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La Chiesa italiana è casa della pace
“La speranza, in un tempo segnato dall’incertezza e dalla ‘forza’, è stata il filo rosso del confronto tra i vescovi riuniti a Roma dal 26 al 28 gennaio per la sessione invernale del Consiglio Episcopale Permanente, sotto la guida del Cardinale Presidente Matteo Zuppi. All’indomani della chiusura dell’Anno Santo, i lavori hanno messo in luce la consapevolezza, ribadita dal Card. Zuppi, che, sebbene le celebrazioni giubilari siano terminate, ‘non si è certo esaurito il desiderio di una speranza affidabile’. Ecco allora che, in un contesto globale definito ‘età della forza’ dove il diritto internazionale cede il passo alle armi e alla logica del dominio, i Vescovi hanno rinnovato l’impegno della Chiesa italiana a essere ‘casa della pace’, accogliendo l’invito di papa Leone XIV a riscoprire l’essenziale della fede cristiana”: così inizia il comunicato finale inviato dai vescovi italiani dopo due giorni di incontri.
Nel comunicato conclusivo i vescovi hanno sottolineato la necessità di comunicare la fede: “I Vescovi hanno riflettuto sull’apparente contraddizione tra la fine del clima di “cristianità” e la persistenza di una ‘diffusa Italia cattolica’: è emersa la volontà unanime di non cedere alla rassegnazione o al senso di irrilevanza che talvolta affligge il clero e gli operatori pastorali. Sebbene, infatti, la trasmissione della fede non sia più un processo automatico, esiste ancora un ‘popolo che crede’, come dimostrano la grande partecipazione al Giubileo ed il servizio di tanti nelle parrocchie e nelle comunità. La sfida, hanno evidenziato i Presuli, è passare da una pastorale di conservazione a una proposta culturale e spirituale che sappia intercettare le domande di futuro”.
Per questo è necessario l’annuncio del kerigma: “La trasmissione della fede, in un tempo in cui essa ‘non è più scontata’, resta dunque per i Vescovi una priorità: è necessario ricentrare l’annuncio sul kerygma, sul mistero dell’incarnazione, morte e risurrezione di Cristo, evitando che la Chiesa venga percepita solo come un’agenzia sociale”.
Quindi la liturgia è il centro dell’azione ecclesiale: “La fede va trasmessa e celebrata: in tal senso, la liturgia e, in particolare l’Eucaristia domenicale, devono tornare a essere il luogo generativo della comunità e della formazione. In quest’ottica, è stato ribadito l’impegno a valorizzare il ruolo dei laici e degli Organismi di partecipazione, scongiurando derive di ‘neoclericalismo’ e rispettando l’indole secolare della vocazione laicale”.
Ecco nascere una nuova forma di Chiesa: “Ci si è soffermati, inoltre, sulla ‘forma della Chiesa’ nel territorio, interrogandosi su come le strutture e i ministeri possano evolvere per rispondere alle sfide odierne senza moltiplicare burocrazia o ruoli non necessari. Tutti temi che hanno trovato ampio respiro nella discussione del Consiglio Permanente sulla proposta delle ‘linee orientative’ per le Chiese in Italia, che il gruppo di Vescovi nominato dalla Presidenza CEI su mandato del Consiglio Permanente sta predisponendo a conclusione del Cammino sinodale”.
Da qui un osservatorio sulla pace: “Rispetto alla ricezione del Documento di sintesi del Cammino sinodale ‘Lievito di pace e di speranza’, il Consiglio Permanente ha votato una mozione in base alla quale si incarica la Presidenza di costituire, all’interno dell’Ufficio catechistico nazionale, in collaborazione con Migrantes e altre realtà interessate, un osservatorio per la raccolta di dati ed esperienze e per la predisposizione di strumenti e sussidi in merito ai percorsi di iniziazione alla vita cristiana e di ricominciamento di giovani e adulti; di creare all’interno dell’Ufficio nazionale di pastorale sociale, in collaborazione con Caritas e altre realtà interessate, un centro di raccolta di dati ed esperienze sui temi della pace e della non violenza e all’interno dell’Ufficio comunicazioni sociali, Ufficio scuola e Servizio di pastorale giovanile una piattaforma online sulle buone prassi di pastorale giovanile”.
