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Cuore o cuoricini? Relazioni reali o virtuali dai Millennials ai giorni nostri

La persona umana è da mettere sempre al centro di un rapporto, per secoli è stato così e non era difficile perché tutte le possibili distrazioni, prima o poi, coinvolgevano un essere umano. I rapporti esistevano ed era difficile estraniarsi. A un certo punto, tra esclusione di chi non veniva socialmente accettato anche per ragioni ingiuste e bullismo, si è trovata una scappatoia. Si tratta di un mondo dove tutti potrebbero essere più facilmente socialmente accettabili, un mondo dove gli apprezzamenti si raggiungono facilmente, ma sarà davvero così? Qual è il vero valore umano, il rapporto da coltivare? Quali sono i veri segnali che dimostrano affetto da parte qualcuno? Come sempre, Sanremo ci aiuta a capire qualcosa in più.

‘Cuoricini’ dei Coma_ cose tratta ‘le dinamiche di coppia, parlando d’amore, ma in una versione un po’ agrodolce: quella della convivenza quotidiana. Potremmo definirla una sorta di favola distopica della contemporaneità. Se dovessimo tradurla in un’immagine, vedremmo due cuori”, se invece fosse un cibo, i cantanti  vedrebbero ‘delle caramelle alla fragola, profumate e dolcissime!’ Ma come i funghi più belli e velenosi, anche ‘Cuoricini’ nasconde un segreto dietro la sua apparente vitalità da tormentone.

‘Cuoricini’ scherza sull’abuso dei social e dei like. Gli ‘stramaledetti cuoricini che mi tolgono il gusto di sbagliare tutto’ sono un’arma altrettanto tagliente degli occhi dell’altro che sono ‘due fucili che sparano sui cuoricini’. Andiamo quindi alla ricerca dei  motivi per cui i cuoricini rendono difficile  sentirsi liberi di sbagliare, di fare, provare e, tante volte, per distruggerli con un bel fucile. La riflessione sui social deve essere molto complessa e non si può solo basare sul rapporto di coppia perché questi, ormai, hanno invaso la nostra società modificando i rapporti fra chiunque.

Cerchiamo di incominciare dall’inizio riassumendo. Tante volte si cerca l’approvazione dell’altro e non la si ottiene. Si vuole aver attenzione da chi ci circonda, ma non si può averne e allora? Per un pò si continua a cercare, ma se proprio non si riesce a fare nulla si finisce nel virtuale. Via coi like. Molti influencer, per assurdo,  sono i primi a fare parodie sul peso di questa vita social, sempre attaccata ai like, ai selfie  perfetti ecc., come Chiara di @ChiaraAnicitoOfficialchannel che, nella sua parodia di ‘Sesso e samba’ci racconta proprio questo insieme al resto della famiglia.

Ma nella vita reale cosa possono provocare i Cuoricini? I like sono importanti segni di approvazione sui social e possono venire da chiunque, anche da persone importanti per noi. Finché esisteva solo il like, la vita era facile. Poi sono arrivati i dislike e qui le cose si sono complicate  abbastanza. Ci sono dei social, infatti, che non ti permettono di sapere chi ha messo quella ‘reazione’. Alcune persone, per farlo sapere, i fan commentano col numero del like. Il dislike, non lo scrivono quasi mai. Se uno trova un commento negativo può immaginare che quella persona lo abbia messo, ma non si può averne la certezza.

Veniamo ai simboli. Quelli scelti sono molto potenti: cuori, pollici alzati o abbassati, abbracci, faccia stupita, con la ridarella  e arrabbiata. Già  ci sono problemi nell’utilizzo della faccia Wow: ci sono quelli che la usano per dire che sono a bocca aperta per lo shock e non perché apprezzano il contenuto. Il cuore, però, è un simbolo di amore, affetto e tanti lo vogliono ricevere. I più piccoli, alla ricerca di attenzione, chiedono con insistenza ai creators che seguono un cuore al commento, a un loro post ( perché a loro volta hanno un social) eccetera. Per persone sole e fragili è molto importante ricevere un cuore in quanto le fa sentire importanti.

