Tag Archives: Gloria
L’anima e il corpo di san Francesco
Presso la Porziuncola frate Francesco morì nel 1226 un sabato sera, e quindi liturgicamente si era già nella domenica 4 ottobre. Con gli occhi della carne tutti poterono constatare che l’Assisiate era spirato ma mediante una visione più approfondita si riconobbe che quello fu un transito, ossia un passaggio. Infatti – come sintetizza il Catechismo della Chiesa Cattolica illustrando la resurrezione della carne proclamata nella professione di fede:
“Con la morte, separazione dell’anima e del corpo, il corpo dell’uomo cade nella corruzione, mentre la sua anima va incontro a Dio, pur restando in attesa di essere riunita al suo corpo glorificato. Dio nella sua onnipotenza restituirà definitivamente la vita incorruttibile ai nostri corpi riunendoli alle nostre anime, in forza della risurrezione di Gesù“.
Proprio nella consapevolezza del valore anche di quel corpo corruttibile, il giorno successivo al decesso fu portato solennemente in Assisi e precisamente nella chiesa di San Giorgio, per poi nel 1230 essere traslato definitivamente nella Basilica a lui dedicata dove ancora esso è custodito. Quelle ossa fragili anche loro un giorno parteciperanno alla gloria di cui per la misericordia del Signore già gode l’anima di san Francesco.
Di lui scrisse il cardinale John Henry Newman, canonizzato nel 2019 e dichiarato dottore della Chiesa nel 2025, nell’opera ‘Il sogno di Geronzio’: Vi fu un mortale, che ora è lassù in alto nella gloria: al quale, quando fu presso alla morte, fu concesso di unirsi al Crocifisso – Gesù, che le ferite del Maestro furono impresse nella sua carne, e, dell’agonia che in quell’abbraccio trafisse il corpo e l’anima, impara che la fiamma dell’Amore sempiterno arde prima di trasformare”.
(Tratto da Assisiofm)
Esercizi Spirituali: compito della Chiesa è glorificare Dio
“San Bernardo scrisse un trattato dedicato proprio a ‘La Considerazione’. Fu un best-seller, che godette di una diffusione più ampia di qualsiasi altra sua opera. Ciò può sembrare strano, poiché il testo è in sostanza una lettera indirizzata a un uomo specifico in una posizione unica. Bernardo lo scrisse per un confratello, un monaco italiano di nome Bernardo dei Paganelli che, già sacerdote della chiesa di Pisa, entra a Clairvaux nel 1138”: san Bernardo ed i suoi suggerimenti sulle qualità dei collaboratori di cui circondarsi sono stati al centro della decima meditazione tenuta da mons. Erik Varden questa mattina per gli Esercizi Spirituali di Quaresima, predicati al papa ed alla curia, soffermandosi su un trattato di san Bernardo dal titolo ‘Sulla considerazione’.
Ed ha spiegato cosa tratta tale libro: “La considerazione cerca la verità negli affari umani contingenti, dove può essere difficile scorgerla. Può essere definita come ‘il pensiero interamente proteso, oppure la tensione dell’animo, alla ricerca della verità’. Considerando i problemi della Chiesa, Bernardo non offre rimedi istituzionali, consiglia piuttosto ad Eugenio di circondarsi di persone buone: meglio sono gestiti gli uffici centrali della Chiesa, maggiore sarà il beneficio per la Chiesa in tutto il mondo”.
In base all’applicazione di tali principi si potrà comprendere la missione della Chiesa: “Nella misura in cui la Chiesa opera in questi termini, rifletterà l’organizzazione delle gerarchie angeliche. Chiunque la consideri allora vedrà subito la sua missione principale: quella di dare gloria a Dio…
Bernardo si chiede: che cos’è Dio? Volontà onnipotente, virtù benevola, ragione immutabile. Dio è ‘somma beatitudine’ che, per amore, desidera condividere con noi la sua divinità. Ci ha creati per desiderarlo, ci dilata per riceverlo, ci giustifica per meritarlo. Egli ci guida nella giustizia, ci plasma nella benevolenza, ci illumina con la conoscenza, ci preserva per l’immortalità”.
Soprattutto di tali cose debbono avere cura i sacerdoti: “Di qualunque altra cosa i prelati debbano occuparsi, e sono molte, queste realtà devono essere considerate prima. In tal modo anche la loro considerazione delle questioni pratiche sarà illuminata, ordinata, benedetta e feconda. Un prelato, secondo Bernardo, deve essere dotato di principi, deve essere santo e austero, ma dovrebbe anche essere amico dello Sposo e gioire nel condividere quell’amicizia con gli altri”.
Ed ecco il riferimento conclusivo a sant’Agostino: “Agostino descrive spesso l’ufficio episcopale come una sarcina, il fagotto del legionario. E’ un’immagine un po’ brutale, concepita da chi conosceva la desolazione e la paura delle campagne nel deserto nordafricano. Agostino continua, tuttavia, ad improvvisare sul tema da lui stesso impostato.
