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Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato: in dialogo con Arianna Burdo sulla speranza dei migranti

“La 111^ Giornata Mondiale del Migrante e Rifugiato, che il mio predecessore ha voluto far coincidere con il Giubileo dei migranti e del mondo missionario, ci offre l’occasione di riflettere sul nesso tra speranza, migrazione e missione. Il contesto mondiale attuale è tristemente segnato da guerre, violenze, ingiustizie e fenomeni meteorologici estremi, che obbligano milioni di persone a lasciare la loro terra d’origine per cercare rifugio altrove”: questo è l’inizio del messaggio per la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebra in occasione del Giubileo dei migranti, in programma sabato 4 e domenica 5 ottobre, scritto da papa Leone XIV, dal titolo ‘Migranti, missionari di speranza’,  .

Nel messaggio il papa collega la speranza alla necessità di migrare: “Questo collegamento tra migrazione e speranza si rivela distintamente in molte delle esperienze migratorie dei nostri giorni. Molti migranti, rifugiati e sfollati sono testimoni privilegiati della speranza vissuta nella quotidianità, attraverso il loro affidarsi a Dio e la loro sopportazione delle avversità in vista di un futuro, nel quale intravedono l’avvicinarsi della felicità, dello sviluppo umano integrale”.

Partendo da queste iniziali riflessioni papali con la direttrice dell’Ufficio ‘Migrnatrs’ della diocesi di Ancona-Osimo, Arianna Burdo, iniziamo un riflessione sul significato di migrazione e speranza: per quale motivo i migranti possono essere missionari di speranza?

“Nel messaggio per la 111^ Giornata mondiale del migrante e del rifugiato papa Leone XIV ci invita a riflettere sul ruolo missionario dei migranti in quanto la loro fede e il loro coraggio li rende testimoni della speranza vissuta quotidianamente. Le loro difficoltà, la situazione dei loro paesi di provenienza, i loro viaggi ci sono da monito per non ‘sederci’ come chiesa, di continuare anche noi a camminare nel segno della speranza. Sono missionari perché con la loro vita annunciano che il futuro può essere abitato da fraternità, pace e dignità per tutti”.

Perché papa Leone XIV invita a non dimenticare l’ospitalità?

Il papa ci invita a non dimenticare l’accoglienza, perché in questa sperimentiamo la bellezza dell’incontro, dell’ascolto e anche del conflitto, quello sano. Accogliere rende le nostre comunità aperta, curiose nei confronti di lingue, culture, giochi, cucina nuova. Accogliere significare per noi scambiare e lo vediamo già nella piccola esperienza del dopo scuola con tanti bambini provenienti da paesi diversi; provare a imparare un saluto diverso, una parola in una nuova lingua, stare allo stesso tavolo con le costruzioni”.

In quale modo i migranti possono ‘rigenerare’ le nostre città?
“La rigenerazione parte anche qui dallo scambio, dallo stare insieme, credo che non sia corretto dire che solo loro possono rigenerare, va fatto insieme, costruendo spazi di bellezza e condivisione. E’ la comunità che rigenera, con la creatività che papa Francesco ci chiedeva possiamo veramente essere fratelli tutti”.

Cosa significa nell’arcidiocesi di Ancona ed Osimo aprirsi all’accoglienza dell’altro?
“Per la nostra Chiesa aprirsi all’accoglienza vuol dire prima di tutto mettersi in cammino con chi arriva. Non basta aprire le porte: occorre creare luoghi di incontro, occasioni in cui ci si conosce e ci si riconosce come fratelli. Lo facciamo con iniziative concrete come la cena multietnica ‘Il mondo a tavola’, la Veglia dei popoli, i pellegrinaggi giubilari o il ‘Meeting dei popoli’. In questi momenti non c’è solo condivisione di cibo o di festa, ma soprattutto di vita e di fede. Accogliere significa anche lasciarsi evangelizzare da chi arriva: non solo offrire, ma ricevere i doni, i talenti e la spiritualità che le comunità migranti portano con sé. Proprio domenica 5 ottobre a Loreto celebreremo il Giubileo regionale dei migranti e del mondo missionario e sarà un momento di condivisione con la processione del ‘Signore dei Miracoli’ e la Santa Messa nella basilica”.

Allora è possibile camminare insieme nelle strade?
“Soprattutto in questo momento dobbiamo farlo sempre di più, ci stiamo interrogando su come poter essere sempre più per strada, ci sono sfide nuove, c’è bisogno di ‘abitare’ la strada. Cerchiamo sempre di più di farlo in modalità diverse, con il dopo scuola o la scuola d’italiano per stranieri, stando quindi in classe, vicino, ascoltando le storie di ognuno; siamo in cammino quado organizziamo un mondo a tavola e ci sono balli che ci uniscono. Anche per quest’anno proveremo sulla scia delle parole di papa Leone nel suo messaggio a continuare ad essere pellegrini di speranza”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV al Celam: le famiglie per un nuovo modello di società

“Sono lieto di accogliervi oggi nella casa di Pietro, la casa della Chiesa, dove dovremmo sentirci tutti come un’unica grande famiglia riunita attorno al fuoco del suo amore. Avete dialogato in questi giorni seguendo un metodo sinodale, riflettendo su alcune questioni attuali che riguardano la vita familiare. Vivere la sinodalità in famiglia richiede di ‘camminare insieme’, condividendo dolori e gioie, instaurando un dialogo rispettoso e sincero tra tutti i suoi membri, imparando ad ascoltarci a vicenda e a prendere le decisioni familiari che sono importanti per tutti”: questa mattina papa Leone XIV ha ricevuto i partecipanti all’incontro giubilare promosso dal Celam per il futuro della famiglia, indica il modello perfetto della Sacra Famiglia.

Ricordando le conseguenze derivanti dalle guerre ha proposto per la riflessione tre parole, di cui la prima è stata ‘giubileo’: “Nell’Antico Testamento, il Giubileo evocava un ritorno: un ritorno alla terra, alla condizione originaria dell’uomo libero, alle origini della giustizia e della misericordia di Dio. Oggi, dobbiamo leggere questo ritorno come una chiamata a tornare al centro della nostra vita, a Dio stesso, al Dio di Gesù Cristo”.

Quindi il giubileo è anche un richiamo all’essenza della fede: “Il Giubileo ci invita anche a riflettere sulle nostre radici: sulla fede ricevuta dai nostri genitori, sulla preghiera perseverante delle nostre nonne mentre recitavano il rosario, sulla loro vita semplice, umile e onesta che, come lievito, ha sostenuto tante famiglie e comunità. In loro abbiamo imparato che Gesù è la Via, la Verità e la Vita. In Lui troviamo la nostra vera gioia: la gioia di sapere di essere a casa, nel luogo a cui apparteniamo”.

Però esso è anche un richiamo alla speranza: “Il Giubileo della Speranza è un cammino verso l’incontro con quella Verità che è Dio stesso. All’inizio della sua missione, Gesù descrive questo Giubileo come un anno di grazia e, dopo la Risurrezione, chiama i discepoli a ‘tornare in Galilea’. Non dobbiamo cadere nel pericolo di basare la nostra vita sulle sicurezze umane e sulle aspettative mondane. In ambito sociale, potremmo tradurre questa tentazione come il tentativo di ‘arrangiarsi’, come diceva il recentemente canonizzato san Pier Giorgio Frassati”.