Avere followers significa essere apprezzati e importanti. Se non arrivano loro dei like, cuoricini eccetera si sentono ko: cosa ho sbagliato, perché  non mi guardano più, non piacciono più i miei contenuti, perché quel creator mette i cuori a tutti e non a me? Le relazioni con le persone reali, quindi diventano più sottovaluta te rispetto a quelle virtuali che nascondono un certo mistero perché non si sa davvero chi sia l’altro. Questo, però impoverisce i rapporti perché si sta ore ed ore sul social solo per ottenere consensi senza capire se li abbiamo già nella realtà o come aggiustare le cose con chi ci sta accanto.

Così i rapporti diventano più freddi e si deteriorano. Quando si arriva ad un certo punto, per non perdere chi ci sta davvero accanto, cerchiamo di andarcene lontano da ‘tutta la modernità’, ma se abbiamo ancora un cellulare capace di andare su internet, alla prima notifica siamo costretti a trascurare di nuovo chi ci è vicino perché ‘schiavi’ di quella approvazione popolare che, prima o poi, si scopre essere fasulla. Quando hai bisogno scopri che il like era un ‘incoraggiamento’(citato dal web da commenti di follower).

Ma se uno chiede un aiuto e organizza, come fanno tanti, un evento/raccolta fondi che prevede consenso  tramite like, perché mettere incoraggiamenti? Perché non ignorare? Allora si dice di non mettere like a questo argomento, se non interessati. La risposta qual è? Sparizione  di ogni contatto coi follower. Zero like e commenti anche al resto. Magari passano, ma non lo sai perché non si fanno vivi. Già negli ultimi anni di scuola  dei Millennials c’era qualcuno che diceva: ‘Quanti dei vostri ‘amici’ di Facebook (social che andava per la maggiore all’epoca n.d.r.) verrebbero a trovarvi  all’ospedale se state male?”

Bella domanda. Nessuno o pochi. E l’interesse? Dipende dal tipo di relazione tra te e gli amici di penna. Alcuni saranno curiosi, altri se ne fregheranno e cadranno dal però o si faranno vivi in ritardo solo per fare vedere che si interessano e non essere da meno degli altri. Poi c’è una piccola parte che si interessa davvero a te e si farà viva solo perché vede il vostro rapporto nella stessa maniera in cui l’hai pensato tu. Ma sono davvero poche persone. E quando si scopre che i followers spariscono nel momento del bisogno?

Crolla tutto. Pochi riescono ad essere così famosi da convincere i fan a fare tutto per loro. ‘Cuoricini’ invita a pensare di più ad uscire dalla modernità  per passare quel ‘sabato qualunque’ con chi davvero ti sta accanto senza perdersi sui social, o a vivere una relazione solo tramite questi, anche se l’altro è lì vicino. Invece di dare o meno cuoricini alla persona amata sul web, diamoglieli dal vivo con gesti concreti. Non diventiamo i follower della persona che amiamo. Restiamo il loro amore e basta. Amiamola con semplicità e complimentiamoci per quello che fa fuori e sui social.

A volte è bello cantare, ballare e altre attività che spopolano sui siti di rete sociale solo per il gusto, essendo liberi di sbagliare, senza pensare che non si otterranno cuoricini dalla persona amata, dagli amici eccetera perché si è stati meno precisi. L’uomo sbaglia, perché è umano, il web, invece, vuole persone perfette e infallibili. Da lì trucchi che solo chi ha competenze conosce, strumenti per realizzare questi che costano più della quanto una persona possa permettersi (a meno che non sia miliardario). Il mondo del web esclude più di quello reale.

Nato come luogo di fuga per  i soli, oltre che per una ricerca di informazioni e contatto col mondo, è finito per essere una trappola dove la dipendenza, la violenza, la maleducazione e altre cose negative proliferano. Un luogo dove si seleziona di nuovo chi può stare e chi no. Anche tra gli esclusi dal mondo reale c’è una cernita, perché siamo sempre portati a trovate ‘il migliore’.

Ma siamo davvero sicuri che sia così? Si cerca l’amore a distanza, si incontra qualcuno con un bel carattere, ma al momento delle foto… Non si va bene per qualche motivo. ‘Hai le sopracciglia da Argentina’ (citato da un commento ad una foto scambiata sul web). Cioè, davvero siamo qui a giudicare se la persona  che ti piaceva fino a un secondo prima ha le sopracciglia folte come le argentine?

