università Cattolica e che, nello stesso tempo, si è espressa in un’articolata comunanza di intenti.
La riflessione sull’ambiente affidata all’Enciclica ‘Laudato Sì’, l’appello al dialogo e alla collaborazione tra i popoli di ‘Fratelli tutti’, la necessità di un radicale ripensamento dei paradigmi economici e, soprattutto, l’impegno per un nuovo Patto educativo globale sono gli esempi più evidenti di un legame che, di anno in anno, si è fatto sempre più stretto e più efficace”.
Perciò la rettrice ha ricordato alcuni momenti particolari: “Un ultimo regalo, voluto da Papa Francesco nei giorni della Settimana Santa e giunto a destinazione poco dopo la sua morte, è la piccola statua di Nuestra Señora de Luján, che la Rettrice Elena Beccalli, ha trovato ad attenderla a Casa Santa Marta, dove si era recata a rendere l’ultimo omaggio al Pontefice. La statuetta rappresenta la Vergine miracolosa venerata nel Santuario di Luján (a circa 70 km da Buenos Aires), patrona di Argentina. Non solo un segno di ringraziamento, ma anche e specialmente la conferma di un’amicizia destinata a sfidare il tempo è la piccola statua”.
Infine ha sottolineato il suo magistero ‘economico’: “Papa Francesco con il suo magistero ha sottolineato come sia possibile uno sguardo nuovo sulle questioni economiche e soprattutto su quelle finanziarie mettendo al centro la persona, la valorizzazione della dignità di ogni essere umano e la cura per il creato. Uno sguardo e un paradigma che contrasta con quanto vediamo oggi con una guerra dei dazi che si prospetta, l’incertezza sui mercati, le questioni e le polarizzazioni complesse dal punto di vista geopolitico che portano alle tante guerre che vediamo in molte parti del mondo ma forse proprio in virtù di questo contrasto il messaggio di papa Francesco è ancora più forte oggi”.
Per questo papa Francesco nel suo magistero ha sempre invitato a cercare la pace: “Papa Francesco è stato il leader globale di questi ultimi anni, ha saputo portare una posizione molto chiara, molto ferma, ma sempre dialogante con tutti, e in questo senso credo che sia stata una voce molto ascoltata anche da molti laici nel mondo. Quello che ha invitato a fare fino all’ultimo, e lo abbiamo ascoltato anche nel giorno di Pasqua, è un invito rivolto a tutti i politici, alle persone con responsabilità, a cercare di dare questo sguardo nuovo, invitando alla pace”.
Cei per la giornata dell’Università Cattolica: ‘Università, laboratorio di speranza’
“Tutti sperano. Nel cuore di ogni persona è racchiusa la speranza come desiderio e attesa del bene, pur non sapendo che cosa il domani porterà con sé…Possa il Giubileo essere per tutti occasione di rianimare la speranza”: inizia con uno spunto della lettera della bolla giubilare di papa Francesco, ‘Spes non confundit’, il messaggio dei vescovi italiani, intitolato ‘Università: laboratorio di speranza’, in occasione della 101 giornata per l’Università Cattolica del Sacro Cuore che si celebrerà domenica 4 maggio.
Nel messaggio i vescovi sottolineano la necessità della speranza: “Di speranza, infatti, abbiamo particolarmente bisogno di fronte a scenari incerti e, per alcuni versi, davvero drammatici. Ci preoccupano il quadro politico ed economico gravato da tensioni e incertezze, i conflitti che non sembrano trovare via di soluzione, i ritardi nell’attuazione di uno sviluppo sostenibile in grado di custodire la casa comune e di sviluppare accoglienza e solidarietà di fronte ai crescenti flussi migratori. Sono solo alcune delle situazioni dentro cui si gioca la vita di ciascuno, spesso segnata da non minori preoccupazioni personali e sociali legate alla fragilità delle relazioni familiari e ai rapporti intergenerazionali, alla precarietà nel campo del lavoro e alle incertezze rispetto al futuro”.