Quindi è stato un richiamo a non cedere alle minacce che ledono la dignità: “Siamo anche consapevoli che oggi esistono reali minacce alla dignità della famiglia, come i problemi legati alla povertà, alla mancanza di lavoro e di accesso ai sistemi sanitari, agli abusi sui più deboli, alle migrazioni e alla guerra. Le istituzioni pubbliche e la Chiesa hanno la responsabilità di ricercare modi e mezzi per promuovere il dialogo e rafforzare quegli elementi della società che favoriscono la vita familiare e l’educazione dei suoi membri”.

Per un nuovo modello di società, quindi, è fondamentale, la compartecipazione della famiglia: “E’ fondamentale promuovere la corresponsabilità e la leadership delle famiglie nella vita sociale, politica e culturale, promuovendo il loro prezioso contributo alla comunità. In ogni figlio, in ogni marito e moglie, Dio ci affida a suo Figlio, a sua Madre, come ha fatto con san Giuseppe, per essere, insieme a loro, fondamento, lievito e testimone dell’amore di Dio tra gli uomini”.

In questo senso l’indicazione di san Paolo VI a guardare la Santa Famiglia è fondamentale: “San Paolo VI, nella sua celebre omelia a Nazareth, ci esortava a seguire l’esempio della Sacra Famiglia, accompagnando e sostenendo gli altri nel silenzio, nel lavoro e nella preghiera, affinché Dio compia in loro il disegno d’amore che ha loro riservato. E’ l’amore che si incarna in ogni vita nata alla fede dal battesimo e consacrata ‘per annunciare quest’anno di grazia’ a tutti coloro che incontreranno Gesù nell’Eucaristia e nel sacramento del perdono, che lo seguiranno nella sua missione di sacerdote, di padre cristiano o di consacrato, fino all’incontro definitivo, fino alla meta della nostra speranza”.

E la conclusione è affidata ad un pensiero di sant’Agostino: “Cari fratelli e sorelle, la conclusione di questa riflessione non può che essere un richiamo all’impegno e a quella gioia traboccante che riempì i discepoli nell’incontro con Gesù Risorto e li spinse ad annunciare il suo nome su tutta la terra. Sant’Agostino definiva questo ‘giubilo’ come un’esultanza inesprimibile e propria, in modo speciale, dell’Ineffabile”.

(Foto: Santa Sede)

Pellegrini di Speranza: il Giubileo della Società di San Vincenzo De Paoli a Roma

Dal 19 al 21 settembre 2025 si terrà a Roma il Pellegrinaggio Giubilare della Federazione Nazionale Italiana della Società di San Vincenzo De Paoli ODV, un evento che riunirà circa 500 partecipanti provenienti da tutta Italia. Tre giorni di preghiera, formazione e fraternità che si inseriscono nel cammino del Giubileo Ordinario 2025.

La Bolla Spes non confunditdi Papa Francesco, che accompagna l’Anno Giubilare, ricorda che“Mettersi in cammino è tipico di chi va alla ricerca del senso della vita”. Proprio questo spirito guiderà i vincenziani, pellegrini di speranza sulle orme di San Vincenzo De Paoli e del Beato Federico Ozanam.

Nel suo messaggio, la Presidente Nazionale della Società di San Vincenzo De Paoli, Paola Da Ros, ha sottolineato: Trascorreremo insieme tre giorni di preghiera, formazione, amicizia. Siamo tanti, e questo riempie di gioia e speranza. Speranza: parola chiave di questo Giubileo e fondamento della nostra vocazione vincenziana. Non doniamo solo aiuti materiali – ha aggiunto la Presidente Da Ros – ma soprattutto ascolto, conforto, vicinanza. Nessuna forma di povertà è estranea alla San Vincenzo: siamo accanto a senza tetto, anziani soli, disoccupati, migranti, rifugiati, donne in difficoltà, bambini, malati e detenuti”.

La Presidente ha inoltre ricordato la presenza dell’Associazione proprio nel giorno del Giubileo degli Operatori di Giustizia. Un’occasione propizia per rinnovare l’impegno accanto ai più fragili: “Ne è esempio il Premio Carlo Castelli, concorso letterario dedicato ai detenuti che gode del patrocinio di Camera, Senato, Ministero della Giustizia e insignito della Medaglia del Presidente della Repubblica”.

L’evento offrirà spazi di confronto e riflessione grazie agli interventi del Presidente Internazionale della Società di San Vincenzo De Paoli, Juan Manuel Buergo Gómez, della Presidente Nazionale dell’Associazione, Paola Da Ros, di Antonella Caldart, responsabile del Settore Carceri e Devianza, di Giancarlo Salamone, Responsabile del Settore Solidarietà e Gemellaggi nel Mondo, di Padre Salvatore Farì CM, Direttore dell’Ufficio di Comunicazione della Congregazione della Missione.

Il pellegrinaggio prenderà avvio venerdì 19 settembre con l’arrivo dei partecipanti, la visita alle Catacombe di Domitilla, i saluti di apertura e la celebrazione del passaggio della Porta Santa nella Basilica di Santa Maria Maggiore.

Il sabato 20 settembre sarà dedicato al Giubileo degli Operatori di Giustizia: dopo il passaggio della Porta Santa in San Pietro, i partecipanti prenderanno parte alla catechesi con Papa Leone XIV. La giornata proseguirà con momenti di formazione vincenziana e si chiuderà con una cena comunitaria presso il Circolo Sottufficiali della Marina Militare.

La conclusione è prevista per domenica 21 settembre, con la Santa Messa all’Altare della Confessione presieduta dal Cardinale Mauro Gambetti, Vicario generale di Sua Santità per la Città del Vaticano, seguita dall’Angelus in Piazza San Pietro.

Secondo quanto evidenziato da Padre Francesco Gonella, Consigliere Spirituale della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV,  l’itinerario spirituale di San Vincenzo e del Beato Federico Ozanam non fu un semplice viaggio fisico, ma un pellegrinaggio del cuore, radicato nelle Beatitudini: poveri in spirito, capaci di piangere con chi soffre, miti, assetati di giustizia, misericordiosi, puri di cuore, perseveranti nelle prove.

In questa prospettiva, i luoghi scelti per il pellegrinaggio – dalle Catacombe di Domitilla alle Basiliche romane – diventeranno memoria viva di una fede che ha resistito alle persecuzioni e continua a generare speranza.

Il Pellegrinaggio Giubilare della Società di San Vincenzo De Paoli si preannuncia come un’occasione di profonda rinnovata spiritualità. Ogni passo sarà un invito a riscoprire le radici della carità vincenziana e a tradurle in gesti concreti di vicinanza alle persone più fragili: senza tetto, migranti, rifugiati, famiglie in difficoltà, malati e detenuti.

Un viaggio che guarda al passato e al futuro insieme, per tornare alle sorgenti della fede e rilanciare con maggiore forza l’impegno di carità. Un cammino che si concluderà a Roma, ma che continuerà ogni giorno, nelle comunità locali, come testimonianza viva di speranza e di pace.