Inoltre i vescovi sono preoccupati per la crescita della violenza giovanile, sottolineando che la repressione non è ‘sufficiente da sola’: “Guardando alla situazione nazionale, i presuli hanno poi esplicitato la loro forte preoccupazione per l’escalation di violenza che attraversa il mondo giovanile, drammaticamente evidenziata dai recenti fatti di cronaca, come la tragedia di La Spezia.
Nel ribadire che la repressione da sola non è sufficiente, hanno sottolineato la necessità di investire risorse ed energie non per mantenere strutture del passato, ma per creare spazi di aggregazione e produzione culturale capaci di parlare ai ragazzi. In questo quadro, hanno manifestato apprezzamento per le misure della Legge di bilancio a sostegno delle scuole paritarie, presidi di libertà educativa fondamentali per il Paese”.
Altri punti interessanti hanno riguardato i referendum e le carceri: “In vista del referendum costituzionale sulla giustizia previsto per il prossimo marzo, il Consiglio Permanente ha lanciato un appello alla partecipazione. Pur nel rispetto delle diverse sensibilità, i Vescovi hanno invitato i cittadini a recarsi alle urne, superando il clima di disimpegno e astensionismo. Sul fronte della giustizia penale, richiamando l’esperienza del Giubileo dei detenuti e gli appelli purtroppo inascoltati di papa Francesco e papa Leone XIV, si sono detti favorevoli a proposte di forme di clemenza, come l’ ‘indulto differito’, ed a percorsi di giustizia riparativa”.
E sono stati chiari sulle leggi regionali riguardanti il ‘fine vita’: “Di fronte alle spinte legislative regionali sul fine vita, i Presuli hanno riaffermato con nettezza che ‘la risposta alla sofferenza non è offrire la morte, ma garantire forme di sostegno’… Norme favorevoli al suicidio assistito rischiano di indurre i più fragili a sentirsi un peso per la società, mentre la priorità resta l’applicazione uniforme ed efficace delle cure palliative su tutto il territorio nazionale”.
Infine una riflessione sul compito delle madrine e dei padrini: “Alla luce anche del Documento di sintesi del Cammino sinodale, si è riproposto il confronto che ha preso le mosse dalla constatazione della fine del cosiddetto ‘catecumenato sociale’: la trasmissione della fede non avviene più per osmosi nell’ambiente familiare e sociale, ma richiede un nuovo intreccio tra generazione alla vita e generazione alla fede. In questo quadro, è stata esaminata la questione dei padrini e delle madrine, figure spesso in crisi d’identità o ridotte a ruoli puramente cerimoniali”.
In questo senso tale figura è un ponte ‘credibile’: “E’ stata condivisa la necessità di un ripensamento che porti a delineare la figura del padrino come ‘ponte’ e ‘mediazione’ tra la famiglia e la comunità, capace di un accompagnamento stabile nel tempo. Circa la scelta dei padrini e delle madrine, ci si è concentrati su un possibile superamento dell’automatismo che la considera un diritto esclusivo della famiglia basato su legami affettivi, per aprirsi a un dialogo con la comunità che possa proporre figure di ‘testimoni credibili’ (catechisti, educatori, membri di associazioni)”.
Per questo è necessario ripensare ad alcune situazioni ‘irregolari’: “Sul piano dei requisiti, in linea con Amoris Laetitia, è stato incoraggiato un discernimento pastorale che, pur richiedendo una vita di fede coerente, sappia trasformare la richiesta del padrinato anche per persone in situazioni matrimoniali irregolari in un’occasione di riavvicinamento e ripresa del cammino cristiano, valorizzando la dimensione dell’amicizia spirituale. E’ stata confermata, infine, l’urgenza di linee comuni tra le Diocesi per evitare frammentazioni e disorientamento tra i fedeli. Per questo l’orientamento è di elaborare un documento sul tema”.
Come annunciare il Kerygma? La risposta da 150 catechisti di Marche ed Umbria
Nello scorso maggio circa 150 catechisti dell’Umbria e delle Marche hanno partecipato al convegno, che si è tenuto alla Domus Pacis di Santa Maria degli Angeli di Assisi, sul tema ‘Celebrate il Signore perché è buono? Una comunità che celebra e testimonia il Kerygma’, le cui riflessioni saranno consegnate alla CEI che, dopo aver ricevuto tutte le proposte delle altre regioni d’Italia, avvierà una nuova progettazione per la catechesi a livello nazionale, come ha affermato mons. Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno, delegato della Conferenza Episcopale Umbra per la catechesi:
“Adesso si tratta di non dissipare questo patrimonio che abbiamo messo insieme. Delle tante proposte effettuate, mi piace sottolineare quella di non desistere da questa collaborazione e provare a creare un forum interregionale Umbria-Marche sulla catechesi, che potrebbe essere anche appoggiato da quale laboratorio di rinnovamento pastorale, nel quale fare un costate aggiornamento, un approfondimento e anche una operatività verificata per evitare che i nostri convegni siano solo parole”.