‘Stai bene coi capelli biondi, resta così’. Ma se erano dei colpi di sole che poi l’altro non vuole più ripetere? Sul web, per mantenere una relazione via social devi trasformarti in quello che non sei. E, spesso, dall’altra parte non c’è la consapevolezza dei propri ‘difetti’. L’altro crede che tu debba accettarlo così e che tu debba cambiare. Attenzione, anche se un certo tipo di foto può fare avere cuoricini  abbracci… lasciamo perdere. Meglio averli reali da chi ci ama davvero che virtuali da chi ci vuole cambiare. Certo, è più facile modificare la realtà per accontentare chi ci dà approvazione online.

Basta qualche app di ritocco ed ecco fatto, ma poi si cade e ci si fa male al ‘risveglio dal sogno’, quando ci ritroviamo di nuovo con i nostri ‘difetti’. Cerchiamo la verità e viviamo in modo semplice la nostra vita con chi ci sta accanto, cercando relazioni vere. Se si ha qualche amico di penna fidato va bene, non deve essere  eliminato. È un bel rapporto che può trasformarsi ed essere importante, ma cerchiamo di non diventare schiavi di chi non conoscessimo davvero.

Diamo la giusta importanza  alle cose e alle persone. Spegniamo i social per un pò e godiamoci una bella giornata insieme. E, se proprio si muore  dalla voglia di conoscere quell’amico di penna con cui si è a contatto da anni e che accetta sia il fisico che il carattere, permettiamogli di partecipare a questo incontro, così da conoscerlo meglio e farlo entrare davvero nella nostra realtà.

Papa Francesco invita a pregare con i Salmi

“Domani ricorre la Giornata Mondiale del Rifugiato, promossa dalle Nazioni Unite. Possa essere l’occasione per rivolgere uno sguardo attento e fraterno a tutti coloro che sono costretti a fuggire dalle loro case in cerca di pace e di sicurezza. Siamo tutti chiamati ad accogliere, promuovere, accompagnare e integrare quanti bussano alle nostre porte. Prego affinché gli Stati si adoperino ad assicurare ai rifugiati condizioni umane e a facilitare i processi di integrazione”: al termine dell’udienza generale odierna papa Francesco ha rivolto un appello agli Stati per assicurare ai migranti condizioni umani, in vista della giornata del rifugiato in programma domani.

Inoltre ha salutato gli aderenti dell’associazione dedicata al card. Costantini presenti a Roma per la presentazione di un libro sul Concilio cinese: “In particolare, saluto l’Associazione ‘Amici del Cardinale Celso Costantini’, accompagnati dal Vescovo della Diocesi di Concordia-Pordenone Giuseppe Pellegrini, in occasione del centesimo anniversario del Concilium Sinense di Shangai. E questo anche mi fa pensare al caro popolo cinese. Preghiamo sempre per questo popolo nobile e così coraggioso, che ha una cultura così bella. Preghiamo per il popolo cinese”.

Ed in lingua polacca ha ricordato il ‘nuovo’ beato’: “Ringraziando il Signore per il nuovo beato, martire del comunismo, don Michał Rapacz, preghiamo affinché la sua testimonianza diventi un segno di consolazione da parte di Dio, in questi tempi segnati dalle guerre. Il suo esempio ci insegni ad essere fedeli a Dio, a rispondere al male con il bene, a contribuire nell’edificazione di un mondo fraterno e pacifico. Beato don Michał, intercedi per la Polonia e per ottenere la pace nel mondo!”

Mentre nella catechesi odierna ha ricordato la ‘grande sinfonia’ dei Salmi come forma di preghiera: “Con la catechesi di oggi vorrei ricordare che la Chiesa possiede già una sinfonia di preghiera il cui compositore è lo Spirito Santo, ed è il Libro del Salmi. Come in ogni sinfonia vi sono in esso vari ‘movimenti’, cioè vari generi di preghiera: lode, ringraziamento, supplica, lamento, narrazione, riflessione sapienziale, e altri, sia nella forma personale sia in quella corale di tutto il popolo. Sono i canti che lo Spirito stesso ha messo sulle labbra della Sposa, la Chiesa. Tutti i Libri della Bibbia, ricordavo la volta scorsa, sono ispirati dallo Spirito Santo, ma il Libro dei Salmi lo è anche nel senso che è pieno di afflato poetico”.