Il Giubileo dei giovani nel racconto di chi lo ha vissuto

“Senza la disponibilità e passione educativa di tanti, le due proposte giubilari non avrebbero avuto lo stesso valore né la stessa profondità. Siete stati collaboratori della gioia dei giovani e degli adolescenti, partecipi di una Chiesa che cresce con loro e attraverso di loro… Siete stati collaboratori della gioia dei giovani e degli adolescenti, partecipi di una Chiesa che cresce con loro e attraverso di loro. Avete scelto di esserci con discrezione, fermezza e cura; avete saputo custodire il cammino spirituale dei ragazzi e li avete aiutati a sentirsi parte di qualcosa di più grande”: così, a conclusione del Giubileo dei giovani, inizia la lettera scritta dal segretario generale della Cei, mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari, e da don Riccardo Pincerato, responsabile del Servizio Nazionale per la pastorale giovanile della Cei, inviata ad educatori, sacerdoti, religiosi e religiose, animatori come ringraziamento per gli avvenimenti vissuti.

Partendo da questo ringraziamento abbiamo raccolto la testimonianza dei quattro educatori della parrocchia ‘Santa Famiglia’ di Tolentino, nella diocesi di Macerata, che hanno accompagnato i giovani in un pellegrinaggio ‘particolare: Irene Pazzaglia, Linda Sacchi, Francesca Pascucci, e Francesco Paolo D’Onghia.

In quale modo avete vissuto questo Giubileo dei giovani?

Irene Pazzaglia: “Il Giubileo dei giovani ha avuto la sua manifestazione concreta nella settimana dal 28 luglio, al 3 agosto anche se per noi è stato il frutto di un lungo cammino di preparazione e riflessione iniziato già a Gennaio. Abbiamo organizzato con i ragazzi momenti di incontro sia a livello diocesano sia parrocchiale, affinché non venisse percepito solo come un viaggio a Roma, ma come un vero e proprio percorso di discernimento che avrebbe trovato il suo pieno compimento in quella settimana di fine luglio.

Accompagnare a Roma i ragazzi del mio gruppo parrocchiale in questa avventura giubilare è stata un’esperienza bellissima, ricca di emozioni intense e talvolta contrastanti: ci sono stati momenti di grande fatica, notti scomode, ore cariche di stanchezza e responsabilità; ma tutto è stato abbondantemente ripagato dai loro volti felici e dalla gioia che si percepiva negli altri giovani incontrati lungo la strada.

Avendo partecipato due anni fa alla GMG di Lisbona, con la maggior parte di loro, ero in parte preparata a ciò che avremmo vissuto, soprattutto durante la veglia a Tor Vergata. Tuttavia, ogni evento è unico e irripetibile, come lo è stato questo giubileo. Perciò non posso che ringraziare di nuovo i ragazzi che, come loro educatrice, ho avuto la gioia di accompagnare e con i quali ho condiviso questa esperienza”.

Francesco Paolo D’Onghia: “Ho vissuto questo Giubileo dei giovani come un’esperienza intensa di fede, comunione e gioia. E’ stato un momento in cui mi sono sentito davvero parte di una Chiesa viva e giovane, proveniente da ogni parte del mondo radunata dal successore di Pietro”.

Linda Sacchi: “Sono partita con il cuore aperto e totalmente scarico e disilluso ma pronto e desideroso di ricevere ; gioia, amore, grazia di Dio, speranza, riconciliazione, insomma ricolmarmi di ogni bene possibile ho voluto fare incetta di ogni ben di Dio. E ci sono riuscita,  il mio desiderio è stato ripagato”.

Francesca Pascucci: “Prima della partenza ero piena di entusiasmo, e questo sentimento mi ha accompagnata per tutti i giorni del cammino e del Giubileo, nonostante la fatica e le difficoltà incontrate lungo la strada”.

Però prima di arrivare a Roma avete iniziato con un pellegrinaggio sulla via Lauretana: cosa avete scoperto?

Irene Pazzaglia: “Sì, il nostro cammino è iniziato percorrendo la via Lauretana in senso inverso: partendo da Loreto per arrivare a Tolentino. Abbiamo camminato per 62 km, fermandoci a Recanati, Macerata, Urbisaglia ed infine Tolentino. Oltre a scoprire strade poco conosciute e ad ammirare stupendi panorami, che spesso diamo per scontati ma che sono in realtà meravigliosi; ho avuto l’occasione di conoscere nuove persone che camminavano con me.

Eravamo circa 300 partecipanti e, durante il percorso, capitava di affiancarmi a giovani od educatori che non conoscevo e che, in quel momento, avevano il mio stesso passo. In ogni tappa avevamo la possibilità di fermarci per attività di gruppo, meditare sul Vangelo del giorno, riflettere su temi della vita quotidiana… ma  anche mangiare, perchè devo dire che siamo stati accolti dalle parrocchie e dalle città in maniera fantastica! E’ stato sicuramente un momento di crescita personale, di discernimento, ma anche di tempo donato ‘all’altro”.

Francesca Pascucci: “Ho scoperto una grande serenità e pace, camminando in mezzo alla natura, lasciandomi sorprendere e meravigliare dalla bellezza del creato. E’ stato come sentire Dio presente in ogni passo”.

Francesco Paolo D’Onghia: “Durante il pellegrinaggio sulla via Lauretana abbiamo scoperto il valore del cammino, non solo fisico ma soprattutto interiore. Passando tra paesi, colline e santuari, ci siamo resi conto di quanto sia importante rallentare, ascoltare, condividere. Ogni passo ci ha avvicinato non solo alla meta, ma anche a noi stessi, agli altri ed a Dio.

Abbiamo scoperto che la fatica può diventare preghiera, il silenzio può diventare dialogo, e che nei piccoli gesti (un sorriso, un aiuto, una parola) si nasconde spesso il volto di Cristo. E’ stato un tempo  di amicizia e di apertura sincera al mistero della fede. L’accoglienza è la cura delle persone che ci hanno accolto nei vari paesi e si sono spesi per l’organizzazione è stata commovente”.

Linda Sacchi: “Ho scoperto che per arrivare a Roma ed attraversare la Porta santa  sono stata messa alla prova con la fatica del cammino sotto il peso dello zaino, un giogo che a tratti era veramente faticoso ed in altri era leggero, perché condiviso con tutto il gruppo, ma facente parte di un piano ben preciso scavare dentro di me per arrivare veramente a una riconciliazione desiderata e ben ponderata. La gioia della condivisione anche della fatica e dell’arrivo alla tappa prefissata. I festeggiamenti post cammino risollevavano gli animi”.

‘Aspirate a cose grandi, alla santità, ovunque siate. Non accontentatevi di meno. Allora vedrete crescere ogni giorno, in voi e attorno a voi, la luce del Vangelo’: è stato l’invito di papa Leone XIV nell’omelia della celebrazione eucaristica a Tor Vergata. Ci si può riuscire?