Sebbene il fardello pastorale abbia un aspetto spaventoso, è spaventoso solo se non riusciamo a notare chi ci mette il fardello sulle spalle. Poiché non è altro che una partecipazione al dolce giogo di Cristo stesso, che ci fa scoprire che la croce affidataci è luminosa e leggera e che poterla condividere è motivo di gioia”.
Mentre nella meditazione di ieri pomeriggio il vescovo norvegese ha tracciato l’identikit dei cistercensi: “L’identità del movimento cistercense è forgiata nell’interfaccia tra l’ideale e il concreto, il poetico e il pragmatico. I suoi protagonisti sono messi alla prova e purificati dalle tensioni che ne derivano”.
Insomma una idealità che diventa realtà: “Ho parlato degli alti ideali di Bernardo, della sua inclinazione a elaborare nella mente una linea di condotta, seguita poi in modo un po’ drastico. Era naturale per lui mirare in alto. Un tratto intransigente non lo abbandonò mai, ma si addolcì nel tempo. Di questo processo dobbiamo ora parlare: ha trasformato l’idealista in un realista”.
Da qui la scoperta della misericordia di Dio: “Bernardo apprese quali meraviglie può compiere la misericordia di Dio in Gesù. Questo diede alla sua devozione una profondità affettiva. Il termine affectus è fondamentale per lui. Ha un ampio spettro di significati, mostrando che la grazia ci muove come esseri incarnati, lasciando che i nostri sensi percepiscano Dio. Ma Bernardo considerava Gesù, l’incarnazione della verità, nientemeno che un principio ermeneutico. Leggeva situazioni, persone e relazioni rigorosamente alla luce di Gesù”.
Insomma la vita deve essere illuminata da Dio: “Solo quando sarà illuminata in modo soprannaturale la nostra natura rivelerà la sua forma perfetta, la sua forma formosa; solo allora sarà evidente la delizia di cui è capace la vita terrena; solo allora la gloria nascosta dentro di noi e intorno a noi brillerà con intensi lampi, insegnandoci ciò che noi, e gli altri, possiamo diventare, fornendo un paradigma per un mondo rinnovato”.
Questa intuizione lo conduce a ‘scoprire’ la realtà dell’amore di Gesù: “Tale è il realismo al quale Bernardo è giunto nella sua maturazione. Ciò gli ha permesso di diventare non solo un grande riformatore, un oratore senza pari, un capo della Chiesa: la conoscenza della realtà assoluta dell’amore di Cristo e del suo potere di cambiare ogni cosa, ha fatto di Bernardo un dottore e un santo. Ed è per questo che lo amiamo e lo onoriamo”.
Mons. Varden: gli angeli sono mediatori della provvidenza di Dio
“Durante i quaranta giorni di permanenza di Cristo nel deserto, Satana gli si avvicinò e gli citò il Salmo 90, in particolare due versetti sugli angeli. ‘Il diavolo – leggiamo in san Matteo – lo portò nella città santa e lo pose sul pinnacolo del tempio’ e lo sfidò a dimostrare di essere il Figlio di Dio gettandosi giù, ‘perché sta scritto: Egli darà ordini ai suoi angeli a tuo riguardo ed Essi ti porteranno sulle loro mani, perché il tuo piede non inciampi in una pietra”: nell’ottava meditazione di quaresima mons. Varden ha riflettuto sul tema ‘Gli angeli di Dio’, ricordando che san Bernardo esortava a seguire il loro esempio, cioè scendere e mostrare ‘misericordia al prossimo’, ma anche salire facendosi guidare dai ‘desideri umani naturali’.
Il predicatore ha sottolineato che Dio non tenta l’uomo con un salto ‘nel vuoto’, ma lo invita a ‘saltare’ nelle sue braccia: “Gli interventi angelici non sono sempre rassicuranti. Gli angeli non sono lì per assecondare i nostri capricci. In una preghiera popolare riconducibile a Reginaldo di Canterbury, contemporaneo di Bernardo, chiediamo al nostro angelo custode di ‘illuminarci, custodirci, reggerci e governarci’.
Sono verbi forti: un angelo è prima di tutto un custode della santità. La vita monastica fu presto compresa e presentata come angelica per la sua finalità di lode, ma anche perché il monaco è chiamato a essere infiammato dall’amore di Dio e a diventarne un emissario per gli altri”.
Per questo gli angeli hanno la funzione di mediazione: “L’unico ‘canto di lode’ di Cristo, di cui parla ‘Sacrosanctum Concilium’ in un bellissimo passaggio, risuona dalle estremità della terra alle vette del cielo attraverso una pulsante catena di mediazione. Gli angeli sono parte essenziale di questa catena, come affermiamo in ogni Prefazio all’interno del canone della Messa.
Nei sermoni sul ‘Qui habitat’, Bernardo sottolinea il ruolo degli angeli come mediatori della provvidenza di Dio. La mediazione non è sempre necessaria: Dio può toccarci senza mediatori. Tuttavia, egli si compiace di lasciare che le sue creature siano canali di grazia l’una per l’altra”.