Ed ha ricordato il ‘rapporto’ dei Salmi con il Nuovo Testamento: “Sulla mia scrivania ho un’edizione in ucraino di Nuovo Testamento e Salmi, di un soldato morto in guerra, che mi hanno inviato; lui pregava al fronte con questo libro. Non tutti i salmi (e non tutto di ogni salmo) può essere ripetuto e fatto proprio dai cristiani e ancor meno dall’uomo moderno. Essi riflettono, a volte, una situazione storica e una mentalità religiosa che non sono più le nostre. Questo non significa che non sono ispirati, ma che per certi aspetti sono legati a un tempo e uno stadio provvisorio della rivelazione, come lo è anche tanta parte della legislazione antica”.

Ha evidenziato che i Salmi sono state le preghiere di Gesù: “Ciò che più raccomanda i salmi alla nostra accoglienza è che essi sono stati la preghiera di Gesù, di Maria, degli Apostoli e di tutte le generazioni cristiane che ci hanno preceduto. Quando li recitiamo, Dio li ascolta con quella grandiosa ‘orchestrazione’ che è la comunione dei santi”.

Anche la Chiesa prega con i Salmi, chiedendo se i fedeli pregano con i Salmi, definiti da sant’Ambrogio ‘dolce libro’: “Io mi domando: voi pregate con i salmi qualche volta? Prendete la Bibbia e pregate un salmo. Per esempio, quando siete un po’ tristi per aver peccato, pregate il salmo 50? Ci sono tanti salmi che ci aiutano ad andare avanti. Prendete l’abitudine di pregare con i salmi, vi assicuro che sarete felici alla fine”.

E’ un invito a scoprire la bellezza dei Salmi: “Ma non possiamo solo vivere dell’eredità del passato: è necessario fare dei salmi la nostra preghiera. E’ stato scritto che, in un certo senso, dobbiamo diventare noi stessi ‘autori’ dei salmi, facendoli nostri e pregando con essi. Se ci sono dei salmi, o solo dei versetti, che ci parlano al cuore, è bello ripeterseli e pregarli durante il giorno”.

Ed allora occorre pregare con i Salmi per dare ‘gusto’ alla lode: “I salmi sono preghiere ‘per tutte le stagioni’: non c’è stato d’animo o bisogno che non trovi in essi le parole migliori per trasformarli in preghiera. A differenza di tutte le altre preghiere, i salmi non perdono di efficacia a forza di essere ripetuti, anzi, l’accrescono”.

E’ stato un invito ad imparare a santificare Dio: “I salmi ci permettono di non impoverire la nostra preghiera riducendola solo a richieste, a un continuo ‘dammi, dacci…’. Impariamo dal Padre nostro, che prima di chiedere il ‘pane quotidiano’ dice: ‘Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà’. I salmi ci aiutano ad aprirci a una preghiera meno centrata su noi stessi: una preghiera di lode, di benedizione, di ringraziamento; e ci aiutano anche a farci voce di tutto il creato, coinvolgendolo nella nostra lode”.

(Foto: Santa Sede)

Dal Marocco suor Julie racconta il senso del gusto

Sì, con la nostra terra, la gente dei nostri villaggi, come Timoulilte nei dintorni di Beni Mellal e la loro voglia di lavorare insieme. Halima, infatti, ci ha accolto questo martedì mattina nella sua cooperativa ‘Taymate’ (che significa ‘fraternità’). Un mondo si è aperto per noi. Fraterno, laborioso, e in cammino verso la dignità di tante donne e uomini di qui.

Da Matera il papa invita al gusto del pane

A Matera, città del pane, papa Francesco ha concluso il XXVII congresso eucaristico nazionale pregando per una Chiesa eucaristica, che sappia guardare al primato di Dio ed all’amore dei fratelli, perché con il pane c’è festa, come recita l’Inno del congresso:

Congresso eucaristico: mons. Caiazzo, arcivescovo di Matera-Irsina, racconta il gusto del pane

‘Torniamo al gusto del pane. Per una Chiesa eucaristica e sinodale’ è il tema del Congresso eucaristico nazionale, fino al 25 settembre a Matera, che “è parte integrante del Cammino sinodale delle Chiese in Italia, in quanto manifestazione di una Chiesa che trae dall’Eucaristia il proprio paradigma sinodale. A fare da filo rosso alle giornate sarà, dunque, il tema del ‘pane’ che richiama quello della comunione, della partecipazione e della missione, in un’ottica di conversione ecologica, pastorale e culturale”.