Irene Pazzaglia: “Aspirare alla santità è certamente impegnativo, soprattutto se lo si interpreta come dover essere perfetti, non peccare mai ed essere sempre ‘buoni e gentili’ con tutti. Siamo abituati a vedere i santi come figure lontane da noi, inavvicinabili, quasi irraggiungibili. Forse, però, se riuscissimo a ricordare che anche loro erano esseri umani, con le loro peculiarità, pregi e difetti, difficoltà e fatiche quotidiane (la differenza stava nell’attaccamento totale e fiducioso a ‘Qualcuno’ di infinitamente più grande) allora sì, potremmo dire che la santità è alla nostra portata”.

Francesco Paolo D’Onghia: “Assolutamente sì, ci si può riuscire. L’invito del papa ad aspirare alla santità non è un sogno irraggiungibile, ma una chiamata concreta e possibile, anche nella vita di tutti i giorni. Non si tratta di essere perfetti, ma di vivere con amore autentico, scegliere il bene nelle piccole cose, restare fedeli a Dio anche nelle fragilità. La santità, come ci ha ricordato spesso anche papa Francesco, non è riservata a pochi eletti, ma è per tutti, anche per noi giovani.

Si può essere santi andando a scuola, lavorando, aiutando un amico, perdonando, pregando in silenzio, donando tempo agli altri. È una strada fatta di passi semplici, ma sinceri. Certo, non è facile: richiede coraggio, coerenza, fiducia. A volte richiede di ‘rinunciare a se stessi’…. Ad un ‘bene’ per te per un ‘bene’ più grande. Ma non siamo soli. Con l’aiuto della Grazia di Dio, il sostegno della comunità e la luce del Vangelo, la santità diventa una meta che possiamo davvero raggiungere”.

Linda Sacchi: “Nella vita tutto è possibile anche se estremamente difficile. La santità per quanto mi riguarda la si può raggiungere ogni giorno nella quotidianità , nelle sfide che la vita ci presenta, nel matrimonio, con i figli al lavoro; siamo chiamati quotidianamente a metterci in gioco per superare i nostri cosiddetti limiti. A volte cadiamo, altre volte inciampiamo ed altre ancora annaspiamo, credendo di non farcela, ma poi il pensiero va a Lui, chiediamo aiuto, preghiamo e con fede andiamo avanti a volte acciaccati e un po’ malandati, altre volte rinvigoriti”.

Francesca Pascucci: “Sì, è possibile aspirare alla santità, se ci si lascia guidare dal Signore in ogni situazione della vita, affidandosi a Lui con fiducia”.

Infine quale è l’immagine che è rimasta impressa di questo Giubileo?

Irene Pazaglia: “L’immagine che conservo nel cuore è lo sguardo dei ragazzi durante la veglia notturna a Tor Vergata. Il cammino per arrivarci è stato impegnativo: sotto il sole d’agosto, con uno zaino pesante sulle spalle, e con la pazienza messa alla prova dalla difficoltà di trovare subito un posto per sistemarci. Abbiamo dovuto camminare ancora a lungo, già stanchi, portando non solo lo zaino ma anche la scatola con il cibo per due giorni, consegnata all’ingresso della ‘spianata’.

Tutta quella fatica è stata ampiamente ricompensata dalla gioia di vedere i ragazzi immersi in un clima di fratellanza e pace insieme a giovani provenienti da tutto il mondo. Hanno ballato, camminato per tutta la notte, scambiato oggetti (braccialetti, bandiere, magliette) e stretto nuove amicizie. Il loro sorriso aperto e luminoso, soprattutto in un tempo come il nostro in cui odio e razzismo sembrano prevalere, è l’immagine che porto con me ancora oggi”.

Francesco Paolo D’Onghia: “L’immagine che è rimasta impressa di questo Giubileo è quella di una distesa immensa di giovani in preghiera silenziosa, sotto il cielo stellato di Tor Vergata, durante la veglia con il papa. In quel momento, non c’erano più bandiere, lingue o culture diverse: eravamo un solo popolo, un solo cuore, una sola fede”.

Francesca Pascucci: “L’immagine che porto nel cuore è quella del sole e della luce: simboli di speranza, di forza per continuare a camminare e di desiderio di mettersi in gioco per il Signore, al Suo servizio”.

Linda Sacchi: “I fiumi di persone/giovani  da tutto il mondo che hanno fatto migliaia di chilometri ed essere radunati tutti sotto  lo stesso cielo per testimoniare con forza l’amore di Dio. Sentirsi parte di questo amore è veramente unico e ti fa capire che il giogo del pellegrinaggio era veramente leggero; ci ha messo le ali ai piedi e ci ha riempiti dei tuoni del suo amore, perché l’amore di Dio non è tiepido e titubante ma è fragoroso e forte come un tuono. Ti riempie di energia per fare e dare, come ci  hanno detto a Loreto prima di partire: ‘ultreia et suseia’, avanti sempre (motto dei pellegrini del cammino di Santiago), senza fermarci mai siamo pilgrims of Hope”.

(Foto del gruppo)

‘Seminatori di futuro’ con mons. Delpini per il giubileo della scuola ambrosiana

A pochi giorni dalla ripresa delle lezioni scolastiche, sabato 6 settembre, alle 15.30, il Duomo di Milano ospiterà il Giubileo della Scuola a livello diocesano, un momento di incontro e riflessione e di preghiera aperto a insegnanti, educatori e dirigenti provenienti da tutto il territorio ambrosiano.

L’appuntamento, dal titolo ‘Seminatori di Futuro’, sarà aperto dalle testimonianze del docente e noto scrittore Marco Balzano, autore di romanzi che hanno vinto importanti premi letterari, e di alcuni studenti, che racconteranno come il percorso scolastico sia stato per loro un sostegno decisivo per affrontare situazioni personali difficili e per ritrovare una prospettiva di futuro.

Seguirà una celebrazione presieduta dall’Arcivescovo durante la quale mons. Delpini benedirà i presenti in vista dell’inizio dell’anno scolastico. Ad animare questo momento giubilare i ragazzi della Color Orchestra dell’Istituto Comprensivo del Preziosissimo Sangue di via Padre Placido Riccardi 5 (Milano).

“La scuola – spiega don Fabio Landi, responsabile per il Servizio per la Pastorale scolastica,- può sembrare spesso un luogo demotivante, incapace di intercettare le sfide attuali e l’interesse degli alunni, lasciando insegnanti e studenti a fare i conti con difficoltà nuove e complesse. Eppure, gli stessi ragazzi sono una sorprendente riserva di freschezza e novità, che invita a rimettersi in gioco e a scoprire risorse inaspettate.

Essere insegnanti significa credere nella bontà del seme e nella fecondità della terra: come nella parabola evangelica, un raccolto inaspettato ripaga ampiamente ogni fatica. Nei suoi momenti migliori, la scuola è un circolo virtuoso di speranza. Sabato sarà l’occasione per ricevere dall’Arcivescovo un augurio speciale per un buon inizio d’anno scolastico, ricordando che questo anno giubilare è dedicato proprio alla speranza”.

Al termine dell’incontro, quanti lo desiderano potranno partecipare, alle 17.30, sempre in Duomo, alla Messa vigiliare, che non sarà presieduta dall’Arcivescovo. La celebrazione delle 15.30 e la successiva Messa delle 17.30 saranno trasmesse in diretta su streaming su www.chiesadimilano.it e sul canale YouTube Chiesadimilano.