E l’Università Cattolica è chiamata a dar ragione della speranza: “Non servono speranze effimere e illusorie, purtroppo ampiamente veicolate da una cultura che privilegia le banalità ed esalta l’apparenza, ma visioni di ampio respiro e prospettive solide… Il tema scelto, ‘Università, laboratorio di speranza’, pone in evidenza come in un contesto così difficile il mondo accademico sia chiamato a farsi interprete dell’anelito alla speranza che è proprio delle nuove generazioni… L’Università Cattolica del Sacro Cuore, alla luce della sua storia e della sua peculiare missione, è chiamata a farsi interprete coraggiosa e creativa di questo invito, rafforzando e ampliando il suo impegno a servizio della formazione umana, professionale e spirituale degli universitari”.
Riflettendo sull’enciclica ‘Dilexit nos’ i vescovi ribadiscono le ‘ragioni’ del cuore: “Il primo luogo dove la speranza può essere coltivata e deve crescere è il cuore dell’essere umano. Non a caso l’Ateneo è stato affidato dai fondatori alla custodia del Sacro Cuore. Dobbiamo riscoprire il significato profondo e sempre attuale di questa dedicazione che oggi risalta in modo ancora più fulgido grazie alla Lettera enciclica di papa Francesco ‘Dilexit nos’ dedicata proprio al valore spirituale, culturale e sociale del Cuore di Cristo… Cercando la verità attraverso tutte le vie del sapere e ponendo sempre al centro dell’attività accademica l’attenzione alla dignità di ogni essere umano, l’Università Cattolica continua ad offrire il suo peculiare contributo alla formazione di personalità che siano in grado di dare senso compiuto alla propria esistenza e di mettersi con competenza e generosità a servizio del bene comune”.
Però per essere ‘faro di speranza’ è necessario che l’università attui processi di innovazione: “Per dare piena attuazione a questa ‘impresa educativa’ l’Ateneo dei cattolici italiani deve affrontare anche importanti processi di innovazione e di ampliamento in tutti gli ambiti: dall’offerta formativa ai nuovi campi di ricerca fino agli orizzonti sempre più vasti di quella che viene definita ‘terza missione’, ovvero tutte le attività con cui l’Università interagisce con la società”.
Infine una particolare attenzione da parte dell’Università Cattolica al continente africano: “I già numerosi progetti di collaborazione a livello accademico, culturale e sociale, troveranno così ancora più organicità e potranno rappresentare un ulteriore ‘volano di speranza’ per un Continente, tanto martoriato quanto ricco di risorse e potenzialità. L’Ateneo assume così un volto ancora più solidale nell’esplicitazione di quella terza missione che a ben vedere è l’anima vera e il principio ispiratore delle altre due: la didattica e la ricerca”.
Per questo è necessario che l’Università Cattolica diventi sempre più ‘laboratorio di speranza’: “Per essere all’altezza di queste grandi sfide l’Ateneo non può che essere sempre più un ‘laboratorio di speranza’ misurandosi con i grandi cambiamenti in atto, soprattutto sul versante della ricerca scientifica e tecnologica, delle innovazioni legate all’intelligenza artificiale e delle grandi questioni sociali affinché, contro la spinta al riarmo e alla contrapposizione tra le nazioni, si sviluppino relazioni giuste, fraterne e pacifiche”.
(Foto: Università Cattolica)
Il papa ai professori: la cultura non è settaria
“Sono lieto di trovarmi qui in mezzo a voi e ringrazio il Rettore per le sue parole di benvenuto, con le quali ha ricordato la storia e la tradizione in cui questa Università è radicata, come pure alcune delle principali sfide odierne da cui siamo tutti interpellati. E’ questo il primo compito dell’Università: offrire una formazione integrale perché le persone ricevano gli strumenti necessari a interpretare il presente e a progettare il futuro”:
nel pomeriggio il papa ha incontrato i professori dell’Università ‘Katholieke Universiteit Leuven’ rispondendo alle questioni sollevate nel saluto di benvenuto dal rettore Luc Sels, avendo prima visitato le Piccole Sorelle dei Poveri nella Casa Saint-Joseph, che dal 1856 accoglie anziani poveri e di modesto reddito.