In conclusione della sessione don Calogero Di Leo, direttore dell’Ufficio Catechistico della diocesi di Perugia-Città della Pieve, coordinatore della commissione per la catechesi della Conferenza episcopale umbra, ha sintetizzato in tre parole quelle giornate: “La prima è bellezza: abbiamo vissuto un’esperienza di gioia, di gaudio, di amicizia, di pace, di condivisione. La seconda è lavoro: abbiamo lavorato molto bene, abbiamo condiviso idee, esperienze, buone pratiche, ma soprattutto la vita. E infine la terza parola è proposta: dai tre grandi settori su cui ci siamo confrontanti (la comunità, la liturgia e l’annuncio) sono emersi suggerimenti su come poter essere Chiesa nuova, con i piedi saldi nella tradizione, in questo cambiamento di tempo”.
In quale modo celebrare la bontà del Signore?
“Certamente la bontà del Signore si celebra in tantissimi modi, grazie all’infinita fantasia dello Spirito. Il nostro convegno ha voluto sottolineare alcune tra le più importanti modalità espresse nel sottotitolo: ‘Celebrate il Signore perché è buono? Una Comunità che celebra e testimonia il Kerygma’. La liturgia e la vita pulsante di una comunità sono vie per comunicare la bontà del Signore. E’ opportuno però che venga riformulato sia il concetto di ‘celebrazione’ che quello di ‘testimonianza’.
Per celebrazione non intendiamo soltanto il culto liturgico sacramentale, che ha nella Eucarestia domenicale il suo punto di ‘fons’ e ‘culmen’, secondo la costituzione sulla sacra liturgia ‘Sacrosanctum Concilium’; occorre anche riscoprire il culto nel suo significato paolino, ‘offrire i vostri corpi in sacrificio soave a Dio, questo è il vostro culto spirituale’.
Non ci dimentichiamo che i gesti liturgici sacramentali provengono da parole, riti e materiali presi in prestito dalla vita quotidiana: il mangiare, il bere, il lavarsi, lo stare a tavola, il riposo, la festa, il pane, il vino, l’olio…
Facciamo un esempio concreto con i sacramenti della Iniziazione Cristiana (battesimo, cresima ed eucarestia) che definiscono sia l’identità cristiana che l’ingresso nella vita della comunità. I gesti e i materiali provengono dalla ‘Iniziazione della vita’. Nel battesimo veniamo purificati dall’acqua, con la cresima veniamo profumati dall’olio e con l’eucarestia veniamo nutriti. Non sono i tre momenti della venuta al mondo di ciascuno di noi? Dopo essere nati veniamo lavati con l’acqua, veniamo profumati con l’olio ed infine veniamo portati al seno della mamma per essere nutriti. Culto liturgico e culto della vita camminano insieme: l’uno illumina e rimanda all’altro.
Da qui comprendiamo allora dove è nato il corto circuito nelle nostre comunità: l’aver anteposto (forse sostituito) al culto della vita (culto spirituale), quello prettamente liturgico sacramentale.
Riscoprire che la bontà del Signore viene celebrata non soltanto in chiesa, nel culto liturgico, ma anche nella vita mediante la testimonianza nei vari ambiti della quotidianità (relazione di coppia, genitorialità, lavoro, responsabilità civile) significa sanare una grande ferita. Ma si celebra la fede anche nella carità verso i fratelli e le sorelle in condizioni di bisogno attraverso la vicinanza affettiva, il servizio generoso e la condivisione materiale. Un lavoratore che fa bene il proprio mestiere esprime la bontà del Signore nel servizio al bene comune, espressione dell’amore al prossimo che ha in Dio la sua sorgente e il suo modello. Così un genitore che sa ben educare i figli, è a tutti gli effetti celebrazione della paternità e maternità della bontà del Signore. Gli esempi posso essere tantissimi.