‘En Route con sant’Antonio’ arriva in Italia

Arriva finalmente in Italia il cammino di ‘En route con sant’Antonio’, l’evento partecipativo a piedi a staffetta che coincide con l’intera estate giubilare 2025. Dopo la partenza del 29 giugno dal santuario antoniano di Brive-la-Gaillarde, nel cuore della Francia, e la sosta a Lione a fine luglio per consentire ai giovani pellegrini francescani di partecipare al grandioso Giubileo dei giovani a Roma con papa Leone XIV, il cammino diretto alla Basilica del Santo di Padova è infatti ripreso da Lione l’11 agosto, festa di santa Chiara d’Assisi, ed è ormai prossimo a valicare il confine franco italiano per immettersi nella Val di Susa diretta a Torino, prima di procedere verso la Lombardia e il Veneto.

Il valico scelto dai pellegrini di ‘En route con sant’Antonio’ è il Moncenisio, che con i suoi 2.182 metri risulta il punto più alto dell’intero percorso di 1.306 chilometri. Al confine, che i pellegrini attraverseranno domani, martedì 26 agosto, saranno stati compiuti 755 chilometri a piedi. Mancheranno ancora 23 tappe italiane per raggiungere Padova domenica 21 settembre. Giusto per dire che la metà è superata, ma che di certo la meta finale è ancora distante!

L’occasione offre già un parziale bilancio di questo originale cammino che finora ha riscontrato una sentita e ampia partecipazione da parte di quanti hanno avuto modo di intercettarlo, affiancando anche solo per qualche tratto l’equipe di pellegrini, coinvolgendosi nei momenti spirituali e culturali di fine tappa, venerando la reliquia anch’essa «pellegrina» di sant’Antonio, facendo infine parte del crescente séguito che ‘On Route’ sta riscuotendo sui social media (Antonio800 e del gruppo ‘Messaggero di sant’Antonio’) e sulle televisioni partner del progetto (ReteVeneta e Telenuovo in Italia, il canale nazionale KTO in Francia).

Tra i dati che indicano la buona accoglienza francese dell’iniziativa francescana collegata alla figura di sant’Antonio c’è la quantità di preghiere raccolte nel corso dell’itineranza: sono oltre mille le buste contenenti le invocazioni e richieste di grazia che i fedeli hanno consegnato ai pellegrini, perché le portino a Padova sull’Arca di sant’Antonio nella ‘sua’ Basilica: “Onestamente, avevamo preparato meno cartoncini e meno santini da distribuire, svelano i pellegrini organizzatori, perché non ci aspettavamo una risposta così ampia. Con gioia siamo dovuti correre ai ripari per far fronte a tanta grazia e permettere ai fedeli francesi di poter partecipare anche in questo modo al cammino”.

In Italia, nel tratto piemontese, prende particolarmente rilievo il programma di Torino, dove il cammino arriverà venerdì 29 agosto (prevista una veglia di preghiera per giovani e adulti alla Chiesa francescana della Madonna della Guardia alle ore 21, in via Monginevro, 251) per fermarsi tutto sabato 30 agosto prima della ripartenza domenicale.

Nel cartellone di Torino spicca sabato la Santa Messa della famiglia francescana alle ore 18 al Santuario di sant’Antonio e domenica 31 la messa delle ore 9 alla Chiesa della Madonna della Guardia celebrata dal direttore generale del «Messaggero di sant’Antonio», padre Giancarlo Zamengo, alla quale sono invitati tra gli altri, in maniera speciale, gli abbonati alla rivista antoniana.

A Catania mons. Renna proclama un anno giubilare agatino

“Al termine di questa giornata nella quale abbiamo fatto memoria e ringraziato il Signore per gli 899 anni del ritorno delle reliquie di sant’Agata a Catania, in quella memoria liturgica che viene denominata traslazione, vi annuncio con gioia che ho chiesto alla Penitenzieria Apostolica, l’organo della Santa Sede preposto dal Santo Padre per le celebrazioni giubilari, che in occasione del nono centenario della traslazione delle reliquie della nostra santa, nel 2026, sia proclamato un anno giubilare agatino per l’arcidiocesi di Catania. Ho già ricevuto risposta positiva: l’anno giubilare inizierà l’11 gennaio prossimo, festa del Battesimo del Signore e proseguirà fino al 18 agosto del 2026, giorno della Dedicazione della Cattedrale”.

Lo ha annunciato domenica scorsa l’arcivescovo di Catania, mons. Luigi Renna, dopo aver annunciato per il 2026 la celebrazione dell’Anno giubilare agatino per i 900 anni del ritorno delle reliquie di sant’Agata a Catania, fissando anche due importanti appuntamenti: “Il fulcro dei festeggiamenti saranno le due date delle festività del 4-5-6 febbraio, nelle quali interverrà sua Eminenza il cardinal Mario Grech, Segretario del Sinodo universale, di origine maltese, la grande isola a noi vicina che ha come patrona secondaria sant’Agata.

E poi, ho chiesto che il Santo Padre invii un legato pontifico con un suo personale messaggio per i festeggiamenti del 16 e 17 agosto del 2026, nei quali faremo commemorazione dell’arrivo delle reliquie di sant’Agata a Catania”.

Nell’annuncio mons. Renna ha ricordato il gesto del vescovo verso la santa: “La lettera del vescovo Maurizio, che le accolse in questa giornata nel 1126, ci dice che egli stesso andò incontro a sant’Agata a piedi nudi e con una veste bianca, con i segni cioè della penitenza e con il desiderio della vita nuova: un forte richiamo alla veste battesimale che dobbiamo tenere sempre pura e senza macchia per presentarla così al Signore, ricca solo di carità. Quel gesto del mio predecessore vescovo, che trova riscontro nell’abito che voi devoti indossate, il sobrio sacco bianco con il copricapo di colore nero, ci dice che il vero fulcro dei festeggiamenti di sant’Agata è il nostro cuore”.

Quindi il nucleo dei festeggiamenti giubilari è il cuore: “E’ il nostro cuore l’altare da cui sale l’incenso della nostra preghiera e dell’amore a Dio, di una vita impegnata nella carità, che ama il prossimo come sé stesso. L’anno giubilare agatino, come questo anno 2025, ci viene dato per cambiare i nostri cuori… Non mancherà un segno eloquente che dica che la nostra fede si traduce in carità: un’opera di carità per i bisogni della nostra Catania, che rimanga nel tempo, oltre questo anno. Durante l’anno il velo di sant’Agata, segno del suo patrocinio su tutta la Arcidiocesi, sarà pellegrino nelle varie città e paesi della nostra Chiesa locale”.