Infatti san Bernardo esorta a guardare le azioni dell’angelo: “Bernardo ci esorta a guardare ciò che fa un angelo e a fare altrettanto: ‘Scendi e mostra misericordia al tuo prossimo; e di nuovo, elevando con il medesimo angelo i tuoi desideri, sforzati di ascendere con tutta la cupiditas della tua anima alla somma ed eterna verità’. Raramente, questi giorni, si fa riferimento a Cupido nello stesso contesto della ‘somma ed eterna verità’. La scelta lessicale di Bernardo è provocatoria: ci dice che tutti i desideri umani naturali, anche i carnali, sono attratti verso il compimento in Dio; quindi devono essere guidati verso di esso”.
Infine hanno il compito di condurci a Dio: “L’ultimo e più decisivo atto di carità degli angeli avverrà nell’ora della nostra morte, quando ci porteranno attraverso il velo di questo mondo nell’eternità. Manifesteranno allora le loro caratteristiche: ‘Non possono essere vinti né sedotti, e tanto meno possono sedurci’.
Ogni finzione cadrà in quell’ora: la retorica verrà meno, solo la verità rimarrà, in piena consonanza con la misericordia. Bernardo predicò con accuratezza su questi temi nel 1139. 726 anni dopo, un uomo di temperamento diverso ma di intelligenza affine avrebbe reso esplicite le sue intuizioni in una squisita poesia sulla morte”.
Quella persona era san John Henry Newman, che “rifletteva molto sugli angeli. Concepiva il ministero sacerdotale come angelico. Il sacerdote è a casa propria in questo mondo, non ha paura di andare nei boschi oscuri alla ricerca dei perduti. Allo stesso tempo, tiene gli occhi della mente sollevati verso il volto del Padre, lasciando che il suo splendore illumini tutta la realtà presente. L’illuminazione è sempre duplice: intellettuale ed essenziale, sacramentale e pedagogica”.
Traslando la situazione il predicatore ha evidenziato la necessità di riscoprire l’insegnante come un angelo: “Newman, ora Dottore della Chiesa, ci chiede pure di riscoprire l’insegnante come illuminatore angelico. E’ una sfida profetica e bella, se pensiamo a quanto la cosiddetta ‘istruzione’ è adesso affidata ai media digitali, anche artificiali, mentre i giovani adulti, gli adolescenti ed i bambini desiderano incontrare insegnanti degni di fiducia, che possano impartire non solo abilità ma saggezza”.
Ecco il motivo per cui l’incontro con un angelo è personale e non può essere sostituito: “Un incontro angelico è personale. Non può essere sostituito da un download o da un chatbot”.
Mentre nella riflessione di ieri pomeriggio il predicatore aveva invitato a riflettere sulla Gloria di Dio: “La glorificazione, dice Bernardo, avviene quando, compiuto il nostro viaggio terreno, noi finalmente contempleremo quello che in questa vita abbiamo fermamente sperato, mettendo la nostra fiducia nel nome di Gesù. ‘Spes in nomine, res in facie est’. Non c’è modo di rendere il senso di questa formula concisa e bellissima se non con una parafrasi un po’ ampollosa: La nostra speranza è nel nome del Signore; la realtà sperata è nel vederlo faccia a faccia”.
Ecco il motivo per cui la Chiesa ricorda sempre che la gloria di Dio vive in ciascuno: “La Chiesa ricorda alle donne e agli uomini la gloria segreta che vive in loro. La Chiesa ci rivela che la mediocrità e la disperazione del presente, non ultima la mia disperazione per i miei persistenti fallimenti, non devono essere definitive; che il piano di Dio per noi è infinitamente meraviglioso; e che Dio, attraverso il Corpo mistico di Cristo, ci darà la grazia e la forza di cui abbiamo bisogno per raggiungerlo, se solo glielo chiediamo”.
E tale gloria si manifesta attraverso i santi: “La Chiesa manifesta splendori di ‘gloria nascosta’ nei suoi santi. I santi sono la prova che la malattia e la degradazione possono essere mezzi che la Provvidenza usa per realizzare uno scopo glorioso, conferendo forza ai deboli ed, ancora non contenta di così poco, rendendoli santi radiosi”.
Inoltre tale gloria si manifesta nei sacramenti: “La Chiesa comunica la ‘gloria nascosta’ nei suoi sacramenti. Ogni sacerdote, ogni cattolico conosce la luce che può irrompere nel confessionale, durante un’unzione, un’ordinazione o un matrimonio. La più splendida, e per certi versi la più velata, è la gloria della santa Eucaristia”.
Mons. Delpini: la quaresima indica il cammino verso la ‘felicità’ della Pasqua
“L’appello della Quaresima è anzitutto personale, ma interpella anche il nostro vivere comune. Siamo chiamati a reagire alla logica del mondo per guardare con fiducia alla possibilità di un cambiamento, di una conversione: non la guerra, ma la pace, non l’iniquità, ma il diritto e la giustizia, non la prepotenza della sopraffazione, ma l’umile gesto di compassione e di condivisione. Cambiare ritornare, convertirci, è questo che ci viene chiesto nel cammino della nostra Quaresima”: nell’introduzione che ieri ha aperto nella diocesi ambrosiana la celebrazione eucaristica della prima domenica di Quaresima con il rito dell’imposizione delle ceneri (dopo il canto dei 12 Kyrie peculiari dei grandi momenti della tradizione ambrosiana), officiata dall’arcivescovo, mons. Mario Delpini.