Il papa ha incentrato l’intervento sulla formazione culturale: “La formazione culturale, infatti, non è mai fine a sé stessa e le Università non devono correre il rischio di diventare delle ‘cattedrali nel deserto’; esse sono, per loro natura, luoghi propulsori di idee e di stimoli nuovi per la vita e il pensiero dell’uomo e per le sfide della società, cioè spazi generativi”.
Compito dell’Università è quello di promuovere la cultura: “E’ bello pensare che l’Università genera cultura, genera idee, ma soprattutto promuove la passione per la ricerca della verità, al servizio del progresso umano. In particolare, gli Atenei cattolici, come questo, sono chiamati a ‘portare il decisivo contributo del lievito, del sale e della luce del Vangelo di Gesù Cristo e della Tradizione viva della Chiesa sempre aperta a nuovi scenari e a nuove proposte’.
Desidero allora rivolgervi un semplice invito: allargare i confini della conoscenza! Non si tratta di moltiplicare le nozioni e le teorie, ma di fare della formazione accademica e culturale uno spazio vitale, che comprende la vita e parla alla vita”.
Prendendo spunto dall storia del Libro delle Cronache il papa ha sottolineato la necessità di aprire gli orizzonti culturali: “Allargare i confini e diventare uno spazio aperto per l’uomo e per la società è la grande missione dell’Università. Nel nostro contesto, infatti, ci troviamo davanti a una situazione ambivalente, in cui i confini sono ristretti. Da una parte, siamo immersi in una cultura segnata dalla rinuncia alla ricerca della verità”.
E’ un invito alla ricerca: “Abbiamo perduto l’inquieta passione del cercare, per rifugiarci nella comodità di un pensiero debole (il dramma del pensiero debole!), per rifugiarci nella convinzione che tutto sia uguale, che una cosa valga l’altra, che tutto sia relativo. Dall’altra parte, quando nei contesti universitari e anche in altri ambiti si parla della verità, si scade spesso in un atteggiamento razionalista, secondo cui può essere considerato vero soltanto ciò che possiamo misurare, sperimentare, toccare, come se la vita fosse ridotta unicamente alla materia e a ciò che è visibile. In tutti e due i casi i confini sono ristretti”.
Ed ha parlato di ‘stanchezza dello spirito’, citando Kafka: “Questo sentimento emerge spesso in alcuni personaggi delle opere di Franz Kafka, che ha descritto la condizione tragica e angosciante dell’uomo del Novecento. In un dialogo tra due personaggi di un suo racconto, troviamo questa affermazione: ‘Credo che lei non si occupi della verità soltanto perché è troppo faticosa’.
Cercare la verità è faticoso, perché ci costringe a uscire da noi stessi, a rischiare, a farci delle domande. E quindi ci affascina di più, nella stanchezza dello spirito, una vita superficiale che non si pone troppi interrogativi; così come allo stesso modo ci attira di più una ‘fede’ facile, leggera, confortevole, che non mette mai nulla in discussione”.
L’altro aspetto riguarda un ‘razionalismo senz’anima’, citando Romano Guardini: “Quando si riduce l’uomo alla sola materia, quando la realtà viene costretta dentro i limiti di ciò che è visibile; quando la ragione è soltanto quella matematica, quando la ragione è quella ‘da laboratorio’, allora viene meno lo stupore (e quando manca lo stupore non si può pensare; lo stupore è l’inizio della filosofia, è l’inizio del pensiero), viene meno quella meraviglia interiore che ci spinge a cercare oltre, a guardare il cielo, a scovare nella verità nascosta che affronta le domande fondamentali”.