Per questo ha chiesto tre impegni: “Il primo: la cura dei ragazzi e dei piccoli nelle famiglie. Non lasciateli per strada, collaborate con le scuole e le parrocchie, cari adulti. Nel 2026, a Natale, vorrò benedire tutti i bambini e le bambine che porteranno il nome, come primo nome, di Agata o Agatino o Salvatore, in onore dello sposo di sant’Agata, Gesù Salvatore: che si torni nelle famiglie a dare nomi cristiani, non di personalità che non possono essere esempi di vita cristiana e che non possiamo invocare il giorno del battesimo dei nostri bambini. Ma nel dare un nome cristiano, cari adulti, dovete impegnarvi all’educazione cristiana e umana dei vostri figli, sottraendoli da ciò che può nuocere al loro futuro, cioè alla malavita, alle dipendenze di ogni tipo, alla superficialità”.

Il secondo impegno è un invito a fare rete: “L’altro impegno morale per tutti coloro che hanno a cuore la cosa pubblica, politici, amministratori di enti, imprenditori, uomini e donne delle istituzioni culturali: sappiate far rete perché Catania risorga nella concordia, nella cura di sé: via le lotte intestine, via gli interessi personali, via tutto ciò che ha frenato lo sviluppo di questa città e la sua pulizia morale”.

Il terzo impegno è un invito ai giovani ed agli educatori: “Prendete sant’Agata ad amica della vostra giovinezza. E voi sacerdoti, catechisti, educatori, volontari, sappiate che questi giovani hanno bisogno di chi stia loro accanto, di chi ‘perda’, anzi doni loro il proprio tempo facendoli sentire amati”.

Mentre nell’omelia l’arcivescovo di Catania ha ricordato quello che successe 899 anni prima: “Carissimi fratelli e sorelle, all’alba del 17 agosto di ottocento novantanove anni fa un grido di gioia, secondo una attestata tradizione, si diffondeva nella nostra città: le reliquie di sant’Agata tornavano a Catania; era finalmente possibile venerare la santa catanese di cui era rimasta viva la memoria nonostante per più di un secolo la vita cristiana fosse stata mortificata, ma non cancellata. Il legame tra Agata e Catania non si era interrotto, ma da quel 17 agosto del 1126 si è ravvivato. Questo legame non va vissuto mai automaticamente, ma va’ sempre purificato, rinnovato, attualizzato”.

Quindi ha spiegato il significato della divisione ‘evangelica’: “Ai tempi di sant’Agata molte famiglie vivevano una divisione al loro interno a causa della fede, perché uno sceglieva di essere cristiano, mentre i suoi parenti lo avversavano e arrivavano persino ad ucciderlo, così come accadde per santa Barbara di Nicomedia, che secondo una tradizione fu uccisa dal suo stesso padre”.

Ecco il motivo per cui ha richiamato un episodio di Piergiorgio Frassati: “Mi ha colpito un episodio della vita del beato Piergiorgio Frassati, in cui suo padre Alfredo si lamentò con il parroco perché aveva visto che Piergiorgio recitava il rosario prima di addormentarsi, e il sacerdote per tutta risposta gli disse: Cosa vuoi, che si addormenti con accanto un romanzaccio?”

Tale divisione avviene sempre: “E’ la divisione fra Quinziano, Afrodisia da una parte ed Agata dall’altra. E’ quella che vediamo quando c’è chi sceglie la strada della legalità, come la giovane eroina siciliana Rita Atria che prese le distanze dal modo di agire della sua famiglia e collaborò con il giudice Borsellino. Quante persone ripudiano un modo di fare discutibile e per questo vengono segnate a dito ed escluse: si crea una divisione, che se da alcuni viene vissuta con violenza, da chi è sempre pronto a ricorrere alla corruzione e alle armi, nei santi martiri trova risposta nella mitezza e nella giustizia”.

Ricordando chi soffre per le guerre ha invitato ad offrire una testimonianza cristiana nello stile di sant’Agata: “Sant’Agata ha saputo giudicare il tempo in cui era urgente dare testimonianza a Cristo e non si è tirata indietro. Anche noi vogliamo fare come lei! E’ tempo di una testimonianza cristiana più coerente e verace. E’ tempo di aiutare la nostra città e i nostri quartieri a risorgere. E’ tempo di dare uno sviluppo nuovo al volontariato che si prenda cura dei più fragili e di impegnarsi in una politica che abbia a cuore la concordia per affrontare i problemi.

Noi agiamo in base a ciò che sentiamo dentro, ed oggi vogliamo riascoltare le motivazioni che hanno portato sant’Agata a testimoniare Gesù Cristo. Sant’Agostino diceva che noi agiamo sempre in base a ciò che ci piace di più (delectatio victrix): che ci piaccia di più ciò che piace a Dio, ciò che ci rende graditi a lui, così come è stato sant’Agata. Così saremo anche sicuri di fare ciò che è bene per gli altri, nostri fratelli in Cristo”.

‘Mi fido di noi’: ad Ugento un progetto di microcredito sociale

La diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca e la Caritas Diocesana e il suo braccio operativo, la Fondazione ‘Mons. Vito de Grisantis’,  comunicano che Mons. Vito Angiuli, Vescovo di Ugento – S. Maria di Leuca ha scelto di aderire al Progetto ‘Mi Fido di Noi’, progetto di Microcredito Sociale promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana e dalla Caritas Italiana, con il supporto dell’8xmille della Chiesa Cattolica e in collaborazione con la Consulta Nazionale Antiusura.

L’adesione è avvenuta, insieme ad altre 67 Diocesi italiane, in un tempo segnato da fragilità diffuse e da una società che fatica a includere chi resta ai margini, nel solco del Giubileo – Pellegrini di Speranza, un passo deciso nel segno della speranza e della responsabilità. ‘Mi Fido di Noi’ nasce come segno concreto del Giubileo, una chiamata alla remissione del debito, alla ricostruzione dei legami comunitari e alla cura delle tante solitudini che si nascondono dietro le difficoltà economiche.

Il progetto prevede piccoli prestiti (fino a 8.000 euro, a tasso zero), destinati a persone escluse dal credito ordinario.  Ma non si tratta solo di soldi: ogni richiesta è inserita in un percorso personalizzato, costruito a partire dall’ascolto e dall’accompagnamento. Mons. Giuseppe Baturi, Segretario Generale della CEI, ha dichiarato: “Non si tratta solo di un aiuto economico, ma di un intervento a 360°, che permette di creare intorno alla persona una rete di solidarietà capace di accompagnarla e di colmare quella solitudine dentro cui la povertà economica si dilata. Così chi beneficia del microcredito può scommettere sul futuro, con dignità, dando al proprio domani un orizzonte di speranza”.

Anche sul territorio del Capo di Leuca, il progetto si inserisce in un cammino già avviato da tempo, come sottolinea Don Lucio Ciardo, direttore della Caritas diocesana di Ugento – Santa Maria di Leuca e segretario generale della Fondazione Mons. Vito De Grisantis : “Per noi, questo progetto è la conferma di un impegno che portiamo avanti da anni, sul territorio e per il territorio.

Un’azione di inclusione finanziaria e di educazione finanziaria-bilancio familiare, per quelle famiglie fragili, oggi sempre più presenti sui nostri territori, il prestito servirà a soddisfare alcune esigenze primarie e non derogabili, che le famiglie  non riescano da sole a farlo, a titolo esemplificativo e non esaustivo, spese mediche, canoni di locazione, spese per la messa a norma degli impianti della propria abitazione principale e per la riqualificazione energetica, tariffe per  l’accesso a servizi pubblici essenziali, quali i servizi di trasporto e i servizi energetici, spese necessarie per l’accesso all’istruzione scolastica. Inoltre tale azione  innesca la lotta al sovra indebitamento e previene  fenomeni di usura di prossimità”.