Il nostro Convegno, tenutosi nei giorni 10-12 maggio, è stato un tentativo di far ri-camminare insieme l’unica bontà del Signore attraverso l’unico culto comprendente sia quello liturgico che quello della vita, allargando la consapevolezza che la missione di rendere presente e sperimentabile la bontà di Dio non è prerogativa di preti o suore, ma di ogni battezzato, cioè di tutta la comunità cristiana, seppur nella specificità delle competenze”.
Come una comunità può testimoniare il kerigma?
“A mio avviso una comunità cristiana può testimoniare il Kerygma se parte dalla consapevolezza (senza meravigliarsi o scandalizzarsi) che anche l’Italia, come il resto del mondo occidentale, è di nuovo terra di missione. Per cui la postura che ogni comunità – ma anche ogni famiglia o ogni singolo battezzato – deve assumere è quella della missionarietà.
Questa situazione è stata compresa e prefigurata a suo tempo nella felice espressione del documento ecclesiale dell’episcopato italiano più significativo e concreto di questi ultimi anni: ‘Di primo annuncio vanno innervate tutte le azioni pastorali’ (Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, n. 6).
Il primo annuncio in senso stretto non consiste solamente nella proclamazione verbale del kerigma, come si è fatto per intere generazioni, riducendo il cristianesimo a dottrina o a morale. Qui ci viene incontro papa Francesco quando nell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ esplicita in un modo creativo il contenuto del kerygma stesso: ‘Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti’ (164). Ci sono ‘alcune disposizioni che aiutano ad accogliere meglio l’annuncio: vicinanza, apertura al dialogo, pazienza, accoglienza cordiale che non condanna’ (165)’.
Una comunità può testimoniare il kerygma in modo autentico e credibile solamente se ha fatto esperienza dell’amore di Cristo, che è per sua natura diffusivo, non soltanto mediante gesti di carità ma soprattutto mediante relazioni di fraternità che sappiano toccare le corde fondamentali del cuore umano. E’ nella prossimità fattiva che il cristianesimo diventa credibile quale risposta alle domande, alle esigenze e ai desideri dell’animo umano, altrimenti Cristo viene ridotto a un bel discorso in chiave morale.
Per questo una delle caratteristiche del Convegno è stata quello di non rimanere incastrati nelle analisi che da decenni stanno zavorrando la Chiesa italiana, ma di indicare proposte nuove e creative nel campo della evangelizzazione e della catechesi, soprattutto per famiglie e giovani”.
In quale modo essere Chiesa in un tempo che cambia repentinamente?
“Oggi viviamo in un cambiamento d’epoca come ci ricorda papa Francesco. Il segno evidente di questo cambiamento è che siamo arrivati all’apice di quel processo iniziato dopo il Medioevo, con il Rinascimento, l’Umanesimo e soprattutto l’illuminismo, di separazione tra vita e fede. Questo fenomeno, che ha generato il relativismo e la scristianizzazione, ha portato al collasso quel tipo di società in cui siamo nati e cresciuti e che si riconosceva nei valori cristiani; in poche parole non viviamo più in un regime di società cristiana. Come scriveva lo scrittore francese Charles Peguy nella sua opera ‘Veronique’: ‘Noi siamo la prima generazione di una società dopo Gesù, senza Gesù’, l’affermazione finale fa tremare i polsi, perché dice ‘la verità è che ci sono riusciti’. Dentro questo panorama, la questione della «Comunità» oggi è la questione per eccellenza, al punto tale che uno dei relatori (il vescovo di Gubbio – Città di Castello, mons Luciano Paolucci Bedini), ha affermato che: ‘Occorre non tanto puntellare quelle esistenti mettendo una toppa qua e là, ma generane di nuove’. Infatti dice Gesù, che non si può mettere una stoffa nuova su un vestito vecchio. Questo è il grande problema che come Chiesa occidentale stiamo vivendo. Occorre partire da una domanda: Quale modello di comunità oggi ci aiuta meglio a rendere sperimentabile il volto di Gesù?
Papa Francesco ha indicato alcune caratteristiche di questa nuova comunità, quali: ‘Chiesa in uscita’, ‘Ospedale da campo’ o/e ‘Chiesa sinodale’. Il rischio è però quello di ridurre il tutto a puro slogan. Credo in un mondo che cambia rapidamente come quello odierno, il volto nuovo della Chiesa deve essere quello di una ‘Comunità della prossimità’, dove ‘I care’ di don Milani o il sogno della ‘Chiesa del Grembiule’ di don Tonino Bello diventano il segno distintivo.