Per comprendere il sapore del gusto del pane abbiamo chiesto all’arcivescovo dell’arcidiocesi di Matera-Irsina, mons. Antonio Caiazzo, presidente del Comitato per i Congressi Eucaristici nazionali ed autore del libro ‘Tornare al gusto del pane. E farci noi stessi pane’, abbiamo chiesto di spiegarci cosa vuol dire tornare al gusto del pane: “Tornare al gusto del pane significa sentire il sapore dell’amore di Dio donato nell’Eucaristia, Parola che si è fatta carne nel seno di Maria e a noi donata nel Figlio, Gesù. Quanti riceviamo Gesù, diventiamo figli nel Figlio, quindi fratelli che si sanno accogliere, perdonare, gioire e piangere insieme, condividendo ogni cosa, facendo festa. E’ la logica del dono.

‘Tornare al gusto del pane’, per essere Chiesa in cammino, Chiesa Eucaristica capace di adorare e di nutrirsi del Dio che si è fatto carne in Gesù. Sfuggire la tentazione della ‘magia’ che viene creata e che dura un istante, un effimero istante e tutto ritorna esattamente come prima. L’Eucaristia che celebriamo ci rimanda esattamente a quell’inizio in cui Dio, prendendo carne da quella di Maria, si è mostrato per essere cibo di vita eterna. L’Eucaristia è l’oggi di Dio che nasce e si dona a noi. Se non c’è Eucaristia non ci potrà essere nemmeno il Natale di Gesù.

‘Tornare al gusto del pane’ per poter far nostro il contenuto di un’antica e bella preghiera eucaristica del XV secolo che dice: ‘Ave vero corpo, nato da Maria Vergine, che veramente patì e fu immolato sulla croce per l’uomo, dal cui fianco squarciato, sgorgarono acqua e sangue; fa’ che noi possiamo gustarti, nella prova suprema della morte. O Gesù dolce, o Gesù pio, o Gesù figlio di Maria: pietà di me. Amen’. Il profumo del pane che soprattutto nei vicinati dei Sassi si sentiva, inebriando anche le case di chi non aveva impastato e infornato, lo sentiamo in quello eucaristico perché sia desiderato anche da coloro che, pur non ricevendolo, lo avvertono attraverso noi.

‘Tornare al gusto del pane’ per non spegnere la speranza verso il futuro. Questo è possibile solo se saremo capaci di ritornare all’esperienza passata. Stiamo correndo il rischio di cancellare la memoria. Il vero virus che circola indisturbato, infettando cuori e menti, è l’Alzheimer che conduce alla morte della memoria. Voler continuare a cancellare ogni radice cristiana o riferimento alla cultura religiosa del cristianesimo, in un’Europa che dice di essere attenta al rispetto delle minoranze, significa rimuovere il nostro passato a favore di una visione superficiale della storia.

‘Tornare al gusto del pane’ per ritornare alla sapienza che a Betlemme in Giudea si è mostrata, e oggi, nelle nostre Betlemme continua ad essere luce. Se è vero che il termine ‘sapienza’ deriva dal latino ‘sapere’, che letteralmente significa ‘avere sapore’, ‘ritrovare il gusto’, allora ritorniamo alla sapienza cristiana e impediamo che il virus dell’Alzheimer continui a contagiarci. Per curare questo tipo di malattia abbiamo bisogno del vaccino dell’amore eucaristico che diventa carne nella nostra carne, sangue nel nostro sangue. C’è bisogno di una memoria vivida, vissuta e vivente, che sia sempre testimone e mai abitudine.

‘Tornare al gusto del pane’ significa, allora, ritrovare il volto del Padre misericordioso, del Dio amore che mette l’anello al dito del figlio ritrovato, i sandali ai piedi, i vestiti regali. E’ il Dio di Gesù Cristo che ridona dignità a chi l’ha perduta, apre i mari della disperazione, calma le acque agitate, fa approdare a nuovi lidi”.