Infine ha ringraziato l’università per l’accoglienza dei rifugiati: “Grazie perché, allargando i confini, vi siete fatti spazio accogliente per tutti i rifugiati che sono costretti a fuggire dalle loro terre, tra mille insicurezze, enormi disagi e sofferenze a volte atroci. Grazie.
Abbiamo visto poco fa, nel video, una testimonianza molto toccante. E mentre alcuni invocano il rafforzamento dei confini, voi, in quanto comunità universitaria, i confini li avete allargati. Grazie. Avete aperto le braccia per accogliere queste persone segnate dal dolore, per aiutarle a studiare e a crescere. Grazie”.
L’appello del papa è stato un invito a non essere ‘settari’: “Ci serve questo: una cultura che allarga i confini, che non è ‘settaria’ (e voi non siete settari, grazie!) né si pone al di sopra degli altri ma, al contrario, sta nella pasta del mondo portandovi dentro un lievito buono, che contribuisce al bene dell’umanità. Questo compito, questa ‘speranza più grande’, è affidata a voi!”
(Foto: Santa Sede)
La Santa Sede alla Biennale di Venezia con la ‘sfida’ dell’incontro nel giardino
Il Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede partecipa alla 18^ Mostra Internazionale di Architettura – La Biennale di Venezia, dedicando il Padiglione al tema dell’incontro: ‘Amicizia Sociale: incontrarsi nel giardino’ è il nome della mostra che si terrà all’Abbazia di San Giorgio Maggiore, come ha sottolineato il card. José Tolentino de Mendonça, prefetto dello stesso Dicastero:
“E’ proprio sul futuro, e sulla riflessione che a suo riguardo siamo chiamati a fare, che la curatrice generale della 18^ Mostra Internazionale di Architettura, Lesley Lokko, ha voluto incidere, usando queste parole: ‘Noi architetti abbiamo un’occasione unica per proporre idee ambiziose e creative che ci aiutino a immaginare un più equo e ottimistico futuro in comune’.
Possiamo dire che l’atteggiamento propositivo nella direzione di un futuro più giusto e solidale è universalmente riconosciuto nelle encicliche di Papa Francesco: ‘Laudato sì’ (2015) e ‘Fratelli Tutti’ (2022).
Sono ambedue testi che non solo ci aiutano a fare una diagnosi critica, precisa e sincera del presente, ma che si sfidano a sollevare lo sguardo, riscoprendo la capacità di sognare, con decisione, la profezia di un mondo migliore. Non a caso, tanti le considerano bussole di un futuro da costruire insieme”.
Infatti nei messaggi papa Francesco ha parlato di una ‘sfida’ dell’incontro: “Il messaggio del papa di fronte alle difficoltà e alle contraddizioni del nostro presente storico è quello di non smettere di provare a ‘recuperare la profondità della vita’… Ora, ci domandiamo, quando è che l’incontro si fa cultura?
Vale la pena di meditare sulla risposta offerta da Francesco: quando ‘ci appassiona il volerci incontrare, il cercare punti di contatto, gettare ponti, progettare qualcosa che coinvolga tutti’. Non sono propriamente soluzioni magiche, ma è invece l’umiltà di accettare che il nostro amore per la vita ci chiede di viverla come un paziente laboratorio di ricerca, di rischi presi che poi diventano ponti, con l’ostinazione di non lasciare nessuno indietro né fuori”.
Inoltre il prefetto del dicastero per la Cultura e l’Educazione ha sottolineato che la biennale è in programma proprio nel decennale del pontificato del papa: “Nei suoi dieci anni di pontificato che cadono proprio nel 2023, papa Francesco ha agito e parlato nel senso di coinvolgere tutti, senza dimenticare le periferie, i poveri e i rifugiati. Ciò costituisce già un’eredità per il futuro, attorno alla quale s’incontrano tutti coloro che desiderano un mondo più giusto e meno ferito dalle disuguaglianze sociali”.