Nell’omelia ispirata dalle letture tratte dal Libro del profeta Gioele, dalla prima Lettera paolina ai Corinzi e dal Vangelo di Matteo mons. Delpini ha ‘redarguito’ coloro che si ostinano ad essere infelici ed arrabbiati: “Ci sono quelli che si accontentano nella loro infelicità, se ci sono momenti di sollievo e di distrazione per dimenticare, almeno per un po’, la condizione da cui non si può uscire.
Ci sono quelli che si arrabbiano per la loro infelicità: danno la colpa a questo e a quello. Sono arrabbiati con tutti e passano la vita a seminare tensione. Rendono la vita difficile a sé e agli altri. Ci sono quelli che si deprimono per la loro infelicità, sono tristi e rassegnati. Non amano la loro vita e la subiscono come un destino incomprensibile. Talvolta si domandano persino se valga la pena essere vivi”.
Ma anche coloro che ostinatamente cercano la felicità: “Ma da qualche parte ci sono anche quelli che non sopportano più di essere infelici e si mettono in cammino per esplorare il mondo e cercare il Paese della gioia o almeno il mercato dove si può comprare un po’ di gioia. E’ come una traversata nel deserto. E lungo il cammino incontrano un’oasi piena di fascino che porta l’insegna, ripresa da un vecchio film, ‘locanda della felicità’.
Allora pieni di entusiasmo si dicono: ‘Finalmente! Abbiamo trovato!’ Entrano e in ogni angolo della locanda vedono gente allegra e una quantità impressionante di vini, di pani, di prelibatezze. Tutte le asprezze del deserto sembrano trasformate in una sazietà. Ne godono fino ad esserne soddisfatti. E molti decidono di fermarsi”.
Però alcuni non furono soddisfatti e si rimisero in cammino: “Alcuni però erano del tutto insoddisfatti e rifiutarono di fermarsi, dichiarando: ‘Non di solo pane vive l’uomo’. Continuarono quindi la loro ricerca finché giunsero nel villaggio che si chiama Gloria. Furono accolti come eroi, elogiati come gente nobile, applauditi per l’impresa: ecco quelli che hanno attraversato il deserto. Ecco gente che merita riconoscimenti e premi. Alcuni dei cercatori di felicità ne furono entusiasti e decisero di fermarsi: ‘Ecco la felicità: essere riconosciuti, apprezzati, applauditi. Percorrere le strade del paese ed essere accolti dalla simpatia e da quelli che ti chiedono sempre una foto ricordo’.
Alcuni però erano del tutto insoddisfatti e rifiutarono di fermarsi, dichiarando: ‘E’ persino fastidioso e anche un po’ stupido essere applauditi e ricercati per una foto e un autografo’. Continuarono quindi la loro ricerca finché giunsero al palazzo del gran re. Furono accolti con tutti gli onori e il gran re in persona li accolse nella sala del trono per ricevere l’omaggio richiesto dal protocollo.
E il gran re non nascose la sua ammirazione e come tutti i gran re non fu insensibile agli omaggi e agli inchini degli stranieri. Perciò propose loro di diventare suoi sudditi per assumere il governo di una provincia o di una città, di un esercito o di un ministero. Alcuni dei cercatori di felicità ne furono entusiasti e accettarono d’essere sudditi e di diventare potenti”.
Però tra questi un piccolo gruppo, non contento, riprese il cammino alla ricerca della felicità: “Rimasero pochi, a quanto pare, a rifiutare di fermarsi. Ma questi pochi se ne andarono dal palazzo del gran re, dichiarando: ‘E’ umiliante diventare potenti in balia di chi è più potente, governare gli altri accettando che sia un altro a governare noi stessi’. Questi pochi spiriti liberi non si rassegnarono a tornarsene indietro nel Paese dell’infelicità e proseguirono il cammino nel deserto. Verso dove? Non lo sapevano neppure loro, ma si fidarono di quella intuizione che era per loro come una annunciazione e una promessa: c’è un regno felice”.
E l’arcivescovo ha chiamato questi pochi pellegrini cercatori di speranza: “Sono ancora in cammino: sono pellegrini di speranza. Non sanno se la meta sia vicina o sia lontana, ma continuano il cammino: si fanno coraggio gli uni gli altri, ricordandosi a vicenda della annunciazione e della promessa. Non sanno descrivere in che cosa consista la felicità che cercano, ma raccolgono indizi, smascherano inganni, respingono tentazioni e sperimentano che già il cammino è un anticipo di felicità: corrono, ma non come chi è senza meta, piuttosto come fossero guidati dagli angeli, come fossero spinti da un vento amico, come fossero attratti dalla promessa affidabile”.