I potenziali beneficiari sono singole persone o famiglie in condizioni di difficoltà economica temporanea: residenti nei diciassette Comuni della Diocesi di Ugento S. Maria di Leuca con ISEE fino a € 18.500, in un momentaneo stato di disoccupazione; in una situazione di sospensione o riduzione dell’orario di lavoro per cause non dipendenti dalla propria volontà; in crisi di liquidità e riduzione imprevista del reddito dovuto a cause di forza maggiore o ad emergenze internazionali, nazionali e locali; sopraggiunte condizioni di non autosufficienza propria o di un componente il nucleo familiare; significativa contrazione del reddito o aumento delle spese non derogabili per il nucleo familiare.

Il cuore del progetto si fonda su tre direttrici operative: accompagnamento attraverso strumenti educativi, relazionali e formativi; erogazione di microcrediti a condizioni sostenibili, pensati per rispondere a un bisogno reale e urgente; sostegno comunitario e raccolta fondi, che alimentano un fondo rotativo e rafforzano il coinvolgimento della rete ecclesiale e sociale. Non si tratta di beneficenza: si tratta di responsabilità condivisa, di ricostruire fiducia nei confronti della vita e delle proprie capacità.

Nella Diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca, il Punto di contatto, con la presenza del tutor di comunità e i volontari è a Tricase presso il Centro Caritas in Piazza Cappuccini, n.15. La   Fondazione San Nicola e SS. Medici (Bari – Sud Italia) sarà la erogatrice dei prestiti  sul nostro territorio, grazie al supporto dell’ 8xmille della Chiesa Cattolica sia nazionale e sia diocesano e di tante offerte.

Tutti possono contribuire a far crescere il progetto, aiutando a restituire dignità e prospettive a chi oggi è in difficoltà. La donazione detraibile può essere fatta su: IBAN: IT23K0306234210000002904373 intestato a: Fondazione Mons De Grisantis – Causale: Contributo Progetto ‘Mi Fido di Noi’ Ugento. Per maggiori informazioni: www.mifidodinoi.it – www.caritasugentoleuca.it – Email: ugentoleuca.mifidodinoi@gmail.com.   

Papa Leone XIV: la resurrezione è fonte di speranza davanti alla morte

Stamattina ho ricevuto la triste notizia di un tuo compagno che viaggia con te in pellegrinaggio, il tuo compagno pellegrino, tua sorella che è morta inaspettatamente ieri sera credo. E, naturalmente, la tristezza che la morte porta a tutti noi è qualcosa di molto umano e molto comprensibile, soprattutto essendo così lontani da casa e in un’occasione come questa quando ci riuniamo davvero per celebrare la nostra fede con gioia. E poi all’improvviso, ci viene ricordato in modo molto potente, che la nostra vita non è superficiale, né abbiamo il controllo sulla nostra vita, né sappiamo come dice Gesù stesso, né il giorno né l’ora in cui per qualche ragione la nostra vita terrena finisce.

Ma mentre impariamo anche nel Vangelo, ciò che Marta e Maria scoprirono quando il loro fratello Lazzaro era morto, e quando Gesù non era con loro all’inizio, ma poi venne diversi giorni dopo la sua morte, e la loro comprensione era che Gesù è la vita e la risurrezione”: con queste parole papa Leone XIV ha incontrato i pellegrini compagni di viaggio della giovane egiziana Pascale Rafic, morta la notte scorsa mentre partecipava al Giubileo dei Giovani.

Disposti in cerchio i giovani hanno ascoltato il papa che ha accanto mons. Jean-Marie Chami, titolare di Tarso e ausiliare della Chiesa Patriarcale di Antiochia dei Greco-Melkiti per l’Egitto, il Sudan e il Sud Sudan, che guida il loro pellegrinaggio, il significato della fede: “E così in un certo modo, mentre celebriamo questo anno giubilare di speranza, ci viene ricordato in modo molto potente quanto la nostra fede in Gesù Cristo abbia bisogno di essere parte di ciò che siamo, di come viviamo, di come ci rendiamo conto l’un l’altro, e specialmente di come continuiamo ad andare avanti nonostante tali esperienze così dolorose.

Sant’Agostino ci dice che quando qualcuno muore, naturalmente, è molto umano e molto naturale piangere, sentire quel dolore, sentire la perdita di qualcuno che ci è caro, eppure dice anche, non piangete come fanno i pagani, perché anche noi abbiamo visto Gesù Cristo morire sulla croce e risorgere dai morti”.

Per questo sant’Agostino invita ad avere speranza nella resurrezione: “Ed è la nostra speranza nella risurrezione, che è la fonte ultima della nostra speranza, e parliamo di un Anno Giubilare della Speranza, la nostra speranza è in Gesù Cristo che è risorto. E chiama tutti noi a rinnovare la nostra fede, chiama tutti noi ad essere amici, fratelli e sorelle gli uni degli altri, a sostenerci gli uni gli altri, e dice che anche voi dovete essere testimoni di quel messaggio evangelico. E per tutti voi ha toccato la vostra vita in modo molto personale e diretto oggi”.

Però la preghiera può essere un modo per rafforzare la fede: “Così, abbiamo pensato almeno, in mezzo a questo dolore, che tutti voi sperimentate per la perdita della vostra amica, che almeno per avere questa opportunità di riunirci per pregare, rinnovare la nostra fede, e di chiedere a Dio sia il riposo eterno di nostra sorella ma anche per il rafforzamento e la consolazione, il rafforzamento della nostra fede e di essere rinnovati nella speranza e come Chiesa, come fratelli e sorelle, ci siamo quindi riuniti per questo motivo”.

Ed ecco la preghiera conclusiva come richiesta per la presenza del Signore: “Perciò chiediamo al Signore di essere con noi, di essere con tutti voi, mentre vivete questi giorni del pellegrinaggio dell’Anno Giubilare della Speranza e che sarete tutti protetti anche con l’amore di Dio e la grazia di Dio. Il Signore sia con voi. Possa la benedizione di Dio onnipotente venire su tutti voi nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Che Dio sia con voi e donate la pace ai vostri cuori”.

In precedenza aveva incontrato gli artisti che animeranno la serata di questa sera a Tor Vergata: “Ho voluto avere questo piccolo incontro, diciamo famigliare, con voi proprio questa mattina, sapendo della bellezza, dell’arte, della musica, di tutti i vostri talenti che offrite a questo grande pubblico che abbiamo a Roma in questi giorni. Più di mezzo milione, dicono, forse un milione di giovani che sono venuti da tanti Paesi del mondo”.

Tale incontro con i giovani è stato definito dal papa un privilegio: “Per me è un privilegio, è una benedizione poter partecipare in questa missione, in questo servizio, come Vescovo di Roma, come Santo Padre, conoscendo soprattutto la fede, l’entusiasmo e la gioia che condividiamo e che dà voce a quello che abbiamo nel nostro cuore, e che è soprattutto il desiderio di trovare la felicità, la gioia, l’amore; di sperimentare la fede anche con i doni che il Signore ci ha dato: la musica, il ballo e tante forme artistiche che voi condividerete questo pomeriggio con i giovani.