Infine ha evidenziato le proposte del padiglione della Santa Sede: “Ciò è ben evidente nei due progetti di architettura in cui consiste la proposta del Padiglione della Santa Sede.
L’architetto Álvaro Siza, che all’età di 90 anni si presenta come una riserva di giovinezza per il mondo, scommette su un’architettura che non si fissa tra quattro mura, ma si disloca. E’ un’architettura viva, figurale, ‘in uscita’. Un intenso manifesto politico e poetico su cosa sia o possa diventare l’incontro tra gli esseri umani”.
E’ un’architettura che rende tutti corresponsabili della ‘casa comune’: “Dall’atra parte la proposta complementare dello Studio Albori pone dentro l’architettura tutti i viventi, rendendoci tutti corresponsabili della nostra casa comune.
Álvaro Siza e il collettivo di architetti dello Studio Albori sono la garanzia di proposte allo stesso tempo magistrali e innovative che fanno riflettere sul contributo dell’architettura, presentandola come pratica laboratoriale di futuro e alla fine non lontana dagli interrogativi tipicamente spirituali”.
Mentre l’arch. Roberto Cremascoli, curatore del Padiglione della Santa Sede, ha sottolineato come la Santa Sede non abbia una sede fissa alla Biennale: “Credo che sia una risorsa in più, invece, quella di andare alla ricerca di un luogo per organizzare il padiglione nazionale perché ci mette in relazione con la città e il territorio lagunare e quindi di poter essere in qualche modo utili al territorio stesso. Utili per creare una relazione tra il territorio, i residenti e la biennale con il suo pubblico”.
Ed ha illustrato il luogo dell’allestimento vaticano: “La partecipazione della Santa Sede è ospitata dalla comunità benedettina negli spazi gestiti dalla Benedicti Claustra Onlus nel monastero palladiano a San Giorgio Maggiore…
Il monastero benedettino diventa così lo scenario di Amicizia Sociale: incontrarsi nel giardino, in risposta al tema ‘Il Laboratorio del Futuro’ proposto dalla curatrice generale della mostra Lesley Lokko… Nel convento si realizza la costruzione di un processo reale, la dimensione evocativa di un progetto che non è necessariamente pensato per definire uno spazio finito, bensì un modus operandi.
Con le ‘installazioni’ realizzate, ci siamo occupati di fare ordine mediante il disegno e la pratica di gesti semplici, prendendo spunto dall’uso quotidiano e dal modello di vita monastico. All’origine del percorso il fotoracconto e videoracconto di Marco Cremascoli e Mattia Borgioli ci illustreranno il processo reale. il visitatore sarà accolto dall’installazione O encontro (L’incontro) di Álvaro Siza”.
(Foto: Vatican News)
I ragazzi ‘del dono’ si danno appuntamento a Palermo: al via la 9^ edizione del Giorno del Dono
Studenti, dall’infanzia alla secondaria, pronti a raccontare la propria idea di dono, ma anche ragazzi in carico ai Servizi minorili della Giustizia, associazioni del territorio, Comuni e imprese virtuose: l’appuntamento è per tutti a Palermo ai Cantieri Culturali alla Zisa il prossimo 4 ottobre per la più grande festa del dono d’Italia realizzata in collaborazione con CeSVoP, il Centro di Servizi per il Volontariato di Palermo.
Outodoor Education: Kairos organizza progetti per bambini e ragazzi
La cooperativa Kairos realizza a partire da oggi 31 agosto due progetti, finanziati dai fondi stanziati dalla Regione Lazio, dedicati all’educazione ‘outdoor’ proposta per bambini e ragazzi che negli ultimi mesi hanno sofferto particolarmente per la forzata reclusione causata dalle difficili condizioni sanitarie.





