Questo è il cammino che la Quaresima consente di intraprendere: “La quaresima è questa intuizione: che la promessa di Dio di renderci felici si compie a Pasqua. Perciò iniziamo il cammino con la gratitudine di essere chiamati, con la determinazione a respingere le tentazioni e a smascherare il diavolo, con la gioia che già è anticipata nella speranza”.
E le ‘ceneri’ cosparse sul capo indicano la strada della speranza e della felicità: “L’imposizione delle ceneri è un invito, non tanto a un’umiliazione, quanto a quella libertà dello spirito che non si lascia ingannare dalle tentazioni, impigliare nei molti lacci che la nostra vita talvolta conosce. E’ un invito alla libertà, a una possibilità di speranza, a una disponibilità alla fatica di essere cercatori della vera felicità”.
(Foto: Arcidiocesi di Milano)
Natale del Signore: Alleluia! Oggi è nato il Salvatore!
Oggi è la solennità del Natale, giorno di vera speranza perchè il Bambino che contempliamo adagiato nella mangiatoia è il bambino Gesù, disceso dal cielo per la nostra salvezza. E’ questo il messaggio degli Angeli ai pastori; è il messaggio all’umanità; è autentica la nostra fede se accogliamo con fede il messaggio di Natale. Mentre Maria e Giuseppe erano a Betlemme si compirono per lei i giorni del parto e diede alla luce il figlio primogenito, lo avvolse in fasce, lo depose in una mangiatoria.
Questo Bambino, nato in una grotta, è il Salvatore: Cristo Signore e gli Angeli cantarono: ‘Gloria a Dio nell’altro dei cieli e pace agli uomini, che Egli ama’. Nell’umile e disadorna grotta di Betlemme lo hanno potuto incontrare solo poche persone, ma Egli è nato per tutti giudei e pagani, ricchi e poveri, vicini e lontani, credenti e non credenti. Ciò che è necessario, ciò che conta è dire il nostro ‘sì’, come Maria, perchè la luce divina rischiari il cuore. In quella notte ad accogliere il Verbo incarnato furono solo Maria e Giuseppe, che lo avevano atteso con amore, e i pastori, gente umile, che trascorrevano la notte vegliando accanto al gregge.
Una piccola comunità che accorse alla grotta per adorare il bambino, ma che rappresenta la Chiesa, gli uomini amati dal Signore. Il Natale è proprio la festa della luce, la festa dell’amore; Gesù è la luce viva che si propaga ovunque perchè Egli è venuto per salvare tutti. La liturgia oggi ci parla di una luce diversa, speciale, mirata a richiamare gli uomini di buona volontà. Una luce orientata verso il ‘noi’, quel ‘noi’ che è l’umanità per la quale il Verbo si è incarnato, il Figlio di Dio si è fatto uomo. Il ‘noi’ è la Chiesa, la grande famiglia dei credenti: in essa ‘chi crede e sarà battezzato, sarà salvo’.
Questo ‘noi’ è la Chiesa, la famiglia dei credenti in Cristo, che hanno atteso con speranza la nascita del salvatore ed oggi celebrano nel mistero l’attualità di questo evento salvifico, questa Chiesa chiamata ad essere lievito di riconciliazione e di pace nel mondo intero. Il ‘noi’ della Chiesa oggi sprona a superare la mentalità egoistica, a promuovere il bene comune e rispettare soprattutto i deboli. Il ‘noi’ della Chiesa oggi invita tutti i popoli ad abbandonare ogni logica di violenza e di vendetta e a vivere l’amore distintivo vero del cristiano.
L’umanità, che aveva atteso con speranza la nascita del salvatore, finalmente ha visto la luce vera: ecco il mistero del Natale. La luce del primo Natale fu come un fuoco acceso nella notte: da questo fuoco inizia la storia millenaria della Chiesa che nel suo cammino attraverso i secoli è chiamata ad essere fonte di luce per l’umanità. I pastori andarono, trovarono il Bambino, fecero i loro doni e tornarono pieni di gioia, di serenità, di amore; lo stesso faranno i Magi, che arrivano dall’Oriente, guidati da una luce, una stella cometa, la luce che porta a Cristo Gesù.
‘Gloria a Dio, pace agli uomini amati dal Signore’ è stato il grido che echeggiò la prima volta nella grotta di Betlemme; questo grido parla proprio di un avvicinamento singolare, straordinario, unico al mondo di Dio verso l’uomo. Questa notte santa, contrassegnata dalla luce che promana dalla grotta, segna l’inizio dell’era nuova, della santificazione dell’uomo per mezzo di Cristo Gesù, ed invita la Chiesa, l’uomo di oggi, a guardare ancora una volta verso la Terra santa, dove Gesù è nato, perchè i suoi abitanti, ebrei e musulmani, abbandonino finalmente la logica della violenza e della vendetta e si impegnino in una logica di amore, solidarietà e condivisione.