E’ veramente un dono per noi tutti e per tutta la Chiesa, e vi ringrazio sinceramente. Grazie a voi per questo momento e chiedo a Dio che vi benedica e vi aiuti ad accompagnare questi giovani che hanno anche tanto bisogno di trovare la vera gioia, la vera felicità che troviamo tutti in Gesù Cristo”.

(Foto: Santa Sede)

I giovani di Azione Cattolica al giubileo con Piergiorgio Frassati

“Il brano del Vangelo che abbiamo ascoltato ci mette di fronte ad un aspetto singolare della vita di Gesù che suscita stupore e lascia perplessi. Come è possibile che proprio i suoi conterranei non riconoscano il Messia vedendo quello che diceva e faceva? Non solo. Si chiedono come sia possibile che uno di loro di cui conoscono bene la famiglia possa agire in modo così straordinario. Una tale asimmetria tra la conoscenza abituale e l’eccezionalità di quanto Gesù compie diventa addirittura motivo di scandalo. Gesù non si meraviglia più di tanto e rispetta anche questa sensibilità dei suoi concittadini ricordando un antico detto sapienziale che vede i profeti sempre poco compresi proprio nel loro ambiente”.

Con queste parole pronunciate dall’assistente ecclesiastico generale dell’Azione Cattolica Italiana, mons. Claudio Giuliodori, nella celebrazione eucaristica di ieri, si sono concluse le catechesi organizzate in collaborazione con il Servizio Nazionale di Pastorale Giovanile, durante il giubileo dei giovani con la presenza di circa 3000 giovani.

Nell’omelia l’assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e presidente della Commissione episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università della Cei, ha incentrato la riflessione sul beato Piergiorgio Frassati, che sarà canonizzato domenica 7 settembre: “Questa vicenda evangelica è illuminante anche per comprendere un aspetto della figura del beato Frassati di cui tutti percepivano la straordinarietà di vita, senza riuscire però a cogliere fino in fondo la profondità della sua esperienza spirituale e il suo cammino di progressiva santificazione”.

Riprendendo alcune lettere scritte agli amici ed ai familiare mons. Giuliodori ha evidenziato la sua fede: “Sappiamo che anche i suoi familiari, pur cogliendo la particolare sensibilità religiosa di Pier Giorgio, non avevano compreso quale ricchezza spirituale si nascondesse in quella vita apparentemente così normale, vivace e piena di interessi. Anche il padre, intellettuale di primo piano e uomo di grande levatura culturale, sociale e politica, non potrà che ammettere onestamente di aver compreso ben poco di quel suo figlio che pur vivendo a pieno nella Torino borghese del suo tempo, aveva il cuore e la mente rivolte alle cose alte di Dio e alle realtà più povere e umili dove cercava e sapeva di incontrare il volto di Cristo”.

Insomma il beato torinese è stato un ‘normale straordinario’: “Questa ‘straordinaria normalità’ che caratterizza la vita di Frassati ce lo fa sentire particolarmente vicino… La canonizzazione di Pier Giorgio Frassati e di Carlo Acutis che avremo la gioia di vivere il prossimo 7 settembre, ci consente di riscoprire la preziosa testimonianza e la grande attualità di questi due giovani, differenti per età, periodo storico e contesto socio-culturale, ma accomunati dall’essere riconosciuti dalla Chiesa come modelli di vita cristiana. In particolare, ora siamo qui nel contesto del Giubileo dei Giovani e abbiamo la fortuna di poter avere in mezzo a noi il corpo di Pier Giorgio. Per questo dono siamo grati alla Chiesa di Torino e alla famiglia”.

Il giovane Frassati è stato innanzitutto un giovane che ha vissuto con impegno ed entusiasmo il proprio tempo: “Caro Piergiorgio, il tempo in cui tu hai vissuto non era certamente migliore di quello odierno, differenze sociali, tensioni politiche, scenari in rapida trasformazione negli anni che dal dramma della prima guerra mondiale conducono al secondo e ancor più devastante conflitto. La tua sensibilità spirituale non ti ha allontanato dall’agone socio-politico, anzi ti ha reso ancora più attento e partecipe delle vicende umane dei lavoratori e dei processi culturali del tuo tempo, portandoti a condividere percorsi associativi e anche a prese di posizione forti e spesso controcorrente”.

Ed ha concluso l’omelia con una preghiera per non restare semplici ‘spettatori’: “Aiutaci a non contrapporre vita spirituale e impegno sociale, cammino di fede e passione per il bene comune, ricerca della santità e costruzione concreta di percorsi di pace e di giustizia. Ti preghiamo, aiutaci a non rimanere spettatori inerti davanti ad un mondo che sembra andare in frantumi per il radicalizzarsi e ampliarsi dei conflitti”.

La ‘settimana’ giubilare dei giovani dell’Azione Cattolica si era aperta martedì 29 luglio con la presentazione del libro ‘Di Santa ragione. Con Frassati in cammino verso l’Alto’, scritto da Emanuela Gitto e Lorenzo Zardi (vice presidenti per il settore Giovani di Ac), e da don Michele Martinelli (assistente centrale per il settore Giovani), alla libreria San Paolo, con la presenza del card. Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle cause dei santi, moderata dalla giornalista Annachiara Valle.

Per il card. Semeraro l’importanza di questa canonizzazione è tutta nell’essere stato un fedele laico, citando Giuseppe Lazzati: “Questo serve oggi alla Chiesa. Ed anche a noi preti… Non posso, allora, non citare Giuseppe Lazzati, il quale proprio in questa luce guardò a Pier Giorgio Frassati ricordandolo il 5 aprile 1975, a cinquant’anni dalla morte. Visse (così egli disse) in un periodo per la Chiesa difficile ‘anche per la maturazione di un laicato percorso da un autentico amore di Chiesa, ma diviso nel modo di esattamente definire il proprio ruolo peculiare’.

Per Frassati, questo ruolo (lo si deduce dai suoi progetti di vita) altro non era che contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo, manifestando Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della sua stessa vita e con il fulgore della sua fede, della sua speranza e carità”.

Per tale ragione la canonizzazione del beato Frassati può essere una ‘nuova primavera’ per la Chiesa, ha concluso il card. Semeraro: “In questo senso la canonizzazione di Frassati è davvero un segno per tutta la Chiesa, una nuova primavera da vivere con gioia e rinnovata speranza. Frassati ha accostato la ragione alla fede, ha messo insieme allegria e impegno, ha rinnovato l’amicizia con i suoi coetanei non dimenticando la contemplazione e l’adorazione al Santissimo, ha creduto alla politica come la più alta forma di carità. E si è speso per i poveri, gli ultimi, nel silenzio della sua vita ordinaria. Un santo che oggi serve più che mai a tutta la Chiesa. Un santo ‘laico’ di tutti i giorni, della prossimità e della speranza. Un santo ordinario e per questo sicuramente straordinario”.

(Foto: Azione Cattolica Italiana)

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