Come potere farsi pane per gli altri?

“Ieri, come oggi, non si tratta di soddisfare solo il bisogno materiale del momento, ma di intridere il cuore di chi ha fede del grande insegnamento della condivisione: i discepoli devono dare ‘loro stessi da mangiare’. Questo ci fa capire che non è possibile scindere il dono del ‘Pane di vita’ dalla passione, morte e risurrezione. Banchetto conviviale e banchetto sacrificale stanno insieme. Se partecipare alla celebrazione eucaristica significa fare festa e convivialità, non bisogna mai dimenticare che il mistero pasquale è passione, morte e risurrezione, quindi il banchetto eucaristico resta sempre banchetto sacrificale.

La nostra vera ricchezza è esattamente ciò che avremo dato con gioia. Alla fine dei nostri giorni sul nostro ‘conto’ troveremo ciò che siamo stati capaci di condividere con gli altri, soprattutto con chi non conoscevamo. Se continueremo a fare solo adorazione eucaristica senza aprirci alla condivisione, saremo religiosi ma poco credibili perché poco credenti. Solo così comprendiamo che l’Eucaristia è il compendio e la somma della nostra fede: ‘Il nostro modo di pensare è conforme all’Eucaristia, e l’Eucaristia, a sua volta, si accorda con il nostro modo di pensare”.

In quale modo è possibile costruire una Chiesa eucaristica e sinodale?

“Quando parliamo di Eucaristia, secondo la felice espressione di san Tommaso, si intende come: ‘cibo per coloro che camminano’. Non semplice ricordo celebrato in un rito ma mistero celebrato nell’azione liturgica per la vita della Chiesa, che nel suo camminare ha bisogno sempre di nutrirsi del pane di vita eterna.

Nel linguaggio comune quando si parla di sinodo si pensa ad un evento nel quale s’incontrano tante persone. In realtà s’intende molto di più: compagni di viaggio di Cristo stesso, proprio in virtù del medesimo battesimo che abbiamo ricevuto: ‘Credi in Cristo Gesù. Egli ti sarà compagno (σύνοδος) lungo il sentiero pericoloso, ti sarà guida verso il regno suo e di suo Padre’. Se Cristo è compagno di viaggio, vuol dire che quanti camminano con lui, i battezzati, diventano anche loro sinodo. I battezzati formano la Chiesa, popolo di Dio in cammino accanto al Maestro e Signore, Cristo Gesù.

E quando si ritorna alla Chiesa, significa che si avverte il bisogno di ‘tornare al gusto del pane’ perché sappiamo benissimo che ‘la Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia fa la Chiesa’.

Chi ascolta la Parola partecipa all’Eucaristia, avviando processi a lungo termine attraverso un cammino sinodale che si svela man mano che si va avanti. Non significa prendere decisioni ma strade che spesso sono faticose, in salita come da Emmaus verso Gerusalemme, condividendo l’esperienza del Risorto oggi e qui, maturando e rispettando i tempi che la legge naturale indica: arare, seminare, crescere, maturare, mietere, macinare, impastare, cuocere, gustare”.

Il pane richiama alla crisi del cibo, accentuata dalla guerra: come essere solidali con i popoli?

“L’Eucaristia non è solo pane e vino che attraverso la transustanziazione diventano ‘corpo’ e ‘sangue’ di Cristo, ma pane spezzato e vino versato. In questo modo riusciamo a cogliere il senso della sua vita offerta per noi. E la logica del dono ci aiuta a capire che celebrare l’Eucaristia, ricevere Gesù Eucaristia, non significa stare bene, aver soddisfatto il precetto, aver ricordato l’anima di una persona cara. E’ anche questo! Ma prima di tutto cogliere che partecipare all’Eucaristia significa spendere, come Gesù, la propria vita in un dono, che si fa pane spezzato e nutrimento per il bene dei fratelli.

Oggi ci rendiamo conto di quanto sia difficile incontrarsi. Si sta insieme ma spesso si vive nell’indifferenza, anche nella stessa famiglia, tra coniugi, tra genitori e figli. Il silenzio o la violenza verbale spesso sostituiscono l’incontro di sguardi che dovrebbero comunicare gioia, amore, voglia di stare insieme, fecondità di vita. Il bisogno d’incontrarsi diventa sempre più impellente perché l’altro diventi punto di riferimento e di forza nell’affrontare la quotidianità. Non un semplice stare insieme ma mettersi a servizio dell’altro in forma gratuita. E’ la legge dell’amore che non ha prezzo: è gratuito perché immagine di Dio Amore che ci ama incondizionatamente.