Il Natale, è il ‘noi’ della Chiesa, che vive oggi guardando questo mare Mediterraneo, divenuto non più mare che unisce ed affratella, ma cimitero per tanta gente affamata che cerca libertà, pace, lavoro e vita serena; il vero credente oggi sente il dovere religioso e umano di elevare a Dio la supplica perchè la pace di Cristo Gesù affratelli tutti i popoli. E’ veramente Natale, se è un Natale di pace e di amore a tutti i livelli. Ecco il mio voto augurale e quello della Chiesa tutta: Buon Natale di pace e di amore.
Quinta Domenica di Quaresima: Gesù e la Nuova Alleanza
Il brano del Vangelo è un preludio alla passione e morte di Gesù; siamo ormai vicini alla festa di Pasqua. L’occasione è data da alcuni greci che chiedono di incontrare Gesù e si rivolgono ai discepoli. Li spinge forse la curiosità perché Gesù aveva risuscitato Lazzaro o perché pensavano di assistere a qualche miracolo. Gesù non si è incarnato per dare spettacolo di sé ma per rivelare all’uomo il senso vero della vita e quanto essa è preziosa al cospetto di Dio; questa nostra vita per la quale Gesù si è incarnato ed istituisce un’alleanza nuova con l’umanità, sancita a prezzo del suo sangue.
L’antica Alleanza era stata sancita tra Dio e Abramo; con Mosè era stata estesa a tutto il popolo ebreo e lo stesso Mosè ne aveva promulgato la legge: i dieci comandamenti, ‘osserva la mia legge, allora tu sarai il mio popolo, io sarò il tuo Dio’. L’Alleanza nuova, sancita da Gesù, è nuova perché scritta nel cuore dell’uomo: ‘Dio darà un cuore nuovo e uno spirito nuovo perché ogni uomo possa osservare la legge e i termini dell’alleanza’.
In questa dimensione acquista senso anche il soffrire, il patire: soffrire per il marito, per la moglie, per i figli, per il prossimo; soffrire a causa della giustizia, per la comunione, per la solidarietà, per il bene comune. Grazie alla nuova Alleanza Gesù diventa la vite e noi i tralci; Gesù è il Capo, noi le membra; Gesù è il buon pastore, noi le sue pecorelle. Un’Alleanza sancita con il sangue di Cristo in croce e non su due tavole di pietra; da qui l’espressione di Gesù: ‘Se il chicco di grano , caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto’.
Chi ama la propria vita e cerca solo di salvaguardarla, la perde; ma chi la perde in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Conoscere Gesù, cercare Gesù significa accettare e servire il suo progetto di amore; e Gesù aggiunge: laddove sono Io, là sarà anche il mio servitore e il Padre mio lo onorerà come onora me. L’invito di Gesù non mira a dover scegliere la sofferenza per la sofferenza, ma è invito a vivere, qualunque circostanza offra la vita, con amore vero: e Dio è amore.
Nel brano del Vangelo si evince che Gesù stava vivendo un momento cruciale e decisivo della sua vita; riconosce che ‘è venuta l’ora’ ed ha la certezza di quello che succederà: ‘Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me’: anche i pagani siano essi greci o romani. Però se il chicco di grano non muore non può diventare una rigogliosa spiga. Sul capo di Gesù si addensano: l’ora delle tenebre e l’ora della luce, l’ora del Padre e l’ora dei nemici. Dal cielo allora arriva una voce: ‘L’ho glorificato e lo glorificherò ancora’, è la voce del Padre.
Alla folla presente Gesù chiarisce: ‘Questa voce non è venuta per me ma per voi’. L’ora di Cristo Gesù segna la nascita di un mondo nuovo; dalla croce scaturirà la vita eterna per i credenti. Il cristianesimo, come vedi, non è una recita da teatro, ma è operare ogni giorno la guarigione o rinascita che si effettua con la purificazione del cuore. Quei Greci del Vangelo avevano chiesto: possiamo vedere Gesù?
Questo Gesù, ieri come oggi, anche se non fisicamente, è presente tra di noi: è presente nella Parola di Dio; è presente nei fratelli piccoli o grandi, sofferenti nel corpo o nello spirito, è presente nell’assemblea; è presente nell’Eucaristia: ‘Prendete e mangiate, questo è il mio corpo’. Oggi è facile incontrare Gesù: bisogna solo avere fede, fede viva. Bisogna vedere quale Gesù vogliamo vedere: se un Gesù, frutto di fantasia, come Erode e rimase deluso; o il Gesù inviato dal Padre: quel Gesù che ‘pur essendo Dio, imparò l’ubbidienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna’.
Amico, forse ti fa paura la croce o ti spaventa il sacrificio; dimentichi che non si sale senza sforzo, non si raccoglie il frutto senza prima gettare il seme. Abbi fiducia nel Signore; dice infatti Gesù alla samaritana: ‘Chi beve di quest’acqua tornerà ad aver sete, ma chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà sete in eterno’. A me, a te la scelta con l’aiuto di Dio, ma ricordati sempre che la croce esprime sempre: amore, servizio, dono di sé senza riserve; solo essa è l’albero della vita.