Durante la Settimana Santa di quest’anno diversi mezzi di comunicazione (cattolici e non) hanno evidenziato il fenomeno che sta accadendo in Francia e in Belgio, dove migliaia di giovani e di adulti hanno abbracciato la fede cristiana. Intervistati, molti di loro hanno detto che l’incontro con Gesù è avvenuto mediante comunità ‘gioiose e dinamiche’. Dobbiamo tendere a generare comunità gioiose e dinamiche in Umbria, nelle Marche e nel resto d’Italia. Comunità che ritornano a radunarsi attorno all’altare del Signore nel giorno del Signore, dove i pilastri della celebrazione eucaristica (Parola, Eucarestia e Fraternità) diventino i pilastri di una vita cristiana ed ecclesiale autentica”.
Quindi comunità capaci di essere ‘generative’?
“Io credo fermamente che il volto di Chiesa verso la quale stiamo andando, non per una convinta scelta pastorale ma per una realtà che si sta imponendo, è quello profetizzato dall’allora card. Joseph Ratzinger in un ciclo di trasmissioni radiofoniche in Germania nel lontano 1969, quando affermava che il futuro della Chiesa sarà nell’essere un ‘piccolo gregge’. Affermazione che poi da papa ha chiarito definendo questo piccolo gregge una ‘minoranza creativa’. Penso che come Chiesa italiana dovremmo approfondire questa modalità di Chiesa del futuro. Infatti in varie parti d’Europa è già una realtà, anche in quei paesi di antica tradizione cristiana. Interessante è l’esperienza vissuta in questi anni in Olanda e contenuta in un libro intervista al card. Willem Jacobus Eijk, ‘Dio vive in Olanda’”.
Come annunciare il Vangelo in un mondo sempre più social?
“Il mondo dei social è una realtà presente nella nostra vita e ogni giorno che passa conquista sempre più spazio, tanto che assistiamo anche a situazioni di totale dipendenza. Trascorriamo sempre più ore sui social e per molti quello non è un mondo parallelo a quello reale ma è una vera e propria realtà, anche se virtuale. Nessuno nega i tanti vantaggi che la tecnologia comunicativa ha portato nella nostra vita, diventando per tanti anche un lavoro ben retribuito come quello di ‘influencer’. Questo però non deve farci dimenticare anche i rischi che in tale mondo si annidano. Venendo alla domanda del come annunciare il Vangelo in un mondo sempre più social, non posso non citare un passaggio del discorso di papa Francesco in occasione del 60° anniversario di costituzione dell’Ufficio Catechistico Nazionale nel gennaio 2021 in cui afferma: ‘Non dobbiamo aver paura di parlare il linguaggio della gente, di ascoltare le domande, le questioni irrisolte, ascoltare le fragilità, le incertezze, di elaborare strumenti nuovi, aggiornati, che trasmettono all’uomo di oggi la ricchezza e la gioia del Kerygma e la gioia dell’appartenenza alla Chiesa’.
Elaborare strumenti nuovi e aggiornati, che trasmettono all’uomo di oggi la ricchezza e la gioia del Kerygma e la gioia dell’appartenenza alla Chiesa. In questa affermazione finale papa Francesco pone due importanti questioni:
a. Il giudizio positivo sui nuovi mezzi social. Questo è un nuovo campo di evangelizzazione e non solo di socializzazione; non è un mondo solo virtuale ma anche reale; milioni di persone vi trascorrono a vari livelli la loro vita, tanto che negli ultimi tempi è stata coniata l’espressione ‘on life’.
b. Nel suo discorso però papa Francesco utilizza una parola quanto mai significativa, di cui non possiamo non tenere conto, cioè la parola ‘strumento’. I social sono strumenti; seppur importanti, ma sempre strumenti.
Non dimentichiamoci che il cuore del cristianesimo è Gesù Cristo, il Figlio di Dio fattosi «carne» in una località ben precisa della geografia mondiale ‘Nazareth’. I padri della Chiesa affermavano “Caro Cardo Salus”, cioè la salvezza viene dalla carne. Non possiamo delegare in toto l’annuncio del Vangelo e la bellezza della vita cristiana al mezzo tecnico. In questo senso tutti abbiamo sperimentato il disastro ottenuto durante il periodo della pandemia Covid, quando abbiamo ‘abituato’ la gente a ‘vedere’ in Tv la santa Messa, ed ora facciamo fatica a farla tornare in chiesa.