Si avverte urgente il bisogno di tornare ad incontrarsi e capire che non siamo padroni della vita dell’altro che, invece, ci è stato affidato perché ce ne prendiamo cura. Cura che richiede sacrificio, sudore, tempo da dedicare, ascoltando, condividendo gioie e dolori. Fuori da questa logica, l’altro, anche l’affetto più grande come un figlio o il partner, diventa un problema che può portare a forme di malata possessività e violenza.

C’è bisogno di essere costruttori di umanità, in particolare in questo momento storico. Stiamo vivendo un momento davvero difficile, con tante sofferenze e tante paure. Si avverte il bisogno di uno spazio di dialogo vero, per costruire insieme una coscienza collettiva. La pandemia e la guerra hanno reso più evidente quanto sia importante rimettere al centro l’uomo, la persona, per tornare ad essere più umani, uomini che agiscono da uomini in favore degli altri uomini. Se manca questo significa che stiamo perdendo il contatto con la storia, consegnando alle nuove generazioni un mondo privo del senso più alto della parola umanità”.

Perché Matera è la città del pane?

“Matera ha una tradizione di panificazione che nel corso dei secoli ha sempre più sviluppato, affermandosi come città del pane. Questa nostra città, pur essendo una delle più antiche del mondo, da quando ha accolto l’annuncio evangelico ha saputo sviluppare una particolare teologia nella semplicità dei gesti e dei segni. Uno di questi è appunto il pane. Il suo profumo inebria le strade e le case, il suo sapore è una carezza per il cuore. Non a caso ogni fetta del pane tradizionale ha la forma del cuore. Un cuore che si dilata, si fa cibo, esattamente come Dio Trinità.

Anticamente le mamme di questa città, come un po’ dappertutto, iniziavano la lavorazione dell’impasto per il pane con il segno della croce. Successivamente, per risparmiare spazio nel forno e mettere più pani, si sviluppò la tecnica di creare un pane che lievitasse soprattutto in altezza. Questa tecnica si basa sulla teologia della Santissima Trinità. La pasta viene stesa a forma di rettangolo: si uniscono le estremità di un lato arrotolandola tre volte, mentre si pronuncia: ‘nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo’.

Dall’altro lato, con la stessa tecnica, si fanno due giri per ricordare la doppia natura di Gesù Cristo: umana e divina. Al termine l’impasto viene piegato al centro e fatti tre tagli sopra recitando: Padre, Figlio e Spirito Santo. A questo punto il pane viene lasciato riposare nel giaciglio caldo dove aveva dormito il marito: luogo sacro perché luogo dell’amore e nascita di vita nuova. La formula che la donna usava era questa: Cresci pane, cresci bene come crebbe Gesù nelle fasce. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Qui, continuando a lievitare con il lievito madre, si amalgamava diventando una sola massa”.

In quale modo Matera si è preparata a vivere il Congresso eucaristico ed a ricevere il papa?

“Come Chiesa locale abbiamo colto questo momento come evento che Dio ci ha regalato per riflettere insieme attraverso l’ascolto della Parola, la preghiera, riscoprendo la centralità dell’Eucaristia. E’ stata un’occasione per ritrovare fiducia, soprattutto dopo la dura prova della pandemia, e rinsaldare tra di noi quei vincoli di fede che ci aiutino a mostrare il vero volto di Chiesa in cammino, di famiglia di Dio.

L’ultima visita di una Papa a Matera risale a 31 anni fa con san Giovanni Paolo II. Per noi, se pur il programma sia stato ridimensionato a causa della coincidenza con le elezioni politiche, è motivo di grande gioia e soddisfazione poter godere della sua presenza e ascoltare la sua voce nel partecipare alla solenne concelebrazione eucaristica, per ‘tornare al gusto del pane per una Chiesa eucaristica e sinodale’. Tutti viviamo con ansia l’attesa di colui che viene nel nome del Signore”.

(Tratto da Aci Stampa)

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