Terza Domenica di Quaresima: Glorificate Dio con la vostra vita
La Quaresima è il cammino spirituale verso la pasqua di risurrezione che segna la Nuova Alleanza tra Dio e il suo popolo. Un patto sancito dal sacrificio di Gesù sulla croce. In questo cammino è necessario rinnovarsi (convertirsi), ascoltare Cristo Gesù che con il suo messaggio ci propone un rinnovamento radicale bivalente: rivedere coraggiosamente la propria vita morale e ripensare la nostra vita liturgica. Da qui la necessità di porsi la domanda: come sono io davanti a Dio?, come rendo il culto a Dio: creatore e padre?
Gesù ci esorta a vivere la nostra vita non nella ricerca di vantaggi materiali ed interessi ma per la gloria di Dio che è ‘amore’; una nuova alleanza dove Dio si adora in spirito e verità. Da qui la purificazione del Tempio evidenziata nel brano del Vangelo dove Gesù con una cordicella butta fuori quanti lo profanavano e l’avevano trasformato in un luogo di mercato. Gesù quella mattina si reca al tempio e, fatta una cordicella, rovescia le bancarelle dicendo: ‘Non fate della casa del Padre mio un mercato’. Dio è padre e nella casa del padre ci si comporta da figli. Ai sacerdoti e ai capi che chiedono con che autorità fa questo, Gesù risponde: ‘Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere’.
Alla samaritana che lo aveva interrogato dicendo: Voi Giudei pregate nel Tempio; noi Samaritani sulla montagna; dove è giusto pregare? Gesù aveva risposto: ‘Dio è spirito e verità e cerca solo tali adoratori’. Dio non è un despota o un giudice desideroso di colpire; Dio è Padre sempre pronto all’amore e al perdono. Il Padre celeste non cerca frequentatori del Tempio interessati ad accaparrarsi la benevolenza con doni e sacrifici; Dio non guarda le mani se sono cariche di doni e offerte, Dio è spirito e verità e guarda il cuore contrito ed umiliato.
Dio cerca ‘figli’ che lo onorano non con le labbra ma con il cuore. Allora glorificate Dio con la vostra vita e non con le vostre offerte tante volte colme di ipocrisia. Dove bisogna allora adorare Dio: a Gerusalemme o sulla montagna? Dio, insegna Gesù, è nell’intimo del tuo cuore; ovunque puoi adorare il Signore Dio tuo; la prima chiesa è il tuo cuore, la tua anima. Nel cammino verso la Pasqua bisogna iniziare questo rinnovamento liturgico: Dio è Padre e bisogna recarsi da Lui da figli; Gesù dirà allora: chiedete ed otterrete, bussate e vi sarà aperto.
Dio è Padre di tutti, è amore; è necessario allora con il rinnovamenti liturgico anche il rinnovamento morale. Da qui la liturgia odierna offre nella prima lettura il brano riguardante la legge che Dio diede a Mosè sul monte Sinai: due tavole che parlano solo di amore; questo ha due dimensioni: una verticale (sono i primi tre comandamenti), Dio è uno solo, ci ha creato a sua immagine, lo adorerai con tutto il cuore.
La dimensione orizzontale: riguarda il prossimo che ti sta vicino: ricco o povero, piccolo o grande, ogni uomo è tuo fratello, è tua sorella; allora amerai il prossimo tuo come te stesso rispettando la sua anima, il suo corpo, le sue cose; è tuo fratello ed ha eguale dignità. Questo è il Nuovo Testamento, la Nuova Alleanza sancita con il sangue di Cristo Gesù.
Le celebrazione della messa è memoriale della passione, morte e risurrezione di Gesù e si conclude: ‘Ite, missa est’, cioè andate e glorificate Dio con la vostra vita. Saremo sacrificio gradito a Dio quando, celebrata la messa ed alimentati dall’Eucaristia, realizziamo rapporti di amore con Dio e con il prossimo. Amore è collaborazione, servizio, condivisione, rispetto e mai ipocrisia. Così ci si prepara alla Pasqua.
Pasqua di risurrezione: Alleluia! Cristo è davvero risorto!
Oggi si celebra la seconda festività dell’anno liturgico: la Pasqua del Signore! E’ la festa più sacra dell’anno perché in essa si celebra la redenzione operata da Cristo Gesù, che ci costituisce veri figli di Dio. E’ la festa delle feste, la solennità delle solennità per cui, afferma papa san Gregorio, anche a Gerusalemme la parte più sacra del Tempio veniva chiamata ‘Sancta sanctorum’, il santo dei santi.
Il Natale è la buona notizia per l’umanità
“Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette alla destra della maestà nell’alto dei cieli, divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato”: con tali parole l’apostolo Paolo ha raccontato in una lettera all’amico Tito la bellezza della nascita di Gesù.
Partendo da tale lettera al teologo Giuseppe Falanga, docente di Liturgia alla Pontificia Università della Santa Croce a Roma, ed autore di diverse pubblicazioni e di numerosi articoli e recensioni in riviste scientifiche e divulgative, chiediamo di spiegarci in quale modo la liturgia racconta la bellezza del Natale: “I nostri fratelli di tradizione orientale hanno dato al Natale il nome di ‘Festa delle Luci’.