Per alcune cose i mezzi social sono ottimi «strumenti», ma la fede cristiana si trasmette come il virus, da persona a persona. Questo significa che è imprescindibile il rapporto umano e l’appartenenza ad una comunità ‘gioiosa e dinamica’, non per un gusto vintage, ma perché è il metodo stabilito e vissuto da Dio in Cristo Gesù.
La Chiesa è la carne di Cristo, è il suo corpo; nessun mezzo tecnico può sostituire questo metodo. Noi siamo chiamati a mangiare un corpo e a bere un sangue che sono espressione massima di un rapporto carnale con il Signore, e quindi tra di noi.
Certamente le nuove tecnologie sono una opportunità, ma anche una sfida nel diventare nuove frontiere di evangelizzazione. Pensiamo ad esempio all’Intelligenza Artificiale, realtà presente nella nostra vita ad es. con il navigatore. Una sfida al rapporto uomo – macchina – fede. Ripeto non possiamo fare a meno della dimensione fisica della fede anche all’interno del mondo dei social”.
E’ possibile una collaborazione tra le due regioni ecclesiastiche per una nuova progettazione della catechesi?
“Non solo è possibile, ma di fatto si è realizzata. Il Convegno ne è una testimonianza ed anche un frutto certamente di un cammino e di un lavoro di più largo respiro. Per questo il primo sentimento con il quale tutti i partecipanti hanno vissuto quei giorni è stato quello di una grande gratitudine a Dio per la bella esperienza «sinodale»: due regioni ecclesiastiche che celebrano un convegno insieme, evento unico in Italia. Questo evento è, senza ombra di dubbio e a pieno titolo, frutto del percorso sinodale che come Chiesa italiana stiamo vivendo, così come ci ricorda papa Francesco ‘il Cammino sinodale è ciò che Dio si aspetta dalla Chiesa del Terzo Millennio’.
Ma è stato anche un evento di gioia e di bellezza: vedere tanti delegati, provenienti da città, storie ed esperienze diverse ascoltarsi e confrontarsi avendo come unico scopo quello di conoscere e di far conoscere Gesù. Per questo sono risuonate nel cuore e nelle orecchie le parole del salmista quando celebra la gioia nel Signore: ‘Come è bello e come è gioioso che i fratelli stiano insieme’ (Sal 133).
La fraternità che si era creata è stata di fatto una modalità di testimonianza della bontà del Signore; in poche parole, senza accorgerci, stavamo ‘realizzando’ il tema del convegno con il semplice esserci prima ancora del fare o del dire certe cose.
Certamente il cammino ci proietta anche nel futuro e i prossimi passi saranno:
– innanzitutto l’elaborazione della sintesi da inviare alla Segreteria dell’Ufficio Catechistico Nazionale, quale contributo (insieme a quello delle altre regioni) per la elaborazione di un progetto catechistico e di eventuali strumenti catechistici a livello nazionale;
– la pubblicazione degli atti del Convegno, da cui prendere elementi significativi per un lavoro di iniziative comuni. C’è ancora tanta strada da fare ma, come comunemente si dice, ‘chi ben comincia è a metà dell’opera’.
In tutto questo percorso non posso non ringraziare due amici in modo particolare, con i quali abbiamo formato l’equipe dei responsabili e che sono: don Emanuele Piazzai, delegato per la regione Marche, membro della Consulta Nazionale dell’UCN, e la dott.ssa Sabrina Guerrini, direttrice dell’Ufficio Catechistico Diocesano di Spoleto e membro della Consulta dell’UCN.
Siamo stati una squadra meravigliosa, affrontando gioie e dolori, fatiche e speranze. Anche qui abbiamo celebrato la bontà del Signore nel segno della nostra amicizia e della condivisione del lavoro”.
(Foto: CEU)
Papa Francesco invita ad annunciare la Parola di Dio
Il Direttorio per la Catechesi per rendere efficace il kerigma
Nei giorni scorsi è stato presentato il ‘Direttorio per la Catechesi’ redatto dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, che era stato pubblicato dalla Congregazione per il Clero il 15 agosto 1997 e consegnato alla Chiesa quale strumento per l’orientamento dell’azione catechistica, approvato da papa Francesco lo scorso 23 marzo e rappresenta ‘una ulteriore tappa nel dinamico rinnovamento che la catechesi attua’.




