Infatti, nelle icone della Natività possiamo contemplare sempre un fascio di Luce che scende dal cielo e si irradia sul bambino Gesù: lui è la manifestazione della Santa Trinità. Di fronte a tanto Splendore, Sapienza e Potenza, il sentimento di quelli che si dicono cristiani si deve esprimere nella preghiera, con un infinito rispetto della maestà e della grandezza divina.
Una grandezza, quella di Dio, che non ci spaventa e non ci tiene a distanza, anzi ci attrae, perché nel Dio che si rimpicciolisce per venire accanto all’uomo si manifesta la sua ‘filantropia’, cioè il suo amore per noi, quello che i padri della Chiesa chiamavano ‘eros folle’, un desiderio talmente smisurato per l’uomo che lo spinge fino alla follia della grotta di Betlemme e del monte Calvario.
Perciò la liturgia, con la bellezza e la ricchezza delle sue preghiere e con l’abbondanza della Parola proclamata, crea una sorta di congiunzione tra i due poli della nostra fede in Gesù Cristo: l’incarnazione e la sua passione, morte e risurrezione”.
Per quale motivo Dio ha sentito la necessità di farsi uomo?
“Su questo sono stati versati fiumi d’inchiostro. Ma, riprendendo quanto dicevo poc’anzi, mi preme aggiungere soltanto che nella nostra fede si muove tutto tra due poli: la Pasqua della Natività già racconta la Pasqua della Risurrezione. Dio guarda l’uomo da lui creato che, a causa del peccato, è diventato mortale, ma non lo vuole lasciare nell’ombra della morte.
Allora, come canta il Salmo, ‘piega i cieli e scende’: fatto uomo ci riscatta dal peccato e dalla morte. La ‘passione’ per l’uomo è stata l’urgenza di Dio. Che Egli, in Gesù, si sia incarnato, sia diventato il Dio-con-noi è già un abisso di grazia. Ma è ancora più sorprendente che Egli, in Gesù, si sia fatto servo dell’uomo fino a morire per amore dell’amore suo. Sono convinto che, in questo Natale infestato dalle guerre, la nostra coscienza di credenti si debba lasciare interrogare ancora molto da questo”.
Quale ‘novità’ ha introdotto nel mondo il Natale?
“La società dei consumi ha preso il sopravvento. Ma qui è in gioco anche il nostro essere veramente cristiani: lo shopping natalizio ci ha ‘dopato’ e non siamo più capaci di dire con fermezza che Natale non è una festa di routine (che ci mette ansia per quello che dobbiamo fare e comprare), ma un irrevocabile cambio di condizione nella vita degli uomini.
Niente è stato più come prima da quella grotta dove sono accorsi pastori e magi. Natale è un annuncio di vita in tutti i sensi. E’ il tempo nuovo entrato una volta per sempre nella vita del mondo. E’ la speranza che non ha bisogno di contrapporsi alle miserie correnti, poiché le sovrasta e offre una visione e un orizzonte ‘diversi’…
Natale, dunque, non è una ricorrenza da calendario: è la vita che continua a chiamare la vita, anche in tempi che sembrano bui”.
In quale modo è possibile portare la Buona Notizia nel mondo?
“Quando noi diciamo ‘buona notizia’, in realtà dovremmo pensare al Vangelo. La parola greca ‘euanghélion’, infatti, significa proprio questo: buona notizia. Essa si attende, la si auspica, si desidera proprio perché porta gioia, felicità… E riguarda tutti.
Mi chiedo: il Vangelo rappresenta per noi cristiani ancora, come indica il termine, un messaggio di gioia? Se si è pensato di chiamare proprio ‘Vangelo’ quattro piccoli libri su Gesù, allora evidentemente qualcuno duemila anni fa ha ritenuto che essi sono proprio una ‘buona notizia’, non prioritariamente un ‘insegnamento’ o dei semplici cenni biografici su Gesù o ancora delle norme etiche. Semplicemente una buona notizia.
Purtroppo, ho l’impressione che noi oggi non abbiamo quest’idea del Vangelo e che ne abbiamo fatto piuttosto un ricettario di etica. Credo, insomma, che prima esso dovrebbe risuonarci come ‘buona notizia’ e solo poi come ‘comportamento’. Ma qui voglio ricordare il grande papa Paolo VI: ‘L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri o, se ascolta i maestri, è perché sono dei testimoni”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco racconta ai trappisti i ‘sogni’ di Gesù
Appena rientrato dal viaggio apostolico in Kazakhstan papa Francesco ha ricevuto in udienza i partecipanti al Capitolo generale dei Cistercensi della stretta osservanza (trappisti), che stanno svolgendo he state svolgendo la seconda parte del Capitolo Generale alla Porziuncola di S. Maria degli Angeli, esortandoli a ricercare i ‘sogni di Gesù’, ovvero i suoi desideri più grandi che il Padre suscitava nel suo cuore divino-umano:




























